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28 febbraio 2011

lana di vetro.

mi hanno dato questo appartamento tutto per me. è un appartamento di quelli che uno ci vorrebbe proprio vivere dentro. e ci sono due stanze belle grosse con il parquet per terra, il riscaldamento a palla e la cucina piena di spezie e basta. sarà solo una cosa di qualche giorno, penso, però ho delle chiavi di una casa mia e non posso far finta di niente. devo fare quello per cui ho aspettato tanto e questo è il momento. devo ospitare qualcuno. chiamo l’unica persona che conosco ad odense, asbjørn, che si pronuncia espian, compro delle birre e quando arriva - con altre birre - gli dico ciao espian quella lì è la tua stanza e lui dice va bene, e ci si trasferisce per i successivi quattro giorni.
quella sera la passiamo a capire che ne era stato di noi a distanza di un anno e un pò. dall’ultima volta che ci eravamo visti, l’ultimo giorno di scuola, da quando ormai l’ultima cosa rimasta da fare era non pensarci. lui si fa grasse risate quando gli racconto quello che era successo quella sera che era troppo ubriaco, quell’ultimo giorno di scuola al friday bar, quando ha incontrato la sua ragazza di sempre e quando aveva abbracciato la mia per presentarsi, per tipo due minuti strettissima e lei mi aveva guardato del tipo dove diavolo mi hai portata e lui era solo molto ubriaco e non è mai stato una persona cattiva tanto che ci beviamo tutte le birre e io la mattina dopo mi sveglio alle undici meno un quarto.
il mal di testa è piuttosto vago, confuso in un ovattamento generale che sembra che dentro sono pieno di lana di vetro che non è una bella sensazione. la lana di vetro isola un pò da tutto. ho un appuntamento al museo alle undici, dice che devo fare un tour privato della mostra per lo staff. non è che ho capito bene, in verità, che devo fare. so soltanto che qui sono tutti carini e mi trattano come se fossi veramente un artista e mi danno un appartamento e dei soldi per le piccole esigenze quotidiane e mi invitano a fare colazione e a parlare dei progetti. mi butto sotto la doccia, infilo una mano nello zaino e mi vesto con quello che ne esce fuori, e mentre esco di casa che saranno le undici e cinque mi chiama il direttore del museo per capire che fine ho fatto e io gli rispondo che sono praticamente arrivato.
nonostante la doccia, l’ovattamento da lana di vetro non è che se ne sia proprio andato e a dirla tutta la mia mano non è stata troppo fortunata quando ha tirato fuori dei vestiti dallo zaino. insomma arrivo al museo con un fascino tutto italiano. o almeno è come tento di farlo passare.
salgo al primo piano dove è allestita la mia mostra, in una sala grande e bianca, illuminata come si deve, con i testi in due lingue appiccicati lettera per lettera su due muri che fanno angolo.
quando entro ci sono una ventina di persone che appena mi vedono si mettono quasi automaticamente a semicerchio intorno. ci sono pure due o tre persone con una telecamerona su un cavalletto che fanno molto troupe televisiva, e da tutto il mucchio esce fuori il direttore del museo che dice qualcosa come eccolo e poi dice il mio nome. tutti sorridono che sembra la pubblicità di un dentifricio. io mi tolgo il cappotto pensando che anche questa volta ho sottovalutato qualcosa. più che qualcosa. appoggio la mia roba su una sedia, mi guardo intorno ed esordisco con buongiorno, scusate il ritardo.
la mattinata passa che io parlo un sacco e la gente mi fa domande e poi i tipi con la telecamerona si avvicinano e dicono se mi possono fare un’intervista. e io dico che stamattina ho un look molto italiano e non pensavo di dover finire in video e loro dicono come no? e in ogni caso il look italiano va benissimo. va benissimo, ripeto. e poi arriva una radio danese che vuole sapere altre cose e io gliele dico e la radio se ne va molto contenta e pure io torno a casa molto contento. mi sento un pò la persona sbagliata nel posto sbagliato al momento sbagliato. però forse è così che funziona. e visto che non lo so decido che sì, dev’essere proprio così che funziona, e sono contento.
insomma torno a casa e voglio dormire un’oretta che alle cinque c’è l’inaugurazione e visti i presupposti sarà una cosa che io arrivo molto teso, con un sacco di gente che non conosco e magari devo pure parlare di nuovo davanti a tutti e che dico? faccio i ringraziamenti? chi ringrazio? allora ringrazio prima di tutto dio, che fa molto esotico… no no, che dio, sarebbe proprio barare… ringrazio prima di tutto la mia famiglia, poi tutti quelli che hanno reso possibile questa mostra, ringrazio l’istituto italian… no no che palle. allora ringrazio non le cause di questa mostra, ma il fine, ciò che mi a spronato affinchè lo potessi raggiungere… faccio un ringraziamento filosofico, esistenzialista, spiego quale mancanza cerco di colmare con certe cose, a che cosa tendo, che cosa cerco di sublimare… e insomma mentre ci penso mi addormento e per fortuna mi scordo tutto.

arrivo in orario, fortunatamente, e tutto procede con talmente tanta disinvoltura da parte di tutti che io mi sento anche troppo a mio agio e qualcuno mi sta facendo una foto con dei fiori che mi ha portato anna, un'amica svedese, e qualcuno da dietro mi fa le corna e tutti sorridono e sorrido pure io perchè me ne sono accorto e allora allungo il braccio cercando di colpire il simpaticone nel basso ventre. nel caso di specie la figura del simpaticone è interpretata dal direttore del museo che si scansa e io mi giro e ci guardiamo negli occhi e io penso ecco fatto. tutti zitti. poi lui ride moltissimo e io pure. moltissimo.
alla fine di tutto, dopo l'inaugurazione, i discorsi introduttivi, gli abbracci, il rinfresco, le strette di mano e tutte quelle cose che avvengono quando decine e decine di persone si raccolgono in una stanza vuota a guardare i muri, ce ne andiamo tutti a cena in un ristorante molto esclusivo, tanto paga il museo.
verso il finire, mentre continuo a spalmare burro salato su pezzetti di pane, penso che tutto questo ha un senso che però non credo di aver capito. cioè qual’è la ragione per cui si stampano delle foto grandi e si montano e si spediscono e si fa un catalogo con il mio nome sopra e si mandano centinaia di inviti e migliaia di email? la ragione per cui quasi una decina di persone lavora intorno a questa cosa per mesi, per cui si coinvolge la stampa, per cui ti chiamano per farti le interviste in danese, inglese e italiano e tu rispondi a tutto in meridionale? e per cui c’è gente che si fa i chilometri per incontrarti all’inaugurazione e chiederti se poi la vuoi organizzare anche con loro, per cui si investono dei soldi, si offrono delle cene ed espian che era invitato ringrazia me e io non capisco? qual'è la ragione? sono io la ragione? sono io da solo che ho mosso così tanto? no che non sono io. neanche fossi mosè. lo so e lo capisco che non è così. io ho solo parlato con delle persone o stampato delle foto o mandato delle email, cercando di essere contento quel giorno lì che lo facevo. mica stavo a pensare che volevo una cena di pesce offerta in un "ristorante esclusivo" o tutto il resto. uno si muove giorno per giorno, una cosa alla volta, per poi tornare a casa e aspettare che magari fiorisca, tutto qua. che per le cose belle ci vuole pazienza.
e mentre penso tutto questo cerco di vedermi da lontano seduto in un ristorante a mangiare cibo in corone e fuori è sottozero e c’è la neve. e le strade di questa piccola città bionda sono tutte deserte e silenziose finchè non usciremo noi per andare a festeggiare nel bar più vicino e intorno alla città ci sono chilometri di buio fino al mare e si vedono solo le luci dei centri più grossi, sulla costa e poi anche nel continente, più a sud. e da lontano si vede pure casa mia, da qualche parte. e io sono un puntino piccolo piccolo e lontano da tutto. ma pieno, completamente, di lana di vetro.

10 dicembre 2009

io donna (questa volta niente allusioni...)


chi si fosse perso gli sviluppi degli ultimi mesi o chi, più semplicemente, non avesse capito niente di che ci faccio io in danimarca può comprare "io donna" in edicola sabato prossimo (12 dicembre) insieme al corriere della sera.

19 ottobre 2009

toy town.



più piccolo di così si muore, lo so. ma non sono riuscito a fare di meglio. chi fosse interessato può vederlo poco più grande a questo link. e non si dimenticasse di farmi pubblicità.

3 ottobre 2009

case di lego?


“nubifragio e frane in sicilia: palazzine crollate come costruzioni del lego”. ma tu, alessandra serio, non hai una vera idea di quello che dici quando scrivi sul sole24ore.it (che poi oggi mi sembrava di aver letto lo stesso pezzo sul corriere.it con un altro titolo, ma chissà che ho visto). tu non capisci. non sai quanto possono essere resistenti le costruzioni lego. ma c’hai mi giocato coi lego? le costruzioni lego non crollano mai e se crollano è colpa di chi le ha fatte che non si è attenuto alle regole imposte dalla fisica, dall'architettura o dal piano regolatore. oppure sono imitazioni e se crollano è colpa dei genitori che volevano spendere poco. ma di base non crollano. e non ti trincerare dietro il fatto che era solo una similitudine che serviva a rendere meglio l’idea. qui si sfiora la diffamazione! ah, sia chiaro, massimo rispetto per le vittime e gli sfollati, ma magari in sicilia le case le facessero col lego. magari. ma lo sai alessandra che da qualche parte in uk un tizio ha costruito una casa di lego, cioè proprio una casa che ci entri dentro e ci puoi vivere? e si dice pure che in uk piova più che in sicilia.
alessandra non ti dico tutto questo con malizia o supponenza. non te la prendere a male. ognuno fa il lavoro suo. volemose bene. te lo dico con buon senso e con cognizione di causa. perchè a me i lego ormai mi escono fuori dalle orecchie.
domani parto ma un poco poco poco mi mancherà billund. poco poco. no, non è vero, non credo. ma sono sicuro che se ci dovessi ricapitare so che un pò mi sentirei a casa, come a milano. nel senso che c’ho vissuto per un pò ed è stato pure importante. perchè è vero che sono stato solo ma mi ha fatto avere un pò più di fiducia in quello che faccio. perchè è vero che non c’è nessuno per strada ma così puoi cantare forte le canzoni dell’ipod mentre cammini e nessuno si gira. perchè a me mi piace lavorare e qui mi sono proprio rotto il culo. letteralmente. nel senso che l’ultima settimana so stato sempre seduto al computer e a sera mi faceva proprio male. e poi perchè ce l’ho fatta a fare qualcosa dall’inizio alla fine. non succedeva dall’anno scorso quando ho montato tutti i nuovi mobili ikea in una notte (in quel caso mi ha “aiutato” pure miriam, quindi non sono nemmeno sicuro valga, ma la volta prima non me la ricordo quindi vale). qui ci ho messo un pò più di una notte, ma credo di essere ugualmente soddisfatto. adesso arriva il bello, proprio come per i mobili ikea. bisogna vedere se il tutto regge.

30 settembre 2009

piccolezze.


camel light please. the blue ones. on the right. yes those, thanks.
queste sono le uniche parole che oggi ho detto ad un essere umano in carne e ossa. anzi un essera umana che era femmina e fortunatamente pure un poco impacciata così ho potuto anche dire altre cose oltre al nome delle sigarette, raddoppiando di fatto, o addirittura triplicando, il numero di parole pronunciate. sti giorni va così. vivo da solo in un monolocale, sempre quello, e dovrei passare il mio tempo ad editare questo diavolo di progetto e in effetti è quello che faccio. è finito il tempo di andare in giro tutto il giorno a raccogliere materiale, a chiedere il permesso per fare questo e quest’altro. a farlo comunque, a volte. parlare con la gente e ritrarla. adesso è tutto più statico. edito. poi leggo. poi vedo dei film, ogni sera uno o due, preferibilmente in lingua originale. ascolto la radio e faccio passeggiate. ogni tanto vado a fare la spesa (comunque sempre da studente) e mi rinchiudo di nuovo nel mio monolocale che fuori fa freddo. e mi sento tanto come umberto eco. o come baricco. o come ammaniti. o come un qualunque altro intellettuale scrittore che anche se lo stimi un pò lo sai, te lo senti, che è una persona del cazzo. tanto per essere chiari non ho la minima idea della storia di questi personaggi, e di come questi siano sul serio, ma ho sempre pensato che fare lo scrittore è bellissimo per diverse ragioni, prima tra tutte il fatto che vai in un posto isolato e tranquillo, con poche distrazioni e tanta pace e inizi a dare via al tuo processo creativo. ahhh. essere creativi. ti basta solo che il tuo cervello funzioni. per il resto vivi di piccolezze: puoi dedicarti al riposo, ti prendi i tuoi tempi, ti rilassi, studi un pò, ti leggi i giornali, scrivi appunti sulla moleskine, ti bevi il caffè hag la notte e il nescafè a metà pomeriggio e c’hai la lampada col vetro verde (avrebbe un nome preciso, ma magari la prossima volta). e sono convinto che queste cose siano vere. e pure piacevoli. io sto dedicando molto tempo all’esercizio del pensiero, al riposo e all’attività creativa se così la vogliamo chiamare, ed effettivamente ho subito avuto la sensazione che fosse una bella vita. il giorno dopo volevo morire. capate nel muro. mi sto letteralmente fracassando i coglioni. questo posto lo conosco a memoria e quando tento di farmi un giro scopro che l’unica cosa che cambia è la quantità di acqua che mi prendo, a seconda di quanto sto fuori. per il resto niente di diverso. la gente in strada non può uscire, come da regolamento comunale, e i palazzi, le strade, gli alberi bene o male sono sempre quelli, non si muovono, evidentemente per induzione perchè il regolamento comunale non dice niente in proposito. però un pò di aria fresca serve ogni tanto, perchè sennò proprio mi abbrutisco. oggi, quando sono andato a comprare le sigarette, c’avevo il pigiama sotto i vestiti. poi torno e mi rimetto al lavoro. non c’ho molta voglia. di materia prima ce n’è, ma non sono stimolato. aspetto che mi venga più fretta. e intanto penso che sono molto creativo solo per il fatto che sto sperso in un non-luogo a rompermi le palle con la scusa di lavorare col cervello e allora devo essere per forza molto creativo. come sono creativo. che esco col pigiama sotto i vestiti e non mi taglio la barba non per pigrizia, ma per creatività. mica sono un fancazzista, sono un creativo e non ho tempo di concentrarmi sull’apparire. come sono creativo. sono più creativo io di tutte le persone intorno a me e mi viene anche facile perchè nel monolocale... e mentre penso che sono così creativo da fare schifo, che quando mi soffio il naso i fazzoletti diventano sculture di muco e nel lavello i piatti sporchi sono modelli architettonici per musei, che penso cose molto divertenti e comiche segno di uno spiccato acume, mi chiamano al cellulare e io penso ecco, fantasia finita, adesso sarà tipo quello delle lavatrici che mi deve dire qualcosa sugli orari e che è sicuramente più creativo di me. o sarà un altro uomo qualunque che vorrà dimostrarmi che in un modo o nell’altro dal basso della sua normalità creativa riesce comunque a guardarmi dall’alto, e soprattutto a colori. e poi vedo che è un numero italiano, di firenze, e penso miriam. e invece paolo.
e questo paolo è l’assistente di una delle responsabili del festival della creatività e mi dice che io avevo mandato una preview del lavoro lego per partecipare alla selezione del fringe of festival (una sorta di pre-festival della creatività per nuovi talenti). e io dico sì lo so. e lui dice che in realtà il lavoro è interessante e mi propongono di esporlo al festival vero e proprio nell’ambito del progetto europa, una cosa dove partecipano una novantina di paesi europei, un padiglione di trecento ettari, diecimila visitatori al metroquadro, anno europeo della creatività, pubblicità a valanga, soldi manco l’ombra. e io dico davvero? che strano. però, squillino le trombe, scampanino le campane: mi pagano le stampe. ebbene sì, sono diventato importantissimo. poi gli ho detto che io sto producendo in realtà un video, cioè un montaggio di tutte le foto insieme con la musica e roba così e che tutto questo lo vorrei proiettare. nel senso va benissimo le stampe però magari un proiettore o uno schermo. e lui dice che deve chiedere e poi non si può fare.
la cosa divertente è che non faccio parte della rappresentanza italiana. ma di quella danese. per loro fortuna non potrò essere a firenze in quei giorni (15-18 ottobre per chi volesse andarci) così nessuno si accorgerà che non sono un biondo.

19 settembre 2009

aspettando con ansia lunedì per continuare a vestirsi da non adulto.

completo di cotone forte, grigio un pò scuro che mi sta bene un sacco. zara. troppi soldi. camicia bianca bianca un pò da cachiello che è più stretta in vita coi polsi rigidi che me la potevo comprare pure al mercato a tre euro ma miriam ha detto una volta tanto. zara. troppi soldi. scarpe di pelle finta. archivio scuole superiori. diciamo gratis. cintura di pelle vera. upim. mi pare dieci euro. barba fatta con baffo un pò gay ma tutto sommato ok.
meno male che le grandi occasioni sono una volta ogni tanto.

8 settembre 2009

mike bonanotte.

non lo so in effetti che devo scrivere adesso. dall’ultima volta è successo che mi sono spostato a billund. che sono arrivato senza sapere dove andare e ho chiesto in giro. che ho trovato una stanza vicino al centro di billund, un monolocale in una struttura di monolocali. che il finesettimana è stato inutile perchè billund è un posto come me lo aspettavo, la gente non ci vive veramente. ci lavora. vive da un’altra parte e poi viene qui a lavorare e se vive qui io non l’ho vista. e nel finesettimana provavo ad avere un’idea del posto e poi sono arrivato alla conclusione che basta avere l’idea del vuoto. cioè l’assenza di roba. e nel vuoto non si propagano i suoni e infatti billund è un posto estremamente silenzioso. e nel vuoto si propagherebbe la luce, ma evidentemente qui non lo sanno, pensano che funziona come per il suono, e non hanno messo l’illuminazione nelle strade. in effetti ci sono dei lampioncini bassi, ma quando è buio non sono comunque sufficienti. o forse sono più che sufficienti visto che servirebbero a rendere visibile la strada nell’ipotesi che qualcuno ci cammini di notte.
e mi sono fatto, lo scorso finesettimana, un paio di lunghe passeggiate per capire il posto, ed è un bel posto, cioè alla fine è un posto piccolo però più o meno c’è tutto e uno la può tirare su una famiglia e se c’hai voglia ci puoi veder crescere i tuoi figli nelle scuole belle e farli giocare a tennis o fare i corsi di musica nel billund centeret che sarebbe una sorta di casa del popolo ma con la chiesa dove c’è la bibiloteca e internet e un cafè e tanto spazio per fare attività di ogni tipo. e allora uno pensa si vive tranquilli. e io c’ho pensato un pò di più e secondo me è l’opposto: non si vive, tranquilli. con la virgola.
in fondo io mi trovo bene nei posti piccoli, nei paesi. magari non adesso. però mi piacciono, li penso pieni, belli, la gente ci si consuma dentro, nel senso positivo. che poi questo concetto di pieno è molto relativo. cioè a parte il fatto che è impossibile ottenere il pieno assoluto da un punto di vista fisico, credo che lo sia anche dal punto di vista di quello che c’ho in testa. c’è sempre qualcosa che ti spinge fuori. una cosa piccola piccola che ti spinge fuori poco poco. e questo piccolo vuoto nel quasi tutto pieno fa muovere il mondo. nella mia testa. e forse anche nella fisica. qui sembra diverso, ma devo capire di più.
in ogni caso questo è un posto che ci sto proprio bene. il lavoro è più duro del previsto, la gente a volte più difficile di come mi aspettavo, ma sono all’inizio e c’ho da andare avanti un pò. vedo un sacco di gente, ci parlo, scatto abbastanza. le foto non le sto guardando molto. torno a casa, scarico tutto sul computer e poi penso al giorno dopo e intanto scopro che è morto un altro mito italiano, un pilastro dell’intrattenimento moderno, il re del tubo catodico e mi aspetto almeno i funerali di stato e una medaglia al valor civile e un paio di lauree ad honorem postume, e una piazza a milano col suo nome, magari piazza fontana. e mi rendo conto che continuiamo, sempre di più, a meritarci berlusconi.

1 settembre 2009

fine primo round. (consigli suggerimenti commenti accetasi)

il primo frammento di scuola è quasi finito. domani è il mio ultimo giorno per adesso. poi si parte col progetto. ho già parlato di billund, la mia prima impressione. e quando si è trattato di proporre una storia io non avevo molto in mente e allora ho semplicemente iniziato a parlare e più parlavo più l’idea mi veniva e insomma ho detto che billund secondo me è un non luogo che vive tutto attorno alla lego. è isolato, sembra noioso, tutti lavorano per la stessa compagnia e a vedersi è molto danese. e mi sarebbe piaciuto fare qualcosa in danimarca. è qualcosa che io non ho mai visto prima, magari niente di speciale per uno che vive in questo paese, ma io quando ci sono stato un pò ci sono rimasto. e mi piacerebbe raccontare questo posto, questo stretto rapporto con la società che ha prodotto il toy of the century. magari pure in modo un pò ironico. e tutto questo l’ho detto dopo che altri avevano proposto storie in texas o sulle armi in finlandia o su una fattoria di disabili o su new york. e il professore e il fotografo del momento, kent klich, si sono guardati in silenzio e poi mi hanno guardato in silenzio e alla fine di questo silenzio che è durato all’incirca una ventina d’anni kent dice un italiano da solo a billund per cinque settimane? silenzio di un altra decade. ma è un’idea incredibile, meravigliosa. fallo! e io finalmente posso sostituire il mio sorriso di circostanza con quello vero.
e se la mia idea all’inizio mi è potuta sembrare qualcosa di piccolo e insignificante piano piano mi è cresciuta dentro, anche per l’appoggio di professori e compagni. un’idea semplice ma concisa che vuol dire che non è dispersiva, almeno all’inizio. che la posso fare in un mese. che so dove andare, dove fermarmi e in linea di massima con chi parlare. so che tipo di foto voglio fare e più o meno immagino come farle. ci credo. non ho mai avuto un’idea più concisa di questa ho pensato. cazzo.
e questo è stato anche il motivo per cui poi ho abbandonato (per il momento) idee alternative, più internazionali, più affascinanti, più costose, più aleatorie.
e i giorni dopo sono stati un rimuginare sulla forma del tutto e poi non so come ho pensato che non ho più paura di volare e allora voliamo. che sarebbe bello fare foto dall’alto, sarebbe bello giocare con billund come in passato ho giocato con le lego. e portare a casa un paragone inevitabile ma da un punto di vista evitato. il cielo. e poi mi è venuto in mente che tutto questo poteva essere un gioco e doveva sembrare un gioco allora ho pensato a vincent laforet che c’ha vinto un world press photo con questa tecnica che si chiama più o meno tilt-shift. vuol dire che giochi col piano focale dell’immagine ottenendo effetti ottici insoliti, uno dei quali è quello che vedete in alto. sembra un modellino. un giocattolo. ma è soltanto il giardino sotto casa mia dove se ci fossero bambini giocherebbero il pomeriggio. questo è il nuovo punto di partenza. billund come le costruzioni lego. uno però chiede si vabbè che fai ti noleggi un aereo? io rispondo sì, lo sai che faccio? mi noleggio un aereo! che paradossalmente qui, dove il biglietto dell’autobus costa quasi due euro e mezzo, farsi un giro turistico di una mezz’oretta attorno a billund in un aereo da turismo viene meno di trenta euro. a parte il fatto che quando ad ottobre torno ad aarhus a scuola ci vado in aereo, ho pure avuto culo, perchè il tipo che fa questi giri turistici per aria è una persona disponibile e accondiscendente (c’ho parlato oggi per telefono). e pare che abbia bisogno di foto per la sua società di giri turistici per aria, foto degli aerei, foto dei piloti, foto del mondo da lassù. una mano lava l’altra e tutti vissero felici e contenti.
per quanto riguarda la mia sistemazione lì pare che la lego sia solita ospitare i vari tizi che da tutto il mondo arrivano per lavoro a billund (dove l’aeroporto è stato fatto costruire appositamente dalla lego per i suoi affari) in alcune accomodation dedicate. gratis naturalmente. e qualcuno mi ha messo la pulce nell’orecchio che l’enorme disponibilità e affabilità dei danesi potrebbe manifestarsi anche per quanto riguarda me...
e con questo credo di avere ultimato i lati positivi e le belle aspettative.
d’altro canto.
non ho intenzione di realizzare un lavoro che si basi unicamente su foto fatte dall’alto. che sfrutti solo e soltanto quella particolare tecnica (anche se è molto d’effetto). voglio parlare con la gente, raccontare questi che fanno dalla mattina alla sera, anzi no dalla sera alla mattina perchè di giorno lavorano per la lego (sia chiaro non tutti lavorano direttamente per la lego ma l’indotto è grosso). voglio capire se vivono sul serio o se aspettano il giorno dopo per tornare a lavoro. voglio entrare nella fabbrica dove viene prodotto il mio giocattolo preferito. voglio andare alle partite di pallone dei bambini. voglio andare a legoland. voglio fare ritratti. e non ho la minima idea di combinare le due cose. modellini e non.
ci sono tutta una serie di problemi tecnici riguardo alla tilt-shift photography che non mi metto a spiegare ma in poche parole non ho l’attrezzatura per farlo, la scuola me ne presta una parte (una bella parte) ma poi comunque ci devo mettere del photoshop il che non è un problema per la scuola ma potrebbe esserlo per i giornali. magari ne parliamo con calma più avanti, tanto è una questione ancora in alto mare.
per quanto riguarda l’aereo ho bisogno di un permesso speciale per sorvolare la città. di solito loro volano ai margini per questioni di rumore e sicurezza immagino. quindi è possibile che salta tutto. non ho ancora idea di dove andare a dormire. la lego non ha la minima intenzione di rispondermi il che mette in crisi non soltanto la mia speranza di alloggio, ma anche i miei piani di azione per quanto riguarda le foto. e in tutto questo domani è sempre il mio ultimo giorno, c’ho vuol dire che da dopodomani sono effettivamente nel progetto.

oggi è stata una lunga giornata. siamo stati ad una mostra e stasera tutti a casa mia a mangiare pasta cucinata veramente male forse per gli ingredienti forsè perchè mi sto scordando come si fa. e ho appena finito di mettere a posto che questa casa hippy è piena di cose divertenti da vedere, spostare, rompere, suonare. e mi sa che è il caso che me ne vado a letto che domani dopo la scuola devo pure andare alla banca del seme più grande del mondo.