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2 maggio 2015

Il diritto al dovere.


Il concerto del primo maggio è una cosa in cui trovi tanti motivi di interesse quando hai ventanni, poi crescendo te ne frega sempre meno di andare in una piazza grande quanto il paesino da cui sei partito, ma con molti più gomiti e ginocchia, a farti una reputazione online sdraiato sul tuo zaino. Però io al concertone di piazza San Giovanni non c’ero mai stato, lo avevo sempre soltanto visto in televisione, immaginando l’incommensurabile divertimento che mi stavo perdendo. Quindi quest’anno, trovandomi a Roma pochi giorni prima del mio trentunesimo compleanno, ho pensato che almeno un quarto d’ora ce lo dovevo passare. Tanto per dire che ci sono stato entro i trentanni, e quindi prima della fine dell’adolescenza.

Visto che quando vai al concerto del primo maggio non è che puoi pretendere di vedertelo veramente il concerto, mi sono messo in mezzo alla gente a fare più o meno quello che facevano tutti, cioè niente. La maggior parte delle persone però era totalmente ubriaca, o in qualche caso sotto chetamina, ed è riuscita a passare un piacevole pomeriggio di svago, dimenticandosi di questo enorme niente a forma di piazza San Giovanni tutt'intorno.
E sono stato benissimo, non tanto perché mi sono tolto un peso, ma soprattutto perché a me non fare niente mi piace proprio tanto. Io ci passerei le giornate a non fare niente, e in effetti ce ne passo molte, solo che poi arriva sempre quello che ti chiede che stai facendo in questo periodo e a te ti prende male e ti metti a riflettere sul senso del lavoro oggi e su quanto non c'hai voglia di condividerlo.

Mi sa che il concetto di lavoro per come ce l’abbiamo adesso, e per come tentiamo di difenderlo, arriva dal fatto che è una cosa di cui abbiamo avuto bisogno per la nostra autodeterminazione, per definirci di fronte agli altri e di fronte a noi stessi. Il lavoro è stato uno strumento che, oltre ad altre robe ovvie, ha permesso alle persone di poter essere riconosciuti in un ruolo, economico e soprattutto sociale.
Un mezzo insomma, e forse nulla di più, perché l’individuo c’era anche prima e dopo il lavoro che faceva. Questo prima e questo dopo erano però robe complesse, personali, difficili da spiegare alla società, dure da inserire in un sistema, e quindi giustamente si è usato il lavoro come veicolo. Così si trovava un senso e un’appartenenza.
Oggi mi sembra però che ci affanniamo a difendere il diritto ad un lavoro che non è più niente del genere, un lavoro che si è trasformato da tramite a traguardo, da strumento ad obiettivo di quell’autodeterminazione che dicevo.
Detto in altre parole, il lavoro oggi non contribuisce più a definire la mia vita, ma al contrario è la mia vita che viene spesa a definire il mio lavoro e il mio ruolo.

Quello che poteva e doveva essere considerato come un diritto all’esserci e all’essere riconosciuti, ad edificare una propria individualità nei confronti di un sistema, sembra essere stato trasformato in diritto allo scomparire, all’essere moltitudine, diritto al venire finalmente “assorbiti” da un’economia.
E poi dice che uno si incazza.

Perciò, forse, è il caso di riflettere di più sulle ragioni per cui è importante difendere il lavoro oggi (sì, è sempre importante) e cercare di riconoscere le varie occasioni in cui ci stiamo facendo fessi da soli.
Facciamo un esempio stupido e poi basta. Prendiamo una coppia di fidanzati dove si esce ogni tanto separatamente, ognuno con i propri amici, in autonomia e con serenità. È una cosa che ci sta, anzi è proprio una cosa giusta, che rinforza il rapporto (il quale in effetti dovrebbe essere un’unione di due individualità distinte, ognuna con le sue esigenze da tenere vive). E questo diritto ad avere i propri spazi è una cosa sana, da difendere. Poi dopo qualche anno, per varie ragioni di cui nemmeno ci si rende conto, in questa coppia si arriva alla situazione paradossale per cui si sta il più lontano possibile, non ci si vede mai, non ci si chiama mai e figurati se si esce insieme, tutto per paura di violare quel diritto all’indipendenza. Si sacrifica così il senso di tutta un’unione - di cui si fa pur sempre ancora parte - in funzione di quello che era solo un modo per stare bene insieme (il farsi i fatti propri, in questo esempio) e che è diventato così l'unica regola per tutto.

- Partita a PES?
- Ma la tua ragazza?
- È a casa, credo.
- Ah, vivete sempre lì?
- No, abbiamo deciso di vivere in case diverse. Io mi prendo il Barcellona.
- E perchè, andava male?
- No andava bene, ma ci amiamo un sacco, e quindi dobbiamo stare lontani. Ce le hai le birre?
- In frigo. Ma vi vedete spesso comunque?
- Mmm, in effetti no. È un rapporto a cui teniamo molto, quindi ci vediamo il meno possibile, sai.
- Già. Ma stasera magari per la cena con gli altri la puoi chiamare se vuoi.
- Guarda ti ringrazio, ma non vorrei pressarla. Messi Messi Messi!
- Pressarla?
- Eh, cioè sai quelle cose per la nostra libertà. Sono diritti che dobbiamo tenerci stretti. Che come si fa ad avere un rapporto senza essere autonomi?
- Capisco. Ma, scusa, l'amore lo fate ogni tanto?
- Ogni tanto, sì, certo. Ci masturbiamo uno di fronte all'altra.
- Bello.
- Sì, abbastanza. Messi gooool!

E il diritto all'indipendenza all'interno della coppia si è trasformato in diritto a non viversi più la coppia manco per sbaglio.

Vabbè, se c’avete trentanni e non siete mai stati al concertone del primo maggio, sappiate che tutto sommato è ok, ma non è questa gran cosa. Festeggiare il lavoro è bello, però celebrare il non fare niente è certamente meglio.

5 dicembre 2014

Far alzare gli F-16 via radio.

- Pronto, parlo con Boccaccino?
- Sì, sono io.
- Ciao Roberto, sono Alessandro Magno, il photoeditor di Mazinga Magazine per cui hai fatto il location scouting. Ti volevo dire che i sopralluoghi che ci hai mandato sono perfetti, grazie. E ottimo lavoro anche con tutte le informazioni che ci hai fatto avere.
- Bene sono contento.
- Di conseguenza, dopo questa fase iniziale abbiamo deciso di andare avanti e far partire effettivamente la cosa.
- Mh-mh…
- E volevamo sapere, visto che hai lavorato così bene, se potevi darci una mano anche per tutto il resto. Insomma capire se sei interessato e se sei la persona giusta. A livello di assistenza generale, logistica, luce, spostamenti, telecomunicazioni, energia. Cose così.
- Io ho solo una laurea triennale... Ma certamente sono l'uomo giusto!
- Puoi procurarci anche del materiale?
- Nessun problema. Senti, non voglio assolutamente andare contro la tua simpaticissima riservatezza teutonica, ma credi che mi puoi dire, vagamente, che cosa dobbiamo fotografare?
- La produzione fotografica è segreta, però paghiamo bene.
- Ah ottimo. Perchè io ho fatto delle produzioni fotografiche bellissime e non lo sa nessuno. Sono proprio nella nazionale di produzioni fotografiche segrete.
- Perfetto. Ti do qualche dettaglio in più allora.
- No, dai. Sei sicuro?
- Scattiamo in Sicilia.
- Naaaa! Proprio nel posto in cui ho fatto i sopralluoghi… che storia incredibile!
- Un pilota molto famoso. Ormai un’icona mondiale.
- Tom Cruise?
- No, intendevo un pilota vero, di macchine, di Formula1.
- Ahhh certo, Formula1! Quella che io seguo sempre. Sono un grandissimo appassionato di Formula1, io.
- Sì, bene. Noi fotografiamo il pilota della RedBull.
- Ma perchè adesso guidano pure le lattine? No aspè, scusa, tu sei Alessandro Magno, lavori per Mazinga Magazine, e vi mettete a fotografare le automobili lattine? E le Ferrari? E le Mclaren? E Hakkinen? Chi è questo qui?
- È il terzo pilota al mondo.
- Ah. È un pilota d’esperienza…
- C’ha 25 anni.
- Giusto. Ed è pure ricco magari…
- Guarda, quest’estate ha perso il cellulare. E per essere sicuro di ritrovarlo si è comprato il quartiere dove stava in quel momento. Con tutta la gente dentro. Non li ha fatti uscire per tre giorni.
- E poi l’ha trovato?
- Pare di no. Quindi sta pensando di comprarsi la Apple.
- Infatti. Pure io una volta ho perso il cellulare in un bar, e mi sono comprato una birra. Comunque non ce l’ho proprio presente questo tipo che guida le lattine. Ma il fotografo lo posso fare io?
- Sei americano? Hai sessant’anni? Porti i pantaloni attillati? Dici fucking yeah molto spesso?
- Non sono veramente americano originale, ma per il resto non ci sono problemi, fucking yeah!
- E allora no, mi spiace. Perchè qui c’è scritto che il fotografo è americano. A te però sicuramente ti diamo i walkie-talkie.
- I walkie-talkie?
- Sì, le radio…
- E perchè non l’hai detto subito?! Io è da che ho sei anni che voglio lavorare con i walkie-talkie!
- Perfetto, perchè dobbiamo chiudere la strada e ci serve poter comunicare con facilità e chiarez…
- Cazzo cazzo ma è un sogno. Cioè io devo lavorare con le radio e parlare in americano?
- Si certo. Però ti raccomando, perchè tu poi devi gestire un po' tutti i movimenti. E c’è l’automobile che è molto veloce, è da gara e…
- Tango Tango! Here Zulu. Do you copy?
- Roberto...
- Tango, we have a situation here!
- Ma che dici? Di che situazione stai parlando?
- Clear the road, now! I want nobody in sight!
- Sì capisco, probabilmente qualcosa del genere, però prima devi essere sicuro che…
- Zulu we’re ready to run! Road neat and clean! I repeat, ready to run!
- Ma che stai dicendo?
- Copy that! Engines all on, start in five seconds!
- Five seconds?
- Four… three.. two..
- ...
- One! Take off! F-16 in flight! Target engaging in 2 minutes!
- Oddio.
- Delta do you copy? Fireoff! Fire off!
- Hai finito?
- Yes sir! Mission accomplished, sir! U-HA!






6 novembre 2014

Vivere per sempre.


Subito cantiere. Primo restringimento di carreggiata, si procede su una sola corsia.

Fuori l’autogrill di Tarsia, sull’autostrada A3, ci sono due giovani armeni - 26 anni che sembrano 30 - che fumano e telefonano. Sono in piedi all’entrata, vicino ad un contenitore di cemento per l’immondizia. Dalla porta a vetri esce un ragazzo alto con gli occhiali - 27 anni che sembrano 27 - che si guarda intorno cercandomi. È un soldato dell’esercito, che torna a casa a Torre Annunziata, in licenza. Io intanto chiudo il bagagliaio della mia macchina parcheggiata male, dove ci sono due zaini piccoli, un borsone verde militare e la mia roba, li guardo, e ci infiliamo tutti e quattro in macchina, senza dire molto.
Ci siamo conosciuti tutti un paio di ore prima.

- L’Italia è il paese europeo dove è più facile avere i documenti, non c’è paragone. Se arrivi e chiedi i documenti in Germania è difficilissimo, anche in Francia. In Italia è molto più semplice, perché in Italia c’è il business con gli immigrati. Tutti questi barconi che arrivano li potrebbero fermare se non li vogliono, e invece li vogliono, perché l’Europa dà tanti tanti soldi. Io sono rifugiato, qui non è stato difficile. Però volevo stare a Firenze, e invece ci hanno mandato tutti a Roccella Ionica.

- Sì tu dici che forse non dovremmo essere con l'esercito in tutti questi posti. Il problema è che l’Italia fa parte della Nato, e dell’Onu, e quindi deve garantire un certo quantitativo di risorse e di uomini. Li deve impiegare, li deve occupare. Mica si può tirare indietro.

Mezzo pesante davanti, macchine in coda. Non ci sono molti cantieri, ma molti camion. E tutto intorno è la guerra fredda. Il far vedere che ci si arma sempre di più, che non si sta fermi mai, che si lavora senza sosta per un cemento che cresce e che si impone su altro cemento. Senza mai un traguardo vero. E nonostante tutto quel metallo, ogni cemento appare sempre più disarmato.

- Succede che tu vuoi andare in Germania, ma in Germania non ci puoi andare, allora vai in Italia, che non fa tanti problemi. E ti prendono in asilo e ti fanno fare un progetto. Solo che il progetto in Italia dura un anno e io come faccio a integrarmi in un anno che ancora non so parlare italiano? In Germania questi progetti per i rifugiati durano dieci anni, sempre che ti prendono. Non finiscono prima, non ti lasciano a spasso prima di dieci anni.
E l’Italia che fa, dà i documenti a tutti, facile, tu stai qui un anno e poi loro ti dicono vai, sei pronto. E tu infatti sei pronto ad andare in Germania, dove volevi andare. Che adesso c’hai pure i documenti buoni per andare dove vuoi. Questo paese lo sa che siamo buoni per prendere i soldi dall’Europa, però poi in effetti non aiuta veramente. Infatti perché io non so che fare e adesso prendo la mia famiglia e ce ne stiamo andando via.

- Le operazioni come Strade Sicure, sul territorio italiano, servono. Per esempio a Messina. C’è il tribunale, dove ci sono anche processi di un certo tipo, e quindi si tratta di un posto delicato, e noi siamo anche lì. Che tanti anni fa ci hanno trovato una bomba prima di un processo. Quindi.

Viadotto alto. Provo a guardare, altissimo. 

- No no, non andiamo in Gemania. L’Europa non è un buon posto dove andare. L’Europa è solo un grande problema. Nel mondo se tu vuoi andare via dal tuo paese ci sono solo tre posti dove puoi andare: il Canada, l’America e l’Australia. In Europa ci metti troppo tempo per integrarti, troppi anni per capire come fare. In America, se sei un poco fortunato, fai molto prima.

- Ma quindi tu insegni pure?
- Eh sì ogni tanto insegno, tra un paio di settimane sono a Milano per un paio di lezioni.
- E che insegni?
- Insegno fotografia, però questi ragazzi già sanno fare le foto. Cioè io non gli insegno la tecnica, non gli insegno ad usare la macchinetta fotografica. Insomma non è tanto una lezione su “come” si fanno le foto, ma piuttosto su…
- No aspe'. Perché come si fanno le foto? Ci stanno pure le lezioni? Non basta ammaccare il bottone sulla macchinetta? Che ci sta da sapere?
- …
- Eh?
- Vabbè, sai. Sì spesso basta che premi e quella scatta, e magari la foto esce pure bene. Però in generale è meglio sapere come funziona, in modo tale che puoi intervenire meglio su quello che stai facendo. È come per te, che sei soldato e c’hai il fucile.
- Sì
- Tu basta che tiri il grilletto e quello spara. E magari se sei fortunato ammazzi pure qualcuno subito. Però la fortuna non basta sempre. Cioè tu lo sai come funziona un fucile dentro, ve lo insegnano com’è fatto, che succede, come lo devi regolare, come lo devi puntare. Magari non ti serve tutto sempre, però è utile saperlo.
- Sì sì! Che poi se si blocca lo devi sapere che devi fare.
- Appunto.
- E quindi tu questo ci vai a insegnare a Milano?
- No.

- In Cina e Brasile? No. Io penso che sono posti in cui è difficile essere straniero. Noi andiamo a Los Angeles. In America ci sono due milioni di armeni. E io non voglio andare in un posto dove sono solo. Non ci faccio niente in un posto dove sono solo e ci metto tanto a diventare, come l’Europa. Io prendo mia moglie e i miei due figli e andiamo a Los Angeles.

Inizia a piovere di nuovo, ma poco. Ad un certo punto sembra che la strada sia molto più calcestruzzo che asfalto. Poi smette.

- Roberto, sei stanco? Vuoi il cambio?
- No, grazie. Mi sono fatto così tanta caffeina che credo vivrò per sempre.

16 agosto 2014

Agosto.


Agosto è un’eccezione. Torna tutti gli anni, mentre tu sei lì in estate ed è fine luglio e da un giorno all’altro eccolo là. E tutti gli anni si interrompe il mondo per come va di solito e la quotidianità si capovolge, le virtù diventano vizi, i difetti pregi, e ogni cosa è frattura e paradosso.
Tutto quello che sembra succedere ad agosto, a pensarci bene, è quasi una concessione che ci facciamo, una digressione in quello che stavamo dicendo nel frattempo, un andare a comprare le sigarette e poi tornare senza essere scappati per sempre.

Agosto è un’eccezione per tante ragioni. Tanto per cominciare: le ferie, quel contenitore chiuso, limitato e necessario nel quale finalmente. Come se tutto il resto dell’anno non potesse essere mai finalmente. Le ferie sono finalmente, un mercoledì mattina non è finalmente. Finalmente non sto più in città, in ufficio, a casa, finalmente è diverso. Finalmente ad agosto si può dare vita a qualcosa che non era possibile negli altri mesi perché si era troppo occupati a guadagnarsele, le ferie. Che detta così fa un po' ridere. E anche detta in qualunque altro modo. E nuvole di lavoratori (o di legittimamente disoccupati) si spostano perché hanno la possibilità di fare quello che sentono (o sembra sentano) di voler fare davvero. Che poi sembra sia quasi sempre qualcosa di diverso da ciò con cui si preoccupano di riempire, appassionatamente, i giorni di tutto il resto dell’anno. E quindi niente, abbiamo bisogno di darci un momento specifico e chiuso da riempire con una grande pausa. Ci prendiamo tre settimane di sospensione dai nostri doveri, coscienti che chi non lavora non fa l’amore (mentre almeno così sì, lo si può fare, l’amore, per tre settimane intere all’anno).

Ad agosto se rimani in città trovi parcheggio sotto casa e di notte in tv passano dei film bellissimi. Ad agosto ci si rilassa, e ci si rilassa per forza. Non si può fare altro che vivere in vacanza. Chi vive lavorando ad agosto è un’eccezione ulteriore, perché l’attività principale delle persone, quella che le unisce, le raccoglie e le indirizza (insomma quella che durante l’anno è rappresentata dal lavoro) diventa la negazione del lavoro.

Ad agosto si fanno molte foto perché, quasi automaticamente, si attribuisce ai giorni il valore di essere ricordati. E così componiamo album in cui la nostra vita è costituita quasi solo di compleanni, natali, e agosti. Ricorderemo di aver vissuto la maggior parte della nostra vita in vacanza, il che mi sembra comunque una cosa bella.

Agosto è un’eccezione anche perché si va in posti dove non avresti mai veramente il coraggio di vivere.
- Tesoro, immagina ad averci una casa qui. Proprio qui, su quest’isola lontana. Immaginati il mare, tesoro mio, la tranquillità, la bella vita.
- Cara, me la immagino vuota, la casa. Perché noi abitiamo sulla Prenestina e tua figlia va in una scuola che hai scelto tu perché le altre ti sembravano piene di figli di cafoni che non sanno parlare italiano, e tu lavori, ringraziandiddio, come dipendente del comune di Fiumicino dopo che ti sei trasferita a Roma apposta perché è la capitale e il futuro è la grande città, e la Feltrinelli il sabato pomeriggio e il cinema a quattro euro, e lavorare e crescere una famiglia a Sora non è possibile, che mondo è.
- Ma...
- Cara, sentimi, qui a Ustica tu non ci vuoi vivere, e non iniziare a rompere il cazzo.

La gente abbandona le città, che si spopolano, e riempie luoghi ameni e lontani che solitamente sono vuoti, isole, campagne, laghi, montagne, deserti. Oppure succede una cosa ancora più buffa, quando evacuiamo tutti le nostre case, abbassiamo tutte le tapparelle e chiudiamo il gas, fuggendo da quello che è l’ultimo posto in cui si potrebbe mai pensare di passare le ferie. E arriviamo piacevolmente in un’altra città (desiderata da mesi e perciò bellissima), magari una capitale altrui, dove troviamo anche lì tutte le tapparelle abbassate e i rubinetti del gas chiusi per ferie. Una città da cui sono tutti fuggiti per andare a vedere questa meraviglia esotica che è il posto da cui veniamo noi.

Ad agosto andiamo in giro vestiti in maniera improbabile, che saremmo fuori luogo ovunque, ma tanto noi fortunatamente siamo altrove. E poi sembra che si leggano molti più libri, e penso che sia l’unico mese in cui si vendano quotidiani e riviste, e che si mangi tutti improvvisamente molto meglio.

L’amore. L’amore estivo è esso stesso una categoria a parte nella grande fucina delle storie d’amore. È tipo l’abbronzatura, ti scotti all’inizio, ti inizia a prendere bene e ti senti bello, anche se in fondo lo sai che non arriverà a natale. È un amore che ti ci butti e che cresce senza attriti e senza pesi, senza la paura del futuro. Forse non dura, ma almeno hai capito perché durano gli altri.

E viviamo in questa dimensione provvisoria e anomala che, indipendentemente dalle cose che accadono, ha il grande compito di farci vedere la differenza e darci la possibilità di dimostrare a noi stessi che non siamo sempre così (senza nemmeno sapere esattamente a cosa facciamo riferimento, se agli undici mesi precedenti o se a quello che stiamo facendo prima di settembre). L’importante è sentire una distanza da qualcosa, e agosto credo serva a quello.

Ci spostiamo tutti insieme, in grandi migrazioni circolari che durano quello che basta per averne nostalgia appena si torna. Quello che succede, succede per un po'. Non che non sia vero, ma poi passa. Partiamo e torniamo riempiendo aerei, navi, treni e soprattutto parentesi, manifestando così il significato più vero di quello che siamo ad agosto, passeggeri.

26 luglio 2014

Vivo al di sopra delle mie possibilità.


Sono rimaste sole nella vita, si accompagnano l’una all’altra e si sostengono a vicenda come tutte le zitelle di quartiere.
Le mie possibilità si lamentano che quando faccio l’amore loro sentono tutto. Si lamentano che non devo mettere la lavatrice ad ora di cena, che è quando guardano il telegiornale e do fastidio. Che torno a casa troppo tardi e quando salgo le scale di notte faccio rumore. Si lamentano che potrei fare molto di più e allo stesso tempo che faccio più di quello che potrei.

- E poi giovanotto lei quando fuma sul balcone ci fa cadere tutta la cenere sui panni stesi, e anche quella volta che ha fatto la cena in terrazza con tutta quella gente, ne vogliamo parlare? I suoi amici sono dei barbari, giovanotto!
Dicono così, ogni volta che le incontro sotto casa. Io faccio quello gentile, ma tutto sommato mi rendo conto che le ignoro, e se ne rendono conto pure loro. Alla fine ci vogliamo bene così, loro cercano di farsi sentire e basta, che forse nessuno in vita loro le hai mai ascoltate per davvero. Tutti devono essere andati sempre oltre, le hanno tenute in considerazione solo per poterle superare, per avere un riferimento da ignorare, una regola da dimenticare. E così io me le immagino piene, in fondo, di rassegnazione e rammarico.
- Io le do un consiglio, anzi glielo diamo tutte quante insieme questo consiglio, giovanotto. Si renda conto che non può continuare così, ci stia a sentire. Noi la sentiamo che si sveglia tardi e non va mai a dormire, la sentiamo che ancora non ha messo la testa a posto, giovanotto.
- Dal piano di sotto?
- Dal piano di sotto si sente tutto, e noi la sentiamo che non sta lavorando.
- Mi sentite che non sto lavorando?
- È inutile che fa quella faccia, lo diciamo per il suo bene. Lavorare è un dovere, e si fa in un modo preciso, non come a lei. Non si lavora senza uno stipendio, senza un posto di lavoro e senza ferie. Se lei non si può prendere delle ferie vuol dire che è sempre al lavoro, oppure che in ferie ci vive.
- Ma vedete, io non credo di voler lavorare per potermi prendere delle ferie.
- Ecco, appunto! che ci fa qui a Palermo?
- L’erasmus.
- Faccia poco lo spiritoso, guardi che mia cugina ha studiato latino pure lei, e adesso fa l’insegnante al nord, non è che è venuta in Sicilia. Che il latino in Sicilia non si può fare. Comunque adesso telefoniamo all’amministratore e gli spieghiamo di queste sue abitudini ursus, così vediamo che dice lui. Vediamo che cosa ne pensa di tutta questa gioventù di oggi che abita ai piani di sopra, senza cura e senza rispetto.

Sono discorsi che vanno avanti da sempre, e fortunatamente in questo palazzo non c’è nessun amministratore.

15 gennaio 2014

Saluti e baci.


È ormai risaputo che quando vai a Milano per lavoro la gente che incontri non ti saluta, ti briffa. Il briefing è questa meravigliosa pratica nordoccidentale che consiste nel darti tutte le indicazioni del lavoro che stai per svolgere, i tempi, la logistica, le ragioni e le aspettative del cliente (e quelle di più o meno tutti i responsabili di tutti i settori - e dei loro familiari a ritroso fino alla quarta generazione), prima che tu possa capire veramente di che cosa state parlando. In pratica ti si dice tutto prima, e dopo di che sono cazzi tuoi, io te l’avevo detto. Il briefing, così, viene fatto passare come uno strumento che contribuisce alla chiarezza e all’efficienza della baracca, ma tutto sommato certe volte è solo un passaggio di responsabilità e ansie da prestazione - secondo la sempreverde prospettiva del fine che giustifica i mezzi, dove il fine ce lo mette chi si congeda dicendo “buon lavoro” e i mezzi chi aveva detto ancora soltanto “buongiorno”.

- Ciao, sono Roberto, il fotografo, mi sai dire dove posso trov…
- Ah, Roberto! Vieni che ti faccio vedere tutto. Allora qui è dove ovviamente ci sarà la sfilata, i modelli sono 35. Tu non lavorerai qui, ma sarai nel backstage, lì dietro. Ci sarà un po' di delirio, devi stare attento perché ci sono cose che succedono un po' ovunque e a volte contemporaneamente. Tu l’hai portata l’ubiquità, sì? Ottimo. Lì i modelli passano prima per i capelli e poi per il trucco, poi provano gli abiti, glieli aggiustano, poi fanno una prova generale che devi fotografare senza esserci, mi raccomando, poi c’è il delirio con i giornalisti del mondo, poi cacciano i giornalisti e i fotografi e i cameraman - tu mi raccomando sii bravo e non ti far cacciare con gli altri - poi si comincia e dura solo 10 minuti e poi c’è il party, tu ci vieni al party?
- Credo di sì…
- Ottimo! Ah, sappi che qui dentro qualunque cosa si muove è gay.
- Tutto quello che si muove?
- Esattamente.
- Ah ok. Ma tipo anche quel ragazzo lì che ci prova con la truccatrice?
- Non ci sta provando, è gay.
- Quel cagnolino al guinzaglio?
- Gay.
- Quel ventilatore?
- Gay.
- Quello con la maglietta con su scritto “non sono gay”
- Gay anche lui, e quella è una canottiera.
- Ma quindi sarò gay anche io… Cioè io devo muovermi, devo girare, mica posso stare fermo.
- Chi si ferma è perduto amico mio.
- Ma come? Ma sta cosa la dite pure in America? 
- Soprattutto in America.

E quasi alla fine di questa mia trasformazione da essere umano a essere briffato - e gay, necessariamente - viene fuori che in quell’occasione ci sono degli ospiti speciali. Una rock band americana che è andata in giro per quarantanni a fare il panico con la faccia pittata senza che nessuno gli dicesse niente. I Kiss.
- I KISS, si scrive tutto maiuscolo, è americano.
- Ma tu che ne sai?
- Sono americano.
- No ma dicevo che ne sai che io lo scrivo… cioè stiamo parlando… vabbè, lascia perdere…
- No, io non lascio mai perdere, sarebbe troppo facile, io vinco. Sempre.
- America...
- Già.
E la presenza di questi KISS mi farà realizzare quasi subito di non avere troppo idea di quello che sto facendo, con chi ho a che fare. In effetti non so nemmeno i nomi. Mentre tutti intorno a me chiameranno ogni singolo componente per nome, io, dopo aver provato a capire e testare dei casuali Ken, John, Mark, sarò costretto a dargli indicazioni per le foto con un approssimativo, ma funzionalissimo, "ehi tu". Insomma sì, li conosco, ma mica pensavo avessero tutto questo ascendente sul mondo. Dopotutto sono anche molto invecchiati, c'avranno quasi settantanni e senza trucco uno assomiglia a mio zio Bernardo e un altro, cosa ancora più triste, è uguale a mia zia Elena, la zia di Arezzo. Quindi mentre loro sono tutti immersi in questa atmosfera di reverenzialità, rispetto e rocchenroll (del tipo ti saluto con un inchino, poi ti faccio le corna con la mano in alto e la lingua di fuori e nel frattempo i gorilla intorno uccidono a pugni in faccia fan e giornalisti) io non potrò fare a meno di pensare che uno di loro è mio zio Bernardo con la parrucca.

Dopo la prima oretta immerso in questo posto surreale che è il backstage di una sfilata di moda (maschile, mio malgrado) mi rendo conto che la maggior parte dei volti che mi circondano non sono di carne e ossa. Sono troppo belli e troppo esili, talmente puri che finiscono con l’essere inconsistenti. Praticamente sono circondato da pagine di Vogue Uomo che camminano e si strusciano e si accartocciano stanche sul pavimento e vengono di nuovo tirate su, lisciate e messe in fila. E tutto il casino intorno è soltanto un gran fruscio di pagine, di fogli di carta. E mi chiedo quali siano le loro vite sul serio, al di là di questi origami momentanei che sono le sfilate. Cioè, ad esempio - e mi si perdoni l'ovvietà dell'esempio - ma questa gente caga? Perché a vederli così non si direbbe. Sembra non possa essere possibile che tanta bellezza, tanta purezza e tanta inconsistenza possano essere fonte di puzza, avere un collegamento, seppur assolutamente indiretto, col mondo delle fogne. È difficile da immaginare, da accettare. Io fossi in loro non lo potrei mai accettare. Ma fortunatamente io non sono il loro, sono in me, ed è da che sono entrato che ho bisogno del bagno. Avevo provato pure a chiedere dove fosse, all’inizio, e quello non mi ha fatto nemmeno parlare. Così decido di prendermi cinque minuti per me, come gli uomini contemporanei e alla moda che sanno come volersi bene, e chiedo ad una tipa ferma da una parte (quindi presumibilmente eterosessuale) dove posso trovare una toilette. In quel momento, proprio in quel momento, arrivano i KISS circondati da un circo di gente impazzita, lasciando presagire per il sottoscritto un resto di serata pieno, intenso e a tratti confuso.

6 ottobre 2013

Þingeyri.


A Þingeyri non ci sono ragazzi sopra i quindici anni. Non ce n’è nemmeno uno. La ragione è precisa, ed è la stessa per cui il paese è ancora popolato, nonostante tutto, dai ragazzini sotto i quindici anni: la scuola.
Lassù la scuola primaria si prende i bambini biondi a 5 anni e li restituisce mezzi adolescenti. A sedici anni comincia un’altra scuola, quella dei grandi, quella che fai vivendo in uno studentato lontano da casa, perché Þingeyri è troppo lontana. Così a sedici anni i ragazzi se ne vanno e difficilmente ritornano.
È un momento preciso, un piccolo balzo verso l’esterno, che in tante altre occasioni e in tanti altri luoghi può essere viziato e diluito da un anno sabbatico, da un vediamo come si mettono le cose qui e poi decido. A Þingeyri invece lo sai che a sedici anni non sarai più lì, perché funziona così, la scuola è fatta così e ha i suoi tempi, e tu con lei. Se cresci a Þingeyri diventi grande altrove.
E questo limite così netto tra infanzia e tutto il resto, tra nido e resto del mondo creava un tensione troppo forte per lasciarla perdere. Così, (come ho già detto meglio qui) mi sono andato a cercare il più grande tra i ragazzini, quello che si trova più vicino a quel limite, a quella frontiera. Il quindicenne che è al suo ultimo anno da bambino, e che dalla prossima estate sarà tra quelli che a Þingeyri non ci sono più, diventando anche lui parte die quell'assenza.

A Þingeyri non ci sono attrezzature, non ci sono mezzi. Voglio stampare fotografie grandi un metro per un metro e mezzo e il plotter più vicino è presumibilmente ad Amsterdam. Così mi guardo intorno e vedo una stampante in una casa, una stampante A4 in una casa grande come un A2. Niente inchiostro, però c’è mezza risma di fogli.
Il giorno dopo c’è una macchina che va a Ísafjörður, un posto a cinquanta chilometri di distanza che, oltre ad avere un nome che si fa fatica pure a pensarlo, ha anche una cartoleria. Mi infilo in quella macchina e vado bellamente a comprare una cartuccia di nero per la stampante e della colla stick. Scopro che in certi posti del mondo un chilo di salmone affumicato costa di gran lunga meno di un tubetto di colla stick, sul quale però - per fortuna, bisogna ammetterlo - ci sono dei simpatici pupazzetti di qualche cartone animato di cui mi riprometto di diventare fan a breve.
A sera torno nella caffetteria di Þingeyri, un piccolo fabbricato di cent’anni fa che ci fa un po' da campo base, accendo la stampante e le faccio sputare settantadue fogli bianchi e neri. Li numero, li guardo, mi fumo una sigaretta, e inizio ad incollarli piano piano, cercando di evitare il panico. Incredibilmente riesco a non sbagliare mai e vengono fuori due stampe da un metro per un metro e mezzo sulla via principale del paese. Amsterdam non sei nessuno.

A Þingeyri non ci sono immagini. Non ci sono cartelloni pubblicitari, non ci sono vetrine di negozi (in effetti non ci sono affatto negozi) dalle quali si affacciano sagome di modelli o di fesserie.
In un posto del genere l’assenza di immagini ha certamente ragione d’essere ma rendere quelle strade il teatro di loro stesse è una tentazione troppo forte, e così mi convinco che sarà lì che esporrò quel poco che ho fatto. L’intenzione è quella di attaccare le foto sulle case,  lungo la via che attraversa il paese, ma la pioggia permanente e la diffidenza della gente sono due buone ragioni per pensare che stampe così grandi e fragili non resterebbero appese a lungo. E finisce che uso i finestroni della caffetteria come fossero cornici sulla strada principale. Nessuno si ferma a guardare, ma tutti il giorno dopo mi sorridono.

Þingeyri è un luogo di assenze. Ma nonostante manchino persone, cose e immagini, Þingeyri resta un luogo, anche solo per il fatto che quelle assenze si avvertono, si vedono. Se sentiamo la mancanza di qualcosa (così pure quando quella cosa la desideriamo) vuol dire che quella cosa esiste, così come esiste Þingeyri. Ed esiste proprio intorno alle cose che non ci sono, un centimetro più avanti e più indietro, un attimo prima e un attimo dopo. 
È sul limite tra assenza e presenza che mi è sembrato bello poter lavorare, su quel momento e su quel punto in cui pieni e vuoti si definiscono a vicenda, perché si toccano. Raccontare quello che manca mostrando l’ultimo pezzo di quello che c’è.

La piccola esperienza che ne è venuta fuori è esistita solo perché esiste Þingeyri, nei suoi ragazzini all’ultimo anno, nei suoi fogli di carta A4 e nelle sue finestre sulla strada. Tutti elementi che costituiscono il contenuto, la forma e lo spazio di un lavoro che forse ha senso solo lì e che altrove scompare. Un lavoro che disegna contorni per mostrare il vuoto che questi contengono.

18 settembre 2013

vichinghi postmoderni.


Quando accendo il cellulare mi arriva un messaggio che dice “Sai che l’aeroporto in cui sei atterrato non è lo stesso da cui partiamo domattina?”. No, non lo so. È l’una di notte, sto aspettando la valigia rossa sul nastro e il mio piano di passare la notte su qualche panchina lì accanto va a puttane senza lasciarmi nemmeno il tempo di cambiare idea.
Agli arrivi mi dicono che sta partendo l’ultimo bus per la città, dico che devo raggiungere l’altro aeroporto, qualunque esso sia. Mi rispondono che a quest’ora è chiuso, però lì vicino c’è la stazione che è sempre aperta e che posso aspettare lì fino all’alba. Nella stazione? Siamo sicuri? E poi come ci arrivo in questo eventuale altro aeroporto? Signore, mi dispiace ma deve andare, il bus sta aspettando solo lei.
Piove forte e arrivo alla stazione, che poi è un terminal degli autobus. Mi aspettavo i treni e mi devo convincere che i treni in questo posto non ci sono mai stati. Niente rivoluzione industriale, qui sono passati dai vichinghi direttamente al postmoderno. La rivoluzione industriale qui ci è arrivata così tardi che non era nemmeno più rivoluzione. E più ci penso e meno mi è chiaro se questi hanno capito tutto o non hanno capito niente.
La stazione degli autobus è un posto pieno di gente che dorme dove può - nonostante l’evidente e inopportuno cartello “non dormire” - aspettando che apra l’altro aeroporto, ovunque esso sia.

La mattina dopo riusciamo ad atterrare in un posto che Punta Raisi sembra l’aeroporto di Los Angeles e subito dopo di noi atterra una tempesta.

Ho una stanza al primo piano di una casa fatta di legno e di lamiera. Nella stanza accanto c’è Yoko, una ragazza giapponese. Sono solo dieci minuti che ci conosciamo e fondamentalmente, stanchi come siamo, non abbiamo una mazza da dirci. È una situazione in cui il silenzio non spaventerebbe, è previsto, o almeno prevedibile. Nonostante ciò lei riesce a stare talmente tanto zitta, a mantenere un silenzio talmente profondo, da farmi subito sospettare che non avrebbe detto assolutamente nulla per tutto il nostro tempo lì. Le nostre stanze sono le uniche che affacciano dal lato dove finisce il paese, sul cimitero.

Il giorno successivo mi sveglio prima degli altri e trovo Yoko fuori la porta di ingresso che fuma. Mi dice che la notte prima ha visto un fantasma in camera sua. Io le sorrido e lei mi dice tante cose tutte insieme, rompendo il silenzio e le mie convinzioni. Dice che è tanto tempo che non ne vedeva uno, che da bambina era una cosa frequente. Dice che si è spaventata molto, che non sapeva cosa fare e che ha pensato anche di venirmi a svegliare. Smetto di sorriderle.
Quel giorno a casa nostra se ne va la corrente, niente luce. Poi si rompe l’impianto d’acqua calda, niente docce e niente riscaldamento. Poi, a sera, la porta della stanza di Yoko non si chiude più a chiave, inspiegabilmente. Prima di andare a dormire vado da Yoko e la minaccio.

Dopo un paio di giorni decido che non posso stare fermo in quel posto per così tanto, c’è troppo vuoto intorno per non colmarlo. Prendo una bicicletta ed esco dal paese per l’unica strada lungo il fiordo. Pedalo tantissimo su una bicicletta che è fatta per l’off-road, bellissima, ma praticamente immobile su una strada asfaltata. Così dopo poco decido di fare un minimo di fuori strada pure io e scelgo un discesone sul lato della montagna. La bicicletta in effetti va molto meglio, va da dio, velocissima, solo che io mi caco sotto e torno sulla strada normale.
Il bisogno di andare a vedere che c’è oltre non lo soddisfo mai. Pedalo forse per venti chilometri, passando per posti pieni di elfi e troll, cavalli e corvi, cicoria e mirtilli, meraviglie mai viste, ma non arrivo mai da nessuna parte. Mi persuado che non ci sono altri posti in cui poter arrivare, mi giro in un posto qualunque sulla strada e torno indietro.

Il paesino che ci ospita conta poco più di duecento persone, una pompa di benzina, una scuola, una chiesa, una banca aperta solo di lunedì, un’officina, un porto, una piscina bella calda, un capannone dove lavorano il pesce, una caffetteria e un’ambulanza. E poi case, di legno e di lamiera. Se devi fare spesa ti fai cinquanta chilometri.
Scopro presto che la fascia di età 15-30 è completamente assente, non esiste. E con lei non esiste l’inconsapevolezza su cui, a quell’età, si costruiscono personalità ancora vuote ed enormi, sovradimensionate (o le si prendono in prestito da qualcun altro aspettando il tempo giusto per restituirle). Non esistono quelli che sanno di non essere più bambini ma ancora non hanno idea di cos’altro siano. Non esiste nessuno che abbia la necessità di scappare altrove, indipendentemente da dove è nato, e indipendentemente da dove sia altrove. Insomma non esiste un cazzo di dubbio, in questo posto. Decido di non crederci e inizio a lavorare.

Cerco il ragazzino più grande di tutti, quello che se si guarda alle spalle vede solo gente più piccola, e se guarda avanti non vede nessuno. Cerco quello che è l’ultimo inverno in cui si è bambini, che l’anno prossimo cambia tutto, che la scuola finisce e me ne vado da un’altra parte.

Dopo un po' lo trovo, a scuola. Sa di essere il fonzie, forte in quel piccolo mondo, ma non abbastanza per tutto il resto. Così quando mi vede si ripara tra i suoi amici e non dice molto. Ha una maglietta del Barcellona, una moto da cross, ed è innamorato perso di una ragazza che, già si vede, un giorno gli farà del male.

21 marzo 2013

che fretta c'era.



Una volta ero in Calabria a fare una di quelle vacanze di quando c’hai ventanni e ti metti da parte i ricordi per quando ne avrai sessanta, e insomma finì che dormimmo in spiaggia. Quando mi svegliai mi avevano rubato tutto, cioè il piccolo zaino sul quale ero convinto di stare dormendo. Mi ritrovai a bestemmiare, di buon mattino, pensando che qualcuno aveva in qualche modo trovato redditizio un costume da bagno, delle mutande, un portafogli con una trentina di euro e con una serie di documenti, e una moleskine.
Per il costume e le mutande poveri loro, per i soldi povero me, i documenti li fecero ritrovare - galantuomini che non sono altro - e poi c’era la moleskine. E io fino ad oggi, tutte le volte che c’ho pensato, ho bestemmiato ancora e sempre contro di loro. Quel taccuino, oltre a contenere i vari ricordi di quella vacanza - che adesso quando avrò sessantanni che faccio - custodiva nella tasca interna una vecchia foto in bianco e nero. E in quella foto era ritratta una ragazza sorridente, seduta nel bagagliaio di una Mini Clubman, quelle Mini fighissime che dietro si aprivano tipo furgoncino. Una foto che avrebbe avuto tutte le caratteristiche per essere la migliore foto hipster del millennio, se non fosse che a quel tempo gli hipster non esistevano e il mondo era semplicemente conosciuto come “la fine degli anni settanta”, e se non fosse, soprattutto, che quella ragazza era mia madre (e se a mia madre oggi gli dici hipster lei ti porta una pizza rustica. Così, per sicurezza).
Mi sono sempre chiesto che diavolo gli costava a quei gentiluomini riconsegnare anche il taccuino. Di sicuro lo avranno aperto, per vedere se c’erano soldi, e magari avranno visto pure la foto. E che ci fai con una foto del genere? Mi hai ridato il bancomat, signore che sei, ridammi anche la foto. È importante, è mia madre, per ma ha un significato, è un documento della sua e della mia vita. E che significato può avere mai per te, buonuomo, che non hai nemmeno idea di chi diavolo sia quel sorriso che stai guardando?

Poi è successo che ero a Palermo, l’altro giorno, a passare uno di quei periodi di quando c’hai trentanni e ti metti da parte i ricordi per quando… vabbè, a qualcosa dovranno pur servire prima o poi.
Scendo di casa e proprio di fronte al portone del mio palazzo trovo questa foto, piegata a metà, e basta. La raccolgo, la osservo, e mi guardo intorno. Non so se per il timore di essere stato visto da qualcuno, colpevole di aver preso qualcosa di non mio, oppure se alla ricerca della ragazza della foto, a cui magari era appena caduta, come per restituirgliela.
In entrambi i casi quel mio guardarmi intorno non ebbe riscontro. Le cose a Palermo cadono in continuazione, senza che ci si faccia poi caso. Si cammina su strade di cose cadute, e intanto si continua a guardare sempre il cielo, aspettando quello che di nuovo arriva.
Prendo la foto e me la metto in tasca, per avere la libertà di dimenticarmela. Che è facile perdere senza dimenticare, ma è molto più difficile il contrario. Così, con leggerezza, mi affido alla convinzione che sarebbe risaltata fuori, e infatti succede, oggi. Sullo stesso marciapiede, oltre ad una foto che ritrae venti uomini in posa, perfettamente vestiti da loro stessi, trovo un attestato di licenza elementare di quasi cent’anni fa. L’attestato, firmato dal podestà del tempo, qualunque cosa dichiari, afferma in qualche modo l’infanzia di una ragazza di nome Teresa, a Palermo.

E così, tornato a casa, vado a riprendere la foto di quella ragazzina con gli orecchini d’oro e mi immagino che magari è lei Teresa, che sorride educata a quel Regno d’Italia che l’ha istruita e formata. Quel Regno d’Italia che da parte sua non sorride quasi mai, intento com’è a prendersi sul serio, e che sembra essere tutto quanto nel ritratto di quei venti uomini tutti insieme su un piccolo terrazzo, seri in uno qualunque dei giorni di festa, che in una galleria di arte contemporanea lo intitolerebbero “benessere su sfondo povero”.
Magari uno di loro è il padre di Teresa, penso, e finisce mi metto a fare tutti i confronti sulle fisionomie e mentre sono lì mi accorgo che sto cercando di costruire una storia che non esiste. Una storia nata su un marciapiede. Cerco di mettere insieme elementi che non si erano mai incontrati prima. Io Teresa non la conosco, come non conosco nessuno di quei venti uomini, né tantomeno la ragazzina con gli orecchini d’oro, che ovviamente non è detto sia Teresa. Eppure mi ci sono buttato a capofitto, senza pensarci… perché tutta quell’urgenza, che fretta c’era? Sarà probabilmente il bisogno di dare una forma a qualcosa che pur essendo autentica non contiene nessuna verità. Sarà la voglia di immaginarsela quella verità, quell’improbabilità, finendo forse per trasformare quelle foto in tutto, meno che in un documento. Sono pungoli, incoraggiamenti a rilanciare sul buio, con la consapevolezza che di fantasia non si perde quasi mai.

Non credo che perdonerò mai davvero quei nobiluomini che si presero la mia roba, ma adesso mi piace immaginare che magari uno di loro, vedendo la foto di quella ragazza seduta nel bagagliaio di una Mini Clubman, avrà pensato che potesse essere la destinataria di una lettera d’amore trovata stropicciata in un portafogli la notte prima, oppure la proprietaria di un ciondolo di coralli rossi “rinvenuto” l’altra settimana. E forse, come io ingenuamente cerco di ricostruire storie invisibili attorno a cose cadute su un marciapiede, lui faceva lo stesso con gli oggetti di quella spiaggia. Oppure era soltanto un ladro cretino e basta.

In ogni caso, se qualcuno rivedendo questa foto riconoscesse Teresa - o chiunque sia - si faccia vivo che gliela rendo. Perché i ricordi immaginati sono bellissimi, ma alla fine quelli veri di più.

1 maggio 2012

ragazzo mio, un giorno qui sarà tutta campagna.


eravamo su questa collina sopra l’aquila. sopra nel senso che se avessimo saltato saremmo finiti in mezzo alla città. seduti col culo su una roccia che sotto c’era una valle larga da destra a sinistra e i monti tuttintorno. una sorta di posto speciale e un pò segreto, di quelli molto panoramici dove ti vai a bere le birre ed eventualmente a fare le canne. oppure, meglio, di quelli che se ci porti una ragazza hai fatto già metà del lavoro. perchè davvero il panorama è mozzafiato e non c’è mai nessuno, a parte una muta di pastori abruzzesi e un contadino che guarda una torre diroccata. non è un posto inflazionato dalle coppiette, non è un belvedere. è proprio un posto che ti ci devi arrampicare, che lo devi desiderare che è proprio lì che la vuoi portare quella ragazza. perchè appena si è lì non può che contemplare tanta meraviglia e tanta vastità e tutta la valle dell’aquila sotto e il gran sasso alle spalle e il sole che scende e il silenzio. il silenzio che è questa cosa romanticissima fatta di tempo che passa e nient’altro. e poi il vento che è l’unica cosa che lo circonda questo silenzio e la città sotto che ormai sono tre anni che vive dimessa, quasi completamente silenziosa. e in questo quasi silenzio, in questo stare seduti su una roccia con i piedi a penzoloni a guardare il futuro sotto, la ragazza te la dà. senza dubbio.
comunque noi, a scanso di equivoci, eravamo tre maschi. quindi necessariamente birre.
e io riflettevo su questa città che ricade su se stessa, che spinge le persone fuori, lontano. e a guardare la valle, o comunque quella cosa tranquilla tra le montagne, era chiara questa spinta, questa forza centrifuga che porta tutto ad allontanarsi e a disporsi su una circonferenza, o forse su un’ellissi, sempre più ampia. e non è un estendersi, è un sostituirsi. e così da tre anni la gente torna indietro nel tempo, torna dai posti dove era partita l’anno mille e si ridispone nelle campagne per nuove ragioni, per nuove necessità e nuove costrizioni, a riappropriarsi troppo velocemente di spazi lasciati indietro nella corsa a diventare città, ad essere centro.
e non è solo la riconquista di uno spazio, ma anche di una solitudine, di essere comunità solo in piccolissimi nuclei, di una consapevolezza che non si ha più, che avrebbe potuto essere una cosa bellissima, se solo non fosse stata un destino.

28 febbraio 2011

lana di vetro.

mi hanno dato questo appartamento tutto per me. è un appartamento di quelli che uno ci vorrebbe proprio vivere dentro. e ci sono due stanze belle grosse con il parquet per terra, il riscaldamento a palla e la cucina piena di spezie e basta. sarà solo una cosa di qualche giorno, penso, però ho delle chiavi di una casa mia e non posso far finta di niente. devo fare quello per cui ho aspettato tanto e questo è il momento. devo ospitare qualcuno. chiamo l’unica persona che conosco ad odense, asbjørn, che si pronuncia espian, compro delle birre e quando arriva - con altre birre - gli dico ciao espian quella lì è la tua stanza e lui dice va bene, e ci si trasferisce per i successivi quattro giorni.
quella sera la passiamo a capire che ne era stato di noi a distanza di un anno e un pò. dall’ultima volta che ci eravamo visti, l’ultimo giorno di scuola, da quando ormai l’ultima cosa rimasta da fare era non pensarci. lui si fa grasse risate quando gli racconto quello che era successo quella sera che era troppo ubriaco, quell’ultimo giorno di scuola al friday bar, quando ha incontrato la sua ragazza di sempre e quando aveva abbracciato la mia per presentarsi, per tipo due minuti strettissima e lei mi aveva guardato del tipo dove diavolo mi hai portata e lui era solo molto ubriaco e non è mai stato una persona cattiva tanto che ci beviamo tutte le birre e io la mattina dopo mi sveglio alle undici meno un quarto.
il mal di testa è piuttosto vago, confuso in un ovattamento generale che sembra che dentro sono pieno di lana di vetro che non è una bella sensazione. la lana di vetro isola un pò da tutto. ho un appuntamento al museo alle undici, dice che devo fare un tour privato della mostra per lo staff. non è che ho capito bene, in verità, che devo fare. so soltanto che qui sono tutti carini e mi trattano come se fossi veramente un artista e mi danno un appartamento e dei soldi per le piccole esigenze quotidiane e mi invitano a fare colazione e a parlare dei progetti. mi butto sotto la doccia, infilo una mano nello zaino e mi vesto con quello che ne esce fuori, e mentre esco di casa che saranno le undici e cinque mi chiama il direttore del museo per capire che fine ho fatto e io gli rispondo che sono praticamente arrivato.
nonostante la doccia, l’ovattamento da lana di vetro non è che se ne sia proprio andato e a dirla tutta la mia mano non è stata troppo fortunata quando ha tirato fuori dei vestiti dallo zaino. insomma arrivo al museo con un fascino tutto italiano. o almeno è come tento di farlo passare.
salgo al primo piano dove è allestita la mia mostra, in una sala grande e bianca, illuminata come si deve, con i testi in due lingue appiccicati lettera per lettera su due muri che fanno angolo.
quando entro ci sono una ventina di persone che appena mi vedono si mettono quasi automaticamente a semicerchio intorno. ci sono pure due o tre persone con una telecamerona su un cavalletto che fanno molto troupe televisiva, e da tutto il mucchio esce fuori il direttore del museo che dice qualcosa come eccolo e poi dice il mio nome. tutti sorridono che sembra la pubblicità di un dentifricio. io mi tolgo il cappotto pensando che anche questa volta ho sottovalutato qualcosa. più che qualcosa. appoggio la mia roba su una sedia, mi guardo intorno ed esordisco con buongiorno, scusate il ritardo.
la mattinata passa che io parlo un sacco e la gente mi fa domande e poi i tipi con la telecamerona si avvicinano e dicono se mi possono fare un’intervista. e io dico che stamattina ho un look molto italiano e non pensavo di dover finire in video e loro dicono come no? e in ogni caso il look italiano va benissimo. va benissimo, ripeto. e poi arriva una radio danese che vuole sapere altre cose e io gliele dico e la radio se ne va molto contenta e pure io torno a casa molto contento. mi sento un pò la persona sbagliata nel posto sbagliato al momento sbagliato. però forse è così che funziona. e visto che non lo so decido che sì, dev’essere proprio così che funziona, e sono contento.
insomma torno a casa e voglio dormire un’oretta che alle cinque c’è l’inaugurazione e visti i presupposti sarà una cosa che io arrivo molto teso, con un sacco di gente che non conosco e magari devo pure parlare di nuovo davanti a tutti e che dico? faccio i ringraziamenti? chi ringrazio? allora ringrazio prima di tutto dio, che fa molto esotico… no no, che dio, sarebbe proprio barare… ringrazio prima di tutto la mia famiglia, poi tutti quelli che hanno reso possibile questa mostra, ringrazio l’istituto italian… no no che palle. allora ringrazio non le cause di questa mostra, ma il fine, ciò che mi a spronato affinchè lo potessi raggiungere… faccio un ringraziamento filosofico, esistenzialista, spiego quale mancanza cerco di colmare con certe cose, a che cosa tendo, che cosa cerco di sublimare… e insomma mentre ci penso mi addormento e per fortuna mi scordo tutto.

arrivo in orario, fortunatamente, e tutto procede con talmente tanta disinvoltura da parte di tutti che io mi sento anche troppo a mio agio e qualcuno mi sta facendo una foto con dei fiori che mi ha portato anna, un'amica svedese, e qualcuno da dietro mi fa le corna e tutti sorridono e sorrido pure io perchè me ne sono accorto e allora allungo il braccio cercando di colpire il simpaticone nel basso ventre. nel caso di specie la figura del simpaticone è interpretata dal direttore del museo che si scansa e io mi giro e ci guardiamo negli occhi e io penso ecco fatto. tutti zitti. poi lui ride moltissimo e io pure. moltissimo.
alla fine di tutto, dopo l'inaugurazione, i discorsi introduttivi, gli abbracci, il rinfresco, le strette di mano e tutte quelle cose che avvengono quando decine e decine di persone si raccolgono in una stanza vuota a guardare i muri, ce ne andiamo tutti a cena in un ristorante molto esclusivo, tanto paga il museo.
verso il finire, mentre continuo a spalmare burro salato su pezzetti di pane, penso che tutto questo ha un senso che però non credo di aver capito. cioè qual’è la ragione per cui si stampano delle foto grandi e si montano e si spediscono e si fa un catalogo con il mio nome sopra e si mandano centinaia di inviti e migliaia di email? la ragione per cui quasi una decina di persone lavora intorno a questa cosa per mesi, per cui si coinvolge la stampa, per cui ti chiamano per farti le interviste in danese, inglese e italiano e tu rispondi a tutto in meridionale? e per cui c’è gente che si fa i chilometri per incontrarti all’inaugurazione e chiederti se poi la vuoi organizzare anche con loro, per cui si investono dei soldi, si offrono delle cene ed espian che era invitato ringrazia me e io non capisco? qual'è la ragione? sono io la ragione? sono io da solo che ho mosso così tanto? no che non sono io. neanche fossi mosè. lo so e lo capisco che non è così. io ho solo parlato con delle persone o stampato delle foto o mandato delle email, cercando di essere contento quel giorno lì che lo facevo. mica stavo a pensare che volevo una cena di pesce offerta in un "ristorante esclusivo" o tutto il resto. uno si muove giorno per giorno, una cosa alla volta, per poi tornare a casa e aspettare che magari fiorisca, tutto qua. che per le cose belle ci vuole pazienza.
e mentre penso tutto questo cerco di vedermi da lontano seduto in un ristorante a mangiare cibo in corone e fuori è sottozero e c’è la neve. e le strade di questa piccola città bionda sono tutte deserte e silenziose finchè non usciremo noi per andare a festeggiare nel bar più vicino e intorno alla città ci sono chilometri di buio fino al mare e si vedono solo le luci dei centri più grossi, sulla costa e poi anche nel continente, più a sud. e da lontano si vede pure casa mia, da qualche parte. e io sono un puntino piccolo piccolo e lontano da tutto. ma pieno, completamente, di lana di vetro.

30 gennaio 2011

paninoteca.

non starò qui a spiegare perchè. visto che mi sembra la parte meno interessante.
mi sono trovato a scavalcare una fila chilometrica di persone, ma soprattutto personaggi, arrivando ad un tipo che alza una catena e un altro mi mette un timbro sulla mano e questo timbro dice qualcosa tipo marzio 25, o mirko 25, o milvio 25, o probabilmente minchia 25. non mi ricordo bene. mi ricordo che guardo il 25 sul polso mentre cammino e mi ritrovo in questo posto che si chiama qube ed è venerdì notte è c’è il muccassassina e appena sono dentro parte la sigla. la sigla.
per chi non lo sapesse il muccassassina è una serata in cui tutto ciò che non è eterosessuale a roma e dintorni si ritrova in quest’enorme discoteca ed è felice. e appena il palco si riempie di drag queen e ballerini esplode tutta quest’atmosfera che a me mi sembrava già esplosa all’ingresso, ma evidentemente non era abbastanza, e la gente è contenta e onestamente sembra che tutto sia molto leggero. leggero bello intendo. cioè adesso non mi voglio mettere a fare i discorsi, anche perchè non so nemmeno come funzionano le serate in discoteca. dico proprio in generale. ho provato a documentarmi ma è venuto fuori che la discoteca è un posto dove si conservano i dischi. tra l’altro, sempre etimologicamente parlando, la paninoteca è quello dove si conservano i panini. tipo una libreria dei panini, messi lì per essere consultati e se proprio c’hai voglia gli tiri un morso e poi lo rimetti al loro posto.
insomma non mi pare il caso di mettermi qui a parlare di cose lunghissime sull’opportunità o meno di una festa del genere che è bellissima per tutti, indipendentemente dall’utilizzo del pisello. conviene affrontare la cosa da un punto di vista. più da blogger che non ha niente da dire.

sono sveglio dalle sei di mattina a perugia. sono arrivato a roma verso le nove e ho camminato e fotografato, si può dire anche lavorato, per una decina di ore. con le pause certo. ma sulla faccia e nelle scarpe le pause non si vedono. sembro uno che è reduce da una gara di triatlon. o dalla parigi-dakar. o da un pranzo a casa di mia nonna. al qube ci devo stare un’ora, che è poco, e allora inizio a girare ed è molto difficile perchè nessuno vuole smettere di ballare e se io provo a passare la gente mi guarda e mi urla e mi balla addosso e io devo solo arrivare di lì, dall’altra parte, e la gente mi guarda e mi urla e mi balla addosso sempre di più.
ci saranno ventimila persone. tutte quante in falsetto.
e io mi chiedo. adesso che sono in balìa di questo turbinio di chi mi tocca il culo e chi si vuole far fare le foto con le amiche e chi mi guarda storto - o forse per certi versi mi sta guardando dritto e non capisco… - insomma io, povero omino ancora con la giacca addosso che deve arrivare dall’altro lato e possibilmente salire al piano di sopra… che faccio? che comportamento adotto? che linea deontologica seguo? che approccio sociale intraprendo? faccio l’affabile, sorrido a tutti e mi metto a ballare che magari mi confondo e passo prima? non mi pare una buona idea.
faccio finta di essere l’omofobo col grugno che sta lì e non si sta divertendo neanche un pò e si vede che ce l’hanno mandato e guardo storto chiunque? non va bene, mi sa di controproducente… prima di tutto gli omofobi sono caricature di loro stessi e io già sono una mia caricatura a parte, e poi la storia di guardare storto in giro non mi convince troppo.
nel mezzo di questi miei pensieri e soprattutto nel mezzo di ventimila persone compattissime tutte intorno, mi viene in mente forse la soluzione più diplomatica di tutte. il modo di uscirne senza essere giudicato necessariamente per l’atteggiamento momentaneo, qualunque esso sia, o per la presunta apertura o chiusura mentale. certo sarò giudicato comunque, ma almeno nessuno potrà accusarmi di essere libertino o bigotto perchè potrei risolvere tutto senza tirare in mezzo intolleranze o disponibilità sessuali.
sul palco ballano cinque tipi muscolosissimi con una tutina a strisce. io mi dirigo dalla parte opposta della sala, scorreggiando.

27 novembre 2010

e buonanotte pure stamattina.

ci sono cose che non si fanno. una volta, da bambino, ho preso mia sorella per i piedi e l’ho fatta cadere con la testa per terra e le è venuto un bernoccolo che lei dice ancora si vede. le è venuto subito, istantaneamente, roba che quando mia madre l’ha alzata da terra già ce l’aveva, gigantesco al lato della fronte. vista la caduta mia madre si è talmente spaventata che l’ha portata dal medico del piano di sopra, aspettando addirittura una buona mezzora prima di riempirmi di mazzate.
un’altra volta, da bambino, ho rubato delle gomme da masticare in un supermercato e le ho nascoste sotto il materasso. poi pare che me le sia dimenticate lì sotto e sono saltate fuori solo in primavera quando mia madre ha fatto le pulizie grosse. mi ha chiesto che cosa fossero quelle gomme e io le ho risposto che me le aveva comprate papà. mio padre dal canto suo ha detto pure che era vero. non tanto per darmi ragione, quanto perchè non si ricordava e, dopotutto, poteva essere pure successo. mia madre l'ha guardato con biasimo, come quando tornavamo io, lui e mia sorella dalla spesa del sabato. perchè mio padre non è mai stato capace a fare la spesa, ma visto che il sabato non lavorava andavamo tutti e tre al supermercato mentre mia madre si godeva le uniche due ore della settimana in cui non c’era nessuno che le chiedesse niente. si tornava sempre orgogliosi con buste piene di bagnoschiuma, scottex, cioccolate, merendine, deodoranti, un paio di bottiglie di vino, giornali e topolini e soprattutto coca-cola. ma, nonostante l’orgoglio e la convinzione di aver fatto una spesa giusta e sostanziosa, mia madre aveva sempre di che lamentarsi, accusando papà di spendere un sacco di soldi per cose inutili e che non è che ci potevamo mangiare i bagnoschiuma e i cotton fioc.
sempre da bambino una volta ho dato una ginocchiata in mezzo alle gambe ad un mio compagno di scuola, valerio, che saluto con affetto. non mi ricordo perchè, però mi ricordo che poi lui si è messo a piangere tanto che quasi mi mettevo a piangere pure io. e stato quello il momento in cui mi sono sentito sulla pelle quella roba del non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te stesso.

adesso, io lo so che dovrei continuare col post e la sua naturalezza, ma c’è qualcosa che devo dire in proposito. la frase precedente, come pure “ama il prossimo tuo come te stesso” sono consigli, mi sento di dire, un pò superati. entrambi si basano infatti sulla considerazione e l’amore che si ha di se stessi. il metro di tutto siamo noi stessi. l’io al centro del mondo, essendo l’unica cosa che davvero conosciamo senza filtri. giustissimo. però si dà per scontato che ogni individuo ami in qualche modo se stesso e non vorrebbe mai subire il male, per mano sua o di terzi. al di là del fatto che è un pò triste pensare all’amore per il resto del mondo soltanto come emulazione di uno prodotto e consumato senza che possa nemmeno uscire fuori un attimo a vedere com’è… mi sembra pure che bisognerebbe considerare che esistono anche gli emo e i sadomasochisti. e onestamente non so se mi vorrei trovare bloccato in un ascensore con un emo e un masochista che vogliono farmi sentire quanto amano se stessi o quanto farebbero al prossimo soltanto quello che sarebbero tanto contenti di subire. quindi io riformulerei la cosa tipo “ama il prossimo tuo con buon senso”. che mi pare meglio.

detto questo possiamo tornare al post interrotto, nel quale elencavo due o tre cose che non si dovrebbero fare e che io invece ho fatto, da bambino.
e poi, da fotografo, una volta sono entrato in una stanza d’albergo dalla finestra. e ci sono pure uscito se è per questo.
nel pulmino ci entrano otto persone e noi siamo giusto otto e quando il concerto è finito e pure il dopoconcerto è finito decidiamo che è il caso di andare a dormire. ci fermiamo in un motel e bennett dice:
- roberto noi di solito prendiamo una sola stanza e ci infiliamo dentro tutti. per te va bene?
- non vedo qual è il problema.
- potrebbe non essere molto comodo.
- l’ultimo anno ho dormito più per terra o su un divano che in un letto vero, mi sa che mi ci sto abituando.
- ok, allora tu dormi per terra.
lui e un altro vanno a prenotare la stanza e noi si rimane in sei nel pulmino parcheggiato e due minuti dopo sento alex che fa non è possibile! siamo di fronte alla nostra camera! che culo! e intanto michael salta fuori dalla finestra al piano terra e ci viene incontro.
- ma di solito entrate sempre dalla finestra?
- no! questa è la prima volta! di solito usiamo le porte sul retro, tanto non le controlla nessuno…
- ah. le mitiche porte sul retro. in effetti quelle non le controlla nessuno mai, hai ragione. penso che ogni criminale americano che si rispetti è tale perchè avete le porte sul retro. in italia farebbero solo una serie di figuracce credendo di scappare e infilandosi nello sgabbuzzino o fuori al balcone.
- come dici tu. in ogni caso quella finestra è troppo invitante. cioè è proprio lì di fronte, stiamo comunque facendo qualcosa di illegale, tanto vale farla per bene.
- mi pare inattaccabile.
quella notte abbiamo dormito in otto in una stanza per due. un sacco di cuscini e coperte, per fortuna, anche perchè la band se li porta da casa per dormirci in viaggio.
dopo qualche ora ci si sveglia uno ad uno, si fa la doccia uno ad uno, ci si veste uno ad uno e si esce dalla stanza per andare a fare colazione sempre uno alla volta. mentre mi mangio una cosa che per comodità chiamo pane burro e marmellata mi chiedo come diavolo sia possibile che questi dormono di continuo tutti in una stanza e nessuno se ne accorge mai.
- ci hanno scoperti.
- chi?
- la tipa delle pulizie, quando uno di noi usciva deve aver visto la gente stesa per terra e poi ha parlato con will.
- e l’uscita sul retro?
- hanno il numero della mia carta di credito.
- mmm. mortacci loro.
- ti ricordo che questa conversazione è avvenuta in inglese e non è che adesso ti fai prendere la mano e mi dici cose intraducibili
- ah scusa. to their dead ones?
- senti torniamo in camera, vediamo che dicono gli altri.
gli altri non dicono niente, perchè mentre noi entriamo dalla porta l’ultimo esce dalla finestra e in quell’istante vengono beccati da uno che si affretta verso il furgone lì di fronte con un foglio in mano e urlando cose incomprensibilmente chiare.
ci nascondiamo dietro le tende e non possiamo fare a meno di sghignazzare vedendo tutti gli altri a capo chino prendersi una cazziata da uno che adesso rivendica anche il cuscino di michael sembra molto incattivito perchè pensa che quel cuscino sia dell’albergo e che sia stato rubato. mmm. incattivito è male.
la porta si spalanca ed entra una che sembra non vederci e la prima cosa che fa è controllare che ci siano tutti i cuscini. questa cosa è surreale. perchè preoccuparsi dei cuscini? che cos’hanno di così importante? forse perchè se manca qualcosa nella stanza potete provare che c’è stato un furto mentre non potrete mai provare che abbiamo dormito in otto lì dentro? ah sì? ah sì.
michael si affaccia nella stanza dalla finestra.
- uscite! ora! dalla finestra! chiamano la polizia!
- michael che dici?
- sì svelti, ce ne dobbiamo andare!
io mi giro e guardo bennett che ha intavolato un’interessantissima conversazione con la tipa su qualcosa di inerente a come una figura di merda può trasformarsi in un pasticcio.
lo guardo ma lui non guarda me. guardo la tipa. guardo michael che fa cenno di andare. riguardo la tipa e nel mio sguardo ci sono tutte le parole che non le ho mai più detto. cara signora io lo so che lei è qui e mi sta guardando ed è molto da maleducati fare una cosa del genere, quello che sto per fare io intendo. ma lei capisce che se adesso io non salto da quella finestra, gettando prima il mio zaino fuori, e poi raggiungendo il furgone correndo al rallentatore, insomma lei capisce che potrei rimpiangerlo per il resto della mia vita. nessuno ha rubato niente glielo assicuro. bennett adesso le compone una canzone su i suoi occhi che mi guardano increduli mentre mi avvio e poi si sistemerà tutto. mi perdoni, ma devo scappare.

25 novembre 2010

la discrezione di un attimo.

insomma l’altro giorno ero in un pulmino che stavo seguendo questa band nell’ultima parte del loro tour americano. subito piccola parentesi: è una cosa fichissima… voglio dire, per rimorchiare c’è solo una cosa migliore di essere fotografo di una band in tour per l’america. essere uno della band. quindi ero molto felice perchè mi illudevo di trovarmi quasi in cima alla catena riproduttiva, mi stavo girando un pezzo di america in un pulmino pieno di vegetariani vestiti come sui poster e, culo permettendo, non solo non spendevo niente, ma magari ci guadagnavo pure qualcosa.
ad un certo punto mi rendo conto di queste cose tutte insieme con il punto di vista padreterno. e poi non so come, proprio allora, all’interno del momento definitivo*, parte un paradosso spazio-temporale con la nascita di un momento meta-definitivo nel quale ho realizzato che l’anno prossimo faccio ventisette anni.
al di là del pericolo di collasso dell’intero universo per la creazione di due momenti definitivi uno dentro l’altro, la cosa ha suscitato in me quello che è anche conosciuto come sbasso.
- che c’è robè?
- niente.
- che c’hai?
- ventisei anni e mezzo.
- ah. si può fare qualcosa?
- ci sto pensando. il problema è che non posso fare ventisette anni l’anno prossimo. non sono pronto.
- ma che vuol dire?
- vuol dire che ventisette anni significa automaticamente trenta e trent’anni lo sai che vuol dire?
- la seconda volta quindici?
- si vede che scrivi canzoni.
- grazie.
- prego. comunque vuol dire che a trentanni o c’hai una vita, anche da avviare magari, oppure ti rimane solo la possibilità di diventare un banalissimo clichè di uomo cresciuto con la sindrome di peter pan che in effetti continua a comportarsi come c’avesse ventanni con l’unica differenza che adesso è patetico. e non posso nemmeno essere uno di quelli brizzolati! quelli almeno so brizzolati… uno dice vabbè faccio trentanni almeno guadagno di fascino. e invece no! devo trovare una soluzione a questa cosa del compleanno. dici che mi devo fare una vita da qui a tre anni?
- non credo robè. piuttosto, sei contento delle foto?
- certo. e non ti direi mai il contrario visto che devi convincere qualcuno a darmi dei soldi per questo.
- perchè stavo pensando che se ti va puoi anche salire sul palco quando suoniamo.
- ma in effetti già ci salgo.
- ah sì?
- sì.
- ah. ma io dico se vuoi venire pure in mezzo, tanto non ci da fastidio, anzi è meglio che così si vede che c’abbiamo il fotografo ufficiale e facciamo bella figura.
- non credo che abbiate bisogno di pavoneggiarvi in questo senso.
- perchè?
- perchè a marzo andate in tour in australia e giappone. mi sembra che un minimo di popolarità già ci sia.
- vabbè, sappi che a noi non dà fastidio.
- ma no poi rovino tutto lo spettacolo…
- ma tranquillo!
- mmm… vabbè dai, stasera salgo, ma solo un minuto.
- oh, bene!
e intanto penso che forse se sono bravo non se ne accorge nessuno.

* dicesi momento definitivo quel particolare momento in cui una persona sospende la propria vita, la propria coscienza, il proprio continuare ad esistere secondo per secondo, ottenendo la definizione di quello che è.
anche quando ci sembra che non stiamo facendo niente in realtà stiamo almeno angosciandoci per il fatto che non stiamo facendo niente, soprattutto se ci siamo laureati da poco. oppure, al contrario, ci godiamo il fatto che possiamo prendercela comoda a non fare niente e ci rilassiamo, soprattutto se ci siamo laureati da poco. comunque vada diamo da bere ai nostri ricettori di serotonina e portiamo a casa la giornata senza smettere di esistere.
ma durante il momento definitivo pare proprio che anche la nostra serotonina smetta per quell’attimo di agitarsi, e l’unica cosa che facciamo è guardare il mondo come lo guarda il padreterno. che non è esattamente pensare, quindi non è esattamente essere. perchè se è noto che “penso quindi esisto” è pure vero che “faccio il padreterno e c’è gente che ci crede”.
io quando c’ho un momento definitivo generalmente sto viaggiando. o comunque mi sto spostando. non necessariamente verso qualche destinazione precisa, basta che mi muovo. tipo quella volta che ero sul peschereccio e mi ero arrampicato su una cosa alta alta per fare delle foto e poi mi ci ero seduto e avevo smesso di fare le foto e mi ero messo a guardare e basta. e anche ad ondeggiare in effetti. e quello è stato un momento definitivo. io che vedevo me stesso e la mia vita da fuori e vedevo questo ragazzo nato in una città di parcheggi che oggi, non si è capito bene perchè, si trova in mezzo al canale di sicilia, c’è il sole e ha la sensazione che dovrebbe essere a scuola come tutti i suoi compagni.

15 novembre 2010

millenovecentonovantacinque.

esco dalla metropolitana in un posto a brooklyn che pure la metropolitana stessa non a capito che ci passa a a fare. devo raggiungere un locale dove ci sarà il concerto di una band a cui devo fare delle foto. sto posto sembra introvabile perchè, come capisco solo poi, è una delle mille realtà di brooklyn che non esiste. cioè non so bene se è occupato, ma credo di sì, fatto sta che da fuori non capisci nemmeno bene che è un luogo.
e mentre sono lì in strada, in piedi di fronte a questo qualcosa, domandandomi a cosa stessi davanti, mi passa accanto un tipo alto due metri, magrissimo, uscito direttamente dal millenovecentonovantacinque.
- sai come si entra?
- non ne ho idea.
- comunque mi sa che io vi devo fare le foto.
- oh, fico. per il resto del tour?
- vi avanza un posto?
- certo.

il resto del tour è una settimana. cinque date fino a memphis. se davvero parto sarà tra qualche ora. e se davvero torno poi vi dico.

26 ottobre 2010

vivo ad harlem. poco. ma abbastanza.

faccio mille cose al giorno. però qui il sistema metrico decimale è diverso. invece dei metri o dei litri o dei chilometri hanno i piedi, le once e le miglia. e invece delle cose c’hanno le fesserie molto utili.
e quando torno a casa la sera mi dico che ho bisogno di un pò di tempo tranquillo sul divano, di rispondere alle email, mandare le foto, cose così. mi dico per oggi basta e poi arriva il messaggio che è solo un indirizzo. e allora mi rendo conto che qui invece del basta c’hanno il basterebbe. e soprattutto che invece dei messaggi c’hanno delle cose buttate lì. e poi c’è william che è il tipo che sta in casa con me che mi dice in continuazione “never miss an opportunity, boy”. e mi rivela che non solo i messaggi sono cose buttate lì, ma che queste cose buttate lì sono opportunità. ed è pure di colore. e io mi sento come in un film ambientato in alabama dove c’è lo schiavo negro che è più saggio del sindaco, del pastore e dello sceriffo messi insieme e che alla fine c’aveva sempre ragione lui. che poi william non è esattamente uno schiavo, è un attore, ed evidentemente in quanto attore fa bene la sua parte di schiavo e io invece di starmene a casa continuo ad uscire e a bere la sera e a dormire fuori e a svegliarmi stanco e a riprendermi solo per la necessità di uscire di nuovo. e stasera ho scoperto che non sono gay, ma sembra quasi che sono l’unico. qui invece degli orientamenti sessuali c’hanno il granturco.
in ogni caso non credo sia arrivato davvero il momento di dire “ehi tutti, mi sono trasferito, venite a trovarmi a casa mia, finalmente”. però visto e considerato che quel momento non arriva mai, allora mi sento di dire “ehi tutti, mi sono trasferito, venite a trovarmi a casa di un altro”. che tanto qui invece delle case c’hanno i posti.
insomma qui c’hanno tutto, bello davvero, ma l’hanno buttato in un frullatore che ancora gira e l’hanno chiamato america.