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9 febbraio 2016

Poeti e navigatori.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


Mentre guido cerco di ricordarmi la ragione per la quale sto andando a Castelgrande, il motivo per cui ritardo ancora la mia uscita dalla Basilicata. Non che poi quest’uscita voglia dire molto, è di certo solo una cosa psicologica, catartica, però vuoi mettere, di sti tempi, a trovare una cosa catartica che veramente funziona?
Me lo ricordo quasi subito di che si tratta. Si tratta di stelle. C'è questo posto in cui si dice che di notte c'è il buio vero e puoi vederle come in nessun altro posto, tanto che ci hanno costruito questo grande osservatorio astronomico, a mille e duecento metri di altezza, perché “il contesto ambientale, privo di inquinamento atmosferico e luminoso ha contribuito a creare le condizioni ideali per l’approfondimento dell’astronomia”. Suona detta da un politico, più che da uno scienziato, e difatti è dagli anni sessanta che tutti quanti sono lì a dire che figata ci facciamo il più grande centro astronomico d’Italia, d’Europa o magari d'America. E ce la mettono tutta, ogni giorno, per riempire quelle alture di ricercatori, astronomi e astronauti, ottenendo però a quanto pare tutt’altri risultati.
È successo infatti che mentre gli anni passano e le strade del paese continuano a non riempirsi di scienziati, a Castelgrande nascono e crescono generazioni di poeti e di navigatori abilissimi, che come si sa diventano tali a furia di guardar le stelle.


E quel cielo che non viene quasi mai studiato resta comunque sempre lì a disposizione, istruendo una quantità sempre crescente di innamorati, aspiranti esploratori, cuori infranti, ambiziosi avventurieri e animi sensibili in genere. Dove non è arrivato il progresso, è comunque rimasta la contemplazione. Ed è giusto pensare, ancora una volta, che è il territorio che plasma le persone. E lo fa in silenzio, anche contro il loro volere, prendendosi forse la rivincita per tutte le volte in cui succede il contrario.
Così oggi Castelgrande, comune dell’entroterra montuoso lucano, pur non essendo diventato un centro astronomico di livello internazionale come sperava, può vantare il rinomato Circolo di Vela e Navigazione Astronomica “Amerigo Vespucci”, e la sede dell’Associazione culturale “Lo Spazio Poetico”, dove ci si confronta su composizioni che hanno per temi principali la fuga, l’infinito e l’adolescenza negli anni settanta. Che comunque sono cose.

Chiaramente un posto del genere ti dà molto da pensare. Ad esempio, un luogo così tanto buio di notte sarà assolatissimo di giorno. Magari è una fesseria. Però io ero lì negli stessi giorni in cui l’estate nelle grandi città nutre la frustrazione di chi lavora, in cui i vecchi muoiono di vecchiaia e i telegiornali dicono che è stata l’ondata di caldo. E quindi al sole, un po', ci pensavo.
A dire il vero non sono una persona che lo patisce, il caldo. Tanto che quello enorme, soffocante, che c’era quando sono arrivato me lo ricordo non tanto per il sudore, l’afa e il disagio. Non sono stati quelli a diventare memoria, quanto l’enorme sollievo, quasi incredulo, che ho provato alla domanda: “Robè, te lo vuoi fare un tuffo?”.
Il tipo che incontro a Castelgrande si occupa di tante cose pubbliche in paese, e non è il sindaco. Tra le tante gestisce la piscina, credo comunale, alle porte del centro abitato. E’ un tipo sorridente ed estremamente ospitale, sebbene sia preso da mille pensieri.
Il mare è lontano centinaia di chilometri, guardo alle sue spalle e tutto è celeste e bianco, cemento bagnato e piastrelle lucide, e l’acqua sembra la più fredda di sempre. Certo che lo voglio fare un tuffo, ed è quello che ancora mi ricordo.

Due ore dopo sto seguendo una macchina della polizia municipale che mi fa strada verso una località sperduta e brulla, dove c’è appunto il grande osservatorio.
Quando arriviamo lasciamo le auto e chiedo al vigile che mi ha fatto strada se può raccontarmi un pò la storia di quel posto, per come la conosce. La sua risposta è lenta, cadenzata, forse svogliata, a farmi intendere che in fondo è una storia ovvia, fatta di desideri e di mancanze, di grandi paesaggi e di un progressivo lasciar perdere. Nel frattempo fa scorrere un grande cancello di metallo, e la storia inizia a procedere al di là, attraversando lenta, insieme a lui e me, un piazzale enorme. Poco dopo, quando si apre il portone d’ingresso, i nomi e le inaugurazioni ci precedono all’interno, e mentre camminiamo in grandi corridoi, saliamo scale e accendiamo luci le vicende occupano ogni spazio, prendendo la forma che trovano. Man mano che entriamo nelle stanze la trama inizia a rarefarsi, ripetersi e diluirsi, e i vuoti degli ultimi anni si sovrappongono ai vuoti dei laboratori e degli uffici, arrivando pian piano al telescopio, spento e coperto. A quel punto il vigile se ne va via, nel silenzio che lo ha contraddistinto sempre, lasciandomi lì da solo per tutta la notte.

Immaginavo di poter finalmente vedere il buio vero, in un posto del genere. Di poterne avere paura e magari di volerlo anche fotografare. E mi chiedevo se si può vedere il buio se non si vede niente. Come posso dire di aver visto il buio assoluto senza il sospetto, invece, di non aver visto proprio nulla? Come faccio a distinguere una cosa che si manifesta totalmente indistinguibile? Ah non lo so mica, ma proprio per questo sarà di certo un elemento risolutorio, fonte di serenità e sollievo, angoscia e panico. Sarà sicuramente un buio rivelatore!
Così mi siedo su una di queste panchine messe lì intorno e guardo il tramonto fino alla fine, fino a che non ce n’è più e inizio a sentire freddo. E sto lì a guardarmi intorno, sapendo che dovrebbe proprio succedere qualcosa da un momento all’altro, e invece non succede niente. Il buio arriva e, ancora una volta, mi ci abituo.

2 febbraio 2016

Sigarette Jedi.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


Anche qui, come in tutti i deserti, non sono abituati all’idea del turista. Se arrivi da altrove sei solo un forestiero. Sì, a volte potresti essere plausibilmente un turista con il quale attuare le solite prassi, ma generalmente ci si ferma alla prima impressione. E mi rendo conto che è anche una cosa bella per certi versi, ma per certi altri direi proprio di no.

Lo scenario che mi circonda non potrebbe essere più allucinante. Il sole in certi posti sembra sorgere già a picco, da un momento all’altro, quasi a spaventare chi dorme, più che semplicemente a svegliarlo. Sembra un po' come stare nel primo film di Guerre Stellari, che poi sarebbe quello che è uscito come quarto (da alcuni considerato il quinto, se li conti in equilibrio su una gamba e con le dita nelle narici). Insomma il film dove c’è quel pianeta in cui abita il piccolo Anakin, dove si fanno le gare di astronavi tra la polvere e tutto è arido e ci sono incidenti, corporazioni, schiavisti e silenzio.

La mattina in cui arrivo dormono ancora tutti, è molto presto, mi faccio un giro ed entro a fare colazione nell’unico bar che trovo. È in un caseggiato basso costruito come tutti gli altri, come le case, come la scuola, come il municipio e il supermercato. Ogni edificio è uguale all’altro perchè tutto è stato tirato su in un giorno, quando si decise di evacuare il vecchio insediamento e venire a vivere qui, in un paese che prima non c’era e che a pensarci bene non si può essere sicuri ci sia nemmeno ora.

Avvicinandomi al bancone scopro con grande disappunto che è già finito tutto. Niente cornetti, niente brioches o paste, niente tramezzini, trecce, panini. Niente. Tutto finito, e nemmeno sono le otto di mattina. La mia faccia è inequivocabile: disperazione totale, sconforto senza ritegno. Rifletto e mi persuado che questo paese è così piccolo che i colazionanti al bar si potrebbero contare sulle dita della mano di un bambino, semmai nascesse, e di conseguenza il barista compra solo due o tre cornetti per quei pochi, soliti, avventori. E il forestiero in sovrannumero si muore di fame.
Chiedo affamatissimo se c’è qualcos’altro da mangiare e lui, indicandomi le patatine alla rosa canina e kevlar, mi domanda da dove arrivo. Gli dico che sono partito da Nova Siri, quando ancora era buio. Mentre lo dico, in un bar circondato da chilometri di sabbia e calanchi, mi accorgo che Nova Siri sembra il nome di una stella buona, di un'oasi ospitale attorno alla quale si è radunata la vita e sono nate le nuove colonie di una specie esule. Domando se c’è un altro posto aperto dove posso fare colazione e mi viene detto il nome di un paese che forse nemmeno mi ricordo.

Prendo solo un caffè, mettendo da parte l’appetito enorme che provo ogni volta che mi alzo, e chiedo al barista dove posso comprare le sigarette. Fuori è già caldo, non si muove niente. Il ragazzo dietro il bancone si gira con la faccia sorniona di quello che non si fa fare fesso. La mia evidente sorpresa e il mio irragionevole lutto per la storia dei cornetti devono avergli forse suggerito che non capisco le dinamiche di un posto del genere. Che non so niente di dove mi trovo, e come un bambino in un uno strip club, ho bisogno che mi si spieghi tutto. Mi risponde, rapido e sicuro: “Dal tabaccaio!”
I due o tre uomini che sono nel bar, vestiti da lavoro, e fino a quel momento immersi nei loro schiamazzi, si fermano e lo guardano in silenzio per un tempo lunghissimo. In quel silenzio pure io osservo la sua espressione fissa, compiaciuta e al tempo stesso indulgente.
Il ragazzo mi vede come un Jedi venuto dalle colonie per testare la sua prontezza e la sua logica, per metterlo alla prova. Oppure pensa soltanto alla mia incapacità da straniero di saper accettare la vita in posto così, anche nelle sue manifestazioni più ovvie. Come l’impossibilità di una colazione per tutti, i fantasmi del paese vecchio, o il dover nascere in un luogo che ti ricorderà ogni giorno che non arrivi da lì. E come, chiaramente, la disponibilità delle sigarette dai tabaccai.
Il silenzio si comprime e collassa in un gigantesco clamore, in cui tutti alzano la voce e cominciano a deridere il ragazzo dietro il bancone e la sua ingenuità. Lui all’inizio sorride nella frenesia generale, fino a ché non si accorge che quella nuvola di ingiurie si è gonfiata solo per piovergli addosso, e quasi non capisce.
Il mattino seguente arrivo alle sette meno un quarto e prendo l’unico cornetto alla crema, un cappuccino scuro e mi fumo una sigaretta seduto lì fuori, meditando zitto sul risveglio della forza.

26 gennaio 2016

La cupola.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


La musica e la voce partono quasi in contemporanea, come un’unica sirena, come il tragico allarme che precede i bombardamenti. Seduto fuori la mia tenda sto lì a non pensare, e il boato mi investe con violenza e di sorpresa.
Dopo qualche notte accampato libero (o abusivo, come vi pare) mi sono fermato in un campeggio qualunque a Metaponto. Tra i tanti ho preso il primo che c'era, volendomi solo stendere e rilassarmi, senza stare a pensare a chi, mentre dormi, può venire a ucciderti, arrestarti o a pisciarti sulla tenda.

E questo mio essere campeggiatore accidentale e improvvisato, in un luogo del genere, si vede. La mia tenda è grande quanto una vasca da bagno al contrario, non ho nemmeno una sedia, o un cavo per stendere il bucato, né tantomeno un bucato da stendere. In effetti sto pagando solo per concedermi due cose che nei giorni precedenti non sono riuscito a fare senza rischiare una denuncia: montare una tenda in una proprietà privata, e farmi un paio di docce come si deve. Il mio essere approssimativo si vede, dicevo, perché sono circondato tutto intorno da un ecosistema di camper ed enormi tendoni per reggimenti che fanno pensare di essere in un insediamento permanente, abitato da gente che sarà in vacanza per sempre in tende che a vederle potrebbero avere addirittura le fondamenta.
Probabilmente, per sentirsi come se fosse davvero la loro seconda casa, i campeggiatori attrezzano e accomodano il proprio alloggio con milioni di gingilli e accessori, tubi e tendine, pentole e bacinelle, sedie pieghevoli e tavoli richiudibili, moquette, amache, materassini, piscine gonfiabili, schermi a led, parabole satellitari, basi di lancio per satelliti televisivi, moduli lunari e supersantos. E così ti ritrovi in un luogo protetto da una cupola enorme, sofisticata e invisibile. Una cupola messa lì a proteggere la routine quotidiana dei campeggiatori da ogni minima infiltrazione, ad evitare ogni fastidiosa variazione alla vita di sempre. Se ci rifletti un secondo, stai zitto e ti guardi intorno, ti accorgi che la cupola rende quell’habitat impermeabile alla vacanza.


Ad ogni modo, mentre sei lì seduto a cercare di vedere questa cupola e di apprezzare la rassicurante tranquillità che ti circonda, parte il rave. La voce è entusiasta e invita la gente ad avvicinarsi, parla a ritmo con la musica finto latinoamericana, e tutto insieme è il rito esplosivo dei balli di gruppo, celebrato ad un volume da conflitto termonucleare.
Mi alzo in piedi e guardo nella direzione da cui proviene il tutto. Non vedo niente e decido di avvicinarmi, convinto che, come al solito, il mio relativismo mi farà giustificare anche questo.
E invece dev’essere successo qualcosa ultimamente, perché quel relativismo a cui sempre mi ero affidato comincia a vacillare, e arrivato di fronte ai balli di gruppo, partecipati esclusivamente da bambine e da qualche over 50, lo sconforto mi prende.
Un semicerchio di famiglie monofiglio stanno sedute a tavolini di plastica vuoti. Il padre al cellulare, il figlio pure, la madre guarda chi balla e muove le spalle, non volendo arrendersi al fatto che anche quest’anno le vacanze non rappresenteranno alcuna rivincita sulla vita (né tantomeno sul resto dell’anno).
Calci e pugni all’aria, piroette e ancheggiamenti, tutto lentissimo. La musica e la voce dell’animatore sono ovattate e indistinguibili. Manca solo che mi si annebbi la vista. Un paio di minuti di realtà in slow-motion valgono come una settimana, così mi giro e mi allontano.

Tornando dalle parti della mia tenda (che quasi devo cercare con le mappe, non riesco mai a ricordarmi dove sia), imbocco uno dei vialetti tra i camper e gli oleandri. È una stradina corta e buia, sicuramente è quella sbagliata, ma non posso ancora dirlo perché non si vede una mazza. Un’unica luce in fondo, sparatissima, permette di distinguere la sagoma di una signora bassina che si avvicina. Come molti, a quell’orario raggiunge la sorgente della musica alle mie spalle, per stare seduta anche lei, con il suo vestito nero a fiori, ad un tavolino di plastica bianca di fronte al bar guardando la gente che balla come se fosse la televisione.
La sagoma della donnina mi si avvicina e sembra non voglia affatto procedere oltre. La osservo camminando sempre più lento, fino a fermarmi nel buio e nella musica lontana. Forse la spaventa trovarsi davanti un tipo minacciosissimo come il sottoscritto, in un vialetto di un campeggio male illuminato. Non faccio in tempo a pensarlo che lei mi smentisce, avvicinandosi sicura e con un sorriso malizioso. La saluto, cercando complicità. Lei mi fa cenno di abbassarmi, come se volesse sussurrarmi all'orecchio qualcosa, e a voce sommessa mi domanda:

- La vuoi anfetamina?

Sgrano gli occhi d’un colpo. Non tanto per poterla vedere meglio, ma piuttosto per metterci dentro tutte le risate che sono costretto a trattenere. Mica puoi scoppiare a ridere in faccia a qualcuno così avanti negli anni. Non si fa. Cerco di guardare brevemente oltre, per capire da dove sta arrivando questa donnina, ma non vedo niente di insolito, ci sono tende e camper al buio, con qualche lampadina accesa all’interno. Un po' oltre si intravede qualche tv accesa e una luce per le zanzare. Poi i pini finiscono e comincia la cupola invisibile. A quel punto inizio a temere di non avere la più pallida idea del posto in cui mi trovo.

- Non sono sicuro di aver capito signora, lei mi sta offrendo delle anfetamine?
- No, che offrendo. Te le vendo!

19 gennaio 2016

Mondo Lepre.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 

 
L’altro giorno ad Aliano ero seduto ad un tavolo di plastica messo sul marciapiede, tentando di scrivere una cosa tipo quella che sto scrivendo ora, ma senza riuscirci poi tanto. Un vecchio, accomodatosi lento sulla panchina di fianco, mi guarda e mi chiede una cosa qualunque, tanto per fare conversazione. Naturalmente questa conversazione vuole essere principalmente votata al capire chi io sia, che ci faccio da solo in un luogo di confino, dove vado e soprattutto da dove arrivo.

Evase queste veloci pratiche di presentazione, tocca a lui raccontarsi, e chiaramente non vede l’ora. In un primo momento, pur avendo subito inquadrato il pericolosissimo soggetto, mi soffermo incuriosito e speranzoso. Dopotutto uno che lo fa a fare un viaggio da solo se poi non si mette ad ascoltare un vecchietto che ti vuole dire la sua.
Dopo trenta secondi mi accorgo a) che non stavo capendo assolutamente nulla di quello che diceva; b) che lui non aveva alcun bisogno che io capissi nulla. In realtà il suo non voleva affatto essere un dialogo, e tutto sommato nemmeno un monologo. Erano delle riflessioni e dei ricordi che finalmente poteva richiamare a voce alta, e tanto gli bastava. Se poi io non accennavo la minima intesa poco importava.
Dopo un po' mi stufo di stare lì a guardarlo senza capire niente, e inizio ad annuire abbassando sempre più spesso gli occhi sul mio taccuino, scollegando lentamente l’audio. Ma, proprio mentre comincio a formulare pensieri autonomi e svincolati dalla sua voce, sento delle robe che iniziano ad avere un senso. Succede tutto in pochi istanti, proprio mentre sto perdendo totalmente la concentrazione: la mia mente pesca tra quello che le era arrivato poco prima (e che io onestamente credevo già rimosso), e mette tutto insieme alle ultime frasi. Piano piano mi si forma davanti una storia che probabilmente ha un suo immaginario, coerente e fantastico.

Il buon vecchio mi dice che è stato in Sicilia, da giovane, da soldato. Capisco in qualche modo che si tratta della fine della seconda guerra mondiale, ma lo capisco a fatica. I suoi racconti, probabilmente per via dell’età - che quando è troppa sembra essere di nuovo troppo poca - non pare parlino veramente di conflitto, di fame e di carri armati. La storia che viene fuori è tutta strana, surreale, ambientata in luoghi dai nomi fantasiosi e i cui protagonisti sono persone dalle caratteristiche grottesche. Sembra il Signore degli Anelli, ma senza il minimo senso del tempo. Personaggi amici citati molte volte all’inizio e poi morti - morti in mezzo agli altri, durante vicende poco chiare in villaggi inesistenti - che ritornano in scena come se niente fosse qualche minuto dopo, in quello che secondo il nostro narratore sarebbe l’epilogo. Dico sarebbe perché l’epilogo per certi narratori non arriva mai.
E il contesto di tutte queste trame che si avvicendano è un’estesissima guerra che sembra avvenire altrove. Ma non c’è da stare tranquilli perchè questo attacco e questa liberazione stanno arrivando anche in Sicilia, si avvicinano, si attendono. Una guerra dal cielo, dal mare e dalla terra, che giunge silenziosa ed esplode immediata: l’invasione degli americani. Anzi, scritto grosso e pronunciato lento lento: L’ I N V A S I O N E  D E G L I  A M E R I C A N I !
E queste meravigliose memorie che quel vecchio produce e mi consegna nello stesso momento sono molto più vicine alla guerra dei mondi che non alla storia di quegli anni. A sentire lui lo sbarco in Normandia dev’essere stata come la collisione tra due Soli lontanissimi, uno scontro di cui tutti avevano visto il bagliore e aspettato l’onda d’urto. E i suoi racconti hanno un equilibrio strano, perchè mentre dà forma a questa fantascienza anni '40, mi parla di Zito e Rinaldi, due ragazzi sudici ma buoni spediti come lui alla guerra, e che come lui sembravano essere lì soltanto per vederla arrivare, meravigliarsene e saperla raccontare. Tipo tre hobbit.

Ormai ascolto in silenzio e continuo, questa volta per estasi, a non dare nessun tipo di segnale al mio interlocutore, che intanto prosegue senza problemi ad essere interlocutore solo di se stesso. Se trovassi il modo di inserirmi gli chiederei di più dei luoghi in cui avviene tutto, e soprattutto dei loro nomi, che sono una delle cose che mi fa più sorridere: tutti i posti che cita hanno nomi di boschi elfici. Tutti boschi elfici siciliani, chiaramente. C’è Canicattivi, o Favarava (all’imperfetto). C'è Bellastrada, e soprattutto c’è Mondo Lepre.
Non lo correggo mai, anche perché in una storia del genere non c’è nulla da correggere. Ma lui, in un momento di pausa, mi nota forse scettico e mi dice sospettoso: “Tu non sei pratico della Sicilia, tu non conosci i posti”. Io accenno una risposta timida, che un po’ invece sì, credo di conoscerli, almeno qualcuno.
Lui mi guarda da sopra gli occhiali appoggiati sulla punta del naso e alti sulle orecchie, e con rassegnazione scuote la testa, in silenzio.

12 gennaio 2016

Fantasmi.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero.


Dicono che Craco sia diventato un paese fantasma da quando è stato lasciato senza vita, abbandonato e cavo. Però non credo di aver capito esattamente quando e da dove siano arrivati gli spettri, la sostanza ectoplasmatica, i Ghost Busters e Slimer; non sono nemmeno sicuro se il suo essere paese fantasma voglia dire che è abitato da fantasmi o se Craco stesso è lo spirito di un paese defunto.
Tutto sommato non è così importante, io ai fantasmi c’ho sempre creduto. In fondo mi pare una cosa ragionevole che quando lasci uno spazio vuoto, quello, per qualche ragione non rimane vuoto per sempre. E Craco, vista l’evacuazione generale, ha iniziato a contrarsi e piegarsi su di sé, tanto per non perdere tempo e riempire quella cavità.
Oggi accedi al paese soltanto se fai un biglietto da dieci euro, che ti dà diritto ad un caschetto giallo e ad una visita guidata di un’oretta in un percorso messo in sicurezza. Oppure, se sei in viaggio da solo, in tenda, se non vuoi sottostare alle regole che il brutto mondo adulto ti impone, e se ti sei convinto di essere onnipotente, puoi sempre aspettare che l’ultima visita finisca, che l’ultimo gruppo torni al tramonto, che tutti se ne vadano a casa, per salire zitto zitto un sentiero che ti è stato indicato da gente del posto conosciuta il giorno stesso, infilandoti sotto una rete che sai di poter sollevare, e arrivare dentro. Tu e il Padreterno, su un picco diroccato in mezzo ad una vallata enorme. Ettari ed ettari di terreno coltivati a solitudine, e quando inizia a calare la notte te ne accorgi subito perché ovunque guardi non c’è niente che provi a contrastarla.

Quando riscendo giù è ormai buio pieno e mi avvicino al furgone dei panini (che si chiama molto trasgressivamente “Panini”) l’unico posto dove c’è qualcuno. È parcheggiato lì ogni giorno, immediatamente fuori dalla zona recintata, fisso nonostante il suo essere un furgone, fregiandosi di costituire l’ultimo baluardo della vita in quel deserto, e in qualche modo di proporre tutto quello che il paese offriva e ormai non offre più. Certo, vedendo “Panini” uno si fa l’idea che anche da vivo il paese non dovesse offrire poi tanto, perchè a parte la porchetta cecoslovacca e i gelati Sammontana, vende solo birra. Però è comunque un posto bello, punto di riferimento delle venticinque persone che abitano nelle palazzine della zona nuova, fuori dal centro storico crollato (i pochi sfollati che non sono evacuati in un nuovo insediamento).

In giornata ho avuto tempo di conoscere diversi soggetti che bazzicano lì intorno. Rocco è un personaggio dall’età indefinibile, con una bandana americana sulla fronte, un codino e una Dreher. Esattamente a metà tra Hulk Hogan e Benny Hill mi dà subito confidenza, malcelando sorpresa e vanità di fronte al mio interesse a ritrarlo. C’è poi il proprietario della magnifica attività, un ragazzo più o meno della mia età, gli occhiali da sole con i brillantini, una maglia rosa e una pettinatura tipo gomorra. È l’imprenditore del posto, il lungimirante uomo d’affari, il monopolista dei bar e della ristorazione che su un furgone fa girare l’economia a Craco. A lavoro non c’è mai. Suo padre è invece sempre lì, con la sua corporatura piccola e nervosa, i suoi occhiali, i baffi grigi e i denti drittissimi, evidentemente non suoi, grandi e un poco gialli. Si dà molto da fare, e parla con un accento del nord che enfatizza un’innata cortesia nei modi. È quello che mi ispira più fiducia e quando devo chiedere qualcosa chiedo a lui. Sembra il più equilibrato, tra tutti, in quel paese che vive solo del suo vuoto, dei panorami che ti fanno sentire lontano e dei continui incidenti stradali su strade inesistenti che ti costringono a rimanerci, lontano.

Quella sera intorno al furgone, mentre Salvo, un ragazzo loquace, alticcio e preso bene, cerca di convincermi a tutti i costi ad andare con lui per una serata indimenticabile; mentre Rocco, già ubriaco, si chiude una mano nella portiera della macchina che non si apre più, restando lì in piedi singhiozzante e immobile; mentre il buio avvolge tutto e “Panini” diventa l’unica ragione per cui essere lontano non significa essere persi, il piccolo uomo con i baffi mi racconta della sua vita passata. E io ripenso ai fantasmi.
Viveva a Torino, c’era rimasto tanti anni per lavorare, e stava bene, fino a quando dei miei paesani lo hanno costretto a fare una cazzata. Gli chiedo chi fossero questi miei paesani, un po' innervosito nel vederlo così sicuro sulle mie origini. E a quanto pare si riferisce a dei miei strettissimi congiunti di Corleone, che avevano trattato poco bene non so se sua madre o sua sorella, o la moglie, o la figlia. Vabbè non mi ricordo, comunque una femmina di primo grado.
Fissandomi con gli occhi ingigantiti dagli occhiali spessi mi dice di un crescendo di provocazioni, dei giorni che si sovrapponevano, della periferia torinese che era tutta aperta, come il far west, e della fabbrica che ti faceva essere un operaio mentre fino a quel momento eri stato solo uno che faticava. E mi racconta della dignità, che è una cosa che senti tu, e del rispetto, che è una cosa che pur dovranno sentire gli altri.
Così un giorno, dopo una discussione in cui questi uomini avevano detto, andandosene, “Poi sempre ti veniamo a prendere”, lui pensò “Ma perchè poi? Risolviamola ora, non voglio stare col pensiero”. E così si videro in un parcheggio, dove lui gli sparò, e nessuno morì.
Ancora oggi mi immagino quella vicenda come un duello, a mezzogiorno, in una zona industriale qualunque fuori città, assolata come se non fosse Torino, con la sirena di una fabbrica che fa da orologio, nessuno che dice una parola, e il primo a sparare è la persona più tranquilla con cui ho passato quella sera.

Mentre quel piccolo uomo mi racconta del carcere e del suo ritorno al sud, Salvo non la smette un secondo di parlarmi, in sottofondo, domandandomi cose e tracciando prospettive fantastiche sull’eventuale serata che avremmo fatto. Si rivolge a me senza sosta, come se non si sia accorto che sto parlando con qualcun altro. È un ragazzo gentile, buono, lasciato solo dalle strade lì intorno che pian piano si sono prese il padre e il fratello. Credo tenti di essere il più accogliente che può, ma risulta goffo e tenero, e quasi confonde la disponibilità con la costrizione. Continua a dirmi che devo bere qualcosa, dai, è sabato sera, che dobbiamo uscire e andare insieme a fare un giro, ho il motorino, ti porto a Metaponto, e le belle foto che potrai mai fare, e l’alba quando saremo tornati, sulla torre di Craco.
Onestamente ancora oggi mi chiedo la ragione del mio rifiuto. Quando in passato mi sono capitate offerte del genere sono quasi sempre andato a vedere. E spesso ne è valsa la pena, trovandomi a fare esperienze non sempre piacevoli, ma ogni volta vere, ogni volta da raccontare. Gli dico che sono in viaggio da tanto e che mi sto dedicando al mio lavoro, al mattino mi sveglio all’alba e sto bene. Non voglio interrompere questo flusso di cose, mi piace restare a lato di tutto, per questa volta. Gli prometto che la prossima tornerò con una testa diversa e ce ne andremo a bere insieme da qualche parte. Lui annuisce in solitudine, deluso, ma senza smettere di sorridermi.

La mattina dopo mi sveglio di nuovo in tenda. L’ho piazzata nel giardino di una palazzina, montata in piena notte, proprio di fronte all’ingresso. Mi avevano detto che lì potevo farlo, che non sarei stato un fastidio per nessuno. Nonostante le rassicurazioni, nel momento di aprirla ero solo, davanti ad un caseggiato popolare, a disagio, fuoriluogo.
Mi sveglio con la sensazione di non sapere davvero cosa ci sia fuori. Ho passato la sera precedente a parlare con una persona probabilmente invisibile e a convincerne un’altra di essere invisibile io stesso. Appena metto la testa fuori Rocco si avvicina, forse stava aspettando lì che mi svegliassi. Lo fisso sorpreso, è molto presto e mi chiedo se sia mai andato a dormire. Si abbassa vicino e mi dice che Salvo ha avuto un incidente in moto mentre tornava a casa quella notte. È in coma.

5 gennaio 2016

Divieto assoluto.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero.


La prima notte mi fermo nell’ultimo paese della Calabria prima della Basilicata, sulla costa ionica. Dopo aver guidato centomila chilometri di strade meridionali sono ossessionato da un’unica cosa, da un ago che mi penetra la corteccia e mi tatua nel cervello un'unica paranoia a caratteri cubitali: come diavolo si richiude la tenda Quechua che ho appena comprato? Ad aprirla è facile, lo sanno tutti, la scarti e la butti via, come quando sei bambino e Babbo Natale ti porta un maglione. Ma che cosa nasconde questa iniziale facilità? Quale subdolo inganno si pone davanti al campeggiatore di città che, appena sveglio al mattino, deve richiudere il suo rifugio piegandolo in una sacca dieci volte più piccola?
Tu, campeggiatore trentenne, che hai deciso di mandare tutto a quel paese e partire in tenda, nella libertà di un viaggio autentico ed essenziale. Tu, che ce la puoi fare a sopravvivere da solo, senza nemmeno Airbnb, viaggiando in macchina e fermandoti dove vuoi. Tu, che meno male che c’hai Google Maps sul cellulare e che esiste Decathlon a venderti cose per fare il campeggiatore abusivo senza troppi pensieri. Perché ok con questa storia di Into the Wild, ma piano piano. (Che poi, a pensarci bene, è proprio il motto di Decathlon: “Va bene fare Into the Wild, però senza menate”). Tu, che ti affidi ad una tenda che si monta da sola e che non ti richiede nessuna esperienza, nessuna competenza e ti permette pure di decidere dove dormire quando ormai è buio. Ecco, tu, cioè io.

Insomma, guido e sta facendo buio (non è vero, mancano ancora due ore ma io preso dall’ansia decido che sta facendo buio) e quindi, visto che tutto sommato sono molto vicino a dove ho appuntamento domani, decido di fermarmi, sul mare.
E quindi il fatto che sia l’ultimo paese della Calabria prima della Basilicata è un caso, non una scelta. Potrebbe sembrare una cosa romantica, visto che la mia meta è proprio la Basilicata, il suo territorio, il suo isolamento, il suo non esistere. Potrebbe sembrare una scelta appassionata, fermarmi per la notte prima di cominciare tutto, proprio nel punto prima che tutto cominci. E invece no, è successo a culo, però lo scrivo lo stesso.
A Rocca Imperiale c’è un’enorme spiaggia di sassi, chiusa tra il mare e una piccola pineta. Non c’è quasi nessuno e la pineta sembra proprio il posto giusto per provare il mio essere campeggiatore di città.
Fermo la macchina, scelgo il posto più adatto e mi sento gasatissimo, perchè è proprio perfetto, comodissimo, all’ombra, appartato ma non troppo lontano dalla civiltà e sotto un cartello piccolo ma chiarissimo: divieto assoluto di campeggio. Cazzo.
A parte il fatto che vorrei capire quale sarebbe poi il divieto relativo di campeggio, ma comunque non è questo il caso, questo è un divieto assoluto, evidentemente. Non si scappa. Se monti la tenda in un posto del genere, o anche se lasci che si monti da sola, come nel mio caso, infrangi una legge, una norma esplicita.
Mi guardo intorno e continua a non esserci nessuno. Mi prendo le mie responsabilità e decido di essere un criminale a Marina di Rocca Imperiale.

Scarto la tenda, la lancio e non succede niente. Ammetto di averla lanciata anche con un pò di paura, come quando accendi un petardo. E come un petardo difettoso la tenda vola a terra e non si apre, non scoppia. Mi avvicino e gli do un calcetto con la punta della scarpa. Niente. Allora mi abbasso e la aiuto, e lei, inizialmente timida, si apre davvero. Una volta che è completamente aperta e meravigliosa arriva finalmente l’attesissimo momento che aspettavo da quando l’ho comprata, poche ore prima in un Decathlon a Milazzo: la devo chiudere. È questo il banco di prova, ed è una prova che devo vincere subito, anche perchè non voglio rischiare, la mattina successiva, di aumentare il ritardo in cui già sicuramente sarò, e di trovarmi costretto ad infilare la tenda intera e gonfia sul sedile posteriore della Kia, per poi scappare verso l’Ente Nazionale Energia Atomica sollevando tutta la polvere di quella strada senza asfalto. Oddio, a pensarci sarebbe una scena bellissima.
No no, la devo chiudere comunque. La devo chiudere istintivamente, senza pensarci. Niente. La devo chiudere seguendo le chiarissime vignette d’istruzioni allegate. Tipo quelle che si trovano in aereo e che ti invitano a farti di colla in un sacchetto, scalzo, mentre si accendono tutte le luci intorno e poi tutti sullo scivolo! Impossibile. La devo chiudere guardando un video per deficienti su youtube, e alla fine ce la faccio.

La guardo lì per terra e rifletto di tutta questa mi urgenza a capovolgere una cosa facile. Ti viene davanti una cosa facile e tu subito vuoi il rovescio. Perchè io forse ho sempre preferito pensare che ogni rovescio ha la sua medaglia.
E quindi è bello pensare che una tenda che si richiude in maniera apparentemente molto complicata la apri subito.
Come se il senso di tutto, da quando l’ho comprata quella tenda non fosse davvero il semplificarmi le cose, ma vedere se davvero riuscivo a non complicarmele.

Nel cuore della notte non so per quale ragione mi sveglio, e direi quasi completamente addormentato vedo un’ombra intorno alla tenda.
Fuori c’è la luna, o qualche lampione, o non lo so e non me ne frega. Però vedo quest’ombra che passa vicino e sento le pietre che sfriggono sotto i passi leggerissimi di qualcuno. E penso se sia il caso o meno di cagarsi addosso. L’ombra a quel punto, proprio mentre sto decidendo, scuote la tenda, più o meno in un angolo, e sembra lo faccia come se fosse un tamburello, facendo un rumore cupo di nylon. Protendo quindi per la mozione caghiamoci addosso e inizio ad agitarmi, innervosirmi. Accendo la torcia, lancio due voci verso il fuori di quel guscio piccolissimo che mi separa dalla notte, fuori da quella crisalide che fa finta di proteggermi con tutte le sue forze, quando in realtà mi sta solo nascondendo il mondo tutt’intorno. Dopo tutto è la sola protezione che mi può offrire, con rammarico.
Nessuno mi risponde e decido di uscire fuori, qualche minuto dopo. Giro intorno alla tenda come se qualcuno potesse nascondersi lì dietro, ma inspiegabilmente non trovo nessuno. Controllo e il mare è sempre lì nonostante il buio, si sente. Me ne torno a dormire e penso se valga così tanto la pena dare tutta questa fiducia al mondo intorno, affidarsi così tanto a un insieme di cose che tutto sommato non ha nessuna ragione per volerti bene.
La mattina dopo, mentre ormai, espertissimo, mi accingo a ripiegare la tenda, vedo che il punto in cui era stata scossa era bagnato. Mi abbasso per guardare meglio e intuisco che non è acqua. Prendo un fazzoletto, ci asciugo il telo e me lo avvicino alla faccia, capendo finalmente ciò che la crisalide mi aveva saputo soltanto nascondere senza impedire che succedesse. Un cane è passato, si è avvicinato, ha annusato gli alberi tra cui dormivo, ha annusato il rifugio impermeabile che mi raccoglieva e ha pensato bene di pisciarci sopra, come piscia ogni mattina sugli angoli di tutte le case che incontra.
Si è trattato certamente, penso, di un cane calabrese che passa le notti segnando i confini del suo territorio, per poterlo riconoscere e proteggere. Oltre quelle urine inizia un mondo sconosciuto.

2 gennaio 2016

Uscire pazzi.


Lo scorso giugno sono uscito pazzo.

È bene notare che ci sono molti modi in cui qualcuno può impazzire, e molte manifestazioni che da questi derivano. E ci sono chiaramente anche molti modi per dirlo. Si può diventare pazzi (cambiando il proprio atteggiamento in maniera più o meno permanente), si può andare pazzi (provando una fortissima passione, quasi cieca, per qualcuno o qualcosa), si può fare il pazzo (quando ti incazzi così tanto che quasi perdi la ragione), e via così. Ed è bene notare che, in mezzo a tutta questa varietà di espressioni, io pazzo ci sono proprio uscito.

E uscendo ho messo i ferri alle finestre, ho chiuso il gas, ho preso un taccuino, ho cercato di ricordarmi dove avevo parcheggiato e me ne sono andato in Basilicata, che è sempre stato un luogo in cui volevo andare quando impazzivo. Ci sono stato due settimane o poco di più, a luglio, quasi sempre solo, girando parecchio luoghi che avevano a che fare più con la fantascienza che non con la quotidianità. O almeno questo è quello che ho deciso. Ho visto deserti e calanchi, centri di geodesia spaziale, osservatori astronomici nel buio pesto, villaggi completamente abbandonati, luoghi di confino ed enormi allevamenti di farfalle tropicali. Poi ho visto anche altre cose, ma forse quelle erano vere, quindi non le ho fotografate.

A distanza di mesi ho cercato di mettere insieme i ricordi di quell’esperienza e sono venuti fuori alcuni piccoli testi che pubblicherò qui sul blog.

Come al solito niente di quello che si trova pubblicato qui può con sicurezza ritenersi vero (nemmeno questa frase), e i brevi diari che seguiranno non saranno di certo un’eccezione. Dopo tutto non è importante che qualcosa sia vero per viverci dentro. Basta pensare alla Basilicata stessa, un luogo che, secondo moltissime persone, trova il suo senso nel non esistere (pur rimanendo questa soltanto una congettura). Per me è diverso, zero congetture. Io c’ho passato del tempo e ho vissuto quei luoghi nel profondo, e alla fine posso serenamente dire che, di quell’inesistenza, c’ho le prove.

Ogni martedì, per le prossime settimane, sarà pubblicata una puntata di “Questo posto non esiste” su Bloggaccino. Bello chi legge.


Link ai post:

1 - Divieto assoluto
2 - Fantasmi
3 - Mondo Lepre
4 - La cupola
5 - Sigarette Jedi
6 - Poeti e navigatori

6 novembre 2014

Vivere per sempre.


Subito cantiere. Primo restringimento di carreggiata, si procede su una sola corsia.

Fuori l’autogrill di Tarsia, sull’autostrada A3, ci sono due giovani armeni - 26 anni che sembrano 30 - che fumano e telefonano. Sono in piedi all’entrata, vicino ad un contenitore di cemento per l’immondizia. Dalla porta a vetri esce un ragazzo alto con gli occhiali - 27 anni che sembrano 27 - che si guarda intorno cercandomi. È un soldato dell’esercito, che torna a casa a Torre Annunziata, in licenza. Io intanto chiudo il bagagliaio della mia macchina parcheggiata male, dove ci sono due zaini piccoli, un borsone verde militare e la mia roba, li guardo, e ci infiliamo tutti e quattro in macchina, senza dire molto.
Ci siamo conosciuti tutti un paio di ore prima.

- L’Italia è il paese europeo dove è più facile avere i documenti, non c’è paragone. Se arrivi e chiedi i documenti in Germania è difficilissimo, anche in Francia. In Italia è molto più semplice, perché in Italia c’è il business con gli immigrati. Tutti questi barconi che arrivano li potrebbero fermare se non li vogliono, e invece li vogliono, perché l’Europa dà tanti tanti soldi. Io sono rifugiato, qui non è stato difficile. Però volevo stare a Firenze, e invece ci hanno mandato tutti a Roccella Ionica.

- Sì tu dici che forse non dovremmo essere con l'esercito in tutti questi posti. Il problema è che l’Italia fa parte della Nato, e dell’Onu, e quindi deve garantire un certo quantitativo di risorse e di uomini. Li deve impiegare, li deve occupare. Mica si può tirare indietro.

Mezzo pesante davanti, macchine in coda. Non ci sono molti cantieri, ma molti camion. E tutto intorno è la guerra fredda. Il far vedere che ci si arma sempre di più, che non si sta fermi mai, che si lavora senza sosta per un cemento che cresce e che si impone su altro cemento. Senza mai un traguardo vero. E nonostante tutto quel metallo, ogni cemento appare sempre più disarmato.

- Succede che tu vuoi andare in Germania, ma in Germania non ci puoi andare, allora vai in Italia, che non fa tanti problemi. E ti prendono in asilo e ti fanno fare un progetto. Solo che il progetto in Italia dura un anno e io come faccio a integrarmi in un anno che ancora non so parlare italiano? In Germania questi progetti per i rifugiati durano dieci anni, sempre che ti prendono. Non finiscono prima, non ti lasciano a spasso prima di dieci anni.
E l’Italia che fa, dà i documenti a tutti, facile, tu stai qui un anno e poi loro ti dicono vai, sei pronto. E tu infatti sei pronto ad andare in Germania, dove volevi andare. Che adesso c’hai pure i documenti buoni per andare dove vuoi. Questo paese lo sa che siamo buoni per prendere i soldi dall’Europa, però poi in effetti non aiuta veramente. Infatti perché io non so che fare e adesso prendo la mia famiglia e ce ne stiamo andando via.

- Le operazioni come Strade Sicure, sul territorio italiano, servono. Per esempio a Messina. C’è il tribunale, dove ci sono anche processi di un certo tipo, e quindi si tratta di un posto delicato, e noi siamo anche lì. Che tanti anni fa ci hanno trovato una bomba prima di un processo. Quindi.

Viadotto alto. Provo a guardare, altissimo. 

- No no, non andiamo in Gemania. L’Europa non è un buon posto dove andare. L’Europa è solo un grande problema. Nel mondo se tu vuoi andare via dal tuo paese ci sono solo tre posti dove puoi andare: il Canada, l’America e l’Australia. In Europa ci metti troppo tempo per integrarti, troppi anni per capire come fare. In America, se sei un poco fortunato, fai molto prima.

- Ma quindi tu insegni pure?
- Eh sì ogni tanto insegno, tra un paio di settimane sono a Milano per un paio di lezioni.
- E che insegni?
- Insegno fotografia, però questi ragazzi già sanno fare le foto. Cioè io non gli insegno la tecnica, non gli insegno ad usare la macchinetta fotografica. Insomma non è tanto una lezione su “come” si fanno le foto, ma piuttosto su…
- No aspe'. Perché come si fanno le foto? Ci stanno pure le lezioni? Non basta ammaccare il bottone sulla macchinetta? Che ci sta da sapere?
- …
- Eh?
- Vabbè, sai. Sì spesso basta che premi e quella scatta, e magari la foto esce pure bene. Però in generale è meglio sapere come funziona, in modo tale che puoi intervenire meglio su quello che stai facendo. È come per te, che sei soldato e c’hai il fucile.
- Sì
- Tu basta che tiri il grilletto e quello spara. E magari se sei fortunato ammazzi pure qualcuno subito. Però la fortuna non basta sempre. Cioè tu lo sai come funziona un fucile dentro, ve lo insegnano com’è fatto, che succede, come lo devi regolare, come lo devi puntare. Magari non ti serve tutto sempre, però è utile saperlo.
- Sì sì! Che poi se si blocca lo devi sapere che devi fare.
- Appunto.
- E quindi tu questo ci vai a insegnare a Milano?
- No.

- In Cina e Brasile? No. Io penso che sono posti in cui è difficile essere straniero. Noi andiamo a Los Angeles. In America ci sono due milioni di armeni. E io non voglio andare in un posto dove sono solo. Non ci faccio niente in un posto dove sono solo e ci metto tanto a diventare, come l’Europa. Io prendo mia moglie e i miei due figli e andiamo a Los Angeles.

Inizia a piovere di nuovo, ma poco. Ad un certo punto sembra che la strada sia molto più calcestruzzo che asfalto. Poi smette.

- Roberto, sei stanco? Vuoi il cambio?
- No, grazie. Mi sono fatto così tanta caffeina che credo vivrò per sempre.

8 aprile 2014

Palermo / Palermo, solo andata.


L’aereo decolla in orario, sono le otto di mattina e io mi sono svegliato alle cinque. Non so bene per quale ragione, ma quella mattina decido di non bere caffè prima dell’arrivo a Napoli, forse per non rovinarmi il sonno in volo. E quindi niente caffè. Tanto, penso, arrivo a Napoli alle nove e faccio colazione con un cornetto cremamarena. Già me la pregusto e dico vabbè dai, niente caffè per il momento, e mi infilo nell’aereo subito subito, come a voler accelerare i tempi, prendo posto e quello parte.
Dopo una mezzora di volo mi sveglio e penso cazzo mi sono svegliato. Ho pure sacrificato una colazione e nemmeno riesco a dormire come si deve; poi finisce che arrivo a Napoli stanco, pranzo in famiglia e mi alzo da tavola catatonico, mi metto in macchina per andare a L’Aquila e mi viene sonno. Così penso che va a finire, ma non va così.
Infatti mentre mi struggo per il caffè che sarebbe potuto essere, mi accorgo che il mio risveglio apparentemente inspiegato era dovuto a delle virate un po' importanti che l’aereo stava facendo. Così importanti che inizio a chiedermi se il pilota sia a conoscenza della rotta. Per andare a Napoli basta che vai sempre dritto, lo sanno tutti, e non finisce di pensarlo che il pilota risponde:

“Signori passeggeri, è il comandante che vi parla. Abbiamo riscontrato un malfunzionamento al velivolo che ci costringe a tornare indietro e atterrare a Palermo. Sono davvero spiacente, una volta atterrati cercheremo di risolvere il problema quanto prima e di portarvi a Napoli nel più breve tempo possibile”.

Già quando parla il comandante uno un po' si caca sotto a prescindere, diciamoci la verità. Ma la paura in effetti non era tanta, piuttosto era tanto lo sconforto per essersi alzati presto, per aver preso un aereo, per aver effettivamente volato, e per trovarsi alla fine di nuovo al punto di partenza senza aver risolto nulla. E ancora siamo a metà storia.

A questo punto cominciano ore infinite che nessuno vorrebbe vivere, figuriamoci se le vuole sentire raccontate. Una mattinata ad aspettare notizie sull’aereo rotto, sul tecnico che lo deve aggiustare, su un altro velivolo che deve arrivare sailcazzo da dove a prenderci e portarci a Napoli, e l’assistenza e i rimborsi, e andiamo a fumare al di là dei controlli di sicurezza prendendoci due tumori alla volta (uno con le sigarette, l'altro con i continui raggi x), e i documenti, il tentativo di andarsene, e poi l’epopea che ognuno di noi ha affrontato e la vita che ti aspetta arrivato a destinazione. Un CPT insomma.

Alle tredici si riparte, finalmente. L’aereo nuovo non è arrivato ma il tecnico ha aggiustato quello vecchio, ha firmato i documenti giusti e ha detto che mi posso andare a prendere sto cazzo di caffè a Capodichino (che nel frattempo, per principio, ancora non mi sono preso).
Decolliamo in mezzo ai sorrisi, al maltempo e alle prese in giro all’equipaggio. Gli assistenti di volo sono gli stessi, il pilota è cambiato, che a quanto pare quello di prima c’aveva da fare. C’è un tipo seduto dietro di me che quasi vuole aprire la cassata che ha con sé, per celebrare la convivialità che si è creata tra tutti. Poi non lo fa, che tanto tra un’ora se la mangia a Napoli con gli amici suoi.
Mi metto le cuffie con della musica qualunque e penso che a sera racconterò a tutti questa cosa. Non provo nemmeno a dormire, e passa mezzora. L’aereo vira a destra un po'. Poi di nuovo e non si raddrizza. Mi tolgo le cuffie e guardo fuori, poi cerco con gli occhi il tipo incravattato che all’inizio ci aveva fatto il balletto di emergenza.
A quel punto si sente la voce. È un altro pilota, parla in inglese, la maggior parte della gente non afferra subito le parole, ma tutti insieme capiamo immediatamente il senso.

“Ragazzi sono il comandante, quello nuovo. E mi sa che sono pure l’unica cosa nuova di questo aereo. Si è scassato un’altra volta. Veramente. Mi dispiace un sacco ma se non torniamo a Palermo poi se la pigliano con me. Non mi pare niente di grave, però una grattata di coglioni io me la farei comunque.”

Brusio. Silenzio.
Non so bene come reagire, sembra un incubo a spirale, mi guardo intorno e vedo che non lo sa nessuno. Ci dicono che è un guasto all’impianto di aerazione, insomma niente di pericoloso secondo loro. A me invece viene subito pensare che l’aerazione è una cosa fondamentale per un aereo, almeno quanto la navigazione lo sia per le navi, e la trazione per i treni. Senza l’aerazione che aereo è? Sono le basi della fisica meccanica. Ad ogni azione corrisponde un’aerazione. L’aerazione è il discrimine tra la vita e la morte, se sei in cielo l’aerazione è dio. Cerco proprio di avere una crisi di panico, ma sfortunatamente per questo blog non ci riesco.
Ma ti pare che ci mettono sullo stesso aereo con lo stesso difetto? E poi sto tecnico chi l’ha chiamato, ma chi è? Non c’è nessun tecnico, ecco la verità, nessuno c’ha messo le mani secondo me. Ci hanno dato un altro pilota apposta, sperando che non si accorgesse di niente. Magari speravano si facesse tutto il viaggio senza notare la spia rossa col teschio che lampeggiava sul cruscotto, e invece alla fine se n’è accorto e fa una manovra di atterraggio che ci fa essere a Punta Raisi in dieci minuti. Scende talmente tanto veloce che l’unica cosa che mi mantiene alla poltrona è la cintura di sicurezza. Si capisce che il pilota c’ha fretta di tornare a terra, non fa niente il maltempo, i vuoti d’aria, l’aerazione, la cassata, il caffè non preso. Dobbiamo tornare subito.

In generale a bordo ci sono lamentele contenute, sorprendentemente. All’inizio credo sia perchè l’aereo è pieno di gente (napoletani e palermitani) che ha fatto dell’ineluttabilità la base di una vita serena, una sorta di zen impanato e fritto. Come si dice “siamo sotto il cielo”. Ma qui non vale, sotto il cielo non ci siamo più; adesso, una volta tanto, ci stiamo proprio in mezzo a quel cielo, e qui evidentemente l’ineluttabilità non basta. Credo che inizi a prevalere piano piano la paura che tutto questa situazione sia qualcosa da risolvere al più presto, e quindi è meglio se per il momento si fa come dicono loro, poi appena stiamo coi piedi per terra facciamo come diciamo noi. Quindi poche lamentele, chi ha qualcosa da dire non lo fa, trasformando tutto in rancore da tirare fuori al momento giusto - poco dopo, in aeroporto, dove tutta la vernacolarità del mediterraneo prenderà forma - quando qualcuno chiamerà la stampa e qualcun altro la polizia.

Il 6 aprile è stato il quinto anniversario del terremoto di L’Aquila e pensavo fosse giusto andarci. È una città che ho conosciuto negli ultimi anni perché ci ho lavorato, iniziando una ricerca che forse non ho ancora finito. Mi ci sento legato e tenuto a distanza allo stesso tempo, come se fossi stato preso con quegli attrezzi che si usano per catturare i cani pazzi. Quei cosi con un’asta e un cappio in cima che quando ti prendono non ti permettono più di scappare, ma nemmeno di avvicinarti.

E così finisce che il 5 aprile passo una giornata a collezionare decolli e atterraggi di emergenza, voli che partono senza arrivare mai, e a non poggiare i piedi su nessun’altra terra che non sia quella di Sicilia. E a non bere mai caffè. Comincio a pensare che a L’Aquila non ci arriverò mai.

6 ottobre 2013

Þingeyri.


A Þingeyri non ci sono ragazzi sopra i quindici anni. Non ce n’è nemmeno uno. La ragione è precisa, ed è la stessa per cui il paese è ancora popolato, nonostante tutto, dai ragazzini sotto i quindici anni: la scuola.
Lassù la scuola primaria si prende i bambini biondi a 5 anni e li restituisce mezzi adolescenti. A sedici anni comincia un’altra scuola, quella dei grandi, quella che fai vivendo in uno studentato lontano da casa, perché Þingeyri è troppo lontana. Così a sedici anni i ragazzi se ne vanno e difficilmente ritornano.
È un momento preciso, un piccolo balzo verso l’esterno, che in tante altre occasioni e in tanti altri luoghi può essere viziato e diluito da un anno sabbatico, da un vediamo come si mettono le cose qui e poi decido. A Þingeyri invece lo sai che a sedici anni non sarai più lì, perché funziona così, la scuola è fatta così e ha i suoi tempi, e tu con lei. Se cresci a Þingeyri diventi grande altrove.
E questo limite così netto tra infanzia e tutto il resto, tra nido e resto del mondo creava un tensione troppo forte per lasciarla perdere. Così, (come ho già detto meglio qui) mi sono andato a cercare il più grande tra i ragazzini, quello che si trova più vicino a quel limite, a quella frontiera. Il quindicenne che è al suo ultimo anno da bambino, e che dalla prossima estate sarà tra quelli che a Þingeyri non ci sono più, diventando anche lui parte die quell'assenza.

A Þingeyri non ci sono attrezzature, non ci sono mezzi. Voglio stampare fotografie grandi un metro per un metro e mezzo e il plotter più vicino è presumibilmente ad Amsterdam. Così mi guardo intorno e vedo una stampante in una casa, una stampante A4 in una casa grande come un A2. Niente inchiostro, però c’è mezza risma di fogli.
Il giorno dopo c’è una macchina che va a Ísafjörður, un posto a cinquanta chilometri di distanza che, oltre ad avere un nome che si fa fatica pure a pensarlo, ha anche una cartoleria. Mi infilo in quella macchina e vado bellamente a comprare una cartuccia di nero per la stampante e della colla stick. Scopro che in certi posti del mondo un chilo di salmone affumicato costa di gran lunga meno di un tubetto di colla stick, sul quale però - per fortuna, bisogna ammetterlo - ci sono dei simpatici pupazzetti di qualche cartone animato di cui mi riprometto di diventare fan a breve.
A sera torno nella caffetteria di Þingeyri, un piccolo fabbricato di cent’anni fa che ci fa un po' da campo base, accendo la stampante e le faccio sputare settantadue fogli bianchi e neri. Li numero, li guardo, mi fumo una sigaretta, e inizio ad incollarli piano piano, cercando di evitare il panico. Incredibilmente riesco a non sbagliare mai e vengono fuori due stampe da un metro per un metro e mezzo sulla via principale del paese. Amsterdam non sei nessuno.

A Þingeyri non ci sono immagini. Non ci sono cartelloni pubblicitari, non ci sono vetrine di negozi (in effetti non ci sono affatto negozi) dalle quali si affacciano sagome di modelli o di fesserie.
In un posto del genere l’assenza di immagini ha certamente ragione d’essere ma rendere quelle strade il teatro di loro stesse è una tentazione troppo forte, e così mi convinco che sarà lì che esporrò quel poco che ho fatto. L’intenzione è quella di attaccare le foto sulle case,  lungo la via che attraversa il paese, ma la pioggia permanente e la diffidenza della gente sono due buone ragioni per pensare che stampe così grandi e fragili non resterebbero appese a lungo. E finisce che uso i finestroni della caffetteria come fossero cornici sulla strada principale. Nessuno si ferma a guardare, ma tutti il giorno dopo mi sorridono.

Þingeyri è un luogo di assenze. Ma nonostante manchino persone, cose e immagini, Þingeyri resta un luogo, anche solo per il fatto che quelle assenze si avvertono, si vedono. Se sentiamo la mancanza di qualcosa (così pure quando quella cosa la desideriamo) vuol dire che quella cosa esiste, così come esiste Þingeyri. Ed esiste proprio intorno alle cose che non ci sono, un centimetro più avanti e più indietro, un attimo prima e un attimo dopo. 
È sul limite tra assenza e presenza che mi è sembrato bello poter lavorare, su quel momento e su quel punto in cui pieni e vuoti si definiscono a vicenda, perché si toccano. Raccontare quello che manca mostrando l’ultimo pezzo di quello che c’è.

La piccola esperienza che ne è venuta fuori è esistita solo perché esiste Þingeyri, nei suoi ragazzini all’ultimo anno, nei suoi fogli di carta A4 e nelle sue finestre sulla strada. Tutti elementi che costituiscono il contenuto, la forma e lo spazio di un lavoro che forse ha senso solo lì e che altrove scompare. Un lavoro che disegna contorni per mostrare il vuoto che questi contengono.

1 maggio 2012

ragazzo mio, un giorno qui sarà tutta campagna.


eravamo su questa collina sopra l’aquila. sopra nel senso che se avessimo saltato saremmo finiti in mezzo alla città. seduti col culo su una roccia che sotto c’era una valle larga da destra a sinistra e i monti tuttintorno. una sorta di posto speciale e un pò segreto, di quelli molto panoramici dove ti vai a bere le birre ed eventualmente a fare le canne. oppure, meglio, di quelli che se ci porti una ragazza hai fatto già metà del lavoro. perchè davvero il panorama è mozzafiato e non c’è mai nessuno, a parte una muta di pastori abruzzesi e un contadino che guarda una torre diroccata. non è un posto inflazionato dalle coppiette, non è un belvedere. è proprio un posto che ti ci devi arrampicare, che lo devi desiderare che è proprio lì che la vuoi portare quella ragazza. perchè appena si è lì non può che contemplare tanta meraviglia e tanta vastità e tutta la valle dell’aquila sotto e il gran sasso alle spalle e il sole che scende e il silenzio. il silenzio che è questa cosa romanticissima fatta di tempo che passa e nient’altro. e poi il vento che è l’unica cosa che lo circonda questo silenzio e la città sotto che ormai sono tre anni che vive dimessa, quasi completamente silenziosa. e in questo quasi silenzio, in questo stare seduti su una roccia con i piedi a penzoloni a guardare il futuro sotto, la ragazza te la dà. senza dubbio.
comunque noi, a scanso di equivoci, eravamo tre maschi. quindi necessariamente birre.
e io riflettevo su questa città che ricade su se stessa, che spinge le persone fuori, lontano. e a guardare la valle, o comunque quella cosa tranquilla tra le montagne, era chiara questa spinta, questa forza centrifuga che porta tutto ad allontanarsi e a disporsi su una circonferenza, o forse su un’ellissi, sempre più ampia. e non è un estendersi, è un sostituirsi. e così da tre anni la gente torna indietro nel tempo, torna dai posti dove era partita l’anno mille e si ridispone nelle campagne per nuove ragioni, per nuove necessità e nuove costrizioni, a riappropriarsi troppo velocemente di spazi lasciati indietro nella corsa a diventare città, ad essere centro.
e non è solo la riconquista di uno spazio, ma anche di una solitudine, di essere comunità solo in piccolissimi nuclei, di una consapevolezza che non si ha più, che avrebbe potuto essere una cosa bellissima, se solo non fosse stata un destino.

8 marzo 2011

le porte del cielo.

gli aeroporti sono il posto in cui ci va la gente che vuole volare, e io non ci avevo mai pensato. in effetti spesso capita che ci vada anche chi non vuole volare affatto, magari c’ha paura, ma poi finisce che vola pure lui, insieme a tutti gli altri.
e poi a seconda della parte in cui si entra in un aeroporto si vede tanta gente che si abbraccia e piange. oppure si vede tanta gente che si abbraccia e ride. si vede pure chi si bacia, però generalmente quelli che si baciano piangono tutti, indipendentemente da dove entri.
e poi c’è tanta gente che corre come se gli servisse la rincorsa per decollare o come se fosse inseguita. e allo stesso tempo c’è tanta gente che aspetta le ore senza fare niente, come fosse bloccata che non può uscire, solo aspettare. e dorme sui sedili e sui divani sparsi in mezzo alla gente che corre. e succede tutto insieme nello stesso posto e allora pensi che ognuno c’ha la sua.
e quando entri e vuoi volare vai in un posto dove si prendono tutta la tua roba, tutto quello che sei e che ti porti dietro, e lo mettono via e lo analizzano e lo potrai riavere indietro solo se dio vuole.
quando gli dai tutta la tua roba mi sa che controllano anche un pò chi sei tu, che cosa hai fatto di male in vita tua e se scoprono che sei una persona cattiva non ti fanno volare.
certe persone cattive però non le scoprono subito, e allora fanno degli altri controlli in un altro posto dove ci sono tante guardie che magari ti toccano anche. ti toccano perchè certi peccati sono strani, non si vedono, anche se te li porti addosso. e queste guardie sono quelle che poi per ultime decidono se puoi entrare nel limbo oppure no.
al contrario di quanto molti pensano, il posto sulla terra dove si è più vicini al cielo non è l’himalaya, o il tetto di un grattacielo, o la collina su cui hai appena fatto l’amore. perchè dalla cima dell’himalaya l’unica cosa che puoi fare è scendere, e se sei bravo scendi vivo. e una volta che sei sceso dove vai se vuoi andare più in alto? all’aeroporto, appunto. area imbarchi. e il limbo, insomma, è quella zona in cui si è più vicini al cielo, però ancora non si è in cielo.
e qui è tutto più luminoso, ma per davvero. appena entri vedi queste luci bianche e soffici circondare orologi e anelli e profumi e bottiglie di cognac e sembra proprio che volare sia una cosa molto vicina ai piaceri terreni. e ci puoi trovare la gente che arriva da tanti tempi diversi, ognuno con la sua ora ancora dentro. e questa gente sta seduta a fissare in alto, o a guardare gli altri volare. oppure cammina piano tra le luci bianche o parla al telefono con chi ha appena finito di abbracciare e farsi piangere.
e poi si sentono le voci. tante voci che si susseguono e certe volte si accavallano e parlano tutte lingue diverse. una babele che arriva da qualche parte in alto, non si capisce esattamente da dove, e dice cose che la gente capisce solo a gruppi, a seconda della lingua. e alla fine, poco a poco, capiscono tutti e tutti si muovono.
le voci non smettono mai di parlare e nel limbo la gente non smette mai di entrare, di girare, di aspettare e di avere un pò paura. e tutti che vogliono volare.

7 marzo 2011

on my own.

me ne vado di nuovo come se non fosse successo niente. un abbraccio più stretto del solito e mi tiro la porta dietro.
lo zaino pesa di più di quando sono arrivato, direi molto di più, e qualcosa vorrà pur dire.
norrebro è quella parte di copenhagen dove sembra di stare a berlino anche se io a berlino ci sono solo passato un paio di volte ma erano volte che non c’avevo proprio nessuna voglia di tornare a casa. e a norrebro fa freddo perchè è copenhagen nord. come se non bastasse stare a copenhagen, uno deve stare pure a nord di copenhagen perchè, diciamoci la verità, a nord si vive meglio. fa freddo, il cibo fa schifo, le persone impazziscono quando vedono il sole, però si vive meglio. e questo la gente di copenhagen lo sa, e onestamente lo so pure io e lo potrei giurare. io lo potrei giurare mentre scendo le scale di una casa all’ultimo piano che era pure casa mia. perchè ormai era pure casa mia, come tutte le altre. e tutti vogliono vivere a norrebro che è la zona dove si sparano, quella più giovane, i locali, i cafè, la zona con i laghi, gli artisti e con me che me ne vado da questa città e la gente mi guarda perchè ho freddo e canto e l’ipod e me ne fotto dei ciclisti.
e mi sa che mi prendo un altro anno sabbatico.

27 novembre 2010

e buonanotte pure stamattina.

ci sono cose che non si fanno. una volta, da bambino, ho preso mia sorella per i piedi e l’ho fatta cadere con la testa per terra e le è venuto un bernoccolo che lei dice ancora si vede. le è venuto subito, istantaneamente, roba che quando mia madre l’ha alzata da terra già ce l’aveva, gigantesco al lato della fronte. vista la caduta mia madre si è talmente spaventata che l’ha portata dal medico del piano di sopra, aspettando addirittura una buona mezzora prima di riempirmi di mazzate.
un’altra volta, da bambino, ho rubato delle gomme da masticare in un supermercato e le ho nascoste sotto il materasso. poi pare che me le sia dimenticate lì sotto e sono saltate fuori solo in primavera quando mia madre ha fatto le pulizie grosse. mi ha chiesto che cosa fossero quelle gomme e io le ho risposto che me le aveva comprate papà. mio padre dal canto suo ha detto pure che era vero. non tanto per darmi ragione, quanto perchè non si ricordava e, dopotutto, poteva essere pure successo. mia madre l'ha guardato con biasimo, come quando tornavamo io, lui e mia sorella dalla spesa del sabato. perchè mio padre non è mai stato capace a fare la spesa, ma visto che il sabato non lavorava andavamo tutti e tre al supermercato mentre mia madre si godeva le uniche due ore della settimana in cui non c’era nessuno che le chiedesse niente. si tornava sempre orgogliosi con buste piene di bagnoschiuma, scottex, cioccolate, merendine, deodoranti, un paio di bottiglie di vino, giornali e topolini e soprattutto coca-cola. ma, nonostante l’orgoglio e la convinzione di aver fatto una spesa giusta e sostanziosa, mia madre aveva sempre di che lamentarsi, accusando papà di spendere un sacco di soldi per cose inutili e che non è che ci potevamo mangiare i bagnoschiuma e i cotton fioc.
sempre da bambino una volta ho dato una ginocchiata in mezzo alle gambe ad un mio compagno di scuola, valerio, che saluto con affetto. non mi ricordo perchè, però mi ricordo che poi lui si è messo a piangere tanto che quasi mi mettevo a piangere pure io. e stato quello il momento in cui mi sono sentito sulla pelle quella roba del non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te stesso.

adesso, io lo so che dovrei continuare col post e la sua naturalezza, ma c’è qualcosa che devo dire in proposito. la frase precedente, come pure “ama il prossimo tuo come te stesso” sono consigli, mi sento di dire, un pò superati. entrambi si basano infatti sulla considerazione e l’amore che si ha di se stessi. il metro di tutto siamo noi stessi. l’io al centro del mondo, essendo l’unica cosa che davvero conosciamo senza filtri. giustissimo. però si dà per scontato che ogni individuo ami in qualche modo se stesso e non vorrebbe mai subire il male, per mano sua o di terzi. al di là del fatto che è un pò triste pensare all’amore per il resto del mondo soltanto come emulazione di uno prodotto e consumato senza che possa nemmeno uscire fuori un attimo a vedere com’è… mi sembra pure che bisognerebbe considerare che esistono anche gli emo e i sadomasochisti. e onestamente non so se mi vorrei trovare bloccato in un ascensore con un emo e un masochista che vogliono farmi sentire quanto amano se stessi o quanto farebbero al prossimo soltanto quello che sarebbero tanto contenti di subire. quindi io riformulerei la cosa tipo “ama il prossimo tuo con buon senso”. che mi pare meglio.

detto questo possiamo tornare al post interrotto, nel quale elencavo due o tre cose che non si dovrebbero fare e che io invece ho fatto, da bambino.
e poi, da fotografo, una volta sono entrato in una stanza d’albergo dalla finestra. e ci sono pure uscito se è per questo.
nel pulmino ci entrano otto persone e noi siamo giusto otto e quando il concerto è finito e pure il dopoconcerto è finito decidiamo che è il caso di andare a dormire. ci fermiamo in un motel e bennett dice:
- roberto noi di solito prendiamo una sola stanza e ci infiliamo dentro tutti. per te va bene?
- non vedo qual è il problema.
- potrebbe non essere molto comodo.
- l’ultimo anno ho dormito più per terra o su un divano che in un letto vero, mi sa che mi ci sto abituando.
- ok, allora tu dormi per terra.
lui e un altro vanno a prenotare la stanza e noi si rimane in sei nel pulmino parcheggiato e due minuti dopo sento alex che fa non è possibile! siamo di fronte alla nostra camera! che culo! e intanto michael salta fuori dalla finestra al piano terra e ci viene incontro.
- ma di solito entrate sempre dalla finestra?
- no! questa è la prima volta! di solito usiamo le porte sul retro, tanto non le controlla nessuno…
- ah. le mitiche porte sul retro. in effetti quelle non le controlla nessuno mai, hai ragione. penso che ogni criminale americano che si rispetti è tale perchè avete le porte sul retro. in italia farebbero solo una serie di figuracce credendo di scappare e infilandosi nello sgabbuzzino o fuori al balcone.
- come dici tu. in ogni caso quella finestra è troppo invitante. cioè è proprio lì di fronte, stiamo comunque facendo qualcosa di illegale, tanto vale farla per bene.
- mi pare inattaccabile.
quella notte abbiamo dormito in otto in una stanza per due. un sacco di cuscini e coperte, per fortuna, anche perchè la band se li porta da casa per dormirci in viaggio.
dopo qualche ora ci si sveglia uno ad uno, si fa la doccia uno ad uno, ci si veste uno ad uno e si esce dalla stanza per andare a fare colazione sempre uno alla volta. mentre mi mangio una cosa che per comodità chiamo pane burro e marmellata mi chiedo come diavolo sia possibile che questi dormono di continuo tutti in una stanza e nessuno se ne accorge mai.
- ci hanno scoperti.
- chi?
- la tipa delle pulizie, quando uno di noi usciva deve aver visto la gente stesa per terra e poi ha parlato con will.
- e l’uscita sul retro?
- hanno il numero della mia carta di credito.
- mmm. mortacci loro.
- ti ricordo che questa conversazione è avvenuta in inglese e non è che adesso ti fai prendere la mano e mi dici cose intraducibili
- ah scusa. to their dead ones?
- senti torniamo in camera, vediamo che dicono gli altri.
gli altri non dicono niente, perchè mentre noi entriamo dalla porta l’ultimo esce dalla finestra e in quell’istante vengono beccati da uno che si affretta verso il furgone lì di fronte con un foglio in mano e urlando cose incomprensibilmente chiare.
ci nascondiamo dietro le tende e non possiamo fare a meno di sghignazzare vedendo tutti gli altri a capo chino prendersi una cazziata da uno che adesso rivendica anche il cuscino di michael sembra molto incattivito perchè pensa che quel cuscino sia dell’albergo e che sia stato rubato. mmm. incattivito è male.
la porta si spalanca ed entra una che sembra non vederci e la prima cosa che fa è controllare che ci siano tutti i cuscini. questa cosa è surreale. perchè preoccuparsi dei cuscini? che cos’hanno di così importante? forse perchè se manca qualcosa nella stanza potete provare che c’è stato un furto mentre non potrete mai provare che abbiamo dormito in otto lì dentro? ah sì? ah sì.
michael si affaccia nella stanza dalla finestra.
- uscite! ora! dalla finestra! chiamano la polizia!
- michael che dici?
- sì svelti, ce ne dobbiamo andare!
io mi giro e guardo bennett che ha intavolato un’interessantissima conversazione con la tipa su qualcosa di inerente a come una figura di merda può trasformarsi in un pasticcio.
lo guardo ma lui non guarda me. guardo la tipa. guardo michael che fa cenno di andare. riguardo la tipa e nel mio sguardo ci sono tutte le parole che non le ho mai più detto. cara signora io lo so che lei è qui e mi sta guardando ed è molto da maleducati fare una cosa del genere, quello che sto per fare io intendo. ma lei capisce che se adesso io non salto da quella finestra, gettando prima il mio zaino fuori, e poi raggiungendo il furgone correndo al rallentatore, insomma lei capisce che potrei rimpiangerlo per il resto della mia vita. nessuno ha rubato niente glielo assicuro. bennett adesso le compone una canzone su i suoi occhi che mi guardano increduli mentre mi avvio e poi si sistemerà tutto. mi perdoni, ma devo scappare.

25 novembre 2010

la discrezione di un attimo.

insomma l’altro giorno ero in un pulmino che stavo seguendo questa band nell’ultima parte del loro tour americano. subito piccola parentesi: è una cosa fichissima… voglio dire, per rimorchiare c’è solo una cosa migliore di essere fotografo di una band in tour per l’america. essere uno della band. quindi ero molto felice perchè mi illudevo di trovarmi quasi in cima alla catena riproduttiva, mi stavo girando un pezzo di america in un pulmino pieno di vegetariani vestiti come sui poster e, culo permettendo, non solo non spendevo niente, ma magari ci guadagnavo pure qualcosa.
ad un certo punto mi rendo conto di queste cose tutte insieme con il punto di vista padreterno. e poi non so come, proprio allora, all’interno del momento definitivo*, parte un paradosso spazio-temporale con la nascita di un momento meta-definitivo nel quale ho realizzato che l’anno prossimo faccio ventisette anni.
al di là del pericolo di collasso dell’intero universo per la creazione di due momenti definitivi uno dentro l’altro, la cosa ha suscitato in me quello che è anche conosciuto come “sbasso”.
- che c’è robè?
- niente.
- che c’hai?
- ventisei anni e mezzo.
- ah. si può fare qualcosa?
- ci sto pensando. il problema è che non posso fare ventisette anni l’anno prossimo. non sono pronto.
- ma che vuol dire?
- vuol dire che ventisette anni significa automaticamente trenta e trent’anni lo sai che vuol dire?
- la seconda volta quindici?
- si vede che scrivi canzoni.
- grazie.
- prego. comunque vuol dire che a trentanni o c’hai una vita, anche da avviare magari, oppure ti rimane solo la possibilità di diventare un banalissimo clichè di uomo cresciuto con la sindrome di peter pan che in effetti continua a comportarsi come c’avesse ventanni con l’unica differenza che adesso è patetico. e non posso nemmeno essere uno di quelli brizzolati! quelli almeno so brizzolati… uno dice vabbè faccio trentanni almeno guadagno di fascino. e invece no! devo trovare una soluzione a questa cosa del compleanno. dici che mi devo fare una vita da qui a tre anni?
- non credo robè. piuttosto, sei contento delle foto?
- certo. e non ti direi mai il contrario visto che devi convincere qualcuno a darmi dei soldi per questo.
- perchè stavo pensando che se ti va puoi anche salire sul palco quando suoniamo.
- ma in effetti già ci salgo.
- ah sì?
- sì.
- ah. ma io dico se vuoi venire pure in mezzo, tanto non ci da fastidio, anzi è meglio che così si vede che c’abbiamo il fotografo ufficiale e facciamo bella figura.
- non credo che abbiate bisogno di pavoneggiarvi in questo senso.
- perchè?
- perchè a marzo andate in tour in australia e giappone. mi sembra che un minimo di popolarità già ci sia.
- vabbè, sappi che a noi non dà fastidio.
- ma no poi rovino tutto lo spettacolo…
- ma tranquillo!
- mmm… vabbè dai, stasera salgo, ma solo un minuto.
- oh, bene!
e intanto penso che forse se sono bravo non se ne accorge nessuno.

* dicesi momento definitivo quel particolare momento in cui una persona sospende la propria vita, la propria coscienza, il proprio continuare ad esistere secondo per secondo, ottenendo la definizione di quello che è.
anche quando ci sembra che non stiamo facendo niente in realtà stiamo almeno angosciandoci per il fatto che non stiamo facendo niente, soprattutto se ci siamo laureati da poco. oppure, al contrario, ci godiamo il fatto che possiamo prendercela comoda a non fare niente e ci rilassiamo, soprattutto se ci siamo laureati da poco. comunque vada diamo da bere ai nostri ricettori di serotonina e portiamo a casa la giornata senza smettere di esistere.
ma durante il momento definitivo pare proprio che anche la nostra serotonina smetta per quell’attimo di agitarsi, e l’unica cosa che facciamo è guardare il mondo come lo guarda il padreterno. che non è esattamente pensare, quindi non è esattamente essere. perchè se è noto che “penso quindi esisto” è pure vero che “faccio il padreterno e c’è gente che ci crede”.
io quando c’ho un momento definitivo generalmente sto viaggiando. o comunque mi sto spostando. non necessariamente verso qualche destinazione precisa, basta che mi muovo. tipo quella volta che ero sul peschereccio e mi ero arrampicato su una cosa alta alta per fare delle foto e poi mi ci ero seduto e avevo smesso di fare le foto e mi ero messo a guardare e basta. e anche ad ondeggiare in effetti. e quello è stato un momento definitivo. io che vedevo me stesso e la mia vita da fuori e vedevo questo ragazzo nato in una città di parcheggi che oggi, non si è capito bene perchè, si trova in mezzo al canale di sicilia, c’è il sole e ha la sensazione che dovrebbe essere a scuola come tutti i suoi compagni.