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22 marzo 2011

dalla russia con amore.

mi hanno scritto i russi che vogliono il trasimeno. e mi hanno scritto con quel fare un pò da russi, del tipo noi abbiamo un mercato in crescita e ci piace fare la diplomazia alla maniera russa, come l’insalata. che poi mi sa che qualcuno mi ha detto che l’insalata russa in russia la chiamano insalata italiana.
mi ha scritto una che si chiama natalia ma si firma natasha e mi mette in confusione e ha detto ciao roberto, siamo veramente interessati alle tue storie e ne vorremmo pubblicare un’altra, quella sul lago trasimeno. che ne dici? ce le hai le didascalie?
cara natashlia, qui funziona come la droga. solo la prima volta è gratis. la prima volta pubblichi sul sito della tua bella rivista e non mi dai niente. e lo fai perchè sono foto che hanno già pubblicato gli americani e tu sei bolscevica e io lo capisco. che c’hai il pil eretto, lavori per l’edizione russa di una rivista che esce in sedici lingue, che uno magari ci investe sulla russia la prima volta e dice poi magari mi serve, magari mi faccio conoscere a mosca da quelli con le auto di lusso e i cani che scorreggiano metano.
insomma la prima volta pure pure. però non è che fai la faccia tosta e torni perchè sono bravo e vuoi far vedere il trasimeno ai russi così, gratis. piuttosto prendono un aereo e ci vengono di persona. e magari mi ci trovano pure a me che sono tornato in italia da qualche parte e dove cazzo vado? a fotografare il trasimeno. glielo spiego io che cos’è quel posto e che sono quelle foto. io che non c’ho mai vissuto ma che mi ostino a fotografarlo e a raccogliere tutto in un lavoro di quelli lunghissimi che uno ci cresce dentro e cambia il modo di fare le foto, di fare l’editing e non arriva mai il momento che dice basta perchè c’è sempre un nuovo modo di fare le cose. e non è una questione di metafore o allegorie. è proprio che uno ci cresce dentro realmente e cambia sul serio e cambiano le immagini e cambia la distanza e il valore e i perchè e i come e i quando. insomma non è che mi scrivi e dici che sono bravo e in quanto me lo hai detto facciamo che ti lascio pubblicare tutto online.
natashlia, io non ce l’ho con te, veramente. io ti posso pure capire. tu magari sei una ragazza che vive alla periferia di mosca e si fa quattro giorni di cammino tra la neve e la vodka per arrivare in ufficio e poi gli dicono di riempire il sito internet con roba bella senza spendere un rublo. perchè magari in russia non c'è la crisi, ma in tutto il resto del mondo sì, quindi ce ne possiamo pure approfittare. e magari sei pure una gran figa. io ti capisco, natashlia, è un lavoro duro. però tu il trasimeno a me gratis non me lo puoi venire a chiedere. soprattutto con le didascalie. è una questione di principio, e non potrebbe essere altrimenti visto che la fine non la vedo.

21 marzo 2011

primavera.

adesso possiamo finalmente aspettare l'estate.

6 gennaio 2011

camomilla.

c’avevo la sindrome del foglio bianco. che è quella cosa che ti viene quando ti senti in dovere di scrivere, però sembra che tu quasi quasi non abbia niente da dire. e invece io ero sicuro che c’avevo qualcosa da dire solo che dovevo trovare un modo di uscire fuori questa cosa del foglio bianco davanti.
cambio il colore del foglio e provo a scrivere su uno sfondo tipo verde petrolio. che in realtà è bello e non stanca nemmeno la vista. non sono sicuro sia verde petrolio, potrebbe essere grigio in effetti. o nero, che mi sembra più coerente col petrolio. il petrolio da come so io è nero. al limite la benzina è verde, non il petrolio. c’è confusione con i colori nel mondo, lasciatevelo dire. voi che li vedete per bene gli date i nomi in maniera un pò troppo creativa. verde acqua? rosa pesca? e poi bianco sporco, che non è per niente un colore, è una scusa.
insomma nonostante la geniale soluzione del verde petrolio, il foglio rimane sempre vuoto e io continuo ad aver bisogno di un’idea.

decido di andare a firenze. la strada da perugia a firenze è sempre stata un percorso fonte di pensieri e desideri. sarà sicuramente un buon metodo per risolvere il problema.
arrivo e incontro gli amici. che sei venuto a fare? a scansionare dei negativi! mento. non posso dire a nessuno che vado a firenze perchè ho un blog, sennò non funziona.
ah, dicono gli amici. quali negativi? questi qui tutti sottosviluppati dell’america coi bambini?
sì, però si dice in via di sviluppo, cafone.
poi si esce e si mangia. si torna e si dorme. ci si sveglia e si parla.
a firenze questa volta non è successo niente. ci vado tranquillo, ci sto tranquillo, e soprattutto ci torno tranquillo. roba che penso ma vuoi vedere che veramente sta cambiando tutto? ma com’è possibile? non mi è caduto nemmeno un fulmine sulla macchina? ma vuoi vedere che è tutta colpa di renzi che davvero cambia le cose? però non è che poi mi posso mettere a scrivere di matteo renzi che mi sembra banale scontato e poco interessante. eccolo il blogger conforme al sistema che è tornato in italia e parla dell’italia e scrive un post sul sindaco di firenze che ha cambiato una città e gioca tutto sul doppio senso personale che cercava di mettersi in situazioni confuse e non c’è riuscito e poi anche basta. boccaccino, basta con questa storia di te e di firenze e dell’arno e di pontassieve e del lampredotto e di fiesole e degli uffizi e delle consonanti aspirate a caso. basta. che già firenze è ridondante di per sè, come concetto. cioè uno pensa a firenze e già gli basta. già lo sa dove si va a finire. non c’è spazio per l’immaginazione. uno fa una conversazione e poi qualuno caccia firenze e generalmente finisce che si cambia discorso. un posto saturo di sé stesso. poi figurati, boccaccino, se è il caso di sommare la ridondanza di firenze con la tua. sei ripetitivo. boccaccino, scrivi un post sugli americani. scrivi un post su new york. scrivi un post sugli aeroporti, che ti viene bene. lascia stare firenze. fidati. e come sempre quando penso a queste cose mi distraggo, prendo l’autostrada a scandicci, non so come, e me ne pento.

sulla via del ritorno realizzo con tristezza che la firenze-perugia, la classica, la più grande risorsa di ispirazione per blogger, è ormai diventata solo una cosa da turisti, da gente con la moleskine vuota. il tratto dove tutto prendeva forma, dove veniva digerito ed elaborato l’impossibile, sembra solo un pezzo di autostrada molto conosciuto. penso quasi che non è più quella di una volta, che non funziona più. l’unica idea che mi è viene, così a caso, è la storia di una ragazza che in una sera d’inverno sta a casa e si fa una camomilla. perchè è inverno e fa tanto freddo, come in tutte le case dove ci vive gente di ventisei anni. ed è un giorno in mezzo alla settimana, di quelli che la sera ti metti al computer e ti bevi qualcosa di caldo e non vuoi sapere niente, solamente vedere internet che ti scorre sotto gli occhi in verticale. e ti fai una camomilla che è la tisana per eccellenza, quella anti-freddo, quella che ti concilia il sonno, quella decongestionante, quella depurativa. magari ci metti pure un pò di miele. e magari accendi pure dell’incenso. e una stufetta. e la musica calma. e nel bel mezzo di quest’atmosfera super facile la ragazza in questione urta la tazza che si frantuma sulla scrivania che si allaga di brodaglia decongestionante e tutti i fogli si inzuppano di sonno e le penne affogano in una diuresi mielosa e lei di istinto mette in salvo il computer. almeno quello. ma bestemmia uguale.
in cucina prende un rotolo di scottex e inizia ad asciugare tutto e si accorge che si è anche scottata un pò e dice cose tra i denti passando la carta su e giù con due mani. quando si rimette dritta fa un respiro di quelli di quando hai finito un lavoro. magari stava pure iniziando a sudare, non certo per la fatica ma per il nervoso. va in bagno e butta tutto nella tazza dicendo vaffanculo camomilla di merda. e la camomilla di merda a quel punto decide che è troppo. che in fondo colpa sua non era. che va bene tutto però poi c’è un limite. al diavolo il potere decongestionante e lo scorrere allegro dei liquidi. la tonnellata di carta infusa di tisana e miele diventa un’appallottolamento di stizza e vendetta. si blocca tutto. la tazza s’intasa. straborda. poi non so più come finire perchè valeria mi ha raccontato fino a qui, pregandomi poi di non scriverci niente.

insomma mi viene solo st’idea di questa camomilla rilassante che poi invece ti fa passare una serata terribile. però non mi sembra una grande idea. e poi mi è stato esplicitamente chiesto di lasciare perdere. e la firenze perugia era quasi finita. niente di niente.
e poi invece, mentre correvo tra passignano est e torricella, vedo dei lampi. e penso autovelox, multa a casa, punti da perdere, madre da convincere a immolarsi per la decurtazione, padre da convincere che io in realtà non stavo correndo, è che c’era vento.
e invece, con mia grande sorpresa, niente lampi di rimprovero. niente ammonizioni da parte di quel dio che si chiama sfiga e che spaventa gli uomini con certezze professate in un mondo di probabilità. fuochi d’artificio sul lago trasimeno. e l’effetto è un pò come vedere dei fuochi d’artificio sul lago trasimeno. d’inverno. dopo che aspettavi da ore che succedesse una cosa qualunque. insomma un’effetto abbastanza scontato, tanto che all’inizio non ho capito cosa volessero dire.

6 agosto 2010

questo blog è in ferie. ovvero l'estate vista dall'alto.


da qualche parte ho scritto che questo blog è in ferie. e chi un pò mi conosce sa che se il blog è in ferie vuol dire che io sto lavorando. oppure sto in ferie pure io facendo cose che non finiranno raccontate qui. e chi mi conosce ancora di più sa benissimo che non esiste differenza tra vacanza e lavoro perchè io, fortunatamente, vivo in vacanza.
si da il caso che in questo periodo un pò sono stato impegnato. direi a fingere di lavorare, un pò chiuso in casa e un pò aperto fuori, tentando di esagerare con l’alcol.
e il bello di questa estate come sta venendo è che finalmente me la vivo come fosse primavera, e a tratti inverno. l’autunno no, che l’autunno è troppo di più. insomma è un’estate dove non sono costretto a fare l’estivo. perchè io, e ripeto fortunatamente, faccio l’estivo tutto l’anno. e onestamente non vedo nell’estate picchi di benessere e serenità. perchè, e sottolineo fortunatamente grattandomi anche un pò i coglioni, la serenità me la ritrovo tutti i giorni quando c’ho voglia di fermarmi un attimo a compiacermi (se non si fosse capito questo è uno di quegli attimi). e così, in mezzo a quella che è la bimestrale pennica pomeridiana d’europa, io che faccio? progetto qualcosa di nuovo? sì, diciamo che mi sveglio con un’idea ogni giorno. anche se spesso, ovviamente, quando è sera è una puttanata e basta. a parte quella della polaroid, quella è bella. e pure quella del giappone. però quella è in giappone. vado a mare? sì, due giorni domani. anzi tre. senza contare la sicilia di giugno e settembre. ma quelli erano e saranno pescatori. e onestamente dai pescatori non me la sento di andare in costume da bagno e infradito. anche perchè non ho le infradito. lavoro alle foto? sì, quelle invernali, molto invernali, e ci tiro fuori questo. accetto che sia agosto? no, continuo a vivere. mi sequestrano la patente? probabilmente sì, eccesso di velocità per un altro amore interinale. che poi sto fatto degli amori interinali meriterebbe una cosa a parte. tipo un saggio su come si definisce un amore interinale e sulle sue caratteristiche di cosa meravigliosa. che vorresti non finisse mai e che però appena ti accorgi che l’interinalità è la base della meraviglia sembra sempre essere troppo tardi. e anche sulle varie e spesso scontate relazioni tra estate e amori interinali. ma questo qui non è quel saggio. mangio tanto in compagnia? sì, godendomi di nuovo una stanza mia, una cucina e un bagno in condivisione, le gite al lago, i concerti e le serate nelle ville degli altri ricchissimi. conosco nuova gente che non smette di offrirmi ospitalità, principalmente all’estero? no, sono io che di solito mi infilo a casa loro, collezionando una quantità di favori da restituire che ci si potrebbe fare un secondo film. ma alla fine è sempre bella gente. ozio e riposo incondizionatamente? molto spesso e molto volentieri. poi ogni tanto capita che mi scrive qualcuno tipo, che ne so, il new york times, e allora un pò mi concentro. però non capita spesso. vado in francia? due volte. vado in germania? due volte. vado a roma? spero proprio di sì, dannazione. vado altrove? presto.

22 luglio 2010

l'astrofisica dei quaderni.

nella nebulosa del cancro c’è una stella del quale non mi ricordo il nome, o forse non me lo ha detto, e questa stella è una pulsar. anzi ex-stella, perchè da come ho capito queste pulsar erano stelle che poi hanno finito la benzina. e quando una stella finisce la benzina esplode in una supernova. e già qui avrei voluto fermarla e dirle aspetta. riflettiamo su sta cosa della supernova. una stella, che già di per sé mi sembra qualcosa di piuttosto energico, muore. vabbè facciamocene una ragione. però quando muore che fa? quando finisce tutto quello che c’era da bruciare in giro che fa? invece di spegnersi, come tutte le cose che muoiono, esplode. che l’esplosione è proprio una cosa contraria a quando uno finisce la benzina. è proprio una cosa americana l’esplosione. proprio alla rambo. e poi è anche vero che gli americani quando uno muore fanno la festa. e nel caso delle stelle questa supernova, visto il nome, suona molto festa anni settanta. mi immagino pure la palla con gli specchiettini al centro del soffitto.
in ogni caso non l’ho interrotta, e lei ha continuato.
insomma quando una stella collassa in una supernova (bum. disco.) poi può diventare una cosa inerte e ferma che non irradia più niente, oppure se c’è molta forza di gravità in giro diventa un buco nero e sono cazzi. oppure, sempre da quel poco che posso ricordare di astrofisica conosciuta seduto per terra dietro un banchetto che vende artigianato, la stella diventa una pulsar, cioè una stella di neutroni. e lei dice stella di neutroni col tono di chi vuole farmi capire meglio. e io dico certo, stella di neutroni.
insomma questa pulsar che si trova nella nebulosa del cancro è una cosa meravigliosa perchè ha un diametro di trenta chilometri e gira su se stessa trenta volte in un secondo. e io mi sono emozionata quando l’ho letto stamattina, fa lei. perchè trenta chilometri sono da qui a perugia, cioè è una distanza vera, una di quelle che io le conosco, le vivo. cioè io nemmeno me lo ricordo quanto è il diametro del sole, sarà una cosa infinita. ma poi nemmeno me ne frega troppo. e invece questa ex-stella qui è una cosa piccola, che bene o male in macchina te la fai in una mezzoretta. però intanto ci tiene ad essere importante e sta lì in mezzo ad una nebulosa intera e gira piccola piccola e velocissima. e ha più massa del sole. un tipo tosto insomma. cioè alla fine non è mica solo un sasso di trenta chilometri anonimo e inutile. è una stella di neutroni, un corpo celeste a tutti gli effetti. ti piacciono i corpi celesti? a quel punto mi sento in dovere di svelarle che sono una sottospecie di daltonico. e di conseguenza. lei sorride e parliamo di sciarpe e pashmine.
ed è più o meno così che è passata la serata con una ragazza che costruisce quaderni.

4 marzo 2010

l'orizzonte circolare.


torno a casa ubriaco. eppure c’è qualcosa che dovevo fare. che avevo lasciato sospesa. quello che dovevo scrivere l’ho scritto. quello che dovevo aggiustare l’ho aggiustato. la camera è in disordine ma non va riordinata. gli avanzi li ho mangiati. sono uscito in bicicletta. l’ho legata. ho guardato negli occhi. ho parlato. ho discusso. ho omesso. ho creduto. ho sonno.
allora torno a casa e guardo sempre la ruota davanti. e quando guardo la strada mi accorgo che devo girare e giro. e poi ritorno a guardare la ruota davanti.
quando arrivo a casa ripenso che avevo qualcosa in sospeso. qualcosa che dovevo fare. quello che dovevo scrivere l’ho scritto. ma tutto il resto forse no.

3 marzo 2010

e invano il cielo.


come tendere le mani e accorgersi che non piove più.

14 febbraio 2010

centottanta abbondanti.


e rendersi conto, alla vigilia di un’ulteriore partenza, che si va avanti a scuse. ogni scelta è così poco chiara che potrebbe essere dettata soltanto da un secondo fine. e rendersi conto che questo secondo fine non è poi secondo a nessuno. e mentre ce ne si rende conto si tira il freno a mano e la panda fa centottanta gradi sulla neve. così dolcemente che sembra tutto sotto controllo.

9 febbraio 2010

supereroe.


onde evitare si pensi che poi in quello che scrivo c’è sempre miriam, allora adesso scrivo qualcosa che non la nomino mai più. vado.

miriam! miriam! urlo forte. e miriam che dormiva sul divano davanti al fuoco si sveglia di colpo e ha freddo come tutti quelli che si svegliano di colpo. almeno così dice lei. io mi precipito dentro casa e dico la canna fumaria va a fuoco. e lo dico molto agitato. e qui chiunque altro mi avrebbe guardato con compassione, realizzando che il mio male latente alla fine si era palesato, rivelandosi proprio allora, in una sera fredda fredda di febbraio. avrebbe detto con accondiscendenza la canna fumaria va a fuoco? come te ne sei accorto? fa fumo? e invece lei fa una faccia più del tipo ma io stavo dormendo e sognavo di fare shopping e poi chiama i vigili del fuoco. miriam ha una reazione che mi sorprende. ancora non so se stava continuando a sognare camerini e non si è davvero resa conto o se si è effettivamente ricordata che una cosa del genere era già successa l’anno prima. in ogni caso fa la cosa giusta, chiama i pompieri.
io di tutto questo me ne sono accorto perchè in fondo in fondo sono un supereroe. di quelli coi superpoteri. con la prontezza di spirito e con l’istinto delle idee azzeccate. grazie al mio super udito, mentre lavo i piatti, riesco ad individuare un leggero rumore da altoforno tipo thyssenkrup proveniente dal camino. controllo e il termometro segna temperature che lui stesso non credeva di essere capace. corro fuori casa arrampicandomi con i miei poteri da ragno su una comoda salita di ghiaia e scorgendo lapilli, lave e fiamme fuoriuscenti dal comignolo do l’allarme.
mentre aspettiamo i vigili del fuoco il mio istinto mi dice che la prima cosa da fare è spegnere immediatamente il fuoco. cerco un secchio. zoe, il cane, mi inizia a seguire. trovo il secchio e lo riempio d’acqua. zoe, che tra l’altro è un cane femmina, mi corre attorno implorandomi di non fare cazzate. i gatti, che hanno capito tutto, scappano. corro al camino e rovescio sicuro tutto il secchio sul fuoco. nei cinque secondi seguenti succedono tre cose. e sono tre cose che, evidentemente, rivelano qualche piccola debolezza del mio superistinto in situazioni di emergenza. primo. una nuvola nera di dimensioni paragonabili al veneto si sprigiona dal camino nel soggiorno dei genitori di miriam (una considerevole quantità d’acqua mista a cenere tracima allagando parte del pavimento. e quella direi che è venezia). secondo. io divento tipo bert di mary poppins ma penso più a pompei. terzo. proprio in quel momento entra la madre di miriam, di ritorno da torino dopo un convegno generale di qualcosa. mi aveva lasciato in custodia la casa.
io la guardo attraverso gli occhiali di fuliggine e dico ciao sonia, non ti preoccupare, è tutto sotto controllo, miriam ha già chiamato i pompieri.
fossi stato in lei mi sarei messo a ridere. ma evidentemente era stanca del viaggio.
i vigili del fuoco sono supereroi. tipo batman. che lo so che non è un vero supereroe perchè non ha davvero i poteri. è ricco di famiglia. è un imprenditore. e fa soldi su soldi. insomma si annoiava e ha detto questo paese non va. non mi piace. che posso mai farci con tutti sti soldi? li metto a disposizione del mio popolo. mi metto in gioco. scendo in campo. io lo voterei uno così. ma ritornando ai pompieri, quelli sono supereroi sul serio. tanto per cominciare hanno una tuta da supereroe. con gli scarponi e i caschi. uno di loro aveva anche una superpistola che vedeva il calore nelle cose e la direzionava ovunque e gli diceva pure i gradi. io avevo sicuramente la febbre. poi, come tutti i supereroi, hanno grande senso dell’umorismo. uno di loro, visto che era venuto anche l’anno passato, quando era successa la stessa cosa, ha detto allora signora, come ci vogliamo organizzare per l’anno prossimo? ci vediamo verso carnevale, va bene? noi veniamo vestiti da pompieri.
ma la cosa più bella di tutte dei supereroi tipo batman è che fuori il luogo del delitto ci trovi parcheggiato sempre il supermezzo di trasporto. quando sono uscito un pò avvilito che volevo essere pure io come loro, ho visto delle luci venire dal parcheggio e vicino alla panda c’era un camion gigante rosso fuoco con tutte le luci accese da tutti i lati che sembrava un’astronave atterrata sulla collina buia.
passo diversi minuti a contemplare questa meraviglia e penso che supereroi ci si diventa, non si nasce. bisogna vincere un concorso pubblico e fare un corso di formazione. non basta passare l’infanzia a vedere mcgiver. e penso che tutto questo mi distrae. che io non posso fare il supereroe e il fotografo assieme. che io la mattina dopo mi dovrei svegliare presto e prendere una barca e fare una foto. una foto che forse già ce l’ho in testa ma chissà se alla fine.
e poi vedo zoe seduta un pò più in là che guarda pure lei il mezzo alieno con aria contemplativa. ferma e impassibile. come se sapesse chissacchè. allora la chiamo e lei corre verso di me tornando subito a comportarsi da cane. mi salta addosso che vuole giocare e un pò mi dice te l’avevo detto di non fare cazzate.

23 gennaio 2010

dentro c'è anche il caffè.


in questi giorni mi sono accorto. le cose che cambiano nella mia vita in relazione al posto in cui mi trovo sono essenzialmente due. la mia visione della politica e il modo di fare colazione.
ultimamente di mattina bevo una tazza d’orzo.

21 gennaio 2010

se il maiale muore ad occhi aperti.

per le cose belle ci vuole pazienza.


il bosco aiuta un sacco. ci vai dentro, sollevi legna, fai su e giù per i pendii, sudi la mattina presto, ti riscaldi vicino al fuoco, mangi mandarini, fumi poco e in compagnia.
gli alberi che vengono buttati giù, fatti a pezzi, puliti e ammassati in attesa dei muli sono pezzi di una realtà che ne può fare a meno. quel bosco ritornerà ad essere un bosco secolare, dopo le guerre e le ferrovie, così è stato deciso. creare qualcosa che resta anche dopo che finisce tutto. e quindi si tagliano quei tronchi che sono un ricaccio del bosco stesso. alberi nati dal suolo ma non da semi. una sorta di esagerazione del bosco che ha iniziato col tempo a riempirsi sempre più di sé, a parlarsi addosso, a sporcarsi, a dire sì va bene a troppe cose. quegli alberi che morirebbero in pochi anni e alcuni sono già secchi. vanno tutti buttati giù per dare luce e aria e spazio alle querce vere, quelle che contano davvero, che sono il bosco, quelle che la fine non la vedranno nemmeno i nostri figli.
certo è pericoloso il bosco. un albero mi è caduto di fianco. la punta della chioma mi ha sfiorato la gamba quel poco che basta per ridere di nervi. ci si può far male. ma ne vale la pena.
le motoseghe fanno un rumore terribile e sanno di irreversibilità. però vai avanti e ignori il suono degli alberi quando cadono e il bosco diventa più forte perchè quello che soffocava, che bloccava e rendeva vulnerabili è stato tolto. e un incendio non lo distrugge un bosco secolare.
tutto si rilassa. i muscoli, la testa, i nervi. tutte le energie che avresti sprecato in una mattinata di sigarette si trasformano in qualcosa che è molto più di legna da ardere. è coscienza di essere parte di qualcos’altro. finalmente. è consapevolezza che bisogna tagliare e togliere per tornare ad essere secolari. per tornare ad essere qualcosa che la fine non la vedranno nemmeno i nostri figli. certo bisogna aspettare, ma per le cose belle ci vuole pazienza.

12 gennaio 2010

tutto il mondo è paesiello.


il nove gennaio duemiladieci è stata una giornata tra le più stressanti che ricordi. e alla fine qualcuno potrà sempre dire che ho scarsa memoria.

alle due e trenta di mattina riesco a trasformare il "ma sei scemo?" di miriam in un "poi mi sento in colpa" e quindi parto verso firenze in un viaggio di un'ora e mezza di nebbia. quando arrivo che sono le quattro mi sento tutto rintontito, ma non tanto per l'orario o la stanchezza, che anzi sono molto più sveglio di quanto lo sia stato di giorno, ma per la nebbia. guidare in autostrada vedendo a cinquanta metri, sempre dritto, un pò curva, ti rinsoglionisce come poche altre cose. senza considerare il fatto che a pensarci ti viene anche il panico. stai andando da qualche parte che non vedi per niente. lo sai che c'è perchè ci sei stato ma tu in realtà sei fermo. sei sempre nello stesso luogo largo cento metri quadrati con una striscia bianca a tratti che si muove tendenzialmente alla tua sinistra e un'altra ferma tendenzialmente a destra. poi magicamente ti trovi a firenze e ti dici che sei stato bravo a non pensarci troppo a questo panico del teletrasporto inconsapevole.
insomma arrivo a firenze nel cuore della notte per motivazioni che tutti più o meno possono immaginare, ma che soltanto qualcuno può indovinare. in ogni caso non si tratta di sesso. anche perchè miriam ha il ciclo. mi metto a dormire subito e mi sveglio ancora prima che sono le sette e miriam deve andare a lavoro e io dico vengo alle dieci e facciamo colazione insieme, lasciami il motorino e vai con la macchina. poi mi ributto con la testa sul cuscino e non dormo nemmeno cinque minuti fino alle nove.
scendo in cucina vestito e fa freddo come fa freddo in tutte le case di studenti ed è un pò buio come nella maggior parte delle case di studenti e soprattutto è silenzio. è sabato mattina e mi accendo una sigaretta ripensando alla questione della prima cosa che si assume durante la giornata. e un'italoamericana che ho conosciuto diceva che bisogna iniziare con un bel bicchiere d'acqua. tanta gente comincia col caffè. io non ho un'abitudine in proposito e questo sabato è capitata la sigaretta.
telefono a simone e gli dico se ci vediamo nel pomeriggio, che sono a firenze, che passo per un caffè a casa sua e lui dice avoglia. metto il computer nello zaino e penso pure che magari a simone gli faccio vedere qualcosa di nuovo ed esco col motorino. tutta la nebbia della notte prima non c'è più e nonostante piova io penso che quel motorino è proprio comodo. col parabrezza non accusi per niente l'inverno. poi realizzo che ho fatto proprio un pensiero da vecchio, guardo i tremila chilometri raggiunti da poco e mi inorgoglisco pensando ad altri numeri e ad altri inverni. sorrido e un pò accelero.
miriam lavora lontano. e questa è una frase che mi rimbomba in testa per tutto il tragitto, mentre cerco di ritrovare la strada per rincontrarla e finalmente parlare. almeno venti minuti. venti minuti e basta. bastano.
arrivo pure in anticipo, poi lei scende in strada e ce ne andiamo in un bar di un centro commerciale lì di fronte. mi precede e si vede che è un pò di casa, che ci va tutti i giorni, poi ordina un succo, un caffè e un cornetto vuoto. devo ancora capire la dinamica del cornetto vuoto. intanto ci dirigiamo ad un tavolo, lei ne sceglie uno vicino alla finestra. si vede che non lo sceglie mai a caso. dev'essere in una posizione "carina", non troppo isolato per potersi godere e far parte dell'atmosfera del posto, ma allo stesso tempo con la giusta privacy. io di solito l'unico tipo di comfort che cerco quando mi siedo a un tavolo è la sedia. nel senso se c'è o meno. perchè se non c'è non mi posso sedere e il tutto risulta un pò strano. intendo sedersi ad un tavolo senza sedersi. ah, naturalmente dev'esserci anche un tavolo, sennò non posso appoggiare il caffè. generalmente il primo che trovo va bene. purchè abbia almeno una sedia abbinata. ma quando sono con miriam di solito mi preoccupo di cercare un buon posto, perchè si vede che lei guarda in giro per una posizione "carina" e allo stesso tempo sta zitta perchè vuole che lo scelga io. ma questo succede spesso in pizzeria. qui va lei diritta al tavolo, forse è il suo solito tavolo, e io mi avvicino e dico vado a prendere il caffè e il succo al bancone. mi sento molto più rilassato di prima. poso lo zaino ai piedi della mia sedia e mi accorgo che è aperto. e dico come mai il mio zaino è aperto? cosa ci tenevo dentro? e poi non mi spavento affatto. mi capita spesso di perdere cose di vario valore e poi spesso ritrovarle, molti sono solo falsi allarmi. e soprattutto non è proprio possibile perdere un computer. come diavolo si fa a perdere un computer? come diavlo faccio io a perdere un macintosh? me nemmeno se hai dormito solo tre ore la notte dopo aver guidato nella nebbia, se la mattina sei salito sul motorino con lo zaino inconsapevolmente lasciato aperto, se piove e tu sei assorbito da tutti altri pensieri. nemmeno in quel caso puoi non accorgerti di un computer che ti casca da dietro la schiena. è impossibile. io non me ne sono accorto. è possibile.
a quel punto miriam va al bancone, io chiamo a casa per vedere se l'ho lasciato lì e naturalmente è inutile perchè ricordo perfettamente di quando l'ho messo nello zaino, allora vado al bancone pure io e dico che devo scappare e miriam ma nemmeno il caffè ti prendi? e io c'ho i nervi impazziti e afferro la tazzina e mi butto il caffè in gola. tutto d'un sorso. senza zucchero. la gente si gira a guardarmi incredula e miriam dice sei uno scemo mentre mi contorco per le ustioni.
tutto il tragitto verso casa non porta a niente. nemmeno i giri aggiuntivi. credo proprio che mi sia caduto quando sono salito sul motorino, lì in via paesiello, ma non c'è niente. metto degli annunci in zona, di cui uno proprio vicino ad un portone dove presumo si sia sfracellato il mac e la sua custodia tucano rossa rossa.
non succede niente e mi rassegno.
e più o meno mezzogiorno e mezza quando vado in questura. all'ufficio denunce ormai mi chiamano per nome e mi chiedono stavolta che ho perso. poi il tipo decide che è meglio fare la denuncia per furto, che è impossibile perdere un portatile in quel modo senza accorgersene. io dico tranquillo va bene e me ne torno a casa riflettendo sul fatto che nel giro di qualche ora mi sono messo in più casini che se aprivo un mutuo c'avevo meno preoccupazioni.
non è più possibile vivere senza computer. io non posso. scatto in digitale, dove le metto le foto? e le email? e tutto il mondo che devo rintracciare in qualche modo? e google? oh, google! aiutami tu! io lo so che tu avresti la soluzione anche a questo... "ritrovare macbook pro", ma non lo posso digitare da nessuna parte! dov'è la tua barra di ricerca? come faccio? me ne devo comprare uno nuovo, e quale mi compro? quello costa troppo, quell'altro è lento, quello è brutto. senza contare che c'ho perso pure diverse foto... tutto il lavoro dell'ultima settimana. sono paralizzato. non ci voglio pensare. devo pure andare a londra e non so nemmeno a che ora c'ho l'aereo domani.
torno a casa e dopo pranzo mi stendo sul letto. mi sveglia simone alle cinque passate che vuole sapere se vado da lui o no per il caffè e io fondamentalmente non ho nessuna risposta ma soprattutto nessuna scusa. come quando i carabinieri fanno le retate alle sei del mattino per coglierti impreparato, che non c'hai scuse pronte. che gli puoi dire solo la verità o al limite, tra gli sbadigli, di avvali della facoltà di non rispondere. io con simone mi avvalgo più o meno di questa facoltà, almeno momentaneamente, dicendo tipo boh, mi dispiace. poi più tardi lo richiamo e gli spiego.
il sonno pomeridiano mi ha fatto sciogliere tutti i nodi ai nervi delle ore precedenti. una sorta di stoicismo nei confronti dell'insuperabile accoppiata sfiga + capa di cazzo prende il posto delle preoccupazioni. l'importante è che c'è la salute, dice rocco.
questa storia finisce la sera stessa a casa di antonio, a perugia, che brindiamo a turno tutti insieme per un motivo diverso e io brindo anche al computer che è stato ritrovato. proprio lì sul marciapiede in via paesiello, accanto al parcheggio del motorino. una signora eritrea, lo ha raccolto la mattina, ha visto qualche ora dopo il mio annuncio sul portone e mi ha chiamato mentre stavo tornando in umbria. lo è andato a prendere miriam, sembra pure che funzioni.
io questa signora non l'ho vista. se è eritrea dovrebbe essere abbronzata. se è abbronzata è un'immigrata. se è un'immigrata è potenzialmente pericolosa. se è pericolosa dovrebbe essere in carcere o almeno allontanata dal suolo italico. ma se la allontanano a me chi me li recupera i computer sui marciapiedi? io me lo immagino solamente questo angelo nero che è venuto dal corno d'africa ad abitare direttamente in via paesiello solo per salvare la vita alla gente. mandato da qualcuno a colorare una via grigia, a portare multietnicità in una strada piena di fiat e a raccogliere computer con la custodia rossa rossa. evviva l'eritrea e tutti gli abbronzati in via paesiello. evviva la signora che quando torno a firenze le porto un mazzo di fiori. promesso.

7 gennaio 2010

ridere e pregare.


un tizio che non mi ricordo come si chiama, col cappello di lana e il maglione nei jeans, mi chiede se ho freddo e io dico automaticamente sì. non tanto perchè abbia davvero freddo, ma perchè si vede che me lo aveva chiesto per iniziare a fare due chiacchiere. e se rispondo no poi sembro veramente scortese. tipo freddo eh? no! e me ne vado. insomma gli dico sì un pò, mentre mi avvicino togliendomi i guanti e il cappello che ho appena finito di fare una salita della madonna e quindi in effetti c’ho proprio caldo.
iniziamo a conversare di ovvietà e noto subito che lui mentre parla si muove un sacco. dapprima gesticola solo con le braccia e la faccia, poi dopo un minuto si scioglie di più sia nella parlantina che nei movimenti. al secondo minuto sembra un’esibizione di adriano celentano ai tempi belli. e tutto è molto cinematografico perchè siamo al centro di monte del lago soltanto io e lui. non c’è nessuno (a monte del lago non c’è nessuno per definizione). io fermo e lui di fronte che mi parla ballando della vita di un sessantanovenne in un posto da cui tutti sono fuggiti. e in questa scena,in effetti, grazie alla solitudine della nostra conversazione e il lago di sfondo, si nota anche che tutti sono fuggiti. tutto molto evocativo... faceva il pescatore. e questo mi fa sparire dalla testa l’idea che fosse un pò suonato. un uomo onesto, un uomo probo.
arriva il mio turno. devo parlare di me. adesso è importante far vedere che mi apro pure io. è importante dimostrare disponibilità. è importante indovinare il giusto linguaggio. allora mi sposto la fibia della borsa da una spalla all’altra, mettendola a tracolla, e inizio a gesticolare forte e random. sembro pulcinella. e mentre gesticolo gli dico che sto facendo un progetto sul trasimeno e lui mi da tre pugni in testa e io smetto. quando sente progetto e trasimeno nella stessa frase dice che il lago sta morendo, cala sempre più, che è tutta colpa della lorenzetti e altro che progetto. c’era un progetto per salvarlo il trasimeno e invece poi. è amareggiato, io lo capisco, o almeno ci provo. dopo qualche secondo di amarezza e silenzio da parte di entrambi si risveglia e mi dice che devo assolutamente fare una foto dentro la chiesa. c’è un quadro bellissimo, ce ne sono solo due al mondo, l’altro è in inghilterra gli pare. un cristo meraviglioso ed espressivo come pochi, che ti fa venir voglia di ridere e pregare. e me lo descrive naturalmente anche con tutto il corpo che può e poi guarda in alto come se a pensarci stesse entrando in una sorta di trance mistica. e io, mosso da questo suo fervore e volendolo compiacere, dico una cosa semplice ma carina che nemmeno mi ricordo per bene, tipo dev’essere un quadro molto importante. per la madonna! mi risponde distogliendo lo sguardo dal punto imprecisato che fissava nel cielo e sgranandomi gli occhi addosso. certo che è importante! io gli sorrido e gli chiedo se posso fare a lui una foto, che tanto la chiesa è chiusa. lui si immobilizza dritto dritto in mezzo alla strada. non un fiato. non un movimento. nemmeno respira. si pensava che le foto rubassero l’anima delle persone. certe volte la nascondono e basta.
al di là di tutto parliamo un altro pò di me e poi decidiamo che è ora di pranzo e ci salutiamo. ma mentre salgo verso la macchina lui si riaffaccia dalla stradina nella quale era entrato e mi dice di portare anche la fidanzata la prossima volta. ci provo, ma lavora a firenze, di solito non c’è. e lui, agitando le sue uniche due braccia (sempre troppo poche per le grandi affermazioni) in tutte le direzioni che gli vengono in mente, dice sorridente uno di quà e l’altra di là, eh? eh.

6 gennaio 2010

ninna nanna per una tempesta.


il cellulare suona che sono andato a letto quattro ore prima e io capisco che ho messo la sveglia alle sei perchè così mi sacrifico e il sacrificio significa spesso lavoro e io mi sento meglio quando mi sento che lavoro. però c’ho sonno uguale. dopo mezzora faccio partire il motore nel buio, perchè è ancora buio, accendo i fari e scopro che nevica. nel buio non nevicava. allora rispengo i fari e non nevica più e esco fuori e metto una mano come a vedere se piove, ma con la consapevolezza della neve ed effettivamente nevica. poco. allora penso che invece delle gomme invernali tanto vale andare a fari spenti. certe cose è meglio non saperle. se non le sai non esistono. vivi scemo e contento. che pure se ti prepari con tutte le gomme invernali che vuoi può essere pericoloso lo stesso. allora scendo giù in macchina, ma con i fari accesi, e mi bevo un caffè e il barista mi dice in umbro che è davvero incredibile. sono le sei e mezza di mattina, mi giro e alle mie spalle c’è un locale vuoto con un televisore appeso al soffitto. fuori è sempre buio e scende la neve e fa freddissimo mentre dentro fa caldo coi vetri appannati. e qualunque cosa guardi ti bruciano gli occhi perchè è tutto mattina presto. il televisore dice che a dubai hanno inaugurato il grattacielo più alto del mondo, tipo ottocento metri, che mi stanco solo a pensarli. sorrido al barista che mi guarda con un sopracciglio alzato come a dire io mi sveglio tutte le mattine alle cinque e mezza e a quest’ora sono pimpante come tu lo sei alle undici e quindi parliamo. gli chiedo a che ora albeggia e lui mi dice più o meno alle otto e la mia voglia di parlare si è già esaurita, spargendosi tutta tra i tavoli nel locale vuoto e un pò buio dietro di me e non c’ho voglia di recuperarla.
voglio fare una foto ai gabbiani. i gabbiani di lago che quando albeggia stanno appollaiati sul pontile e quando ti avvicini volano via. voglio fare una foto camminando piano piano, arrivando vicino, così che quando volano non sono piccoli nella foto, ma è come se ci fossi in mezzo. però volano via subito perchè sono diffidenti. no, anzi, non sono diffidenti, sono stronzi. perchè se invece avessi avuto un secchio puzzolente pieno ti teste di pesce.
la neve che trovo salendo significa che su ha nevicato forte. o quantomeno più forte. dovrebbe essere un impiccio che la salita è ripida ma quando arriva una curva tiro il freno a mano facendolo inorgoglire dopo mesi di inutilità sull’asciutto e facendo allo stesso tempo vergognare la michelin. girata la curva mi fermo. lo sbandare con la macchina mi ha un pò svegliato, almeno più del caffè, e appena finito il brivido delle ruote che scivolano sul freddo, mi accorgo che quella curva portava a un bianco totale. alla mia destra c’ho tutta neve che ai miei occhi è tantissima ma so che non lo è. senza spegnere il motore scendo dalla macchina per vedere meglio e l’unica cosa che si sente è il motore della macchina che non ho spento. tutto nevica piano e odora di acqua fredda. il campo davanti continua a riempirsi di cielo che si riposa e dev’essere così che si addormentano le tempeste.

28 maggio 2009

la terra è viva dal basso. non aspetta che tutto arrivi dal cielo.

se dovesse piovere di nuovo vuol dire che in fondo non c'era bisogno di niente, che davvero doveva andare così, che ti sei fatto male e non hai capito. se piove di nuovo, se qualcuno lo permettesse ancora una volta, è perchè si è alzata troppa polvere e le foglie si stanno seccando. ma non ci pensare che tanto domani non piove.

26 febbraio 2009

pubblico qualcosa di non nuovo perchè in realtà non ho tempo e testa per scrivere qualcosa ora.

lo sappiamo benissimo come andranno le cose matti'. uno si sveglia presto, prima degli altri in casa. fa ancora freddo freddo perchè saranno le sette ed è febbraio. e ti svegli perchè devi fare qualcosa che quando capisci che è mattina è l'ultima che vuoi fare. però dentro di te c'è la convinzione che se vai succede qualcosa di buono mentre le coperte a casa si raffredderebbero comunque. ti alzi e fai un caffè che vorrai tra dieci minuti e sarà pronto. la cucina è la stanza più piccola della casa, mediamente sporca, con una finestra che occupa quasi una parete e si apre male. di luce ne entra tanta ma è piatta, non fa ombre perchè saranno le sette ed è febbraio. anzi non è la luce che entra, ma l'aria pesante e fredda della mattina presto che si porta dietro pure quello che uno in certi posti considera l'alba.
alzi lo schermo del portatile che si sveglia pure lui, su google, e tu pensi che nemmeno oggi sembra essere cambiato niente. ma google è solo una copertina bianca e quello chè c'e sotto dicono cambi tutti i giorni e tutti i giorni sia nuovo. anche se secondo me si sposta e basta.
mentre butti il caffè nella tazzina pensi che è giovedì, che è il giorno prima di quello in cui uno è automaticamente felice per il sabato. anche se non vai più a scuola da anni e il sabato è solo una giornata come il mercoledì o il martedì. però di solito il sabato c'è il sole per permettere a chi fa vacanza di riposarsi e credere che davvero lo sta facendo, visitare una città a un'ora e mezza di macchina, fare tre foto luminose alla fidanzata con la quale fare l'amore la stessa sera. e tu un pò sei contento matti' perchè se sabato c'è il sole ti ricorda aprile. il quarto d'ora dedicato a capire la mattina è finito. sei ufficialmente in ritardo e il silenzio che hai mantenuto fino a questo momento piano piano si infrange nel lavandino del bagno che è la seconda stanza più piccola della casa. un pò meno sporca della cucina e con una finestra piccolissima dalla quale non entra luce perchè di là c'è un muro. e mentre ti lavi i denti ti infili bene le scarpe e poi in camera tua di nuovo, con la maglia a metà, inizi a ricordarti dove hai parcheggiato. ma non ti preoccupare matti', che fare un esame nove volte vuol dire che non molli, che tra qualche ora farà più caldo e quando la gente si sveglierà tu potrai dire io c'ero.


tutti quanti stiamo facendo una prova di come potrebbe essere la vita. tipo un assaggino piccolo. (questa è diventata la ragione degli stage credo, provare noi il mondo, non il contrario che tanto è inutile). solo che non sento nessuno che è entusiasta. quindi mi sa che non ci rimane che da darci alla piromania.


nota fotografica: nell'immagine sopra è il cartello che è storto, non un difetto ottico. lo giuro.