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15 giugno 2016

Di quando ho scritto un testo introduttivo e poi non era vero.

Tempo fa le amiche di Everyday_Italy (l'account instagram collettivo che, un fotografo alla settimana, racconta l'Italia in maniera figa) mi avevano chiesto di scrivere un testo introduttivo per una mostra che ci sarebbe stata durante FotoLeggendo, a Roma (festival che ha inaugurato la settimana scorsa). Io ho accettato, povere loro. 
Doveva essere un "intervento breve ma intenso, divertito ma romantico, scanzonato ma intelligente, sul tema di Italia, quotidianità, cellulari, comunicazione, digitale, collettivo, instagram e fotografia mischiato ovviamente a quello che ti pare". Io mi sono concentrato solo su "quello che ti pare" e ho scritto una cosa su Jovanotti (che alla fine, insolentemente, è andata esposta con le foto).

La mostra è stata spalmata con un allestimento fresco e informale sul Ponte degli Argonauti, alla Garbatella. Pare fosse qualcosa di bello, io non l'ho vista perché dovevo risolvere sta cosa del diventare padre, però magari è ancora lì, andateci. Ah, comunque quello che segue è il testo in questione.

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C’è una mostra di cose Instagram su di un ponte e io lo so che cosa stai pensando. No, non è vero, non lo so.
Però so che cosa sta pensando Jovanotti in questo momento, ovunque si trovi.  E in effetti non è così difficile immaginarlo, visto che da quando è diventato quarantenne non pensa più in maniera discorsiva, lineare, progressiva: Jovanotti pensa per elenchi. Quello che scrive è ormai un’enorme lista della spesa di cose che evocano in qualche modo ricordi, emozioni, desideri. Lui mica canta, sta lì e fa elenchi.

Quindi è presumibile che adesso sarà lì a dirsi, più o meno:

L'amore di una sera, gli amici di una vita,
la maglia dei mondiali scolorita.
Innaffiare le piante.
Una mamma, una figlia.
Un magnete sul frigo, la parmigiana di melanzane dentro.
Saltare la corda, comprare le patate.
Un rotolo di scottex.
Un cactus.
Il Big Bang.

Robe così, e la gente di solito ci si riconosce pure (perchè sì, è vero, oggi la gente si riconosce in quasi tutto).

Già, questo è una sorta di testo introduttivo ad una sorta di mostra fotografica sull’Italia. E parlo di Jovanotti qui soltanto perché mi sembra che, in generale in questo paese c’è un po’ di gente che gli dà credito. E io adesso - visto che devo pensare ad un testo critico su come si racconta l’Italia, sulle comunicazioni contemporanee, sull’impulsività dei social, sulla spontaneità decostruttivista della narrazione mitopoietica - voglio capire se Jovanotti c’ha ragione o no a parlare di questo paese spezzettandolo, isolandone gli elementi e mettendoli in fila.
Fatto. C’ha torto! Diciamocelo, il metodo Jovanotti fa cagare. É limitato, semplicistico e riduttivo. Per costituire un immaginario ne prende uno di partenza, lo mischia tutto, lo mette in fila un tassello accanto all’altro, e ciò che ne esce è uguale a quello di prima. Tipo il gioco delle tre carte, ma la posta sono i tuoi riferimenti culturali. Maledetto.

Io lo capisco che per narrare certe cose, tipo l’Italia oggi, o la nostra generazione (ognuno ha una sua generazione, quindi non ti sentire escluso), una strada buona sembra quella di lasciar perdere e mettere soltanto in successione gli elementi chiave. Però così ti arriva a casa un pacco pieno di pezzi numerati, una sorta di IKEA emotiva, in cui tu in qualche modo riconosci ogni pezzo e, anche se non sai di preciso che farci, sembra proprio che l’insieme sia destinato a te. E magari finisce pure che diventa la tua camera da letto.

E invece no.

Almeno per il tempo che ti serve a guardare questa serie di immagini, lascia stare le istruzioni IKEA e gli elenchi di Jovanotti. Non cercare il filo in un discorso fatto di punti, perché se lo cerchi vuol dire che lo conosci già. Sì ok, sono tutte foto sull’Italia, sulle città e la provincia, sul nostro tempo e il nostro mondo. Ma lascia perdere, non c’è bisogno di leggerci dentro questo racconto. Il bello di queste immagini è che, volendo, possono illustrare un’Italia possibile, e non necessariamente reale. Prese singolarmente magari documentano pure qualcosa, ma nell’insieme fortunatamente no. E non solo perchè arrivano da autori diversi, ma soprattutto proprio per quella storia della “spontaneità” di Instagram, che si basa quasi sempre su episodi, su piccole scene ed esperienze ristrette. E che, di conseguenza, richiede per forza a chi guarda - e meno male - un impegno a costruirsi in testa le storie che nelle foto non si vedono.
Insomma, non ti riconoscere in queste immagini, prendi i pezzi numerati per montare la camera da letto e facci una barca a vela. È così che viene fuori un immaginario nuovo, che tra l’altro in questo paese è una delle cose che serve di più.

Scusate, vi devo un testo introduttivo.

2 maggio 2015

Il diritto al dovere.


Il concerto del primo maggio è una cosa in cui trovi tanti motivi di interesse quando hai ventanni, poi crescendo te ne frega sempre meno di andare in una piazza grande quanto il paesino da cui sei partito, ma con molti più gomiti e ginocchia, a farti una reputazione online sdraiato sul tuo zaino. Però io al concertone di piazza San Giovanni non c’ero mai stato, lo avevo sempre soltanto visto in televisione, immaginando l’incommensurabile divertimento che mi stavo perdendo. Quindi quest’anno, trovandomi a Roma pochi giorni prima del mio trentunesimo compleanno, ho pensato che almeno un quarto d’ora ce lo dovevo passare. Tanto per dire che ci sono stato entro i trentanni, e quindi prima della fine dell’adolescenza.

Visto che quando vai al concerto del primo maggio non è che puoi pretendere di vedertelo veramente il concerto, mi sono messo in mezzo alla gente a fare più o meno quello che facevano tutti, cioè niente. La maggior parte delle persone però era totalmente ubriaca, o in qualche caso sotto chetamina, ed è riuscita a passare un piacevole pomeriggio di svago, dimenticandosi di questo enorme niente a forma di piazza San Giovanni tutt'intorno.
E sono stato benissimo, non tanto perché mi sono tolto un peso, ma soprattutto perché a me non fare niente mi piace proprio tanto. Io ci passerei le giornate a non fare niente, e in effetti ce ne passo molte, solo che poi arriva sempre quello che ti chiede che stai facendo in questo periodo e a te ti prende male e ti metti a riflettere sul senso del lavoro oggi e su quanto non c'hai voglia di condividerlo.

Mi sa che il concetto di lavoro per come ce l’abbiamo adesso, e per come tentiamo di difenderlo, arriva dal fatto che è una cosa di cui abbiamo avuto bisogno per la nostra autodeterminazione, per definirci di fronte agli altri e di fronte a noi stessi. Il lavoro è stato uno strumento che, oltre ad altre robe ovvie, ha permesso alle persone di poter essere riconosciuti in un ruolo, economico e soprattutto sociale.
Un mezzo insomma, e forse nulla di più, perché l’individuo c’era anche prima e dopo il lavoro che faceva. Questo prima e questo dopo erano però robe complesse, personali, difficili da spiegare alla società, dure da inserire in un sistema, e quindi giustamente si è usato il lavoro come veicolo. Così si trovava un senso e un’appartenenza.
Oggi mi sembra però che ci affanniamo a difendere il diritto ad un lavoro che non è più niente del genere, un lavoro che si è trasformato da tramite a traguardo, da strumento ad obiettivo di quell’autodeterminazione che dicevo.
Detto in altre parole, il lavoro oggi non contribuisce più a definire la mia vita, ma al contrario è la mia vita che viene spesa a definire il mio lavoro e il mio ruolo.

Quello che poteva e doveva essere considerato come un diritto all’esserci e all’essere riconosciuti, ad edificare una propria individualità nei confronti di un sistema, sembra essere stato trasformato in diritto allo scomparire, all’essere moltitudine, diritto al venire finalmente “assorbiti” da un’economia.
E poi dice che uno si incazza.

Perciò, forse, è il caso di riflettere di più sulle ragioni per cui è importante difendere il lavoro oggi (sì, è sempre importante) e cercare di riconoscere le varie occasioni in cui ci stiamo facendo fessi da soli.
Facciamo un esempio stupido e poi basta. Prendiamo una coppia di fidanzati dove si esce ogni tanto separatamente, ognuno con i propri amici, in autonomia e con serenità. È una cosa che ci sta, anzi è proprio una cosa giusta, che rinforza il rapporto (il quale in effetti dovrebbe essere un’unione di due individualità distinte, ognuna con le sue esigenze da tenere vive). E questo diritto ad avere i propri spazi è una cosa sana, da difendere. Poi dopo qualche anno, per varie ragioni di cui nemmeno ci si rende conto, in questa coppia si arriva alla situazione paradossale per cui si sta il più lontano possibile, non ci si vede mai, non ci si chiama mai e figurati se si esce insieme, tutto per paura di violare quel diritto all’indipendenza. Si sacrifica così il senso di tutta un’unione - di cui si fa pur sempre ancora parte - in funzione di quello che era solo un modo per stare bene insieme (il farsi i fatti propri, in questo esempio) e che è diventato così l'unica regola per tutto.

- Partita a PES?
- Ma la tua ragazza?
- È a casa, credo.
- Ah, vivete sempre lì?
- No, abbiamo deciso di vivere in case diverse. Io mi prendo il Barcellona.
- E perchè, andava male?
- No andava bene, ma ci amiamo un sacco, e quindi dobbiamo stare lontani. Ce le hai le birre?
- In frigo. Ma vi vedete spesso comunque?
- Mmm, in effetti no. È un rapporto a cui teniamo molto, quindi ci vediamo il meno possibile, sai.
- Già. Ma stasera magari per la cena con gli altri la puoi chiamare se vuoi.
- Guarda ti ringrazio, ma non vorrei pressarla. Messi Messi Messi!
- Pressarla?
- Eh, cioè sai quelle cose per la nostra libertà. Sono diritti che dobbiamo tenerci stretti. Che come si fa ad avere un rapporto senza essere autonomi?
- Capisco. Ma, scusa, l'amore lo fate ogni tanto?
- Ogni tanto, sì, certo. Ci masturbiamo uno di fronte all'altra.
- Bello.
- Sì, abbastanza. Messi gooool!

E il diritto all'indipendenza all'interno della coppia si è trasformato in diritto a non viversi più la coppia manco per sbaglio.

Vabbè, se c’avete trentanni e non siete mai stati al concertone del primo maggio, sappiate che tutto sommato è ok, ma non è questa gran cosa. Festeggiare il lavoro è bello, però celebrare il non fare niente è certamente meglio.

5 marzo 2015

Il tennis, American Sniper e la mafia.


Che non sia più la trilogia de Il Padrino e compagnia bella a rappresentare la mafia contemporanea lo sapevamo. Ma in questi giorni sembra sempre di più che la criminalità organizzata che fa base in Sicilia - e che non è solo siciliana - attinga, nella costruzione del proprio immaginario, alla cultura pop più generalista, ai consumi culturali di questi anni. Le vicende degli ultimi giorni, infatti, hanno riferimenti che sembrano presi da un sommario di Wired, o de Il Post, o da una home page di un social network a caso.

Piccola premessa. Nino Di Matteo, magistrato palermitano e pubblico ministero nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, si trova a investire tutto il proprio tempo, la propria sicurezza e, in larga parte anche la propria privacy nel lavorare a questo dibattimento che, per intenderci, è uno dei più pesanti che la Repubblica Italiana si trova a dover sostenere - e fronteggiare, a quanto pare - da quando è stata inventata. Vista la delicatezza di tutta questa storia, viste le sue competenze, e soprattutto visto il numero infinito di merde e piedi altrui disseminati ovunque - che come ci si muove si pesta qualcosa - Nino Di Matteo è in cima alla lista di quelli da ammazzare. Lo vogliono fare fuori perché sta portando avanti un procedimento in cui si tenta di dimostrare che lo Stato è sceso, o salito, a patti con la mafia (a grandi linee nel periodo in cui la mafia metteva le bombe). Un procedimento in cui si tenta di dimostrare che ci sono state, e in effetti continuano ad esserci, parti delle istituzioni, uomini di stato, carabinieri, servizi, e forze eversive di varia genesi che hanno ben pensato di compromettere la democrazia in cui tutta questa nostra Storia nazionale ha sempre creduto di iscriversi. Insomma se questo processo va avanti e si risolve con delle condanne, lo Stato Italiano non ci fa una bella figura. E questo è un aspetto piuttosto cruciale. La mafia, tutto sommato, non è quella che ne uscirebbe peggio da questa cosa. Certo, perderebbe riferimenti nel cuore del governo e dell’amministrazione pubblica, insieme alla possibilità di muoversi come crede, ma di certo non perderebbe la faccia. Alla mafia che gliene frega se poi si dice che ha collaborato con lo Stato Italiano?

- Totò!
- Eh.
- Qua dicono che hai collaborato con lo Stato! Dice la Repubblica Italiana, dice!
- Non ne so niente.
- Che li hai ricattati, che c’hai fatto cambiare le leggi, e gli ha dato pure a mangiare!
- No a tutti, però. A qualcuno.
- Totò
- Eh.
- Ti devo fare i complimenti.
- Ti ringrazio, una soddisfazione ogni tanto.
- Saluti.
- Saluti.

È lo Stato che non può permettere una cosa del genere, perché una verità di questo tipo sgretolerebbe completamente le basi delle sue istituzioni. E così, permaloso e lungimirante come ogni Stato con la mafia dentro, tenta di risolvere le cose prima che diventino problemi, o quantomeno ci prova, facendosi aiutare appena è possibile dagli amici che già c’hanno le mani sporche.
Nino di Matteo sta diventando un problema, e così si ritrova a dover fronteggiare un progetto di attentato alla sua vita in stato molto avanzato. Non vado nei dettagli, che tanto si trovano sui giornali. Però riporto gli ingredienti, che sono la cosa importante se dovete preparare un revival del ‘92:

• 150 kg di tritolo arrivati a Palermo (bagnateli con un panno caldo e nascondeteli)
• Kalashnikov e bazooka a Roma (in un cestino da picnic, per una romantica sorpresa al Pigneto)
• 2 scorte di protezione con mezzi blindati e gruppi speciali
• 1 cecchino (uno a persona)

Come dicevo all’inizio sembra che tutte queste vicende si stiano manifestando in una cornice dai riferimenti insolitamente pop. La criminalità organizzata secondo me si è stancata di fare la criminalità organizzata. E per quello che le è possibile tenta di ammazzare persone e corrompere lo Stato dando sfogo ai bisogni che la timeline di Facebook le propone, e al dilagante desiderio di essere come tutti. Gomorra e la violenza non vanno più di moda come una volta; oggi c’è il tennis, c’è la Playstation 4, ci sono il cinema di Clint Eastwood regista e la serie House of Cards. Il mafioso di oggi ama Wes Anderson.

Qualche giorno fa presso i campi del Tennis Club 2 di Palermo si è tenuta una delle partite più interessanti del Sicilia National Open. Il tennis è uno degli sport che è tornato più in voga negli ultimi anni, insieme al rugby, al ciclismo e al cake design. Tutti sport minori e anticonformisti, di cui parlare a quelle cene dove parlare di calcio è mediocre, senza accorgersi che comunque si sta passando la serata a parlare di sport.
Ed è proprio il tennis a rappresentare al meglio le vicende che ormai da decenni hanno luogo nell’isola più grande che c’è in questo mare. Nino Di Matteo arriva sulla terra rossa circondato dalla sua squadra (che come vedremo presto non è nemmeno la sua), pronto ad affrontare l’ennesima partita di un torneo che difficilmente arriverà ad una finale, ma che sicuramente è già entrato nella Grande Slam.
Anche in questo incontro le regole e la configurazione sono le stesse che già abbiamo visto in tutto il Sicilia National Open. Di Matteo gioca un singolare, dall’altra parte della rete giocano in doppio. Gli avversari insomma sono due, sono in squadra insieme, si alternano alla battuta e si danno poca confidenza, come tutti i tennisti che giocano insieme da lunga data. Anche per questa partita, come per tutto il resto del torneo, si segue il sistema del così detto “Ma mi pigghi pu culu?” secondo il quale la squadra avversaria ci mette pure l’arbitro, i commissari di linea e i raccattapalle. E assegna a Di Matteo anche l’allenatore, il preparatore atletico, il massaggiatore e il campo dove allenarsi.
Insomma la partita è difficile e delicata, ma il magistrato a quanto pare ci sa fare, è un giocatore di un certo livello. E allora la coppia stato-mafia alla fine di un tie-break molto impegnativo pensa bene che forse è proprio arrivato il momento di un placcaggio, di un calcio volante sulla rete, o di un gancio sotto la cintura; di un fallo tattico insomma. E visto che il tennis non prevede contatto fisico, assume un cecchino.

Ultimamente sui tetti di Palermo pare si apposti un uomo dalle sorprendenti abilità balistiche e dalla vista acutissima. Un uomo che gira col fucile di precisione anche quando va in farmacia o al mercato, e che per questo in città passa tranquillamente inosservato. Un uomo silenzioso e preciso, che agisce all’ombra dei suoi, ma che al tempo stesso li protegge, gli permette di procedere nella loro missione di difesa dello status quo, eliminando ogni minaccia dall’alto. Una sorta di omologo di Chris Kyle, il protagonista eroe di American Sniper, con l’unica differenza che Chris Kyle è stato un marine pluridecorato e probabilmente il cecchino di Palermo pure.

In effetti, pur ragionando sulla storia che la mafia si sta sdoganando dalle vecchie immagini e i vecchi comportamenti, pur accettando il fatto che si ispiri sempre di più ai consumi culturali del quarantenne italiano medio, che voglia votare PD e voglia assolutamente andare dalla Bignardi, pur accettando che si sia fatto un profilo su Runtastic e l’abbonamento a Internazionale, a me qualche dubbio sul cecchino mi rimane. American Sniper non si diventa così facilmente, è una cosa sofisticata, non basta la cazzimma di Scarface. Insomma, vabbè che sei mafioso e sei cresciuto con GTA Brancaccio - al netto della Playstation - dove sicuramente non ti è mancata familiarità con le armi, però per fare il cecchino con un fucile di precisione un po' di addestramento serio ce lo devi avere. Cioè magari se ci pensi bene, tu cecchino sui tetti di Palermo che vuoi sparare ad un magistrato a 800 metri, forse una scuola di tiratori scelti l’hai fatta da qualche parte. Dai, dici la verità.

17 giugno 2013

appunti per luciano.


“Ciao Peppe, ascolta, sono in studio da alcuni amici ma ce ne stiamo andando. Forse al massimo ci fermiamo a prendere una birra per via, comunque niente di lungo. Quando sono sotto casa tua ti faccio uno squillo così mi apri.”

Subito dopo sono in macchina con Piero e Sara sulla Prenestina e piove. Pensiamo di chiamare Luciano, che dopotutto si è laureato quella mattina insieme a tutta una serie di amici suoi e dovrebbe essere da qualche parte a festeggiare il suo accesso al mondo della disoccupazione. Gli chiedo se è ubriaco, dopotutto è quasi mezzanotte, e lui mi risponde con una lucidità davvero poco convincente che non lo è affatto e che è appena uscito da una pizzeria a Trastevere. Manda i saluti a Carlo - un amico comune che vive a Berlino e che secondo lui dovrebbe trovarsi per qualche oscuro motivo in macchina con me in quel momento - e soprattutto ci tiene a sottolineare che lì dov’è lui non piove ancora. Piero giustamente mi suggerisce di chiedergli in quale fuso orario si trova questa pizzeria a Trastevere, così per orientarci.
Lo raggiungiamo che ha smesso di piovere e mi domando se gli ubriachi non abbiano poi alla fine più ragione di chi li deride. 
L’assenza di barcollo e la compostezza che bene o male lo ha sempre contraddistinto ingannano un osservatore esterno. Lo vedi lì, a conversare amabilmente, e sembra quasi che va tutto bene, e che sarà una serata come tante altre, poi ti avvicini, ci interagisci, e ti rendi conto che sei entrato in un circo. I mangiatori di fuoco, i trapezisti, gli elefanti volanti e in sottofondo Moira Orfei che canta I migliori anni della nostra vita. Perché dopotutto ci si è appena laureati e un minimo di nostalgia e malinconia ci stanno. Insomma una serata che vale la pena ricordarsela caro Luciano, e visto che lo so che di quella notte hai accumulato più postumi che ricordi, ecco qualcosa di vago e superficiale, ma che almeno così c’è e non si perde. Giusto per il gusto di contribuire ad una reminiscenza, per restituire dignità ad una serata che rischierebbe di venire sottovalutata. E durante la quale, soprattutto, la dignità non è stata proprio presa in considerazione.

La pizzeria sta chiudendo e subito fuori c’è questa ventina di persone vicine tra loro, che da lontano sembra tutto un insieme unico e da vicino invece sono tanti piccoli gruppi. Una massa che in qualche modo sta festeggiando e al tempo stesso sta cercando di dimenticarsene la ragione. Appena ci avviciniamo Luciano inizia a presentarmi gente. Sembra che lo faccia quasi in maniera mirata, selezionando le persone, ne chiama uno alla volta e un po' a voce bassa mi introduce dicendo il mio nome e cognome. Due chiacchiere e poi ne chiama un altro, tipo ad un ricevimento della corte della Regina Elisabetta. Dopo un po' mi accorgo che non c’è una vera selezione della gente visto che, uno ad uno, li chiama praticamente tutti e bisbiglia il mio nome. E cognome. Come se fossi una celebrità o più probabilmente un latitante.

- Luciano, abbi pazienza.
- Ma perché?
- Se quando mi vuoi far conoscere una persona ammicchi la gente si fa strane idee.
- Ma perché?
- Ma non lo so, mi sento in imbarazzo.
- Ma perché?
- Mi hai presentato pure al tipo che vende le rose, dicendo nome e cognome. Ammiccando. il minimo è che la gente pensa che siamo fidanzati.
- Perdono.
- No ma tranquillo, che perdono. stai sereno!
- Scusa.
- Ancora? Ma vai facile, non ti scusare, veramente! È solo che non me ne voglio tornare a casa con una rosa stasera.
- Rosa.
- Lucià, ma stai cantando Tiziano ferro?
- Posa.
- Cazzo.

Dalla pizzeria ci spostiamo, ormai gruppo ristretto, in un bar poco distante, di quelli che c’hanno le luci al neon dentro e forse pure fuori e che le buttano fuori, su Trastevere infrasettimanale e insonne, come fossero secchiate d’acqua, a creare macchie enormi e fredde su un pavimento che altrimenti è ovattato, morbido e forse pure giallo.
Beviamo delle cose appoggiati ad una macchina nella piazzetta di fronte al bar, con l’unico apparente scopo di mettere alla prova la cena. Mi viene in mente quasi subito che io e Piero abbiamo cenato poche ore prima, incoscientemente, con diverse birre e una busta di patatine.
Siamo meno di dieci, ma sembra che siamo tutta l’Italia nata negli anni ottanta, quando non si aveva paura di niente e di nessuno, nemmeno di creare una generazione come la nostra. Mi piace immaginare gli anni ottanta come il decennio della plastica. Non è vero però ecco, negli anni ottanta si inventano la plastica e tutto diventa più bello e più ricco e più possibile. Il decennio dell’onnipotenza, delle infinite destinazioni commerciali, del petrolio come base naturale. Dove il progresso afferma l’obsolescenza del legno e del vetro e del metallo. Il decennio durante il quale si inventano pure noi, nati insieme alla plastica, e che trentanni dopo ci siamo dovuti inventare il riciclo e la raccolta differenziata.
La maggior parte di noi dieci si sono laureati quella mattina, qualcuno per la seconda volta. Un paio lo sono da tempo, tipo il sottoscritto. Tutti, tranne una, sono in cerca di un lavoro vero. E nessuno sa davvero che cosa farà da grande.
L’unica con un lavoro più lavoro di tutti gli altri sembra essere Lucia, una ragazza molto carina e appariscente scritto tutto in corsivo con le virgolette. Ad un certo punto imprecisato della serata qualcuno sembra accorgersene, o semplicemente ricordarsene, iniziando a voler entrare a tutti i costi tra quelle virgolette. Allo stesso tempo Luciano comincia ad eliminare pian piano tutta una serie di filtri e codici relazionali nei confronti di tutti, concentrandosi su un solo ed unico elemento di conversazione per ciascuno dei presenti, indipendentemente da cosa si parla. Situazione che diventerà praticamente ingestibile a fine serata, quando ripeterà a nastro ad ognuno di noi, a turno e con un frequenza imbarazzante, cose del tipo:

Io: Venire a trovarmi a l’aquila giovedì. Partire insieme anche se lui sta impegnato. Poi comunque ci sentiamo.
Valeria: Andare a prenderlo a casa l’indomani mattina alle undici meno cinque per accompagnarlo ad un improbabile appuntamento su skype.
Lucia: Opportunità o meno di essere biondi.
Fabrizio (l’enorme pazientissimo coinquilino): Riportarlo a casa. Ogni cinque minuti.

Il bar chiude, la macchia di neon scompare, e qualcuno dice di andare a San Lorenzo per proseguire. Ci infiliamo in un paio di macchine dandoci appuntamento da qualche parte che poi finisce sempre per essere Celestino.
L’annoso problema di dove far sedere in macchina il tipo messo peggio si presenta anche quella notte. Lo butti sul sedile posteriore in preda alla scomodità e al mal di macchina ma dove almeno si sta fermo, oppure ti accolli il rischio di farlo sedere davanti dandogli la possibilità di interagire col mondo e soprattutto con l’autoradio? Rischiamo. Facciamo malissimo.
Durante l’interminabile viaggio verso San Lorenzo ascoltiamo penso una quindicina di volte tutto l’intera gamma delle medie frequenze, con piccoli e brevi indugi provocatori su Radiomaria.
Siamo praticamente arrivati a destinazione (e sta per venirci a tutti un ictus collettivo) quando vediamo un tipo al centro della strada con le braccia alzate. Non si capisce bene chi sia ne che cosa voglia, fatto sta che sta in mezzo e Valeria si ferma. Luciano abbassa il finestrino e il tipo vuole un passaggio a Termini. È un tipo un po' singolare, e in effetti pure un po' plurale, visto che continua ad alternare schizofrenicamente facce minacciosissime a facce piacione e amichevoli. Siamo lì che lui cerca di convincerci, si presenta a tutti e io quasi temo che Luciano mi introduca con il solito sguardo complice. Però non lo fa, si limita solo a dargli la mano, lasciandogliela per ore, e intavolando una bella e cortese conversazione sull’eleganza e l’opportunità di parcheggiare lì nei pressi. Il tipo fuori, che si chiama Federico, pare dubbioso sulla mancanza di disponibilità da parte di Luciano e di noi altri e prosegue l’interessantissima discussione con una retorica non certo priva di una qualche efficacia. Luciano ascolta con trasporto e coinvolgimento le sue speculazioni, sempre mano nella mano, alimentando nel sottoscritto derive epistemologiche su quello che sta accadendo. Il fascino di stare in mezzo alla strada fermi in macchina, con un tipo che tiene per mano il tuo amico seduto davanti (autoelettosi tra l’altro miglior interlocutore per una situazione del genere) è sicuramente altissimo. Inizio ad accarezzare l’idea di addormentarmi in macchina, in mezzo a quell’incrocio di San Lorenzo, cullato da una parte dalle filosofie di Federico sulla fenomenologia di andare alla stazione tutti insieme, sulla canna che ci vuole offrire, sulla necessità di un nuovo paradigma dell’autostop, e dall’altra dalle minute risposte di Luciano, che fondamentalmente dice sempre la stessa cosa, guadagnandosi l’eterno appellativo di Luciano Meraviglia.
Poi Valeria, vivaddio, decide di ripartire e approdiamo due minuti dopo in una strada che è evidentemente troppo tardi e troppo lunedì per trovare sveglia come sempre.

Quello che sicuramente non puoi sapere, caro Luciano, perché non c’eri, è ciò che è successo quando ci siamo salutati. Quando, dopo l’ultima birra presa insieme in cerchio su un marciapiede sorprendentemente deserto, tu te ne sei tornato a casa in preda a legittime preoccupazioni inutili, scortato da Fabrizio e accompagnato da Valeria, noi ci siamo resi conto che una notte così lunga non poteva finire su un marciapiede.
Così sulla strada del ritorno Piero mi fa:

- Tu l’hai mai visto il Cuppolone nella serratura?
- Ma quello dei film?
- Esatto! Al giardino degli Aranci.
- No.

E così andiamo io lui e Sara, che quasi stavamo tornando a casa, verso questo fantomatico Giardino degli Aranci, all’esterno del quale ci sono dei palazzi e tu ti guardi un po' intorno e poi infili l’occhio nel buco della serratura di quello che sembra un portone enorme qualsiasi e dall’altro lato vedi, perfettamente allineato, il Cuppolone di San Pietro. La prospettiva è talmente precisa che sembra finto. Già comincio a pensare che dall’altro lato c’hanno appiccicato una cartolina, quando Sara dice che c’è un cancello più in là, e che se magari è aperto si entra nel giardino e poi in fondo c’è una terrazza proprio sopra il Tevere e si vede mezza Roma dall’alto che è l’alba ed è tutto in silenzio e c’è il sole che viene su pianissimo a destra e poi è il Giardino degli Aranci, dai.
Io gli dico molto chiaramente che va bene, fico, andiamo a vedere. Però aggiungo anche che se per caso dovesse mai essere aperto quel cancello alle cinque di mattina e noi riuscissimo ad entrare nel Giardino Segreto delle Favole di Roma, io su uno di quegli aranci - con enorme rispetto per il giardino ma ancor più per le occasioni della mia vita - ci piscerei sopra.

Luciano, che te lo dico a fare.

26 marzo 2012

amore mio di provincia.


sono andato a roma per smettere un’altra volta di fumare.
il secondo giorno è stato un pò brutto. ero agitato e masticavo gomme. guardatemi, sono sceso dal tram e non mi sono acceso una sigaretta. ehi, sono qui all’aperitivo con una rappresentativa fotografica romana e rimango dentro il locale a non pensare a ciò che tutti stanno facendo sul marciapiede fuori. i miei amici sono in ritardo, non mi fumo alcuna sigaretta. bevo alcol, bevo caffè, mangio un gelato al pistacchio buonissimo poi mi metto al sole e non succede niente. intrattengo conversazioni che mi prendono molto e nemmeno una sigaretta.
e poi il giorno dopo mi sveglio che puzzo di fumo. penso com’è possibile, che c’ho avuto sì una notte agitata però non mi sono alzato mica per fumare, mica a sti livelli. alito nelle mani e sento che in realtà sul serio non ho fumato, anche se mi verrebbe di dire dì sì. e in effetti mi ricordo che ero in questo autogrill piuttosto affollato dove forse decido di consumare qualcosa, quando ad un certo punto tutti si accomodano a vari tavoli spuntati a caso, oppure su vari tappeti in terra, e anche io. e gli afterhours cominciano il loro concerto. più che un concerto era tipo un set acustico e c’era anche un ospite molto importante che cantava ma non me lo ricordo chi era. e io ero molto nervoso, seduto al tavolo, e scrivevo tantissimo, in maniera cattiva su un quaderno, mi ci accanivo su questa pagina e scrivevo in corsivo cose inutili che non avevano significato, e che in realtà non decifravo nemmeno, ma di sicuro volevano dire qualcosa. scrivevo e fumavo, fino a che non mi hanno iniziato a guardare storto un pò tutti, che eravamo pur sempre in un autogrill, e negli autogrill è vietato fumare.
il giorno dopo ho visto la mostra di veronica daltri, amore mio di provincia, e ho pensato subito che non stavo pensando niente. cioè io ero lì e non lo sapevo che dovevo pensare. stavo solo bene, anche se un pò in stato di shock, e affamato. ecco questo è un lavoro che ti affama, le ho detto. mi hai affamato. e forse non basta mangiarne, vuoi esserne proprio sazio, e con quel lavoro non lo sei mai perchè è tutto immaginario e non si tocca e sei in un posto che non esiste e poi ti accorgi che è l’italia. e ne vuoi di più, ancora di più, perchè non basta quello che c’è. allora forse fumare davvero non mi serve così tanto, se basta andare ad una mostra per sentire la mancanza di qualcosa, per sentire un vuoto dentro. che prima non pensavo neanche di avercela una parte del genere dentro da dover riempire. è come se ti aggiungessero un pezzo che ti incompleta. come a quindici anni con la nicotina. e stavo lì a farmi domande in silenzio e a sentire questa insoddisfazione crescere, a voler vedere di più, a voler possederne un pò e a farmi capace che non c’era un punto a cui arrivare per andare a capo. e subito mi è venuto da dire da dire che amore mio di provincia, quello che ho visto io, è qualcosa che ti lascia a mezzo fiato, e l’altro mezzo pare proprio che non lo recuperi più. insomma è insoddisfacente, e lo è nel senso più bello possibile.

30 gennaio 2011

paninoteca.

non starò qui a spiegare perchè. visto che mi sembra la parte meno interessante.
mi sono trovato a scavalcare una fila chilometrica di persone, ma soprattutto personaggi, arrivando ad un tipo che alza una catena e un altro mi mette un timbro sulla mano e questo timbro dice qualcosa tipo marzio 25, o mirko 25, o milvio 25, o probabilmente minchia 25. non mi ricordo bene. mi ricordo che guardo il 25 sul polso mentre cammino e mi ritrovo in questo posto che si chiama qube ed è venerdì notte è c’è il muccassassina e appena sono dentro parte la sigla. la sigla.
per chi non lo sapesse il muccassassina è una serata in cui tutto ciò che non è eterosessuale a roma e dintorni si ritrova in quest’enorme discoteca ed è felice. e appena il palco si riempie di drag queen e ballerini esplode tutta quest’atmosfera che a me mi sembrava già esplosa all’ingresso, ma evidentemente non era abbastanza, e la gente è contenta e onestamente sembra che tutto sia molto leggero. leggero bello intendo. cioè adesso non mi voglio mettere a fare i discorsi, anche perchè non so nemmeno come funzionano le serate in discoteca. dico proprio in generale. ho provato a documentarmi ma è venuto fuori che la discoteca è un posto dove si conservano i dischi. tra l’altro, sempre etimologicamente parlando, la paninoteca è quello dove si conservano i panini. tipo una libreria dei panini, messi lì per essere consultati e se proprio c’hai voglia gli tiri un morso e poi lo rimetti al loro posto.
insomma non mi pare il caso di mettermi qui a parlare di cose lunghissime sull’opportunità o meno di una festa del genere che è bellissima per tutti, indipendentemente dall’utilizzo del pisello. conviene affrontare la cosa da un punto di vista. più da blogger che non ha niente da dire.

sono sveglio dalle sei di mattina a perugia. sono arrivato a roma verso le nove e ho camminato e fotografato, si può dire anche lavorato, per una decina di ore. con le pause certo. ma sulla faccia e nelle scarpe le pause non si vedono. sembro uno che è reduce da una gara di triatlon. o dalla parigi-dakar. o da un pranzo a casa di mia nonna. al qube ci devo stare un’ora, che è poco, e allora inizio a girare ed è molto difficile perchè nessuno vuole smettere di ballare e se io provo a passare la gente mi guarda e mi urla e mi balla addosso e io devo solo arrivare di lì, dall’altra parte, e la gente mi guarda e mi urla e mi balla addosso sempre di più.
ci saranno ventimila persone. tutte quante in falsetto.
e io mi chiedo. adesso che sono in balìa di questo turbinio di chi mi tocca il culo e chi si vuole far fare le foto con le amiche e chi mi guarda storto - o forse per certi versi mi sta guardando dritto e non capisco… - insomma io, povero omino ancora con la giacca addosso che deve arrivare dall’altro lato e possibilmente salire al piano di sopra… che faccio? che comportamento adotto? che linea deontologica seguo? che approccio sociale intraprendo? faccio l’affabile, sorrido a tutti e mi metto a ballare che magari mi confondo e passo prima? non mi pare una buona idea.
faccio finta di essere l’omofobo col grugno che sta lì e non si sta divertendo neanche un pò e si vede che ce l’hanno mandato e guardo storto chiunque? non va bene, mi sa di controproducente… prima di tutto gli omofobi sono caricature di loro stessi e io già sono una mia caricatura a parte, e poi la storia di guardare storto in giro non mi convince troppo.
nel mezzo di questi miei pensieri e soprattutto nel mezzo di ventimila persone compattissime tutte intorno, mi viene in mente forse la soluzione più diplomatica di tutte. il modo di uscirne senza essere giudicato necessariamente per l’atteggiamento momentaneo, qualunque esso sia, o per la presunta apertura o chiusura mentale. certo sarò giudicato comunque, ma almeno nessuno potrà accusarmi di essere libertino o bigotto perchè potrei risolvere tutto senza tirare in mezzo intolleranze o disponibilità sessuali.
sul palco ballano cinque tipi muscolosissimi con una tutina a strisce. io mi dirigo dalla parte opposta della sala, scorreggiando.

15 novembre 2010

seneca in curva.

michael è un tipo americano di trentunanni che parla l’americano verace e che vive con la moglie di ventisette, il figlio di uno e mezzo che si chiama michael pure lui e un ragazzo italiano di ventisei che poi sarebbe il sottoscritto.
il ragazzo italiano in questione pare sia molto bravo a mettersi in situazioni vagamente cinematografiche e, dopo l’esperienza di harlem, si trova adesso in una zona fichissima, in una casa grande, piuttosto vecchia e scassata.
non riesco a capire perchè sia così com’è. inconcepibilmente piena di roba, anche molto bella e costosa, - ad esempio un tavolo da biliardo, un televisore da cinquanta pollici (ma veramente cinquanta) con una quintalata di canali via cavo - e, al tempo stesso, come se a furia di stare davanti alla pubblicità nessuno se ne fosse accorti, c’è uno sgabuzzino che ci piove dentro.
in ogni caso vivo con gente tranquilla, ospitale e molto amichevole. ognuno si fa i fatti propri e poi ogni tanto, a vicenda, ci facciamo i fatti reciproci. ed è sempre molto bello.
la sceneggiatura vuole che l’umanità con cui adesso convivo sia, ancora una volta, piuttosto singolare. michael è stato un giocatore professionista di pool, poi ha lasciato e adesso fa qualcosa tipo rappresentante commerciale. impazzisce per il football e quando è a casa gira con pantaloncini corti acetati, utilizza una specie di contenitore dove infilare le lattine di birra per portarsele tra cucina e camera (una specie di cilindro di gomma con frasi tipo “io sono più intelligente di te”), tiene appesa la bandiera sudista sul letto, ha un piccolo acquario con un pesce rosso di ventidue anni che ormai è grande come una trota ed è quasi completamente bianco e poi nel cassetto della mia scrivania ho trovato un proiettile. è quasi d’antiquariato, diciamo una cosa da nonni. ma siamo pur sempre nei meravigliosi stati uniti.
oh, e poi è una specie di nerd dell’impero romano e pretende che io gli parli in romanesco, convinto che derivi dalla lingua parlata al tempo.
- il latino?
- sì, il romano non assomiglia al latino?
- beh, non saprei. cioè sì, però un pò come tutto l’italiano.
- uh. che intendi?
- che intendo. adesso non ti vorrei dire una fesseria. però tu ce l’hai presente il colosseo?
- certo il colosseo. ci voglio andare a bere una birra di fronte al colosseo e passeggiare lì davanti e respirare tutta questo passato e il fatto che sono al centro di quello che è stato il più grande impero che la storia abbia mai conosciuto!
- bene. quello. lì dentro una volta secondo me ci parlavano latino. a grandi linee.
- latino.
- perfetto. hai presente lo stadio olimipico?
- sport?
- sì sport. correre dietro ad una palla. calcio. partita. televisione. birra.
- come no. lo stadio olimpico.
- ok, vedi quello è un luogo diverso anche se molto simile. quelli che prima andavano al colosseo oggi vanno all’olimpico. ci siamo?
- certo. sport.
- quelli che prima rappresentavano il cuore di roma, il popolo custode della lingua e della cultura della città adesso sono rappresentati proprio da quelli che vannavvedéaroma. insomma se vuoi trovare chi ti parla romano puro, quello vero, er mejo der mejo, vai allo stadio. però da come la vedo io difficilmente quel linguaggio ti potrà ricordare catullo o seneca.
- ma chemme stai a ddì? machè davero?
- eh, davero sì michael. cioè ogni tanto viene fuori al derby, su qualche striscione… voglio dire, magari nemmeno solo al derby. però da qui a dire che in curva parlano naturalmente latino mi pare un pò eccessivo.
- me fido.
- comunque vacci all’olimpico che ti diverti sicuro.
- da paura?
- da paura.

9 giugno 2010

un attimo nella città eterna.

- ma allora davvero hai un fiore rosso tra i capelli...
- certo, te l’avevo detto.
chiudo la portiera e mentre mi allaccio la cintura cerco di contraccambiare un sorriso che mi arriva grande e colorato come una torta di compleanno quando sei piccolo. io un sorriso così mi sa che non lo so fare, allora ne faccio uno a caso. e lei guida spedita portandoci lontano da termini.
- senti io prima di andare a casa devo passare da mail boxes che devo spedire due cose…
- ma figurati nessun problema. io in fondo sono qui solo per incontrarti e passare un pò di tempo insieme. ma tu di dove sei? da quanto tempo sei qui? com’è roma?
- fantastica. ora come ora non la lascerei mai. dico proprio a livello umano. ecco, questa signora vuole morire.
- perchè sai io stavo pensando che forse adesso una casa me la potevo trovare qui, cioè una base. io non lo so com’è roma, ma a me piacerebbe fare le cose per bene, anche se in italia tutti dicono italia italia, ma non come ai mondiali capisci? dicono italia espirando piano, come a dire piove, mi segui? però basta anche con questa storia che piove, no? cioè va bene che quest’anno l’inverno è stato lungo, ma io credo molto nel cambiamento. dico cambiamento come evoluzione in genere… e l’evoluzione sta molto nel capire quello che si ha, perchè bisogna partire da qualcosa, e conoscere e accettare i propri punti di partenza, ma si fa per andare avanti. e poi secondo me è importante lavorare con altra gente, intendo a contatto, condividere, collaborare. secondo te un’agenzia? tu come la vedi? e la contrasto? che ne pensi?
- siamo arrivati, che fai scendi?
- boh, non lo so, scendo?
- scendi scendi.
il mail boxes è chiuso e apre dopo mezz’ora e allora esther si attacca alla porta a vetri e inizia a fare due occhi da cucciolo nel canile e poi ci aprono con la faccia di chi ha finito i croccantini e lei dice che deve fare due spedizioni velocissime e ci fanno entrare.
- questo va a milano e quest’altro a parigi per piacere. caffè, birra o vino?
- direi birra. birra.
- allora ci fermiamo sotto casa e le compriamo.
e arriviamo al pigneto col sole e prendiamo due birre ghiacciate e una pizzetta e saliamo a casa sua che è grande esattamente come casa mia, direi abbastanza grande, arredata un pò più new age della mia, incasinata probabilmente la metà della mia, con un terrazzo come quello che c’è fuori casa mia. io però casa ancora la devo prendere.
e adesso la parte di dialogo, dico quella scritta, finisce. perchè non mi ricordo bene quello che ci siamo detti. no, non è vero, me lo ricordo benissimo ma non so bravo con certe cose. perchè quello che vale la pena dire è che io su quel divano mi fumo le sigarette e ascolto. e ascolto veramente. non come quando si fa finta di ascoltare e poi in mezzo si dice “certo”, così ogni tanto e intanto si aspetta il proprio turno per dire qualcosa. insomma io ascolto e penso e bevo la peroni ghiacciata. e sembra che quella peroni io la butti su altro ghiaccio dentro e piano piano tutto si scioglie lentamente. e tutto si scioglie a causa di roma. roma che ti lascia il caldo addosso, il caldo colorato e appiccicoso, il sudore che sa di benzina, la pelle lucida di metropolitana. tutta una serie di cose che diventano meravigliose e acquistano senso perchè iniziano a trasformarti in un bicchiere con la condensa attorno e il freddo dentro. il freddo perchè è piacevole e il caldo per tenerlo sotto controllo. insomma onestamente un pò mi emoziono e poi lei mi dice vieni qui che mi devi dare un parere su questo multimedia e io le dico che la musica non mi piace e forse dovrebbe usare altro e lei lo usa altro e non mi piace lo stesso allora poi parliamo un pò di musica e lei mi fa ascoltare michael cashmore e un pò mi emoziono di nuovo. allora mi dice prima di andartene devi dare un’occhiata a queste foto, mettiamoci in terrazzo. e mi dice che ne ha parlato tanto con antoine d’agata e io penso cazzo e dico perchè non mi fai un riassunto considerato che io sono boccaccino. intanto scorro le stampe che sono qualcosa di bello e lei mi fa questo riassunto e io non la guardo in faccia perchè guardo le foto e lì per lì non dico niente. ma perchè che devo dire? io ci metto un pò a pensare le cose da dire, sono uno lento a capire a metabolizzare tutto. io ti amo lo dico tardi. e pure ti odio. poi piano piano mi convinco e capisco di più che c’ho in testa e poi magari provo a dire qualcosa di intelligente. insomma magari c’ho pure un pò di ansia da prestazione ora che ci penso. quelle foto le ha viste tutto il mondo che conta e fondamentalmente sono anche il prodotto di una vicinanza con antoine d’agata. non è che arrivo io dopo i discorsi di d’agata e dico solo: uau. pare brutto. anche perchè non è uau e basta, è qualcosa che io ho sempre pensato fosse propria di altri, fosse altrove, fosse un linguaggio stampato sui libri e basta, un movimento personale che ti viene mostrato senza codice, senza la possibilità di fare altro che apprezzarlo, senza viverlo. e invece quel qualcosa io ce l’avevo di fianco rannicchiata su una sedia di plastica da giardino. un pò mi emoziono per la terza volta e lei mi sa che lo capisce. mi fa un sorriso che mi arriva grande e colorato come il regalo dopo la torta e io ne faccio uno sempre a caso. ma stavolta diverso da quello di prima.