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9 giugno 2015

Ho scritto un libro.


L’altra sera è successo che si è inaugurata una mostra in una galleria di Palermo. Se fosse bella o meno non si può dire, almeno non su questo blog, perché la mostra è la mia e questo blog pure. E poi mi si direbbe che sono egocentrico e narciso.
Tra i diversi cliché simpatici che si consumano quando succede una roba del genere c’è un episodio che ormai si ripropone spesso, e al quale non so mai bene come reagire. Qualcuno arriva e mi fa i complimenti per le foto, e poi mi guarda con gli occhi che brillano pronti ad esplodere un gigantesco però.
Però la scrittura dovresti considerarla Boccaccì! Perché non scrivi più spesso? Che a fotografare fotografi bene, sì, bravo, però datti alla scrittura. Perché non scrivi un libro, due libri, una quadrilogia, un dodecaedro, una cosa a piacere?

E tutto questo è certamente una cosa bella. Il fatto però è che io non riesco mai a non pensare alla logica delle "braccia rubate all’agricoltura" (in una versione del tipo: “Fotografie. Pensieri rubati alla letteratura”). E tutto sommato in quest’ottica sembra mi venga meglio quello che faccio per diletto che quello che faccio per professione. Tipo Fabio Volo, che in effetti di professione non fa niente e quindi fa sempre meglio tutto il resto.

Comunque alla fine io dico grazie, che ci sto pensando a scrivere un libro, che forse lo scrivo proprio sui complimenti alle attività collaterali. Perché questi complimenti io li apprezzo molto, sono gratis e poi, diciamoci la verità, sono la vera ragione per cui ogni tanto scrivo. Essendo io effettivamente egocentrico e narciso, se la gente non mi dicesse “Quanto sei bravo che scrivi e per di più ci racconti i divertentissimi fatti tuoi” io non scriverei niente.

Ecco. Adesso ho appena deciso che lo scrivo quel libro. Però non quello sulle attività collaterali, che mi sa difficile, scrivo un romanzo, di avventura. Anzi no, un romanzo d’amore, che mi viene meglio e poi tira sempre di più. Una storia d’amore dove il protagonista è una cipolla. Meglio, il protagonista è un foglio di carta che si innamora di un altro foglio di carta a cui però non dice niente per quasi tutto il romanzo. Non tanto perché sia timido, ma perché i fogli bianchi non sanno parlare, e perciò si sta zitto. L’altro foglio di carta, a cui devo trovare il modo di dare le caratteristiche del personaggio femminile - poi ci penso - ha un sacco di pieghe lungo il corpo. E se ne sta in cima ad una pila di carta da riuso che c’è a lato della scrivania, ferita da queste pieghe dritte e lunghe, attraversata da verticali e diagonali che non arrivano più a nessuna punta. Ok, già sto perdendo il controllo di questa storia che finirà da sola in un libro per bambini. Comunque, il foglio di carta bianco protagonista, liscio e innamorato, sente che le vuole dire quanto è bella, però non ci riesce perché è vuoto, non ha parole da nessuna parte, e non ha storie da raccontare. La guarda e basta. E dall’altra parte il foglio di carta femmina vorrebbe non dire nulla - perché lei sì che è timida e traumatizzata - ma non può nascondersi. Le pieghe raccontano delle sue avventure da origami, del suo essere diventata per un po' qualcosa di più di quello che credeva di essere. E poi del suo aver fallito una piega diagonale ed essere tornata foglio, in una forma piatta che ormai vede immobile e quindi vana.
E così il tempo passa e i due fogli stanno lì a guardarsi, da una parte all’altra, ognuno nel suo silenzio inutile, a riconoscersi e a non fare altro.
E a questo punto del libro c’è tutta una riflessione lunghissima su quanto per un foglio bianco le cose superficiali siano al tempo stesse quelle più vere e profonde, perché il dentro e il fuori sono così vicini che finiscono per essere praticamente la stessa cosa. Se sei un foglio bianco e qualcuno ti scrive una parola sopra, in realtà te la sta anche scrivendo dentro. E questo naturalmente vale anche per le pieghe, che non sono solo cicatrici, ma lesioni profonde che sembra non si raddrizzino mai.
E mentre c’è tutto questo panegirico molto Fabio Volo, arriva l’essere umano che prende il foglio liscio innamorato e ci scrive con una penna blu “Niente da fare, si è otturato di nuovo il cesso e fa paura come sempre. Usa l’altro bagno!” e lo appoggia di nuovo sulla scrivania mentre cerca il nastro adesivo per attaccarlo sulle mattonelle.
Nonostante il romanticismo venga violentemente seppellito da questo episodio, il foglio bianco è contentissimo, anche perché non è più bianco. Adesso finalmente ha una storia, e delle parole che può prendere e scegliere, tagliandole e cucendole per dire milioni di cose. Beh, forse milioni proprio no, però gli prende comunque benissimo. Si mette di impegno e le prova tutte: le vuole dire che i fogli di carta piegati sono fortunati, perché inclini a diventare supereroi. Si possono ripiegare di nuovo, e le stesse pieghe che non hanno funzionato per un origami possono funzionare per qualcos’altro. E magari un giorno si ritrova ad essere chessò, un aeroplano - che poi è chiaramente il sogno di tutti i fogli di carta - e a quel punto altro che immobilismo e vacuità.
Però è difficile da dire. Se il nostro eroe mezzo muto fosse stato usato per appunti di poesia, o per una fotocopia di una pagina di un libro sarebbe stato subito, e invece gli è toccato il linguaggio stretto di una comunicazione di servizio.
In ogni caso ad un certo punto sorride, le si avvicina affannato, e con grande orgoglio le dice tutto quello che riesce: “Niente paura, si è sempre altro. Si è sempre di nuovo.”
E poi niente, mi sa che finisce così.

(L’ho appena riletto, magari scrivo quello sulla cipolla).

2 maggio 2015

Il diritto al dovere.


Il concerto del primo maggio è una cosa in cui trovi tanti motivi di interesse quando hai ventanni, poi crescendo te ne frega sempre meno di andare in una piazza grande quanto il paesino da cui sei partito, ma con molti più gomiti e ginocchia, a farti una reputazione online sdraiato sul tuo zaino. Però io al concertone di piazza San Giovanni non c’ero mai stato, lo avevo sempre soltanto visto in televisione, immaginando l’incommensurabile divertimento che mi stavo perdendo. Quindi quest’anno, trovandomi a Roma pochi giorni prima del mio trentunesimo compleanno, ho pensato che almeno un quarto d’ora ce lo dovevo passare. Tanto per dire che ci sono stato entro i trentanni, e quindi prima della fine dell’adolescenza.

Visto che quando vai al concerto del primo maggio non è che puoi pretendere di vedertelo veramente il concerto, mi sono messo in mezzo alla gente a fare più o meno quello che facevano tutti, cioè niente. La maggior parte delle persone però era totalmente ubriaca, o in qualche caso sotto chetamina, ed è riuscita a passare un piacevole pomeriggio di svago, dimenticandosi di questo enorme niente a forma di piazza San Giovanni tutt'intorno.
E sono stato benissimo, non tanto perché mi sono tolto un peso, ma soprattutto perché a me non fare niente mi piace proprio tanto. Io ci passerei le giornate a non fare niente, e in effetti ce ne passo molte, solo che poi arriva sempre quello che ti chiede che stai facendo in questo periodo e a te ti prende male e ti metti a riflettere sul senso del lavoro oggi e su quanto non c'hai voglia di condividerlo.

Mi sa che il concetto di lavoro per come ce l’abbiamo adesso, e per come tentiamo di difenderlo, arriva dal fatto che è una cosa di cui abbiamo avuto bisogno per la nostra autodeterminazione, per definirci di fronte agli altri e di fronte a noi stessi. Il lavoro è stato uno strumento che, oltre ad altre robe ovvie, ha permesso alle persone di poter essere riconosciuti in un ruolo, economico e soprattutto sociale.
Un mezzo insomma, e forse nulla di più, perché l’individuo c’era anche prima e dopo il lavoro che faceva. Questo prima e questo dopo erano però robe complesse, personali, difficili da spiegare alla società, dure da inserire in un sistema, e quindi giustamente si è usato il lavoro come veicolo. Così si trovava un senso e un’appartenenza.
Oggi mi sembra però che ci affanniamo a difendere il diritto ad un lavoro che non è più niente del genere, un lavoro che si è trasformato da tramite a traguardo, da strumento ad obiettivo di quell’autodeterminazione che dicevo.
Detto in altre parole, il lavoro oggi non contribuisce più a definire la mia vita, ma al contrario è la mia vita che viene spesa a definire il mio lavoro e il mio ruolo.

Quello che poteva e doveva essere considerato come un diritto all’esserci e all’essere riconosciuti, ad edificare una propria individualità nei confronti di un sistema, sembra essere stato trasformato in diritto allo scomparire, all’essere moltitudine, diritto al venire finalmente “assorbiti” da un’economia.
E poi dice che uno si incazza.

Perciò, forse, è il caso di riflettere di più sulle ragioni per cui è importante difendere il lavoro oggi (sì, è sempre importante) e cercare di riconoscere le varie occasioni in cui ci stiamo facendo fessi da soli.
Facciamo un esempio stupido e poi basta. Prendiamo una coppia di fidanzati dove si esce ogni tanto separatamente, ognuno con i propri amici, in autonomia e con serenità. È una cosa che ci sta, anzi è proprio una cosa giusta, che rinforza il rapporto (il quale in effetti dovrebbe essere un’unione di due individualità distinte, ognuna con le sue esigenze da tenere vive). E questo diritto ad avere i propri spazi è una cosa sana, da difendere. Poi dopo qualche anno, per varie ragioni di cui nemmeno ci si rende conto, in questa coppia si arriva alla situazione paradossale per cui si sta il più lontano possibile, non ci si vede mai, non ci si chiama mai e figurati se si esce insieme, tutto per paura di violare quel diritto all’indipendenza. Si sacrifica così il senso di tutta un’unione - di cui si fa pur sempre ancora parte - in funzione di quello che era solo un modo per stare bene insieme (il farsi i fatti propri, in questo esempio) e che è diventato così l'unica regola per tutto.

- Partita a PES?
- Ma la tua ragazza?
- È a casa, credo.
- Ah, vivete sempre lì?
- No, abbiamo deciso di vivere in case diverse. Io mi prendo il Barcellona.
- E perchè, andava male?
- No andava bene, ma ci amiamo un sacco, e quindi dobbiamo stare lontani. Ce le hai le birre?
- In frigo. Ma vi vedete spesso comunque?
- Mmm, in effetti no. È un rapporto a cui teniamo molto, quindi ci vediamo il meno possibile, sai.
- Già. Ma stasera magari per la cena con gli altri la puoi chiamare se vuoi.
- Guarda ti ringrazio, ma non vorrei pressarla. Messi Messi Messi!
- Pressarla?
- Eh, cioè sai quelle cose per la nostra libertà. Sono diritti che dobbiamo tenerci stretti. Che come si fa ad avere un rapporto senza essere autonomi?
- Capisco. Ma, scusa, l'amore lo fate ogni tanto?
- Ogni tanto, sì, certo. Ci masturbiamo uno di fronte all'altra.
- Bello.
- Sì, abbastanza. Messi gooool!

E il diritto all'indipendenza all'interno della coppia si è trasformato in diritto a non viversi più la coppia manco per sbaglio.

Vabbè, se c’avete trentanni e non siete mai stati al concertone del primo maggio, sappiate che tutto sommato è ok, ma non è questa gran cosa. Festeggiare il lavoro è bello, però celebrare il non fare niente è certamente meglio.

16 agosto 2014

Agosto.


Agosto è un’eccezione. Torna tutti gli anni, mentre tu sei lì in estate ed è fine luglio e da un giorno all’altro eccolo là. E tutti gli anni si interrompe il mondo per come va di solito e la quotidianità si capovolge, le virtù diventano vizi, i difetti pregi, e ogni cosa è frattura e paradosso.
Tutto quello che sembra succedere ad agosto, a pensarci bene, è quasi una concessione che ci facciamo, una digressione in quello che stavamo dicendo nel frattempo, un andare a comprare le sigarette e poi tornare senza essere scappati per sempre.

Agosto è un’eccezione per tante ragioni. Tanto per cominciare: le ferie, quel contenitore chiuso, limitato e necessario nel quale finalmente. Come se tutto il resto dell’anno non potesse essere mai finalmente. Le ferie sono finalmente, un mercoledì mattina non è finalmente. Finalmente non sto più in città, in ufficio, a casa, finalmente è diverso. Finalmente ad agosto si può dare vita a qualcosa che non era possibile negli altri mesi perché si era troppo occupati a guadagnarsele, le ferie. Che detta così fa un po' ridere. E anche detta in qualunque altro modo. E nuvole di lavoratori (o di legittimamente disoccupati) si spostano perché hanno la possibilità di fare quello che sentono (o sembra sentano) di voler fare davvero. Che poi sembra sia quasi sempre qualcosa di diverso da ciò con cui si preoccupano di riempire, appassionatamente, i giorni di tutto il resto dell’anno. E quindi niente, abbiamo bisogno di darci un momento specifico e chiuso da riempire con una grande pausa. Ci prendiamo tre settimane di sospensione dai nostri doveri, coscienti che chi non lavora non fa l’amore (mentre almeno così sì, lo si può fare, l’amore, per tre settimane intere all’anno).

Ad agosto se rimani in città trovi parcheggio sotto casa e di notte in tv passano dei film bellissimi. Ad agosto ci si rilassa, e ci si rilassa per forza. Non si può fare altro che vivere in vacanza. Chi vive lavorando ad agosto è un’eccezione ulteriore, perché l’attività principale delle persone, quella che le unisce, le raccoglie e le indirizza (insomma quella che durante l’anno è rappresentata dal lavoro) diventa la negazione del lavoro.

Ad agosto si fanno molte foto perché, quasi automaticamente, si attribuisce ai giorni il valore di essere ricordati. E così componiamo album in cui la nostra vita è costituita quasi solo di compleanni, natali, e agosti. Ricorderemo di aver vissuto la maggior parte della nostra vita in vacanza, il che mi sembra comunque una cosa bella.

Agosto è un’eccezione anche perché si va in posti dove non avresti mai veramente il coraggio di vivere.
- Tesoro, immagina ad averci una casa qui. Proprio qui, su quest’isola lontana. Immaginati il mare, tesoro mio, la tranquillità, la bella vita.
- Cara, me la immagino vuota, la casa. Perché noi abitiamo sulla Prenestina e tua figlia va in una scuola che hai scelto tu perché le altre ti sembravano piene di figli di cafoni che non sanno parlare italiano, e tu lavori, ringraziandiddio, come dipendente del comune di Fiumicino dopo che ti sei trasferita a Roma apposta perché è la capitale e il futuro è la grande città, e la Feltrinelli il sabato pomeriggio e il cinema a quattro euro, e lavorare e crescere una famiglia a Sora non è possibile, che mondo è.
- Ma...
- Cara, sentimi, qui a Ustica tu non ci vuoi vivere, e non iniziare a rompere il cazzo.

La gente abbandona le città, che si spopolano, e riempie luoghi ameni e lontani che solitamente sono vuoti, isole, campagne, laghi, montagne, deserti. Oppure succede una cosa ancora più buffa, quando evacuiamo tutti le nostre case, abbassiamo tutte le tapparelle e chiudiamo il gas, fuggendo da quello che è l’ultimo posto in cui si potrebbe mai pensare di passare le ferie. E arriviamo piacevolmente in un’altra città (desiderata da mesi e perciò bellissima), magari una capitale altrui, dove troviamo anche lì tutte le tapparelle abbassate e i rubinetti del gas chiusi per ferie. Una città da cui sono tutti fuggiti per andare a vedere questa meraviglia esotica che è il posto da cui veniamo noi.

Ad agosto andiamo in giro vestiti in maniera improbabile, che saremmo fuori luogo ovunque, ma tanto noi fortunatamente siamo altrove. E poi sembra che si leggano molti più libri, e penso che sia l’unico mese in cui si vendano quotidiani e riviste, e che si mangi tutti improvvisamente molto meglio.

L’amore. L’amore estivo è esso stesso una categoria a parte nella grande fucina delle storie d’amore. È tipo l’abbronzatura, ti scotti all’inizio, ti inizia a prendere bene e ti senti bello, anche se in fondo lo sai che non arriverà a natale. È un amore che ti ci butti e che cresce senza attriti e senza pesi, senza la paura del futuro. Forse non dura, ma almeno hai capito perché durano gli altri.

E viviamo in questa dimensione provvisoria e anomala che, indipendentemente dalle cose che accadono, ha il grande compito di farci vedere la differenza e darci la possibilità di dimostrare a noi stessi che non siamo sempre così (senza nemmeno sapere esattamente a cosa facciamo riferimento, se agli undici mesi precedenti o se a quello che stiamo facendo prima di settembre). L’importante è sentire una distanza da qualcosa, e agosto credo serva a quello.

Ci spostiamo tutti insieme, in grandi migrazioni circolari che durano quello che basta per averne nostalgia appena si torna. Quello che succede, succede per un po'. Non che non sia vero, ma poi passa. Partiamo e torniamo riempiendo aerei, navi, treni e soprattutto parentesi, manifestando così il significato più vero di quello che siamo ad agosto, passeggeri.

22 luglio 2014

Verde sangue.


All’inizio del nuovo secolo, prima della nuova grande depressione, fui invitato a lavorare su un nuovo repertorio di immagini che potesse raccontare la città di Milano. Scelsi, insieme ai miei collaboratori, di partire dai luoghi comuni (intesi sia come spazi che come pregiudizi), dalla loro base di verità e da tutto quello che su di essa viene edificato, e di addentrarmi in ciò che ci sembrava un tema lontano dall’immaginario della città: il verde pubblico.
A quel tempo, infatti, era difficile che il sentir nominare Milano portasse a pensare al verde e ai parchi, ai boschi e ai campi. Venivano alla mente semmai immagini di aiuole e giardini, pur sempre inserite in un tessuto iconografico fitto di industria, moda, pubblicità, televisione, finanza, cemento, nebbia.

Frequentando la città in primavera e portando avanti le nostre ricerche per tutta l’estate successiva, ci accorgemmo presto che i parchi e i giardini avrebbero dovuto partecipare, per almeno due buone ragioni, a quell’immaginario da cui erano sempre stati esclusi.
Da un lato di spazi verdi a Milano ce n’erano parecchi e a volte di molto grandi, a circondare la struttura della città in un anello perimetrale, ma anche ad abitarne il nucleo nei suoi interstizi. La mappa di quel territorio iniziò ad apparirci come una cellula, avvolta da una membrana verde, labilissima e forse discontinua, nel cui interno trovavano spazio vescicole e mitocondri dello stesso colore, quasi persi in un quel plasma di aperitivi, design e calcestruzzo in cui erano immersi.
La seconda buona ragione - e questa risulterà essere nodo cruciale, come confermarono poi i fatti accaduti successivamente  - era il fatto che il verde pubblico costituiva lo strumento per lo sviluppo di quello che fu uno degli elementi più fortemente caratterizzanti dell’identità milanese - e conseguentemente di ogni esperienza che si potesse vivere in quella città. I parchi, i giardini e affini erano difatti degli enormi e prolificissimi allevamenti di zanzare.
Nella cintura perimetrale si sviluppavano aree verdi, zone umide, rigoli, stagni e laghetti. L’idroscalo, quello che grotteschamente si era sempre chiamato il mare dei milanesi, si rivelò essere con gli anni il più prolifico incubatore di zanzare del paese. Così la membrana non era lì a proteggere da ciò che c’era fuori, ma a rinchiudere ciò che conteneva. Come una grande mangiatoia al centro di un recinto serve ad abbeverare vacche e vitelli che vi ingrassano intorno, così gli abitanti di Milano soddisfacevano la sete dei miliardi di zanzare che trovavano nido e rifugio sul suo perimetro, crescendo e si moltiplicandosi.

Milano non sarebbe quella che è oggi senza il verde che l’ha circondata.

Proseguimmo con le nostre ricerche, semplicemente visive, inutilmente estetiche, infilandoci al tempo stesso, e di certo inconsapevolmente, in quella che negli anni successivi, come sappiamo, è diventata la storia dell’evoluzione.
La conferma, traumatica e vera, che i parchi erano lì non per le persone ma per le zanzare, è stata scoprire pochi anni dopo il ruolo della società SC Johnson&Son nelle decisioni urbanistiche della città. Ne iniziarono a parlare i giornali e la televisione. A Milano non erano stati mai il Comune, la Provincia o la Regione a decidere le sorti della mappa urbana, bensì la multinazionale dell’industria chimica che produce l’Autan. Fu lei che più o meno segretamente finanziò lo sviluppo di tutti i parchi e i corsi d’acqua della città. E fu lei che ebbe bisogno sempre di allevamenti nuovi e fertili.
Inizialmente, quando la cosa venne fuori, passò come una semplice seppur terribile strategia per poter vendere di più, per incrementare i profitti grazie ad una domanda sempre crescente. Più zanzare, più morsi, più Autan. Riprorevole, ma non era tutto.
Qualche tempo dopo i fatti di cronaca portarono alla luce una verità nuova, più fredda e più nitida. Lo scopo non era tanto quello di vendere di più per far più soldi, quanto quello di poter condurre una ricerca scientifica rischiosa e controvarsa con continui ed efficaci test sul campo, per altro gratuiti.
Si scoprì che l’Autan funzionava un po' come un vaccino, inducendo cioè chi ne faceva uso (e con l’andare del tempo sempre più abuso) ad assumere una piccola dose di quello che si tentava di sconfiggere. Un po' di veleno ogni giorno ci rendeva immuni da se stesso. E così più cercavamo di liberarci delle zanzare e della loro fastidiosa emofagia, più in realtà ci avvicinavamo ad esse lentamente, accogliendo la loro sete nei nostri geni.

Ciò che c’era dietro nascondeva ragioni che ancora oggi, dopo decenni, non sono state del tutto chiarite. Sappiamo che Autan era un piano evoluzionista, che vedeva nel progresso biologico la chiave di volta del potere e della salvezza della specie. Sappiamo che era un progetto pilota condotto da un piccolo nucleo di ricerca, in origine segreto, i cui risultati furono ben più grandi di quelli che avrebbe saputo gestire. Sappiamo che a Milano le persone utilizzarono sempre più Autan, parallelamente alla crescita del numero di zanzare intorno alla città, diventando ogni giorno più simili a chi cercavano di allontanare, e sentendo dentro sempre di più ciò che volevano vincere, la sete di sangue.

Quando in un agosto di qualche anno dopo ci fu il primo caso di morso alla gola - da parte di un designer e ai danni di una giovane studentessa - a Porta Genova, tutto ci sembrò impossibile da credere, e sempre più chiaro. Ci parve ovvio, era nell’aria da tempo in una città come quella. A Milano c’erano i vampiri, e fu questo il luogo comune più bello da cui non riuscimmo mai ad uscire.

28 maggio 2014

Una moltitudine di poche parole.


A ventidue anni parto per Milano e comincio lo stage in questo posto costruito con le fotografie, in questa città costruita con le forme, e appena arrivo tutto mi sembra superficie. Il posto dove lavoro è una grande agenzia di fotogiornalismo, un mondo sconosciuto e perciò entusiasmante, pieno di gente che incontri in pausa pranzo e parla di cose che non sai e che puoi imparare solo pian piano. E quando non è pausa pranzo si lavora e si parla di cose che non sai e che devi imparare veloce veloce. Lì imparo anche il nome delle cose che mi circondano, tutte con la s: scighera, schiscetta, sciura.

Una mattina, dopo forse un mese che sono lì, arriva uno stagista nuovo. Lo vedo altissimo e biondissimo, con gli occhi chiarissimi. Forse non erano nemmeno così chiari, ma io lo vedo proprio vichingo. Ok, questo ha vinto, penso. Se è vera la storia che in queste situazioni bisogna farsi vedere, competere per emergere, lui è già lì, è finita. Sembra il giovane Thor e io a confronto Lello Arena.
La storia non è vera e la competizione non c’è, meno male. Il ruolo che abbiamo ci porta a stare insieme spesso e scopriamo subito che stiamo bene l'un con l'altro. Mi prende in giro che non so pronunciare la z di alcune parole (tipo zanzara o calzino, non l'ho mai capito), e io a lui, che parla come una pubblicità di Radio Nord Giovane. Raga, stizza, bella, sbatti, benza. Già dai primi giorni ci raccontiamo quanto siano forti alcuni dei lavori che vediamo in quel posto, e quanto potrebbero essere migliori altri. E in quel pensarli migliori, in quel confidarci che potremmo forse immaginarli diversi, più belli, diamo vita senza dircelo ad una consapevolezza, un percorso. Ne iniziamo a parlare tanto, anche se non abbiamo ancora né l'esperienza, né gli strumenti per capire veramente come fare. E quindi spesso sono poche parole, ma tantissime lo stesso. Una moltitudine di poche parole su come faremmo e come faremo fotografia.

Nelle pause pranzo andiamo a mangiare in un parchetto, che a pensarci oggi è solo una serie di aiuole che si intrecciano non lontano dall’agenzia, e un giorno lui mi chiede se conosco Don McCullin. Io rispondo boh, forse. E lui mi dice eh boh pure io, però ho trovato la sua biografia da qualche parte e ho cominciato a leggerla. Per giorni continua a parlarmene, ad ogni pausa pranzo, mentre facciamo strada verso il parchetto, quando siamo lì e mentre torniamo indietro. Mi dice di quanto siano incredibili le sue foto e di quanto, forse ancora di più, le esperienze che ha fatto per scattarle. Ascolto e inizio a pensare che non si tratta di qualcosa di così forte per me, la missione del fotogiornalista io non la vivo, non la sento in quel modo lì. E penso anche, senza dirglielo, che è un ragazzo troppo alla mano, troppo simpatico, per voler fare veramente certe cose. Cioè dai siamo qui che ci diciamo un sacco di cazzate e scherziamo e ci troviamo bene, davvero avresti voglia di seguire quella strada? Qualche anno dopo, così come mi rendo conto che Milano esiste anche oltre la sua superficie, capisco che per fare fotografia di conflitto non devi necessariamente essere uno stronzo. E quindi la risposta a quella domanda sarebbe stata sì, e sarebbe stata certamente la risposta giusta.

Andy e io passiamo un bel po' di tempo insieme quella primavera. Vediamo insieme le mostre e i festival di fotografia, e quando è maggio pieno andiamo a Pianello Valtidone, un posto lontano anni luce da Milano, nonostante ci si arrivi in poco più di un’ora. Mi sembra che mi ci porta proprio lui lì, dice andiamo a vedere che c’è Alex Majoli che sta mettendo su qualcosa. E quando arriviamo c’è effettivamente Alex Majoli che, altissimo, sta mettendo un sacco di roba nella sua vecchissima mercedes, e c’è anche un altro tipo che non so ancora chi è. È altissimo pure lui. A vederli tutti e tre insieme sono tutti altissimi, sul serio. Penso cazzo, Lello Arena. Majoli sta partendo per andare a Cannes, al festival del cinema, per un commissionato lì, a fotografare non so cosa. Ad un certo punto molla quello che sta facendo e si siede su una sedia di plastica in mezzo all’asfalto che c’è davanti a questa sorta di officina vuota, o rimessa o open space. Parliamo insieme di un po' di cose, di quello che vogliamo fare, di quello che è necessario e di quello che sembra giusto. Lui è un tipo strano e carismatico, con le idee chiare. Ci dice roba che sembra presuntuosa e provocatoria e che solo dopo qualche tempo capiremo essere la verità.

Finita la primavera io e Andy iniziamo a vederci più di rado. Lo stage finisce e noi prendiamo strade che pian piano si separano e ci portano a sentirci sempre meno e a rivederci poi solo per caso. Lui continuerà a frequentare e vivere quel posto, mettendo su uno dei collettivi più belli.

Quell’estate finiscono un po' di cose di cui mi accorgo, ma finisce soprattutto qualcosa di cui non mi accorgerò fino all’altro giorno. Quell’estate finisce l’inizio. Il primo passo, il primo pezzetto di una strada che poi si continua altrove, distanti, ognuno giustamente e serenamente per sé. Finisce quel momento in cui vuoi capire la direzione, scegliere sempre di più chi stai diventando e di che cosa vorrai entusiasmarti di lì a qualche anno. Tutto questo finisce lì, e diventa memoria. Ed è bello averlo condiviso con qualcuno che è poi diventato un grande fotogiornalista per davvero.

29 ottobre 2013

Moriremo pazzi.


- Maestro!
- Dove?
- Maestro, è un piacere incontrarla così!
- Dice a me?
- Dico a lei, maestro! Ho appena visto le sue opere nella sala di là, sono assolutamente stupefacenti. Lei diventerà certamente qualcuno.
- Mi scusi, io ho ottantatre anni, forse intanto muoio.
- Esatto! E non appena muore noi diventeremo qualcuni.
- Qualcuni?
- Noi.
- Noi... Non capisco, giovanotto. E poi che cosa ha visto nella sala di là?
- Ah, meraviglie maestro! Le sue opere sono esattamente il frutto dell’incoscienza artistica, del recupero delle sue urgenze infantili, del suo digiuno d’arte, dell’inconsapevolezza e della sua assenza a se stesso. Oltre a costituire, soprattutto, la manifestazione del suo morbo.
- No aspetti, che morbo?
- L’Alzheimer!
- Dio santo, ma io non ho l’Alzheimer!
- Eh, ma avrà notato che ultimamente è diventato un pò rincoglionitello...
- Ma è solo che ho ottantatre anni! Non è per forza Alzheimer!
- Dicono tutti così.
- Ma non è possibile, io sto bene.
- Dicono anche questo.
- Chi?
- Tutti.
- Ma hanno tutti l’Alzheimer?
- Sì. Oppure sono tossicodipendenti, o autistici, o schizofrenici, o carcerati. A volte sono bambini. Però coi bambini funziona poco perché poi non muoiono.
- Mi scusi ma lei non era venuto qui a cercare di vendermi una poltrona massaggiatrice?
- Beh, in effetti sono entrato a casa sua con quest’intenzione. Però la mia vocazione per l’Outsider Art mi ha fatto subito notare i suoi capolavori nella sala di là.
- La sala di là sarebbe la cucina?
- Può chiamarla così, se preferisce.
- Ma è una cucina! Come la chiama lei di solito una cucina?
- Laboratorio, officina, studio, pensatoio.
- Mi perdoni, ma lei mi confonde. Io pensavo di poter fare quattro chiacchiere con un giovanotto qualunque, approfittare del suo tempo per raccontare di quella volta che da militare sono stato a Nuoro e abbiamo bucato una ruota proprio fuori città e Parisi aveva portato la fiaschetta di malvasia. E poi lei mi dice che ho i dei capolavori in cucina. E che ho l’Alzheimer e che diventiamo qualcuni.
- E che muore.
- Giusto, che muoio. Ma le pare? Ma poi com'è che funziona esattamente?
- La ringrazio per la domanda, le spiego. Io che sono un curatore e storico di arte contemporanea adesso prendo i suoi lavori e preparo una mostra. Poi quando lei sarà in ospedale in rianimazione mandiamo gli inviti.
- Chiaro, certo. Ma esattamente a che lavori si riferisce?
- Alle sue magnifiche reinterpretazioni! Ai sui schizzi sulle evidenze postindustriali. Alle sue riflessioni, direi quasi situazioniste, sui linguaggi della società dei consumi.
- Non credo di avere la più pallida idea di quello che sta dicendo.
- Ed è esattamente questo il senso! Non si preoccupi, lei meno ci capisce più noi diventiamo qualcuni. Guardi qui, ho preso alcuni esempi dal suo atelier.
- Sempre la cucina, immagino.
- Sempre. Cerchi e righe, a volte dei quadrilateri irregolari. Forme primitive di inchiostro che graffiano ed esaltano il nostro rapporto con la vita postmoderna.
- Ma quelli sono i volantini del supermercato...
- No no, questi sono i supporti delle sue visioni.
- Guardi, non so come dirglielo. Io in verità segno solo le offerte.
- E come?
- Con la penna. Tra l’altro sono pure volantini vecchi quelli, le offerte sono scadute.
- La caducità del desiderio! Che meraviglia, maestro, che meraviglia!
- Guardi giovanotto, io capisco che sono tempi difficili, ma se lei è venuto qui a farmi perdere tempo cade male. Ho ottantatre anni ma ancora non sono del tutto rimbambito.
- Ma no, che dice, che rimbambito. Alzheimer, si ricordi… Alzheimer.
- Ancora con questa storia? Ma la vuole smettere! Dov’è la mia poltrona massaggiatrice? Dov’è la mia solitudine? Dove sono i miei ricordi inventati e incoerenti? Dov’è Agnese che se n’è andata l'anno scorso d'estate? Dove sono tutte le lettere di quando eravamo giovani? E i buoni postali? Dove sono tutte le cose cadute sul pavimento e lasciate lì? Dov’è l’inconsapevolezza di tutto questo, eh, giovanotto?! La vuole sentire la storia di quando ero militare a Nuoro, oppure no?


26 luglio 2012

tutti morimmo a stanton.



dopo aver inventato l’automobile si resero conto che il sogno americano non funzionava ancora come avrebbe dovuto. la gente guidava sempre e in continuazione, ma non bastava. il sogno americano andava pur sognato in qualche modo, e per sognare la gente doveva dormire ogni tanto, e quindi si inventarono i motel*.

i motel non sono altro che una serie di stanze che danno su un parcheggio e che puzzano di formaldeide. la formaldeide viene utilizzata nei motel ormai da una ventina d’anni per poter preservare al meglio l’immaginario che costituiscono, per salvare dal tempo che passa quel sogno americano che si ferma a dormire per strada, e che la mattina dopo mangia uova e pane e burro e cocacola e riparte per fermarsi la sera successiva in un motel successivo che puzza di mummia. i motel sono le catacombe del tremila, l’archeologia di quando abiteremo marte e ci ricorderemo con malinconia del campionato di football e della ragazza al ballo della scuola e l’auto nel vialetto di casa e l’estate in cui abbiamo fatto l’amore per la prima volta al drive-in.
i motel saranno la prima e più evidente memoria del nostro passaggio sulla terra, così che tutti sapranno che gli esseri umani si muovevano in continuazione, dormendo in stanze con pistole e valigette piene di soldi contati su copriletti orribili, uccidendo e scopando. e poi la tv via cavo.
perciò si usa la formaldeide, per lungimiranza. uno strato sottilissimo ricopre le federe dei cuscini, gli zerbini, la reception, il frigo, il parcheggio e la statale che arriva alla prima città.
è una città piccolissima, dove si vede ancora di più tuttà l’enormità dell’america. c’è la spiaggia e il college e la california e i parchi e le piscine e i giardini e i grattacieli e le casette e le ford mustang e il ketchup. e tutto è vuoto sul serio, ad aspettare di essere riempito da quelli che verranno a vedere che cosa è successo, che cos’è tutto questo silenzio e questa grandezza, e perchè siamo morti tutti e non si sente nessun altro odore che quello nei motel.

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* - “come si fa a sognare il sogno americano se non si dorme mai?” si chiesero. e passarono un bel pò a cercare una soluzione, non certo facile, a questo paradosso. il sonno certo non poteva essere promosso, il sonno era una cosa tuttalpiù da messicani, giammai da americani che la produzione non si ferma mai e l’ingegno inarrestabile e la conquista dello spazio e della libertà dove è sempre giorno o sempre notte ma di sicuro non c’è tempo di dormire.
e poi uno disse “ecco! si tratta di un sogno ad occhi aperti!” e fu molto convincente. tutti d’accordo per qualche anno finché non venne fuori che i sogni ad occhi aperti sono allucinazioni. belle e buone. e così il sogno americano non ci faceva per niente una bella figura. quindi finì che, sebbene il sonno non poteva essere assolutamente promosso, magari avrebbe potuto essere quantomeno tollerato.

26 giugno 2012

l'amore ha i tempi del colera.



quella mattina si svegliò già così, senza saperlo. era già successo da qualche ora, ma il tutto era ancora senza sintomi, senza evidenze, e lui non poteva immaginare niente. e in effetti, essendo il primo essere nella storia a cui succedeva una cosa del genere, proprio nessuno avrebbe davvero potuto immaginare niente.
camminava nei sentieri di quella foresta bassa che era sempre la stessa da anni e che, in quella mattina qualunque, sembrava per qualche ragione più colorata, più piena, più secca, più calda.
ecco, il caldo. iniziò a prenderlo in maniera strana, inaspettatamente in mezzo agli altri, a momenti. e poi lo stomaco. piano piano diventò il turbinio di una voliera e pensò alle troppe bacche rosse il giorno prima.
ma non erano le bacche rosse. era invece l’onnipotenza e il delirio, era la sete perpetua e fortissima che ti asciuga e che non spegni mai.
tutti gli altri intorno a lui subirono a poco a poco la stessa sorte, e stesi in terra l’uno accanto all’altro, avvolti e contorti l’uno nell’altro, si domandavano da dove venisse questo destino, questo sgomento e meraviglia, e se fosse giusto averne paura.
alla fine stette male e poi malissimo, fino a scoprire che certe cose si spengono da sole. se riesci a sopravviverne i sintomi e le manifestazioni, passano come sono arrivate, lasciandoti soltanto la memoria di una grande debolezza. 

25 maggio 2012

abbastanza.



non uso la macchina così spesso. tempo fa angela mi ha regalato una bicicletta che ho chiamato con due nomi, tanina come mia madre, e violetta, perchè è celeste.
me l’ha regalata per il mio compleanno, a marzo. mi pare fosse a marzo. fatto sta che io sono nato a maggio ma lei proprio non poteva aspettare maggio, doveva regalarla subito, tanina.
e insomma io è da marzo che sono principalmente a palermo e ci giro principalmente in bici. tranne qualche volta che mi serve proprio la macchina che devo fare qualcosa di importantissimo tipo spostare un hard disk con l’archivio totale. in casi del genere organizzo un convoglio, ma succede abbastanza raramente.
stavo pensando che “abbastanza” non è una parola che uso molto, e invece è molto bella e dovrei usarla più spesso. mi suona che proviene da “a bastanza”, cioè a sufficienza, fino a che non basta. adesso controllo. 

controllato, avevo ragione. solo che poi col tempo ha cambiato significato. pensa a uno che ti chiede mi vuoi bene? e tu dici abbastanza. quello ci rimane un pò male e invece sbaglia a rimanerci male. dovrebbe essere contento che gli vuoi bene fino a che non dice basta. fino a colmare la misura. ma purtroppo non tutti si meritano di sapere davvero quanto gli vuoi bene.

comunque stavo dicendo della macchina, che la uso poco qui a palermo, però ogni volta che la uso scopro nuove figure professionali. si tratta, diciamo così, di professionisti “street”, che ruotano un pò tutti attorno al sistema del traffico e delle auto. le professioni sono così tante e variegate che in svezia avrebbero… vabbè non lo voglio dire questo luogo comune sugli svedesi, il nordeuropa e il bangladesh. immaginatevelo voi.
e c’è piazza davanti alla stazione, che non so come si chiama perchè c’è la stazione che ha reso inutile ogni altra toponomastica locale. insomma in questa piazza ad un certo punto c’è un semaforo che io faccio tutte le volte che prendo la macchina. ed è un semaforo bellissimo perchè a sinistra c’hai il centro della piazza con la statua di questo tipo incazzatissimo perchè visto che l’hanno messo davanti alla stazione nessuno si ricorda chi è, e dicono tutti la piazza davanti alla stazione. e questa statua è circondata da verde e aiuole. e questo verde e queste aiuole sono abitate da cingalesi che ti fanno agguati a sorpresa ogni volta che esce il rosso.
ti avvicini piano piano, è giallo, ovviamente accelleri, esce il rosso, e magari per eccesso di zelo magari ti fermi dove devi. ed ecco che avviene l’imboscata dei “marocchini del bangladesh” (denominazione palermitana a indicare cingalesi e bengalesi in genere). ma è ormai, dopo probabilmente anni di attività, un’imboscata lenta, schiava della routine e della noia. al via i marocchini del bangladesh, in tanti, irrompono in strada dal selvaggio verde pubblico che li nasconde, sbadigliando e agitando male i lunghi e rudimentali tergivetri avvelenati. l’ennesima replica di un’effetto sorpresa che non funziona più da troppo tempo. dall’altra parte la società postmoderna che ha perso l’entusiasmo appena gli hanno detto che esisteva. la reazione è svogliata. la contraerea dei tergicristalli automatici parte praticamente da sola, qualcuno abbassa il finestrino e qualcun altro alza la radio. comunque vada la difesa degli automobilisti è tutta dominata da sibili e rumori di motorini elettrici che forniscono sostegno, supporto e distanza. un suono continuo di fondo che è tecnologia superiore made in bangladesh.
mi capita spesso. all’inizio non reagivo nemmeno, mi fermavo a guardare l’aiuola che diventa un ecosistema e poi ho conosciuto pure un marocchino del bangladesh di nome gabriele che adesso mi abbarccia e mi vuole regalare un sacco di materiale da semaforo, tipo fazzoletti, calzini e accendini e cucine a gas e scaldabagni e panini solo perchè una volta gli ho chiesto come si chiamava. e dentro l’aiuola l’altro giorno c’era uno seduto sul prato sotto la statua a gambe conserte che era bellissimo e sembrava stesse seduto nel giardino davanti al taj mahal, e invece era in piazza sbrfragni.

1 febbraio 2012

perimetro.


poi un giorno mi sono messo a cercare casa. e questa cosa per me è stata, ultimamente, un pò come un problema di matematica alle elementari, che non è nemmeno troppo difficile, però è sempre più noioso che tirare la gomma in fronte a qualcun'altro. una cosa del tipo "calcola il perimetro intorno a te". perimetro di che? basato su cosa? quanto costa sto perimetro? è un perimetro italiano? e dentro che c'è? e, soprattutto, maestra posso andare in bagno?
poi, da bravo ragazzo post-moderno, me la sono messa a cercare su internet. mi sono accorto quasi subito però che, al di là del fatto che stavo cercando casa in un posto che non esiste, vivere dentro internet sarebbe stato brutto. o quanto meno scomodo. tanto per cominciare c’è sempre qualcuno sveglio che fa casino a qualunque ora del giorno e della notte. poi appena succede una qualunque fesseria arrivano miliardi di uccellini sul balcone che cinguettano tutti la stessa cosa. che uno potrebbe anche dire vai a chiudere la finestra, però vi assicuro che fanno talmente casino che si sente pure a finestre chiuse, in tutte le stanze. che all’inizio tu dici la natura, il suono del mondo e poi dici la natura un cazzo.
inoltre come tutti sanno internet è un posto irrimediabilmente freddo. ci stanno lavorando tantissimo per rifare l’impianto di riscaldamento, ma i risultati ancora non sono buoni. praticamente stanno coibentando tutto, isolano termicamente l’intero sconfinato perimetro della rete. chi ristruttura internet è gente seria, per carità, gente che ci tiene alle sorti del pianeta, all’ambiente, che giustamente vuole tenere il calore all’interno senza farlo uscire. come si dovrebbe fare in ogni casa, e in via teorica non ci sarebbe nemmeno bisogno dei termosifoni, tanto ci sono le persone (che producono un centinaio di watt a testa), i cani, i fornelli, le lampadine, il sesso, gli elettrodomestici... e insomma questi coibentano tutto, sigillano, ma non funziona e internet è sempre più freddo ed resta il problema principale per cui non ci si vive bene. forse non si sono accorti che internet è vuoto, che non c’è nessuno dentro. nemmeno uno che possa accendere una lampadina sul serio, o farsi un toast buono, o giocare veramente con un cane. la coibentazione di internet è un pacco, lascia il caldo fuori.

***

insomma internet forse non è il luogo ideale. e poi certe cose non si possono fare su internet. non si può fare l’amore, non ci si può ubriacare, non si può festeggiare veramente il compleanno, non si può trovare casa vera e probabilmente non si può nemmeno cercarla (per inciso, credo che su internet l’unica cosa che si possa fare bene è cercare di essere convincenti) e perciò mi sono messo a fare tutto in maniera pre-post-moderna. che uno potrebbe anche semplicemente dire moderna, però poi rischia di essere banale.
ed è finita che mi sono messo a cercare casa dentro i film e dentro i libri.  non che li considerassi contenitori di annunci immobiliari, quanto possibili contenitori di vita. è che cercavo proprio uno spazio in quelle storie per viverci dentro. proprio dentro i libri e dentro i dischi e dentro le fotografie e i film. in effetti credo di aver abitato per un pò in “the suburbs” degli arcade fire e in un libro di schopenauer e un altro di saramago. e poi anche dentro “wow” dei verdena e in diverse canzoni di dente, forse un album intero, ma non ne sono sicuro. sicuramente non così a lungo quanto “east to east” di sluban. lì è stato bello. poi ho abitato un sacco di tempo in “the eternal sunshine of the spotless mind” e anche in qualche altro film di gondry. panico. e anche dentro un paio di libri di pasolini. senza contare tutta la mia vita che la vivo nella bibliografia di calvino. e una volta ho anche creduto di abitare in una chiacchierata, una serie di chiacchierate, a dire la verità. si stava bene, era un posto caldo, vicino al lavoro, lontano dal mare. poi però non è successo niente.

***

voglio una casa di mattoni e di legno, senza metallo, ho pensato quando ho deciso di cercare casa sul serio. neanche un pò di metallo. neanche il metallo dei fili elettrici. pure le posate le voglio di mattoni e di legno. il metallo è freddo e poi non si consuma mai. tu puoi stare lì anni a mangiare le zuppe, ma il tuo cucchiaio resta sempre uguale, come se non ne avessi mai mangiato una. e io invece le ho mangiate le zuppe, mi son sempre piaciute, e ho bisogno che tutto intorno se lo ricordi e me lo ricordi pure a me.
voglio una casa in cui ci fumo dentro. la puzza di fumo è terribile, e lo dico da fumatore. però la voglio sentire, il giorno che smetterò di fumare. perchè è solo sentendola che si vedrà la differenza, il passaggio, il cambiamento. perchè casa mia lo deve sapere che io ho smesso di fumare, e lo deve far sapere in giro. deve vederli i progressi e i regressi della vita che ospita, li deve registrare e mostrare. se non fumassi mai in casa il giorno che smetterò sarà soltanto un altro giorno. un giorno di conquista, probabilmente, soltanto per me, e non anche per ciò che ho intorno. la casa può essere bella quanto ci pare, ma non è una cosa a parte. è parte di una cosa bella. partecipa. tutto il resto ce lo metto io, basta che trovo una casa di mattoni e di legno e basta.

mentre pensavo tutto questo fuori pioveva e io non avevo voglia di uscire che poi lo so che se esco da solo quando piove finisce che faccio le foto. basta fare foto. mi guardo quelle degli altri. voglio una casa in cui non ci sia nemmeno una mia foto al muro ma nemmeno una. sui muri vorrei attaccarci le foto degli altri, specialmente quelle che non sono sicuro se mi piacciono o meno. se appendo le foto che mi piacciono poi finisce che appendo pure il piacere che mi danno. lo tengo lì fermo al muro. invece il piacere è così bello perchè si muove, e il problema delle foto è che invece loro cambiano poco, quasi niente. tu cambi tutte le volte che gli passi davanti e loro no. e non mi posso permettere di attaccare alle pareti delle foto bellissime sulle quali ho già un’opinione ferma, perchè poi sciupo tutto. poi non le noto più, non mi fanno più effetto, non le amo più. io voglio avere i dubbi alle pareti. che poi magari non si risolvono mai, e in quel caso eventualmente si cambiano, e forse si vede anche il segno sul muro, che poi in effetti è una grande cosa.

voglio una casa che se mai la dovessi lasciare non dimentichi presto. una casa che possa dire ancora un pò di quello che è stato, o forse che possa dire tanto ma a bassa voce. dandoti tutta la voglia di immaginartelo tu il passato che c’è stato lì. 
come un album di fotografie usato (che sarebbe proprio una metafora da fabio volo, se lo avessi mai letto, ma visto che non è successo non mi offendo). dicevo, un album usato, di seconda mano, con le fotografie tirate via, che credo sia una delle cose più belle che esistono. se esistono.
immagina qualcuno che ti viene vicino e ti dà questo grande libro di fogli spessi e pesanti e giallini, con altri fogli sottili di carta velina ogni due pagine, e ti dice che questo una volta è stato l’album fotografico della sua famiglia, ma adesso è vuoto. un album in cui le fotografie non le hai mai viste, non le conosci. e non sai nemmeno che famiglia fosse, di quante persone, di quanti anni. sono cose che probabilmente non scoprirai mai, e allo stesso tempo non ne hai bisogno. un album del genere è la prova che i ricordi non si conservano ma si evocano. tu lo apri e non c’è niente, a parte qualche ditata di pasticcini da salotto, gli angoli consumati e una velina un pò così. a parte l’odore di cassetto e qualche adesivo su qualche pagina. a parte una data scritta a matita.
ecco, io voglio una casa che quando poi me ne vado resta così.

30 gennaio 2011

paninoteca.

non starò qui a spiegare perchè. visto che mi sembra la parte meno interessante.
mi sono trovato a scavalcare una fila chilometrica di persone, ma soprattutto personaggi, arrivando ad un tipo che alza una catena e un altro mi mette un timbro sulla mano e questo timbro dice qualcosa tipo marzio 25, o mirko 25, o milvio 25, o probabilmente minchia 25. non mi ricordo bene. mi ricordo che guardo il 25 sul polso mentre cammino e mi ritrovo in questo posto che si chiama qube ed è venerdì notte è c’è il muccassassina e appena sono dentro parte la sigla. la sigla.
per chi non lo sapesse il muccassassina è una serata in cui tutto ciò che non è eterosessuale a roma e dintorni si ritrova in quest’enorme discoteca ed è felice. e appena il palco si riempie di drag queen e ballerini esplode tutta quest’atmosfera che a me mi sembrava già esplosa all’ingresso, ma evidentemente non era abbastanza, e la gente è contenta e onestamente sembra che tutto sia molto leggero. leggero bello intendo. cioè adesso non mi voglio mettere a fare i discorsi, anche perchè non so nemmeno come funzionano le serate in discoteca. dico proprio in generale. ho provato a documentarmi ma è venuto fuori che la discoteca è un posto dove si conservano i dischi. tra l’altro, sempre etimologicamente parlando, la paninoteca è quello dove si conservano i panini. tipo una libreria dei panini, messi lì per essere consultati e se proprio c’hai voglia gli tiri un morso e poi lo rimetti al loro posto.
insomma non mi pare il caso di mettermi qui a parlare di cose lunghissime sull’opportunità o meno di una festa del genere che è bellissima per tutti, indipendentemente dall’utilizzo del pisello. conviene affrontare la cosa da un punto di vista. più da blogger che non ha niente da dire.

sono sveglio dalle sei di mattina a perugia. sono arrivato a roma verso le nove e ho camminato e fotografato, si può dire anche lavorato, per una decina di ore. con le pause certo. ma sulla faccia e nelle scarpe le pause non si vedono. sembro uno che è reduce da una gara di triatlon. o dalla parigi-dakar. o da un pranzo a casa di mia nonna. al qube ci devo stare un’ora, che è poco, e allora inizio a girare ed è molto difficile perchè nessuno vuole smettere di ballare e se io provo a passare la gente mi guarda e mi urla e mi balla addosso e io devo solo arrivare di lì, dall’altra parte, e la gente mi guarda e mi urla e mi balla addosso sempre di più.
ci saranno ventimila persone. tutte quante in falsetto.
e io mi chiedo. adesso che sono in balìa di questo turbinio di chi mi tocca il culo e chi si vuole far fare le foto con le amiche e chi mi guarda storto - o forse per certi versi mi sta guardando dritto e non capisco… - insomma io, povero omino ancora con la giacca addosso che deve arrivare dall’altro lato e possibilmente salire al piano di sopra… che faccio? che comportamento adotto? che linea deontologica seguo? che approccio sociale intraprendo? faccio l’affabile, sorrido a tutti e mi metto a ballare che magari mi confondo e passo prima? non mi pare una buona idea.
faccio finta di essere l’omofobo col grugno che sta lì e non si sta divertendo neanche un pò e si vede che ce l’hanno mandato e guardo storto chiunque? non va bene, mi sa di controproducente… prima di tutto gli omofobi sono caricature di loro stessi e io già sono una mia caricatura a parte, e poi la storia di guardare storto in giro non mi convince troppo.
nel mezzo di questi miei pensieri e soprattutto nel mezzo di ventimila persone compattissime tutte intorno, mi viene in mente forse la soluzione più diplomatica di tutte. il modo di uscirne senza essere giudicato necessariamente per l’atteggiamento momentaneo, qualunque esso sia, o per la presunta apertura o chiusura mentale. certo sarò giudicato comunque, ma almeno nessuno potrà accusarmi di essere libertino o bigotto perchè potrei risolvere tutto senza tirare in mezzo intolleranze o disponibilità sessuali.
sul palco ballano cinque tipi muscolosissimi con una tutina a strisce. io mi dirigo dalla parte opposta della sala, scorreggiando.

19 dicembre 2010

voce del verbo sfastiriare.

attraversiamo la strada e rassicuro federica che andrà tutto bene, sarà una cosa facile, basta parlarci.
- in fondo, federì, si tratta di fare delle foto, non è che devi andare ad assassinarlo… poi lui è solo un barbiere, sarà tranquillo. gli dici ciao signor barbiere io sono una fotografa femmina quindi, per definizione, appaio estremamente più innocua di un fotografo maschio. ho intenzione di farle delle foto perchè lei vive qui da sessantanni e fa il barbiere ad east harlem da quando qui era tutta campagna… e tutto ciò è molto interessante.
- ma quale tutta campagna?! qui era tutto un casino, tutto pieno di italiani!
- sì vabbè, ma tu digli tutta campagna lo stesso. si sa che ai vecchi gli piace quando gli ricordi la giovinezza e il verde e la natura e la fiat 850.
- boccaccino, ma perchè non ci parli tu? così per rompere il ghiaccio. cioè io voglio fare le foto però non lo so. all’inizio sono sempre un pò tesa…
- no, ma io non c’entro niente. io sto qui per farti compagnia. è un lavoro tuo. e poi tranquilla. te l’ho detto. tranquilla.
entriamo in questo posto che sembra uscito da un film di quelli sugli italoamericani che poi muoiono tutti tranne uno. che poi spero di essere io. c’è solo il barbiere, appiccicato al termosifone, in piedi, a guardare fuori dalla finestra.
- buongiorno. il signor claudio? io sono una fotografa e volev…
- no. non voglio essere disturbato.
- ma io veramente… cioè le foto… fotografa femmina innocua… immigrati italiani…
- no.
- no?
- no. tengo 81 anni e in sessant’anni che sto qua troppo gente è passata. se vuoi fare una fotografia la puoi fare di là. però io mi sfastireo.
federica resta zitta. comprensibilmente.
io guardo il signor claudio appiccicato col culo al termosifone e le braccia conserte e dentro di me sorrido perchè penso che nessun italiano di ottantanni di cui sessanta in america può trattenersi dal raccontare i dettagli più inutili e noiosi della sua vita ad un suo connazionale. non esiste. e in più, amico mio, tu parli la mia lingua.
- da dove venite in italia?
- salerno.
- salerno? io sono di benevento! lì vicino!
- benevento. avellino. caserta. napoli. salerno. tutti vicino.
- esatto! ma voi siete proprio di salerno?
- sono di eboli. anzi di campagna, vicino eboli.
a quel punto il locale uscito da un film dove muoiono tutti tranne me si trasforma in un castello già espugnato. in una fortezza col ponte levatoio abbassato e lo zerbino davanti. e io arrivo col mantello e faccio un’entrata trionfale, su una fiat 850.
- ma lei lo sa… che la mia ragazza era di eboli! o meglio lo è ancora. di eboli. ma non è più la mia ragazza. però il punto è che io ad eboli ci sono stato molte volte. moltissime. la conosco benisssssimo! è un posto bellisssssimo! (e continuo con un altro pò di superlativi assoluti in fila…)
- oh ma veramente? perchè io ci sono tornato quando mia madre… e corso umberto… passavo a battipaglia… e le mozzarelle… e la tieni presente corso italia? perchè è cambiato tutto… ma pure qui in america… e io ai ciainesi non ce li taglio i capelli… che sono arrivato quando c’avevo ventanni… però un paio di clienti neri ce li ho che sono brave persone… e questa è la foto delle mie figlie… eh, tanto tempo…

e così mentre federica scatta finalmente le foto, fa amicizia e soprattutto si fa raccontare come la new york di oggi non sia mai riuscita veramente ad entrare in un posto del genere, io accellero, passo il ponte levatoio e vado a sgommare con la fiat 850 nella corte interna. poi lascio la macchina lì, aperta, che tanto chi vuoi che se la prenda.

15 novembre 2010

seneca in curva.

michael è un tipo americano di trentunanni che parla l’americano verace e che vive con la moglie di ventisette, il figlio di uno e mezzo che si chiama michael pure lui e un ragazzo italiano di ventisei che poi sarebbe il sottoscritto.
il ragazzo italiano in questione pare sia molto bravo a mettersi in situazioni vagamente cinematografiche e, dopo l’esperienza di harlem, si trova adesso in una zona fichissima, in una casa grande, piuttosto vecchia e scassata.
non riesco a capire perchè sia così com’è. inconcepibilmente piena di roba, anche molto bella e costosa, - ad esempio un tavolo da biliardo, un televisore da cinquanta pollici (ma veramente cinquanta) con una quintalata di canali via cavo - e, al tempo stesso, come se a furia di stare davanti alla pubblicità nessuno se ne fosse accorti, c’è uno sgabuzzino che ci piove dentro.
in ogni caso vivo con gente tranquilla, ospitale e molto amichevole. ognuno si fa i fatti propri e poi ogni tanto, a vicenda, ci facciamo i fatti reciproci. ed è sempre molto bello.
la sceneggiatura vuole che l’umanità con cui adesso convivo sia, ancora una volta, piuttosto singolare. michael è stato un giocatore professionista di pool, poi ha lasciato e adesso fa qualcosa tipo rappresentante commerciale. impazzisce per il football e quando è a casa gira con pantaloncini corti acetati, utilizza una specie di contenitore dove infilare le lattine di birra per portarsele tra cucina e camera (una specie di cilindro di gomma con frasi tipo “io sono più intelligente di te”), tiene appesa la bandiera sudista sul letto, ha un piccolo acquario con un pesce rosso di ventidue anni che ormai è grande come una trota ed è quasi completamente bianco e poi nel cassetto della mia scrivania ho trovato un proiettile. è quasi d’antiquariato, diciamo una cosa da nonni. ma siamo pur sempre nei meravigliosi stati uniti.
oh, e poi è una specie di nerd dell’impero romano e pretende che io gli parli in romanesco, convinto che derivi dalla lingua parlata al tempo.
- il latino?
- sì, il romano non assomiglia al latino?
- beh, non saprei. cioè sì, però un pò come tutto l’italiano.
- uh. che intendi?
- che intendo. adesso non ti vorrei dire una fesseria. però tu ce l’hai presente il colosseo?
- certo il colosseo. ci voglio andare a bere una birra di fronte al colosseo e passeggiare lì davanti e respirare tutta questo passato e il fatto che sono al centro di quello che è stato il più grande impero che la storia abbia mai conosciuto!
- bene. quello. lì dentro una volta secondo me ci parlavano latino. a grandi linee.
- latino.
- perfetto. hai presente lo stadio olimipico?
- sport?
- sì sport. correre dietro ad una palla. calcio. partita. televisione. birra.
- come no. lo stadio olimpico.
- ok, vedi quello è un luogo diverso anche se molto simile. quelli che prima andavano al colosseo oggi vanno all’olimpico. ci siamo?
- certo. sport.
- quelli che prima rappresentavano il cuore di roma, il popolo custode della lingua e della cultura della città adesso sono rappresentati proprio da quelli che vannavvedéaroma. insomma se vuoi trovare chi ti parla romano puro, quello vero, er mejo der mejo, vai allo stadio. però da come la vedo io difficilmente quel linguaggio ti potrà ricordare catullo o seneca.
- ma chemme stai a ddì? machè davero?
- eh, davero sì michael. cioè ogni tanto viene fuori al derby, su qualche striscione… voglio dire, magari nemmeno solo al derby. però da qui a dire che in curva parlano naturalmente latino mi pare un pò eccessivo.
- me fido.
- comunque vacci all’olimpico che ti diverti sicuro.
- da paura?
- da paura.

2 novembre 2010

quello a destra non sono io.

ieri era halloween. tutti erano vestiti da qualcosa. tendenzialmente super mario. io sono sceso di casa e la gente si chiedeva da cosa fossi mascherato. però se lo chiedeva tra sè e sè, senza darmi nemmeno un pò di soddisfazione. perchè se me lo avesse chiesto avrei risposto che ero vestito da blogger pigro.

25 agosto 2010

scièr.


la foto che non ho fatto era un cappuccio bianco che spuntava dalle scale che portavano al piano di sopra e mi faceva segno di salire. non parlava e faceva solo così con la mano, lasciando intendere che potevo andare su, senza perdere altro tempo. insomma quella foto non l’ho fatta perchè onestamente avevo ansia di farne altre.
tutto era cominciato tre giorni prima, quando ero salito sul balcone di un signore del quale non ricordo il nome per scattare un pò ed ero finito a bere scièr, come diceva lui. lo scièr lo faceva in casa e ci teneva a farmelo assaggiare. "è tipo vino però poi diventa liquore", lo scièr. che nonostante fossero le nove di mattina lì eravamo tutti svegli da un pezzo. e su quel balcone io ho fatto qualche foto, anche bruttarella per la verità, della piazzetta sottostante, dove si stavano radunando qualche centinaio di persone per una delle processioni dei riti penitenziali.
i riti settennali di penitenza sono una cosa che succede a guardia sanframondi un’estate sì e sei no, e della quale si possono trovare informazioni in siti molto più autorevoli di questo.
- uno di quelli là sotto è mio figlio.
- vostro figlio? ma tra i misteri?
- no no, uno di quelli là.
e mi indica un gruppo di cappucci bianchi in un angolo. anche se la piazza era tonda. e cioè il figlio faceva parte di coloro che durante i riti si flagella davanti a dio e davanti agli uomini. ma più davanti a dio in effetti, perchè i penitenti si vestono con camici e cappucci tipo ku klux klan per restare nell’anonimato più totale.
così, visto che capisco che in quella famiglia la storia dell’anonimato suona un pò come lo scièr, gli chiedo se è possibile parlare con questo figliuolo.
un paio di pomeriggi dopo lo incontro nella stessa cucina. il suo nome me lo ricordo, ma per questioni di privacy lo chiameremo bob kennedy. passo un’oretta abbondante a parlare di cose varie finchè non capiscono per bene che non sono cattivo. che non sono il male assoluto fatto fotografo, credenza che è evidentemente molto diffusa in paese, visto il numero di cazziate raccolte durante la scorsa settimana nell’album “tu che vuoi?”
- ma tu credi che io possa venire domenica mattina, prima della processione generale a fare due foto in casa? cioè mentre vi raccogliete? prima di raggiungere la chiesa? mentre vi preparate? mentre non fate niente?
- credo di sì. tu prova a passare.
e quindi ritorniamo al cenno da sopra le scale. tutti sono pronti e incappucciati e io posso fare foto senza però mai violare il muro di cotone bianco che cela la loro identità agli occhi del mondo intero. che poi è questo blog e poco più.
salgo su e nessuno dice niente. solo cenni. entro in una stanza con le finistre chiuse e oscurate, la carta da parati e un tappeto. richiudono la porta dietro di me e tutto quanto esiste grazie ad una lampadina in mezzo al soffitto. ancora cenni e qualche piccolo sussurro. e quasi non le riconosco le persone che mezz’ora prima avevo incontrato sotto le scale. simpaticoni estroversi e socievoli che mi chiedevano e spiegavano e pacche sulle spalle e uno c'aveva pure il jolly invicta. qui tutti stanno zitti e io un pò mi sento in soggezione. faccio quello che posso, fotografo per sei minuti sei e poi me ne vado come chi è appena stato da qualche parte segreta. che te ne accorgi che è segreta perchè esci da una stanza con le tapparelle abbassate, una lampadina accesa, la carta da parati (e direi pure cinque individui incappucciati di bianco) e intanto fuori c’è il sole pieno. e ce la gente che non lo sa chi c’è dietro le tapparelle. forse non sa neppure che ci sono le tapparelle giù. non lo sa che, mentre fanno colazione o prendono posto lungo il percorso della processione generale, ci sono i flagellanti che si ritrovano in stanze buie e vagamente inquietanti. che al massimo sussurrano e poi basta. che pure se ti ci metti e forse li riconosci nonostante i cappucci poi si mischiano e non li riconosci più. e che, soprattutto, se li incontri in cucina di offrono lo scièr, ti raccontano chi sono e ti danno pure la possibilità di fotografarli nella loro più grande intimità, in una stanza dove nessuno ha ancora tolto gli orsacchiotti dai divani.

e comunque alla fine è venuto fuori questo.

22 luglio 2010

l'astrofisica dei quaderni.

nella nebulosa del cancro c’è una stella del quale non mi ricordo il nome, o forse non me lo ha detto, e questa stella è una pulsar. anzi ex-stella, perchè da come ho capito queste pulsar erano stelle che poi hanno finito la benzina. e quando una stella finisce la benzina esplode in una supernova. e già qui avrei voluto fermarla e dirle aspetta. riflettiamo su sta cosa della supernova. una stella, che già di per sé mi sembra qualcosa di piuttosto energico, muore. vabbè facciamocene una ragione. però quando muore che fa? quando finisce tutto quello che c’era da bruciare in giro che fa? invece di spegnersi, come tutte le cose che muoiono, esplode. che l’esplosione è proprio una cosa contraria a quando uno finisce la benzina. è proprio una cosa americana l’esplosione. proprio alla rambo. e poi è anche vero che gli americani quando uno muore fanno la festa. e nel caso delle stelle questa supernova, visto il nome, suona molto festa anni settanta. mi immagino pure la palla con gli specchiettini al centro del soffitto.
in ogni caso non l’ho interrotta, e lei ha continuato.
insomma quando una stella collassa in una supernova (bum. disco.) poi può diventare una cosa inerte e ferma che non irradia più niente, oppure se c’è molta forza di gravità in giro diventa un buco nero e sono cazzi. oppure, sempre da quel poco che posso ricordare di astrofisica conosciuta seduto per terra dietro un banchetto che vende artigianato, la stella diventa una pulsar, cioè una stella di neutroni. e lei dice stella di neutroni col tono di chi vuole farmi capire meglio. e io dico certo, stella di neutroni.
insomma questa pulsar che si trova nella nebulosa del cancro è una cosa meravigliosa perchè ha un diametro di trenta chilometri e gira su se stessa trenta volte in un secondo. e io mi sono emozionata quando l’ho letto stamattina, fa lei. perchè trenta chilometri sono da qui a perugia, cioè è una distanza vera, una di quelle che io le conosco, le vivo. cioè io nemmeno me lo ricordo quanto è il diametro del sole, sarà una cosa infinita. ma poi nemmeno me ne frega troppo. e invece questa ex-stella qui è una cosa piccola, che bene o male in macchina te la fai in una mezzoretta. però intanto ci tiene ad essere importante e sta lì in mezzo ad una nebulosa intera e gira piccola piccola e velocissima. e ha più massa del sole. un tipo tosto insomma. cioè alla fine non è mica solo un sasso di trenta chilometri anonimo e inutile. è una stella di neutroni, un corpo celeste a tutti gli effetti. ti piacciono i corpi celesti? a quel punto mi sento in dovere di svelarle che sono una sottospecie di daltonico. e di conseguenza. lei sorride e parliamo di sciarpe e pashmine.
ed è più o meno così che è passata la serata con una ragazza che costruisce quaderni.

3 luglio 2010

robertino reportage.

ma che ci devi fare con queste fotografie? e se c’è qualche latitante qui al mercato che fa? che tu gli fai le fotografie. che fa? poi ti sequestra la macchinetta! perchè devi capire che qui non sei a napoli, che sei in sicilia.

io c’ho sonno, ma veramente c’ho sonno. qui a mazara la gente non dorme mai. quelli che pescano di notte, che pescano di giorno, che fanno le aste il pomeriggio e il mercato alle sei di mattina. io c’ho sonno. e a dirla tutta non me ne frega molto dei latitanti. non sto cercando latitanti, possono continuare a latitare per quello che mi riguarda. io sto solo cercando di fare qualche foto di mare. e poi se capita un latitante cercherò di convincerlo a chiudere un occhio. la prego il sequestro no. che sono tempi difficili per tutti. non è per mancanza di rispetto per le istituzioni, capisco i provvedimenti amministrativi che ci sono in questi casi, signor latitante, ma io sto solo lavorando. c’ho famiglia. no, in effetti non ancora, ma ci sto lavorando. cioè la situazione in cui ci troviamo, il lavoro interinale, gli amori interinali, le foto interinali… se solo avesse la bontà di chiudere un occhio che io non volevo assolutamente.
e poi finisce pure che napoli diventa milano.

e mentre sto in mezzo al mercato sento urlare e mi giro e c’è uno dalla parte opposta che dice vieni qui. e ci sono tipo cento persone e mi sono girato solo io e quindi mi sento che sono proprio io quello che devo andare e vado.
e questo tipo c’ha una ruga in mezzo alla fronte, una ruga da combattimento, e prima ancora che gli sono vicino già inizia tutto il papiello chi sei e che fai con la macchinetta e mi hai fatto la foto a mìa? e io dico tranquillo che sto facendo foto in giro e quindi forse sì, non saprei, che sto facendo questo documentario, questo reportage.
io però non ci voglio stare nel documentario perchè se poi ci sto ti veniamo a prendere che per farmi la fotografia tu mi devi chiedere l’autorizzazione che la privacy è una cosa che non si tocca.
ma sì sì tranquillo che non ti faccio venire in fotografia, c’hai ragione. se qualcuno non vuole venire nelle foto me lo dice e che problema c’è, ognuno c’ha tutto il diritto di dire no.
si che poi non si sa mai che foto sono che io non voglio stare in cose compromettenti.
ma che compromettenti, io sto cercando solo di fare foto alla gente che lavora. che lavora onestamente.
e devo aver detto qualcosa di giusto perchè la ruga da combattimento si scioglie e mi batte sulla spalla e dice più onesto di così!
e poi allora si interessa e io gli dico che mi voglio imbarcare e lui dice vediamo se conosco qualcuno e finisce tutto a tarallucci e vino. ecco, a dire la verità finisce tutto a gamberi crudi. che poi mi sa più giusto dire vivi.
e il giorno dopo tornavo a casa e sento chiamare robertino! e stavolta in mezzo alla strada c’ero solo io allora mi giro per forza e c’è lui che esce da un bar che mi vuole salutare e mi chiede se sono stato in capitaneria e mi fa tutto un discorso assurdo che nemmeno mi ricordo su come comportarmi con questa storia delle carte e l’autorizzazione e gli armatori e pantelleria e i pescherecci e ancora le carte e il comandante e gli sbirri e i pescatori e le richieste e gli armatori. e poi vuole il mio biglietto da visita così mi chiama quando ha novità, che adesso si informa, e io però me li sono scordati in stanza e lui dice li devi tenere dietro, sei reportage, li devi tenere per forza...