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2 maggio 2015

Il diritto al dovere.


Il concerto del primo maggio è una cosa in cui trovi tanti motivi di interesse quando hai ventanni, poi crescendo te ne frega sempre meno di andare in una piazza grande quanto il paesino da cui sei partito, ma con molti più gomiti e ginocchia, a farti una reputazione online sdraiato sul tuo zaino. Però io al concertone di piazza San Giovanni non c’ero mai stato, lo avevo sempre soltanto visto in televisione, immaginando l’incommensurabile divertimento che mi stavo perdendo. Quindi quest’anno, trovandomi a Roma pochi giorni prima del mio trentunesimo compleanno, ho pensato che almeno un quarto d’ora ce lo dovevo passare. Tanto per dire che ci sono stato entro i trentanni, e quindi prima della fine dell’adolescenza.

Visto che quando vai al concerto del primo maggio non è che puoi pretendere di vedertelo veramente il concerto, mi sono messo in mezzo alla gente a fare più o meno quello che facevano tutti, cioè niente. La maggior parte delle persone però era totalmente ubriaca, o in qualche caso sotto chetamina, ed è riuscita a passare un piacevole pomeriggio di svago, dimenticandosi di questo enorme niente a forma di piazza San Giovanni tutt'intorno.
E sono stato benissimo, non tanto perché mi sono tolto un peso, ma soprattutto perché a me non fare niente mi piace proprio tanto. Io ci passerei le giornate a non fare niente, e in effetti ce ne passo molte, solo che poi arriva sempre quello che ti chiede che stai facendo in questo periodo e a te ti prende male e ti metti a riflettere sul senso del lavoro oggi e su quanto non c'hai voglia di condividerlo.

Mi sa che il concetto di lavoro per come ce l’abbiamo adesso, e per come tentiamo di difenderlo, arriva dal fatto che è una cosa di cui abbiamo avuto bisogno per la nostra autodeterminazione, per definirci di fronte agli altri e di fronte a noi stessi. Il lavoro è stato uno strumento che, oltre ad altre robe ovvie, ha permesso alle persone di poter essere riconosciuti in un ruolo, economico e soprattutto sociale.
Un mezzo insomma, e forse nulla di più, perché l’individuo c’era anche prima e dopo il lavoro che faceva. Questo prima e questo dopo erano però robe complesse, personali, difficili da spiegare alla società, dure da inserire in un sistema, e quindi giustamente si è usato il lavoro come veicolo. Così si trovava un senso e un’appartenenza.
Oggi mi sembra però che ci affanniamo a difendere il diritto ad un lavoro che non è più niente del genere, un lavoro che si è trasformato da tramite a traguardo, da strumento ad obiettivo di quell’autodeterminazione che dicevo.
Detto in altre parole, il lavoro oggi non contribuisce più a definire la mia vita, ma al contrario è la mia vita che viene spesa a definire il mio lavoro e il mio ruolo.

Quello che poteva e doveva essere considerato come un diritto all’esserci e all’essere riconosciuti, ad edificare una propria individualità nei confronti di un sistema, sembra essere stato trasformato in diritto allo scomparire, all’essere moltitudine, diritto al venire finalmente “assorbiti” da un’economia.
E poi dice che uno si incazza.

Perciò, forse, è il caso di riflettere di più sulle ragioni per cui è importante difendere il lavoro oggi (sì, è sempre importante) e cercare di riconoscere le varie occasioni in cui ci stiamo facendo fessi da soli.
Facciamo un esempio stupido e poi basta. Prendiamo una coppia di fidanzati dove si esce ogni tanto separatamente, ognuno con i propri amici, in autonomia e con serenità. È una cosa che ci sta, anzi è proprio una cosa giusta, che rinforza il rapporto (il quale in effetti dovrebbe essere un’unione di due individualità distinte, ognuna con le sue esigenze da tenere vive). E questo diritto ad avere i propri spazi è una cosa sana, da difendere. Poi dopo qualche anno, per varie ragioni di cui nemmeno ci si rende conto, in questa coppia si arriva alla situazione paradossale per cui si sta il più lontano possibile, non ci si vede mai, non ci si chiama mai e figurati se si esce insieme, tutto per paura di violare quel diritto all’indipendenza. Si sacrifica così il senso di tutta un’unione - di cui si fa pur sempre ancora parte - in funzione di quello che era solo un modo per stare bene insieme (il farsi i fatti propri, in questo esempio) e che è diventato così l'unica regola per tutto.

- Partita a PES?
- Ma la tua ragazza?
- È a casa, credo.
- Ah, vivete sempre lì?
- No, abbiamo deciso di vivere in case diverse. Io mi prendo il Barcellona.
- E perchè, andava male?
- No andava bene, ma ci amiamo un sacco, e quindi dobbiamo stare lontani. Ce le hai le birre?
- In frigo. Ma vi vedete spesso comunque?
- Mmm, in effetti no. È un rapporto a cui teniamo molto, quindi ci vediamo il meno possibile, sai.
- Già. Ma stasera magari per la cena con gli altri la puoi chiamare se vuoi.
- Guarda ti ringrazio, ma non vorrei pressarla. Messi Messi Messi!
- Pressarla?
- Eh, cioè sai quelle cose per la nostra libertà. Sono diritti che dobbiamo tenerci stretti. Che come si fa ad avere un rapporto senza essere autonomi?
- Capisco. Ma, scusa, l'amore lo fate ogni tanto?
- Ogni tanto, sì, certo. Ci masturbiamo uno di fronte all'altra.
- Bello.
- Sì, abbastanza. Messi gooool!

E il diritto all'indipendenza all'interno della coppia si è trasformato in diritto a non viversi più la coppia manco per sbaglio.

Vabbè, se c’avete trentanni e non siete mai stati al concertone del primo maggio, sappiate che tutto sommato è ok, ma non è questa gran cosa. Festeggiare il lavoro è bello, però celebrare il non fare niente è certamente meglio.

6 ottobre 2013

Þingeyri.


A Þingeyri non ci sono ragazzi sopra i quindici anni. Non ce n’è nemmeno uno. La ragione è precisa, ed è la stessa per cui il paese è ancora popolato, nonostante tutto, dai ragazzini sotto i quindici anni: la scuola.
Lassù la scuola primaria si prende i bambini biondi a 5 anni e li restituisce mezzi adolescenti. A sedici anni comincia un’altra scuola, quella dei grandi, quella che fai vivendo in uno studentato lontano da casa, perché Þingeyri è troppo lontana. Così a sedici anni i ragazzi se ne vanno e difficilmente ritornano.
È un momento preciso, un piccolo balzo verso l’esterno, che in tante altre occasioni e in tanti altri luoghi può essere viziato e diluito da un anno sabbatico, da un vediamo come si mettono le cose qui e poi decido. A Þingeyri invece lo sai che a sedici anni non sarai più lì, perché funziona così, la scuola è fatta così e ha i suoi tempi, e tu con lei. Se cresci a Þingeyri diventi grande altrove.
E questo limite così netto tra infanzia e tutto il resto, tra nido e resto del mondo creava un tensione troppo forte per lasciarla perdere. Così, (come ho già detto meglio qui) mi sono andato a cercare il più grande tra i ragazzini, quello che si trova più vicino a quel limite, a quella frontiera. Il quindicenne che è al suo ultimo anno da bambino, e che dalla prossima estate sarà tra quelli che a Þingeyri non ci sono più, diventando anche lui parte die quell'assenza.

A Þingeyri non ci sono attrezzature, non ci sono mezzi. Voglio stampare fotografie grandi un metro per un metro e mezzo e il plotter più vicino è presumibilmente ad Amsterdam. Così mi guardo intorno e vedo una stampante in una casa, una stampante A4 in una casa grande come un A2. Niente inchiostro, però c’è mezza risma di fogli.
Il giorno dopo c’è una macchina che va a Ísafjörður, un posto a cinquanta chilometri di distanza che, oltre ad avere un nome che si fa fatica pure a pensarlo, ha anche una cartoleria. Mi infilo in quella macchina e vado bellamente a comprare una cartuccia di nero per la stampante e della colla stick. Scopro che in certi posti del mondo un chilo di salmone affumicato costa di gran lunga meno di un tubetto di colla stick, sul quale però - per fortuna, bisogna ammetterlo - ci sono dei simpatici pupazzetti di qualche cartone animato di cui mi riprometto di diventare fan a breve.
A sera torno nella caffetteria di Þingeyri, un piccolo fabbricato di cent’anni fa che ci fa un po' da campo base, accendo la stampante e le faccio sputare settantadue fogli bianchi e neri. Li numero, li guardo, mi fumo una sigaretta, e inizio ad incollarli piano piano, cercando di evitare il panico. Incredibilmente riesco a non sbagliare mai e vengono fuori due stampe da un metro per un metro e mezzo sulla via principale del paese. Amsterdam non sei nessuno.

A Þingeyri non ci sono immagini. Non ci sono cartelloni pubblicitari, non ci sono vetrine di negozi (in effetti non ci sono affatto negozi) dalle quali si affacciano sagome di modelli o di fesserie.
In un posto del genere l’assenza di immagini ha certamente ragione d’essere ma rendere quelle strade il teatro di loro stesse è una tentazione troppo forte, e così mi convinco che sarà lì che esporrò quel poco che ho fatto. L’intenzione è quella di attaccare le foto sulle case,  lungo la via che attraversa il paese, ma la pioggia permanente e la diffidenza della gente sono due buone ragioni per pensare che stampe così grandi e fragili non resterebbero appese a lungo. E finisce che uso i finestroni della caffetteria come fossero cornici sulla strada principale. Nessuno si ferma a guardare, ma tutti il giorno dopo mi sorridono.

Þingeyri è un luogo di assenze. Ma nonostante manchino persone, cose e immagini, Þingeyri resta un luogo, anche solo per il fatto che quelle assenze si avvertono, si vedono. Se sentiamo la mancanza di qualcosa (così pure quando quella cosa la desideriamo) vuol dire che quella cosa esiste, così come esiste Þingeyri. Ed esiste proprio intorno alle cose che non ci sono, un centimetro più avanti e più indietro, un attimo prima e un attimo dopo. 
È sul limite tra assenza e presenza che mi è sembrato bello poter lavorare, su quel momento e su quel punto in cui pieni e vuoti si definiscono a vicenda, perché si toccano. Raccontare quello che manca mostrando l’ultimo pezzo di quello che c’è.

La piccola esperienza che ne è venuta fuori è esistita solo perché esiste Þingeyri, nei suoi ragazzini all’ultimo anno, nei suoi fogli di carta A4 e nelle sue finestre sulla strada. Tutti elementi che costituiscono il contenuto, la forma e lo spazio di un lavoro che forse ha senso solo lì e che altrove scompare. Un lavoro che disegna contorni per mostrare il vuoto che questi contengono.

18 settembre 2013

vichinghi postmoderni.


Quando accendo il cellulare mi arriva un messaggio che dice “Sai che l’aeroporto in cui sei atterrato non è lo stesso da cui partiamo domattina?”. No, non lo so. È l’una di notte, sto aspettando la valigia rossa sul nastro e il mio piano di passare la notte su qualche panchina lì accanto va a puttane senza lasciarmi nemmeno il tempo di cambiare idea.
Agli arrivi mi dicono che sta partendo l’ultimo bus per la città, dico che devo raggiungere l’altro aeroporto, qualunque esso sia. Mi rispondono che a quest’ora è chiuso, però lì vicino c’è la stazione che è sempre aperta e che posso aspettare lì fino all’alba. Nella stazione? Siamo sicuri? E poi come ci arrivo in questo eventuale altro aeroporto? Signore, mi dispiace ma deve andare, il bus sta aspettando solo lei.
Piove forte e arrivo alla stazione, che poi è un terminal degli autobus. Mi aspettavo i treni e mi devo convincere che i treni in questo posto non ci sono mai stati. Niente rivoluzione industriale, qui sono passati dai vichinghi direttamente al postmoderno. La rivoluzione industriale qui ci è arrivata così tardi che non era nemmeno più rivoluzione. E più ci penso e meno mi è chiaro se questi hanno capito tutto o non hanno capito niente.
La stazione degli autobus è un posto pieno di gente che dorme dove può - nonostante l’evidente e inopportuno cartello “non dormire” - aspettando che apra l’altro aeroporto, ovunque esso sia.

La mattina dopo riusciamo ad atterrare in un posto che Punta Raisi sembra l’aeroporto di Los Angeles e subito dopo di noi atterra una tempesta.

Ho una stanza al primo piano di una casa fatta di legno e di lamiera. Nella stanza accanto c’è Yoko, una ragazza giapponese. Sono solo dieci minuti che ci conosciamo e fondamentalmente, stanchi come siamo, non abbiamo una mazza da dirci. È una situazione in cui il silenzio non spaventerebbe, è previsto, o almeno prevedibile. Nonostante ciò lei riesce a stare talmente tanto zitta, a mantenere un silenzio talmente profondo, da farmi subito sospettare che non avrebbe detto assolutamente nulla per tutto il nostro tempo lì. Le nostre stanze sono le uniche che affacciano dal lato dove finisce il paese, sul cimitero.

Il giorno successivo mi sveglio prima degli altri e trovo Yoko fuori la porta di ingresso che fuma. Mi dice che la notte prima ha visto un fantasma in camera sua. Io le sorrido e lei mi dice tante cose tutte insieme, rompendo il silenzio e le mie convinzioni. Dice che è tanto tempo che non ne vedeva uno, che da bambina era una cosa frequente. Dice che si è spaventata molto, che non sapeva cosa fare e che ha pensato anche di venirmi a svegliare. Smetto di sorriderle.
Quel giorno a casa nostra se ne va la corrente, niente luce. Poi si rompe l’impianto d’acqua calda, niente docce e niente riscaldamento. Poi, a sera, la porta della stanza di Yoko non si chiude più a chiave, inspiegabilmente. Prima di andare a dormire vado da Yoko e la minaccio.

Dopo un paio di giorni decido che non posso stare fermo in quel posto per così tanto, c’è troppo vuoto intorno per non colmarlo. Prendo una bicicletta ed esco dal paese per l’unica strada lungo il fiordo. Pedalo tantissimo su una bicicletta che è fatta per l’off-road, bellissima, ma praticamente immobile su una strada asfaltata. Così dopo poco decido di fare un minimo di fuori strada pure io e scelgo un discesone sul lato della montagna. La bicicletta in effetti va molto meglio, va da dio, velocissima, solo che io mi caco sotto e torno sulla strada normale.
Il bisogno di andare a vedere che c’è oltre non lo soddisfo mai. Pedalo forse per venti chilometri, passando per posti pieni di elfi e troll, cavalli e corvi, cicoria e mirtilli, meraviglie mai viste, ma non arrivo mai da nessuna parte. Mi persuado che non ci sono altri posti in cui poter arrivare, mi giro in un posto qualunque sulla strada e torno indietro.

Il paesino che ci ospita conta poco più di duecento persone, una pompa di benzina, una scuola, una chiesa, una banca aperta solo di lunedì, un’officina, un porto, una piscina bella calda, un capannone dove lavorano il pesce, una caffetteria e un’ambulanza. E poi case, di legno e di lamiera. Se devi fare spesa ti fai cinquanta chilometri.
Scopro presto che la fascia di età 15-30 è completamente assente, non esiste. E con lei non esiste l’inconsapevolezza su cui, a quell’età, si costruiscono personalità ancora vuote ed enormi, sovradimensionate (o le si prendono in prestito da qualcun altro aspettando il tempo giusto per restituirle). Non esistono quelli che sanno di non essere più bambini ma ancora non hanno idea di cos’altro siano. Non esiste nessuno che abbia la necessità di scappare altrove, indipendentemente da dove è nato, e indipendentemente da dove sia altrove. Insomma non esiste un cazzo di dubbio, in questo posto. Decido di non crederci e inizio a lavorare.

Cerco il ragazzino più grande di tutti, quello che se si guarda alle spalle vede solo gente più piccola, e se guarda avanti non vede nessuno. Cerco quello che è l’ultimo inverno in cui si è bambini, che l’anno prossimo cambia tutto, che la scuola finisce e me ne vado da un’altra parte.

Dopo un po' lo trovo, a scuola. Sa di essere il fonzie, forte in quel piccolo mondo, ma non abbastanza per tutto il resto. Così quando mi vede si ripara tra i suoi amici e non dice molto. Ha una maglietta del Barcellona, una moto da cross, ed è innamorato perso di una ragazza che, già si vede, un giorno gli farà del male.

17 giugno 2013

appunti per luciano.


“Ciao Peppe, ascolta, sono in studio da alcuni amici ma ce ne stiamo andando. Forse al massimo ci fermiamo a prendere una birra per via, comunque niente di lungo. Quando sono sotto casa tua ti faccio uno squillo così mi apri.”

Subito dopo sono in macchina con Piero e Sara sulla Prenestina e piove. Pensiamo di chiamare Luciano, che dopotutto si è laureato quella mattina insieme a tutta una serie di amici suoi e dovrebbe essere da qualche parte a festeggiare il suo accesso al mondo della disoccupazione. Gli chiedo se è ubriaco, dopotutto è quasi mezzanotte, e lui mi risponde con una lucidità davvero poco convincente che non lo è affatto e che è appena uscito da una pizzeria a Trastevere. Manda i saluti a Carlo - un amico comune che vive a Berlino e che secondo lui dovrebbe trovarsi per qualche oscuro motivo in macchina con me in quel momento - e soprattutto ci tiene a sottolineare che lì dov’è lui non piove ancora. Piero giustamente mi suggerisce di chiedergli in quale fuso orario si trova questa pizzeria a Trastevere, così per orientarci.
Lo raggiungiamo che ha smesso di piovere e mi domando se gli ubriachi non abbiano poi alla fine più ragione di chi li deride. 
L’assenza di barcollo e la compostezza che bene o male lo ha sempre contraddistinto ingannano un osservatore esterno. Lo vedi lì, a conversare amabilmente, e sembra quasi che va tutto bene, e che sarà una serata come tante altre, poi ti avvicini, ci interagisci, e ti rendi conto che sei entrato in un circo. I mangiatori di fuoco, i trapezisti, gli elefanti volanti e in sottofondo Moira Orfei che canta I migliori anni della nostra vita. Perché dopotutto ci si è appena laureati e un minimo di nostalgia e malinconia ci stanno. Insomma una serata che vale la pena ricordarsela caro Luciano, e visto che lo so che di quella notte hai accumulato più postumi che ricordi, ecco qualcosa di vago e superficiale, ma che almeno così c’è e non si perde. Giusto per il gusto di contribuire ad una reminiscenza, per restituire dignità ad una serata che rischierebbe di venire sottovalutata. E durante la quale, soprattutto, la dignità non è stata proprio presa in considerazione.

La pizzeria sta chiudendo e subito fuori c’è questa ventina di persone vicine tra loro, che da lontano sembra tutto un insieme unico e da vicino invece sono tanti piccoli gruppi. Una massa che in qualche modo sta festeggiando e al tempo stesso sta cercando di dimenticarsene la ragione. Appena ci avviciniamo Luciano inizia a presentarmi gente. Sembra che lo faccia quasi in maniera mirata, selezionando le persone, ne chiama uno alla volta e un po' a voce bassa mi introduce dicendo il mio nome e cognome. Due chiacchiere e poi ne chiama un altro, tipo ad un ricevimento della corte della Regina Elisabetta. Dopo un po' mi accorgo che non c’è una vera selezione della gente visto che, uno ad uno, li chiama praticamente tutti e bisbiglia il mio nome. E cognome. Come se fossi una celebrità o più probabilmente un latitante.

- Luciano, abbi pazienza.
- Ma perché?
- Se quando mi vuoi far conoscere una persona ammicchi la gente si fa strane idee.
- Ma perché?
- Ma non lo so, mi sento in imbarazzo.
- Ma perché?
- Mi hai presentato pure al tipo che vende le rose, dicendo nome e cognome. Ammiccando. il minimo è che la gente pensa che siamo fidanzati.
- Perdono.
- No ma tranquillo, che perdono. stai sereno!
- Scusa.
- Ancora? Ma vai facile, non ti scusare, veramente! È solo che non me ne voglio tornare a casa con una rosa stasera.
- Rosa.
- Lucià, ma stai cantando Tiziano ferro?
- Posa.
- Cazzo.

Dalla pizzeria ci spostiamo, ormai gruppo ristretto, in un bar poco distante, di quelli che c’hanno le luci al neon dentro e forse pure fuori e che le buttano fuori, su Trastevere infrasettimanale e insonne, come fossero secchiate d’acqua, a creare macchie enormi e fredde su un pavimento che altrimenti è ovattato, morbido e forse pure giallo.
Beviamo delle cose appoggiati ad una macchina nella piazzetta di fronte al bar, con l’unico apparente scopo di mettere alla prova la cena. Mi viene in mente quasi subito che io e Piero abbiamo cenato poche ore prima, incoscientemente, con diverse birre e una busta di patatine.
Siamo meno di dieci, ma sembra che siamo tutta l’Italia nata negli anni ottanta, quando non si aveva paura di niente e di nessuno, nemmeno di creare una generazione come la nostra. Mi piace immaginare gli anni ottanta come il decennio della plastica. Non è vero però ecco, negli anni ottanta si inventano la plastica e tutto diventa più bello e più ricco e più possibile. Il decennio dell’onnipotenza, delle infinite destinazioni commerciali, del petrolio come base naturale. Dove il progresso afferma l’obsolescenza del legno e del vetro e del metallo. Il decennio durante il quale si inventano pure noi, nati insieme alla plastica, e che trentanni dopo ci siamo dovuti inventare il riciclo e la raccolta differenziata.
La maggior parte di noi dieci si sono laureati quella mattina, qualcuno per la seconda volta. Un paio lo sono da tempo, tipo il sottoscritto. Tutti, tranne una, sono in cerca di un lavoro vero. E nessuno sa davvero che cosa farà da grande.
L’unica con un lavoro più lavoro di tutti gli altri sembra essere Lucia, una ragazza molto carina e appariscente scritto tutto in corsivo con le virgolette. Ad un certo punto imprecisato della serata qualcuno sembra accorgersene, o semplicemente ricordarsene, iniziando a voler entrare a tutti i costi tra quelle virgolette. Allo stesso tempo Luciano comincia ad eliminare pian piano tutta una serie di filtri e codici relazionali nei confronti di tutti, concentrandosi su un solo ed unico elemento di conversazione per ciascuno dei presenti, indipendentemente da cosa si parla. Situazione che diventerà praticamente ingestibile a fine serata, quando ripeterà a nastro ad ognuno di noi, a turno e con un frequenza imbarazzante, cose del tipo:

Io: Venire a trovarmi a l’aquila giovedì. Partire insieme anche se lui sta impegnato. Poi comunque ci sentiamo.
Valeria: Andare a prenderlo a casa l’indomani mattina alle undici meno cinque per accompagnarlo ad un improbabile appuntamento su skype.
Lucia: Opportunità o meno di essere biondi.
Fabrizio (l’enorme pazientissimo coinquilino): Riportarlo a casa. Ogni cinque minuti.

Il bar chiude, la macchia di neon scompare, e qualcuno dice di andare a San Lorenzo per proseguire. Ci infiliamo in un paio di macchine dandoci appuntamento da qualche parte che poi finisce sempre per essere Celestino.
L’annoso problema di dove far sedere in macchina il tipo messo peggio si presenta anche quella notte. Lo butti sul sedile posteriore in preda alla scomodità e al mal di macchina ma dove almeno si sta fermo, oppure ti accolli il rischio di farlo sedere davanti dandogli la possibilità di interagire col mondo e soprattutto con l’autoradio? Rischiamo. Facciamo malissimo.
Durante l’interminabile viaggio verso San Lorenzo ascoltiamo penso una quindicina di volte tutto l’intera gamma delle medie frequenze, con piccoli e brevi indugi provocatori su Radiomaria.
Siamo praticamente arrivati a destinazione (e sta per venirci a tutti un ictus collettivo) quando vediamo un tipo al centro della strada con le braccia alzate. Non si capisce bene chi sia ne che cosa voglia, fatto sta che sta in mezzo e Valeria si ferma. Luciano abbassa il finestrino e il tipo vuole un passaggio a Termini. È un tipo un po' singolare, e in effetti pure un po' plurale, visto che continua ad alternare schizofrenicamente facce minacciosissime a facce piacione e amichevoli. Siamo lì che lui cerca di convincerci, si presenta a tutti e io quasi temo che Luciano mi introduca con il solito sguardo complice. Però non lo fa, si limita solo a dargli la mano, lasciandogliela per ore, e intavolando una bella e cortese conversazione sull’eleganza e l’opportunità di parcheggiare lì nei pressi. Il tipo fuori, che si chiama Federico, pare dubbioso sulla mancanza di disponibilità da parte di Luciano e di noi altri e prosegue l’interessantissima discussione con una retorica non certo priva di una qualche efficacia. Luciano ascolta con trasporto e coinvolgimento le sue speculazioni, sempre mano nella mano, alimentando nel sottoscritto derive epistemologiche su quello che sta accadendo. Il fascino di stare in mezzo alla strada fermi in macchina, con un tipo che tiene per mano il tuo amico seduto davanti (autoelettosi tra l’altro miglior interlocutore per una situazione del genere) è sicuramente altissimo. Inizio ad accarezzare l’idea di addormentarmi in macchina, in mezzo a quell’incrocio di San Lorenzo, cullato da una parte dalle filosofie di Federico sulla fenomenologia di andare alla stazione tutti insieme, sulla canna che ci vuole offrire, sulla necessità di un nuovo paradigma dell’autostop, e dall’altra dalle minute risposte di Luciano, che fondamentalmente dice sempre la stessa cosa, guadagnandosi l’eterno appellativo di Luciano Meraviglia.
Poi Valeria, vivaddio, decide di ripartire e approdiamo due minuti dopo in una strada che è evidentemente troppo tardi e troppo lunedì per trovare sveglia come sempre.

Quello che sicuramente non puoi sapere, caro Luciano, perché non c’eri, è ciò che è successo quando ci siamo salutati. Quando, dopo l’ultima birra presa insieme in cerchio su un marciapiede sorprendentemente deserto, tu te ne sei tornato a casa in preda a legittime preoccupazioni inutili, scortato da Fabrizio e accompagnato da Valeria, noi ci siamo resi conto che una notte così lunga non poteva finire su un marciapiede.
Così sulla strada del ritorno Piero mi fa:

- Tu l’hai mai visto il Cuppolone nella serratura?
- Ma quello dei film?
- Esatto! Al giardino degli Aranci.
- No.

E così andiamo io lui e Sara, che quasi stavamo tornando a casa, verso questo fantomatico Giardino degli Aranci, all’esterno del quale ci sono dei palazzi e tu ti guardi un po' intorno e poi infili l’occhio nel buco della serratura di quello che sembra un portone enorme qualsiasi e dall’altro lato vedi, perfettamente allineato, il Cuppolone di San Pietro. La prospettiva è talmente precisa che sembra finto. Già comincio a pensare che dall’altro lato c’hanno appiccicato una cartolina, quando Sara dice che c’è un cancello più in là, e che se magari è aperto si entra nel giardino e poi in fondo c’è una terrazza proprio sopra il Tevere e si vede mezza Roma dall’alto che è l’alba ed è tutto in silenzio e c’è il sole che viene su pianissimo a destra e poi è il Giardino degli Aranci, dai.
Io gli dico molto chiaramente che va bene, fico, andiamo a vedere. Però aggiungo anche che se per caso dovesse mai essere aperto quel cancello alle cinque di mattina e noi riuscissimo ad entrare nel Giardino Segreto delle Favole di Roma, io su uno di quegli aranci - con enorme rispetto per il giardino ma ancor più per le occasioni della mia vita - ci piscerei sopra.

Luciano, che te lo dico a fare.

3 giugno 2013

sto cercando di smettere di fumare poco.


Ho iniziato a fumare, come credo la maggior parte delle persone, per un problema di età. Avere quindici anni, diciamoci la verità, è sempre stato problematico. E non voglio dire che i quindici anni siano di per loro una cosa brutta, assolutamente. Dico solo che lo è averceli.

Io ce li avevo nel 1999, e in particolar modo ce li ho avuti durante l’estate di quell’anno, quando la mia ragazza del tempo mi lasciò. A Benevento non c’era molto da fare avendoci quindici anni nel 1999, nemmeno d’estate. Al di là di radunarsi per strada senza motivo, correre in motorino e cercare di crescere in fretta e in silenzio, l’unica cosa che potevi fare era innamorarti perdutamente di qualcuna. Così mi innamorai in anticipo, che stava ancora finendo l’inverno, e fu la prima volta. Fu bellissimo, immaginavo che saremmo stati insieme per anni nutrendoci solo del nostro imperituro amore, e che avremmo campato allevando farfalle nei rispettivi stomaci.
All’inizio di quell’estate lei fu così cortese da aspettare che partissi in vacanza con i miei per potermi lasciare al telefono, dicendomi che era stata con un altro, e forse ci stava ancora. Fu bruttissimo, eravamo stati insieme per mesi e non me l’aveva mai data nemmeno una volta. In quel momento fu come se tutte le farfalle che c’avevo nello stomaco si fossero trasformate in calabroni. Nemmeno api, che uno almeno poi cresce e diventa apicoltore comunista, calabroni.

Così, qualche tempo dopo, l’11 agosto di quell’anno, fumai la mia prima sigaretta. Eravamo a casa mia, la mia famiglia era via da qualche parte e io ero rimasto in città, a casa da solo per qualche giorno. Avevamo organizzato un piccolo “incontro festivo”, come direbbe mio padre, tra i soliti amici di sempre del momento. Quel giorno me lo ricordo che eravamo in pochi e che faceva caldissimo, che c’era l’eclissi totale di sole e che non ci sarebbe stata per tantissimo altro tempo. Si vedeva dall’Italia, ed era un evento unico, soprattutto perché significava che finalmente anche a Benevento succedeva qualcosa d’estate.
Mi ricordo che c’era pure lei e mi ricordo che il tabacco mi dava alla testa e mi faceva mancare il fiato. Il corpo allarmato mi dava segnali, mi diceva attento che è un veleno, e io rispondevo che a saperlo prima pure lei mi faceva girare la testa e mi toglieva il respiro.
È stata la mia scusa. A pensarci ora avrebbe potuto essere qualunque altra cosa e il mal d’amore non c’entrava niente, che fosse per quello a quest’ora saremmo tutti eroinomani. In fondo cercavo soltanto, in qualche modo, di lasciarmi definitivamente l’infanzia alle spalle. Fumavo credendo di reagire, di riempire un vuoto, di rimediare ad una debolezza (che poi era solo la debolezza di non fumare). Cercavo un modo convincente per accettare il fatto che stavo crescendo. E fumare forse mi pareva la strada giusta per accorciare i tempi, diventare grande e mettere da parte le domande. Sono diventato un po' più grande perché fumo (e non per tutto il resto).

Adesso c’ho quasi il doppio degli anni, nessuna ragazza mi ha lasciato di recente, la prossima eclissi totale pare sarà il 3 settembre 2081 e nel frattempo cerco di fumare ogni giorno un po' di più. Così, per non sbagliare.

20 gennaio 2013

colapesce.



Se n’era accorto che stava diventando grande. E non solo perché ormai la gente lo fermava per strada a dirgli che si era fatto un giovanotto, che ormai era lui l’uomo di casa, che doveva badare a sua madre e che era tempo di mettere la testa a posto. Se n’era accorto soprattutto perché non gli andava di fare niente. Non più e non ancora. Non gli andava più di giocare sulla spiaggia come i picciriddi e non gli andava ancora di andare a lavorare in mare come i pescatori, come era suo padre.
Gli piaceva tutto il resto, tutto quello che sta in mezzo, tra le onde a riva e le reti delle barche a largo. E come glielo spieghi alla gente per strada che quello che sta lì in mezzo non è vuoto, non è tempo perso. Come glielo spieghi che in mezzo al mare si perde di tutto, ma mai tempo. Così non diceva niente a nessuno, ma lo sapeva che la testa ce l’aveva già a posto lì dov’era. E spesso era sott’acqua.
Nuotava sempre Cola, nuotava al mattino e alla sera, nuotava con le sarde e con i delfini, tra le alghe e in mezzo alle correnti, e conosceva più mare che terraferma. 
Ogni sera tornava a casa in silenzio.
- Tutto il giorno a mare! A nuotare dietro alle sirene! E io qui a patire la paura che il mare ti si prende pure a te! Torni muto e pure a mani vuote, che tuo padre almeno du pisci li portava… Bravo stai muto, che così addivenni nu pisci pure tu. E poi vero arriva il giorno che il mare ti si piglia.
Così urlava la madre di Cola, tutte le sere, che ormai nemmeno lei sapeva perché, sempre uguale, sempre al vento. Finchè una volta il vento stette a sentire.
Una mattina Cola se ne andò da quella casa e decise che non sarebbe più tornato, così che la madre si sarebbe potuta disperare per un figlio perso, piuttosto che per uno in casa.
Crescere era sicuramente una bella cosa, lui c’era in mezzo e gli piaceva anche molto, solo che poi alla fine uno diventa cresciuto e smette. E ogni volta che si smette di fare una cosa bella è sempre un peccato. E poi a quel punto ci sono pure le responsabilità e il tuo posto e i tuoi compiti, e visto che la vita si trasforma in un barile di necessità, il mare diventa soltanto un secchio di soluzioni. E forse perciò sembra che le storie di tutta quella gente di terraferma che vive di mare debbano essere sempre un poco tristi, perchè alla fine quelle sono vite che trovano il senso da qualche altra parte, non a mare. E il mare finisce ad essere solo un luogo che si usa, si scava, si naviga, si conosce, si attraversa ma non si vive mai. Perchè nel frattempo si vive in terraferma, pensava.
E Colapesce non è che voleva vivere a metà e, visto che il mare era il posto dove passava la maggior parte delle sue giornate, decise di andarci a abitare.
Le stagioni cambiavano e non c’erano onde che lo stancassero. Nessuno a terraferma lo rivide più e i pochi che riuscivano ad avvistarlo erano i marinai e i pescatori che, quando possibile, si fermavano anche a domandargli consiglio. La lingua della gente di mare è la stessa in ogni porto, e così pescherecci e bastimenti portarono la storia di Colapesce su ogni costa, come il vento ci porta il sale.

Quando arrivò in Sicilia con la sua nave, anche il Re fu raggiunto dalla voce di quel ragazzo che nuotava sempre e non parlava mai. E perciò, essendo uomo di grande cultura e amore per il mondo, e essendo in quei giorni soprattutto annoiato, ordinò di portare Colapesce al suo cospetto.
Dopo giorni di ricerche nei mari di tutta la Sicilia finalmente un pescatore lo trovò:
- Colapesce! Colapesce!
- Che c’è?
- C’è il Re! Ti vuole incontrare! Subito! Al porto!
- Io a terraferma non ci voglio andare.
- Il re è sulla sua nave, non ci devi tornare a terra… lo incontri sulla nave! Amunì!

Sulla nave il Re lo aspettava seduto al centro del ponte che, da quando la nave era ormeggiata, era stato coperto di tappeti, così che Sua Maestà non calpestasse ciò che di solito calpestavano i piedi del mozzo. Colapesce salì a bordo coperto di sale e di acqua e fu portato davanti al Re che il mare ancora gli scendeva da ogni parte e sembrava non smettere mai.
- Colapesce! Mi dicono che tu vivi il mondo del mare come io quello della terra… - disse il re.
- No, vossignoria, io non posso dire di essere il re di niente. Il mare non è mio.
- Ma si dice che passi il tuo tempo col capo sott’acqua, che nuoti con le ninfee e le oceanine, che non temi le onde e le burrasche, che scompari per giorni senza che nessuno ti veda riemergere.
- Nuotare mi prìa.
- Allora nuoterai per Sua Maestà. Nuoterai tutt’intorno alla Sicilia scendendo dove il mare è più profondo e al tuo ritorno riferirai del tuo viaggio a me che ne voglio conoscere.

Colapesce volle ubbidire - se quella di ubbidire può essere davvero una scelta - perché pensò che non aveva mai raccontato il mare a nessuno, che tutti dicevano di conoscerlo già, e se ad ascoltare voleva essere proprio il re forse un motivo c’era.

Dopo qualche tempo Colapesce tornò sulla nave, salì a bordo grondando ancora più acqua della prima volta e disse al sovrano del suo viaggio. Disse delle enormi valli e delle montagne che si estendevano sott’acqua come fossero state sotto il cielo, disse degli animali incredibili che aveva visto sul fondo, disse delle acque freddissime e sempre più blu, delle balene, dei relitti e delle tre colonne.
- Quali tre colonne?
- Maestà, la Sicilia s’appoggia in capo a tre colonne, che vanno giù profonde fino a dove nemmeno la luce scende più.
- Allora tu andrai lì a vedere dove arrivano queste colonne, più a fondo di sempre, e tornerai a riferirmene.
- Ma Sua Maestà capirà bene che è molto pericoloso scendere così a fondo, dove anche i raggi del sole arrivano stanchi.

Ma il Re era il Re, e non esisteva replica ai suoi ordini. Così i marinai lo presero, che ancora spandeva acqua su tutta la tappezzeria, e lo ributtarono da dove era venuto.

Colapesce fu di ritorno dopo molti giorni, tanto che si iniziò a pensare fossero troppi, ma tornò. Molti dei marinai urlarono e risero e applaudirono quando lo videro salire a bordo, ansiosi di ascoltare le sue parole, tanto da non sembrare quelli che lo avevano gettato fuori bordo per ordini a cui non si risponde.
Arrivò davanti al Re completamente coperto di mare, che continuava a scendergli addosso senza fine e senza fine inondava il ponte.
- Maestà, a lungo nuotai per il fondo di quei mari che sembrano non averne. Ma sotto Capofaro non scesi. In un momento era tutto fumo e calore e la colonna su cui poggia Messina sembra tutto un fuoco di vulcano.
Il Re stette in silenzio prima di parlare. Un silenzio che era sicuramente pieno di qualcosa, ma nessuno avrebbe saputo dire se a riempirlo fossero i suoi pensieri, oppure solo il desiderio di far attendere le sue parole, di appesantirle.
- Il mio amore per questa terra e per la conoscenza mi tormenta. - silenzio.
- Essere uomini di cultura è un peso, è una condanna! - silenzio.
- Io devo sapere Colapesce, non posso fermarmi qui. E quindi tu tornerai dove non sei stato per raccontarmi dell’origine di quel fuoco! Capisci no?
Colapesce non capiva, ma non se ne preoccupava più di tanto e restava in silenzio per non turbare ancora di più l'animo sensibile del Re.
- Tu non ti arrendi né alle correnti né alle maree Colapesce! Nuoti e ti immergi senza paura di venire inghiottito. Eppure il mare non si sente mai sfidato da te… - silenzio.
- Maestà, la paura del mare ce l’ha chi lo naviga. Quelli che, vuoti, lo spingono in basso per galleggiarci sopra. Chi invece ci vuole nuotare a fondo, di mare dev’essere pieno.
E così, senza smettere mai di sgocciolare, salì sul parapetto e si rituffò a capofitto in acqua. I marinai si sporsero subito, ma riuscirono a vedere solo un pò di schiuma sull’acqua. Le onde se la portarono via subito, cancellando ogni memoria di quel tuffo. Intorno tutto dondolava piano e in silenzio.

Dopo quel tuffo Colapesce non riemerse mai più. Una volta sceso nel punto più profondo sotto il mare di Messina si accorse che il fuoco arrivava dal vulcano Mungibeddu e che la Sicilia stava crollando su quella colonna persa e disfatta.
E lui, che non si era preso mai una responsabilità, decise di prendersene solo una, solo quella lì, per non voler tutte le altre.

Così ancora oggi la colonna che regge la Sicilia sotto Messina è tenuta in piedi dalle spalle di un ragazzo che tutti vedevano già uomo, ma che pur di non diventarlo mai scelse, alla fine, di essere pesce.

16 gennaio 2011

falsario.

credo di averlo detto già tante volte, ma io non faccio il lavoro che faccio per una questione soldi. se volevo fare i soldi facevo il falsario. invece faccio il fotografo, che in effetti è un pò la stessa cosa, come concetto, con la differenza però che il fotografo può riprodurre praticamente tutto tranne che i soldi.
insomma, visto che non lo faccio per soldi, si può dire che, bene o male, questo lavoro lo faccio per prendermi i complimenti della gente, e un pò mi sbatto per riuscirci. mi sposto, scrivo un sacco di email, vado a conoscere persone e ogni tanto faccio pure qualche fotografia. tutto per i complimenti.
qualche mese fa mi chiama valeria della fnac che mi dice che mi pagano il treno e l’albergo per andare a milano a prendermi un pò di complimenti da un sacco di gente.
e quindi l’altro giorno sono venuto a milano e mi sono reso conto che il mio lavoro inizia finalmente ad essere remunerativo. non siamo ancora ai livelli che la gente mi ferma per strada per dirmi quanto sono bravo. e non c’è nessuna ragazza che arriva e vuole un autografo sulle tette. a quelle cose ancora non ci siamo, però tutto sommato, posso dire che nell’ultimo anno ho fatturato un bel pò di congratulazioni, diverse decine di auguri, un pacco di in bocca al lupo e un numero davvero inaspettato di complimenti generici e particolari.
sono stati così sopra quello che mi aspettavo che, onestamente, sono arrivato al punto che non sapevo più dove metterli. allora ho deciso di depositarli in banca, su un conto, solo che il tipo mi ha detto che non si può fare.
- come non si può fare?
- eh no, mi spiace. ma il nostro istituto di credito non consente un’operazione del genere per questo tipo di titoli.
- che titoli?
- quelli che vuole depositare. congratulazioni, complimenti e così via. mi rendo conto dell’inconveniente, non è il primo che ce lo chiede. ci sono molte persone nella sua stessa condizione.
- ah. beh capisco. la crisi.
- no, guardi la crisi non c’entra. è proprio una questione di promuovere la frustrazione nella gente. si tratta di dinamiche macroeconomiche. e queste dinamiche considerano tutto ciò che sono riconoscimenti, premi, menzioni, complimenti, congratulazioni, pubblicazioni varie, eccetera come una serie di… come glielo spiego… come fosserò dei “pagherò”.
- dei “pagherò”?
- esatto. cioè lei hai in mano qualcosa che un giorno potrebbe essere convertito in valuta. ma per il momento si tratta di qualcosa che non accettiamo, perchè troppo incerto.
- capisco. però sa, io sono cliente da molto tempo. da generazioni direi. mio padre lavora con voi da tutta la vita.
- ah sì? come ha detto che si chiama?
- boccaccino.
- boccaccino… rocco?
- esatto, è mio padre. lavora alla filiale di beneven…
- certo certo. come no. lo conosco. è una persona estremamente in gamba. molto preciso. è venuto anche qui in sede centrale a milano diverse volte. ci ha sempre considerato degli approssimativi.
- non mi sorprende. quante fotocopie fa lei dei documenti?
- beh, quando serve, una copia. a volte due, dipende dai casi.
- mmm… non è abbastanza. vede, mio padre fotocopia tre volte qualunque cosa. anche i libretti di istruzioni che non legge nessuno. anche questo blog. lei non ci crederà ma questo blog è tutto stampato. e poi archivia.
- impressionante. ma non è che è un pò eccessivo?
- ecco. e poi si chiede perchè qui a milano fate la figura degli approssimativi.
- ha ragione. comunque a questo punto, visto che suo padre è dipendente, faccio un ulteriore controllo.
- la ringrazio.
- guardi effettivamente il computer mi dice che una possibilità di deposito c’è.
- davvero? magnifico! posso versare tutto? già adesso?
- mmm… sì, ecco. può versare congratulazioni e complimenti. gli auguri purtoppo non sono un titolo che potrà essere convertito in futuro, e quindi non sono accettati, capisce? ma per tutto il resto non c’è problema. compresi gli in bocca al lupo. versiamo tutto su un conto aperto da suo padre e intestato a lei.
- ah sì?
- sì. beh, da quanto mi dice il computer, suo padre ha aperto questo conto in cui lei può accumulare tutta una serie di titoli non convenzionali. e da questo conto può prelevare del denaro.
- che utilizzerò per accumulare altri titoli non convenzionali. ma i premi fotografici valgono?
- sì, valgono anche quelli. e poi alla fine potrà riscattare il controvalore di questi titoli.
- ma alla fine quando?
- questo non glielo so dire. è una variabile gaussiana.
- gaussiana?
- è il primo nome che mi è venuto in mente, mi scusi. è che il computer non mi da informazioni a riguardo e ho inventato.
- non si preoccupi. lo faccio anche io in continuazione prima di andare a dormire. però si dice terminale.
- prego?
- quello che lei chiama computer in maniera così approssimativa. si chiama terminale.
- uh. è così che lo chiama suo padre?
- solo quando è stanco.

27 novembre 2010

e buonanotte pure stamattina.

ci sono cose che non si fanno. una volta, da bambino, ho preso mia sorella per i piedi e l’ho fatta cadere con la testa per terra e le è venuto un bernoccolo che lei dice ancora si vede. le è venuto subito, istantaneamente, roba che quando mia madre l’ha alzata da terra già ce l’aveva, gigantesco al lato della fronte. vista la caduta mia madre si è talmente spaventata che l’ha portata dal medico del piano di sopra, aspettando addirittura una buona mezzora prima di riempirmi di mazzate.
un’altra volta, da bambino, ho rubato delle gomme da masticare in un supermercato e le ho nascoste sotto il materasso. poi pare che me le sia dimenticate lì sotto e sono saltate fuori solo in primavera quando mia madre ha fatto le pulizie grosse. mi ha chiesto che cosa fossero quelle gomme e io le ho risposto che me le aveva comprate papà. mio padre dal canto suo ha detto pure che era vero. non tanto per darmi ragione, quanto perchè non si ricordava e, dopotutto, poteva essere pure successo. mia madre l'ha guardato con biasimo, come quando tornavamo io, lui e mia sorella dalla spesa del sabato. perchè mio padre non è mai stato capace a fare la spesa, ma visto che il sabato non lavorava andavamo tutti e tre al supermercato mentre mia madre si godeva le uniche due ore della settimana in cui non c’era nessuno che le chiedesse niente. si tornava sempre orgogliosi con buste piene di bagnoschiuma, scottex, cioccolate, merendine, deodoranti, un paio di bottiglie di vino, giornali e topolini e soprattutto coca-cola. ma, nonostante l’orgoglio e la convinzione di aver fatto una spesa giusta e sostanziosa, mia madre aveva sempre di che lamentarsi, accusando papà di spendere un sacco di soldi per cose inutili e che non è che ci potevamo mangiare i bagnoschiuma e i cotton fioc.
sempre da bambino una volta ho dato una ginocchiata in mezzo alle gambe ad un mio compagno di scuola, valerio, che saluto con affetto. non mi ricordo perchè, però mi ricordo che poi lui si è messo a piangere tanto che quasi mi mettevo a piangere pure io. e stato quello il momento in cui mi sono sentito sulla pelle quella roba del non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te stesso.

adesso, io lo so che dovrei continuare col post e la sua naturalezza, ma c’è qualcosa che devo dire in proposito. la frase precedente, come pure “ama il prossimo tuo come te stesso” sono consigli, mi sento di dire, un pò superati. entrambi si basano infatti sulla considerazione e l’amore che si ha di se stessi. il metro di tutto siamo noi stessi. l’io al centro del mondo, essendo l’unica cosa che davvero conosciamo senza filtri. giustissimo. però si dà per scontato che ogni individuo ami in qualche modo se stesso e non vorrebbe mai subire il male, per mano sua o di terzi. al di là del fatto che è un pò triste pensare all’amore per il resto del mondo soltanto come emulazione di uno prodotto e consumato senza che possa nemmeno uscire fuori un attimo a vedere com’è… mi sembra pure che bisognerebbe considerare che esistono anche gli emo e i sadomasochisti. e onestamente non so se mi vorrei trovare bloccato in un ascensore con un emo e un masochista che vogliono farmi sentire quanto amano se stessi o quanto farebbero al prossimo soltanto quello che sarebbero tanto contenti di subire. quindi io riformulerei la cosa tipo “ama il prossimo tuo con buon senso”. che mi pare meglio.

detto questo possiamo tornare al post interrotto, nel quale elencavo due o tre cose che non si dovrebbero fare e che io invece ho fatto, da bambino.
e poi, da fotografo, una volta sono entrato in una stanza d’albergo dalla finestra. e ci sono pure uscito se è per questo.
nel pulmino ci entrano otto persone e noi siamo giusto otto e quando il concerto è finito e pure il dopoconcerto è finito decidiamo che è il caso di andare a dormire. ci fermiamo in un motel e bennett dice:
- roberto noi di solito prendiamo una sola stanza e ci infiliamo dentro tutti. per te va bene?
- non vedo qual è il problema.
- potrebbe non essere molto comodo.
- l’ultimo anno ho dormito più per terra o su un divano che in un letto vero, mi sa che mi ci sto abituando.
- ok, allora tu dormi per terra.
lui e un altro vanno a prenotare la stanza e noi si rimane in sei nel pulmino parcheggiato e due minuti dopo sento alex che fa non è possibile! siamo di fronte alla nostra camera! che culo! e intanto michael salta fuori dalla finestra al piano terra e ci viene incontro.
- ma di solito entrate sempre dalla finestra?
- no! questa è la prima volta! di solito usiamo le porte sul retro, tanto non le controlla nessuno…
- ah. le mitiche porte sul retro. in effetti quelle non le controlla nessuno mai, hai ragione. penso che ogni criminale americano che si rispetti è tale perchè avete le porte sul retro. in italia farebbero solo una serie di figuracce credendo di scappare e infilandosi nello sgabbuzzino o fuori al balcone.
- come dici tu. in ogni caso quella finestra è troppo invitante. cioè è proprio lì di fronte, stiamo comunque facendo qualcosa di illegale, tanto vale farla per bene.
- mi pare inattaccabile.
quella notte abbiamo dormito in otto in una stanza per due. un sacco di cuscini e coperte, per fortuna, anche perchè la band se li porta da casa per dormirci in viaggio.
dopo qualche ora ci si sveglia uno ad uno, si fa la doccia uno ad uno, ci si veste uno ad uno e si esce dalla stanza per andare a fare colazione sempre uno alla volta. mentre mi mangio una cosa che per comodità chiamo pane burro e marmellata mi chiedo come diavolo sia possibile che questi dormono di continuo tutti in una stanza e nessuno se ne accorge mai.
- ci hanno scoperti.
- chi?
- la tipa delle pulizie, quando uno di noi usciva deve aver visto la gente stesa per terra e poi ha parlato con will.
- e l’uscita sul retro?
- hanno il numero della mia carta di credito.
- mmm. mortacci loro.
- ti ricordo che questa conversazione è avvenuta in inglese e non è che adesso ti fai prendere la mano e mi dici cose intraducibili
- ah scusa. to their dead ones?
- senti torniamo in camera, vediamo che dicono gli altri.
gli altri non dicono niente, perchè mentre noi entriamo dalla porta l’ultimo esce dalla finestra e in quell’istante vengono beccati da uno che si affretta verso il furgone lì di fronte con un foglio in mano e urlando cose incomprensibilmente chiare.
ci nascondiamo dietro le tende e non possiamo fare a meno di sghignazzare vedendo tutti gli altri a capo chino prendersi una cazziata da uno che adesso rivendica anche il cuscino di michael sembra molto incattivito perchè pensa che quel cuscino sia dell’albergo e che sia stato rubato. mmm. incattivito è male.
la porta si spalanca ed entra una che sembra non vederci e la prima cosa che fa è controllare che ci siano tutti i cuscini. questa cosa è surreale. perchè preoccuparsi dei cuscini? che cos’hanno di così importante? forse perchè se manca qualcosa nella stanza potete provare che c’è stato un furto mentre non potrete mai provare che abbiamo dormito in otto lì dentro? ah sì? ah sì.
michael si affaccia nella stanza dalla finestra.
- uscite! ora! dalla finestra! chiamano la polizia!
- michael che dici?
- sì svelti, ce ne dobbiamo andare!
io mi giro e guardo bennett che ha intavolato un’interessantissima conversazione con la tipa su qualcosa di inerente a come una figura di merda può trasformarsi in un pasticcio.
lo guardo ma lui non guarda me. guardo la tipa. guardo michael che fa cenno di andare. riguardo la tipa e nel mio sguardo ci sono tutte le parole che non le ho mai più detto. cara signora io lo so che lei è qui e mi sta guardando ed è molto da maleducati fare una cosa del genere, quello che sto per fare io intendo. ma lei capisce che se adesso io non salto da quella finestra, gettando prima il mio zaino fuori, e poi raggiungendo il furgone correndo al rallentatore, insomma lei capisce che potrei rimpiangerlo per il resto della mia vita. nessuno ha rubato niente glielo assicuro. bennett adesso le compone una canzone su i suoi occhi che mi guardano increduli mentre mi avvio e poi si sistemerà tutto. mi perdoni, ma devo scappare.

25 novembre 2010

la discrezione di un attimo.

insomma l’altro giorno ero in un pulmino che stavo seguendo questa band nell’ultima parte del loro tour americano. subito piccola parentesi: è una cosa fichissima… voglio dire, per rimorchiare c’è solo una cosa migliore di essere fotografo di una band in tour per l’america. essere uno della band. quindi ero molto felice perchè mi illudevo di trovarmi quasi in cima alla catena riproduttiva, mi stavo girando un pezzo di america in un pulmino pieno di vegetariani vestiti come sui poster e, culo permettendo, non solo non spendevo niente, ma magari ci guadagnavo pure qualcosa.
ad un certo punto mi rendo conto di queste cose tutte insieme con il punto di vista padreterno. e poi non so come, proprio allora, all’interno del momento definitivo*, parte un paradosso spazio-temporale con la nascita di un momento meta-definitivo nel quale ho realizzato che l’anno prossimo faccio ventisette anni.
al di là del pericolo di collasso dell’intero universo per la creazione di due momenti definitivi uno dentro l’altro, la cosa ha suscitato in me quello che è anche conosciuto come “sbasso”.
- che c’è robè?
- niente.
- che c’hai?
- ventisei anni e mezzo.
- ah. si può fare qualcosa?
- ci sto pensando. il problema è che non posso fare ventisette anni l’anno prossimo. non sono pronto.
- ma che vuol dire?
- vuol dire che ventisette anni significa automaticamente trenta e trent’anni lo sai che vuol dire?
- la seconda volta quindici?
- si vede che scrivi canzoni.
- grazie.
- prego. comunque vuol dire che a trentanni o c’hai una vita, anche da avviare magari, oppure ti rimane solo la possibilità di diventare un banalissimo clichè di uomo cresciuto con la sindrome di peter pan che in effetti continua a comportarsi come c’avesse ventanni con l’unica differenza che adesso è patetico. e non posso nemmeno essere uno di quelli brizzolati! quelli almeno so brizzolati… uno dice vabbè faccio trentanni almeno guadagno di fascino. e invece no! devo trovare una soluzione a questa cosa del compleanno. dici che mi devo fare una vita da qui a tre anni?
- non credo robè. piuttosto, sei contento delle foto?
- certo. e non ti direi mai il contrario visto che devi convincere qualcuno a darmi dei soldi per questo.
- perchè stavo pensando che se ti va puoi anche salire sul palco quando suoniamo.
- ma in effetti già ci salgo.
- ah sì?
- sì.
- ah. ma io dico se vuoi venire pure in mezzo, tanto non ci da fastidio, anzi è meglio che così si vede che c’abbiamo il fotografo ufficiale e facciamo bella figura.
- non credo che abbiate bisogno di pavoneggiarvi in questo senso.
- perchè?
- perchè a marzo andate in tour in australia e giappone. mi sembra che un minimo di popolarità già ci sia.
- vabbè, sappi che a noi non dà fastidio.
- ma no poi rovino tutto lo spettacolo…
- ma tranquillo!
- mmm… vabbè dai, stasera salgo, ma solo un minuto.
- oh, bene!
e intanto penso che forse se sono bravo non se ne accorge nessuno.

* dicesi momento definitivo quel particolare momento in cui una persona sospende la propria vita, la propria coscienza, il proprio continuare ad esistere secondo per secondo, ottenendo la definizione di quello che è.
anche quando ci sembra che non stiamo facendo niente in realtà stiamo almeno angosciandoci per il fatto che non stiamo facendo niente, soprattutto se ci siamo laureati da poco. oppure, al contrario, ci godiamo il fatto che possiamo prendercela comoda a non fare niente e ci rilassiamo, soprattutto se ci siamo laureati da poco. comunque vada diamo da bere ai nostri ricettori di serotonina e portiamo a casa la giornata senza smettere di esistere.
ma durante il momento definitivo pare proprio che anche la nostra serotonina smetta per quell’attimo di agitarsi, e l’unica cosa che facciamo è guardare il mondo come lo guarda il padreterno. che non è esattamente pensare, quindi non è esattamente essere. perchè se è noto che “penso quindi esisto” è pure vero che “faccio il padreterno e c’è gente che ci crede”.
io quando c’ho un momento definitivo generalmente sto viaggiando. o comunque mi sto spostando. non necessariamente verso qualche destinazione precisa, basta che mi muovo. tipo quella volta che ero sul peschereccio e mi ero arrampicato su una cosa alta alta per fare delle foto e poi mi ci ero seduto e avevo smesso di fare le foto e mi ero messo a guardare e basta. e anche ad ondeggiare in effetti. e quello è stato un momento definitivo. io che vedevo me stesso e la mia vita da fuori e vedevo questo ragazzo nato in una città di parcheggi che oggi, non si è capito bene perchè, si trova in mezzo al canale di sicilia, c’è il sole e ha la sensazione che dovrebbe essere a scuola come tutti i suoi compagni.

15 novembre 2010

millenovecentonovantacinque.

esco dalla metropolitana in un posto a brooklyn che pure la metropolitana stessa non a capito che ci passa a a fare. devo raggiungere un locale dove ci sarà il concerto di una band a cui devo fare delle foto. sto posto sembra introvabile perchè, come capisco solo poi, è una delle mille realtà di brooklyn che non esiste. cioè non so bene se è occupato, ma credo di sì, fatto sta che da fuori non capisci nemmeno bene che è un luogo.
e mentre sono lì in strada, in piedi di fronte a questo qualcosa, domandandomi a cosa stessi davanti, mi passa accanto un tipo alto due metri, magrissimo, uscito direttamente dal millenovecentonovantacinque.
- sai come si entra?
- non ne ho idea.
- comunque mi sa che io vi devo fare le foto.
- oh, fico. per il resto del tour?
- vi avanza un posto?
- certo.

il resto del tour è una settimana. cinque date fino a memphis. se davvero parto sarà tra qualche ora. e se davvero torno poi vi dico.

2 novembre 2010

quello a destra non sono io.

ieri era halloween. tutti erano vestiti da qualcosa. tendenzialmente super mario. io sono sceso di casa e la gente si chiedeva da cosa fossi mascherato. però se lo chiedeva tra sè e sè, senza darmi nemmeno un pò di soddisfazione. perchè se me lo avesse chiesto avrei risposto che ero vestito da blogger pigro.

22 settembre 2010

editoriale.

ok, ogni tanto mi faccio pubblicità. questo non è il primo post né sarà l'ultimo dove canto le mie lodi, e soprattutto dove vi invito a fare lo stesso. lo so, è conflitto di interessi, ma prometto che vi risparmio l'editoriale.

tempo fa c'è stata londra. molto tempo fa. ma, come si sente spesso da queste parti, per le cose belle ci vuole pazienza.
e dopo tutta questa pazienza quello che ne è uscito lo potete scaricare liberamente a questo link. sì, bravi, nel senso che ve lo regaliamo proprio. poi ve lo potete stampare, lo potete inviare alla vostra fidanzata con la quale avete qualche problema e dire con orgoglio "guarda qui! allora io non sono gay!" o magari lo cancellerete singhiozzando, una volta scoperto di adorare l'ultima foto e non sapere adesso come dirlo a vostra madre. oppure potete chiamarmi per chiedermi di fare lo stesso con il coro che frequentate in parrocchia. o in moschea. potete farci tutto, tranne soldi. quelli non ce li fa nessuno non vedo perchè vi dovete arrogare questo diritto. ah, non vi dimenticate di apprezzarlo moltissimo e di farci un sacco di complimenti. e questa volta non è plurale maiestatis, è proprio un lavoro di gruppo. tipo quelli che ti fanno fare alle medie. e nel mio gruppo siamo capitati io e certi musicisti ottocenteschi resuscitati nell'era degli amplificatori.