08 aprile 2014

Palermo / Palermo, solo andata.


L’aereo decolla in orario, sono le otto di mattina e io mi sono svegliato alle cinque. Non so bene per quale ragione, ma quella mattina decido di non bere caffè prima dell’arrivo a Napoli, forse per non rovinarmi il sonno in volo. E quindi niente caffè. Tanto, penso, arrivo a Napoli alle nove e faccio colazione con un cornetto cremamarena. Già me la pregusto e dico vabbè dai, niente caffè per il momento, e mi infilo nell’aereo subito subito, come a voler accelerare i tempi, prendo posto e quello parte.
Dopo una mezzora di volo mi sveglio e penso cazzo mi sono svegliato. Ho pure sacrificato una colazione e nemmeno riesco a dormire come si deve; poi finisce che arrivo a Napoli stanco, pranzo in famiglia e mi alzo da tavola catatonico, mi metto in macchina per andare a L’Aquila e mi viene sonno. Così penso che va a finire, ma non va così.
Infatti mentre mi struggo per il caffè che sarebbe potuto essere, mi accorgo che il mio risveglio apparentemente inspiegato era dovuto a delle virate un pò importanti che l’aereo stava facendo. Così importanti che inizio a chiedermi se il pilota sia a conoscenza della rotta. Per andare a Napoli basta che vai sempre dritto, lo sanno tutti, e non finisce di pensarlo che il pilota risponde:

“Signori passeggeri, è il comandante che vi parla. Abbiamo riscontrato un malfunzionamento al velivolo che ci costringe a tornare indietro e atterrare a Palermo. Sono davvero spiacente, una volta atterrati cercheremo di risolvere il problema quanto prima e di portarvi a Napoli nel più breve tempo possibile”.

Già quando parla il comandante uno un pò si caca sotto a prescindere, diciamoci la verità. Ma la paura in effetti non era tanta, piuttosto era tanto lo sconforto per essersi alzati presto, per aver preso un aereo, per aver effettivamente volato, e per trovarsi alla fine di nuovo al punto di partenza senza aver risolto nulla. E ancora siamo a metà storia.

A questo punto cominciano ore infinite che nessuno vorrebbe vivere, figuriamoci se le vuole sentire raccontate. Una mattinata ad aspettare notizie sull’aereo rotto, sul tecnico che lo deve aggiustare, su un altro velivolo che deve arrivare sailcazzo da dove a prenderci e portarci a Napoli, e l’assistenza e i rimborsi, e andiamo a fumare al di là dei controlli di sicurezza prendendoci due tumori alla volta (uno con le sigarette, l'altro con i continui raggi x), e i documenti, il tentativo di andarsene, e poi l’epopea che ognuno di noi ha affrontato e la vita che ti aspetta arrivato a destinazione. Un CPT insomma.

Alle tredici si riparte, finalmente. L’aereo nuovo non è arrivato ma il tecnico ha aggiustato quello vecchio, ha firmato i documenti giusti e ha detto che mi posso andare a prendere sto cazzo di caffè a Capodichino (che nel frattempo, per principio, ancora non mi sono preso).
Decolliamo in mezzo ai sorrisi, al maltempo e alle prese in giro all’equipaggio. Gli assistenti di volo sono gli stessi, il pilota è cambiato, che a quanto pare quello di prima c’aveva da fare. C’è un tipo seduto dietro di me che quasi vuole aprire la cassata che ha con sé, per celebrare la convivialità che si è creata tra tutti. Poi non lo fa, che tanto tra un’ora se la mangia a Napoli con gli amici suoi.
Mi metto le cuffie con della musica qualunque e penso che a sera racconterò a tutti questa cosa. Non provo nemmeno a dormire, e passa mezzora. L’aereo vira a destra un pò. Poi di nuovo e non si raddrizza. Mi tolgo le cuffie e guardo fuori, poi cerco con gli occhi il tipo incravattato che all’inizio ci aveva fatto il balletto di emergenza.
A quel punto si sente la voce. È un altro pilota, parla in inglese, la maggior parte della gente non afferra subito le parole, ma tutti insieme capiamo immediatamente il senso.

“Ragazzi sono il comandante, quello nuovo. E mi sa che sono pure l’unica cosa nuova di questo aereo. Si è scassato un’altra volta. Veramente. Mi dispiace un sacco ma se non torniamo a Palermo poi se la pigliano con me. Non mi pare niente di grave, però una grattata di coglioni io me la farei comunque.”

Brusio. Silenzio.
Non so bene come reagire, sembra un incubo a spirale, mi guardo intorno e vedo che non lo sa nessuno. Ci dicono che è un guasto all’impianto di aerazione, insomma niente di pericoloso secondo loro. A me invece viene subito pensare che l’aerazione è una cosa fondamentale per un aereo, almeno quanto la navigazione lo sia per le navi, e la trazione per i treni. Senza l’aerazione che aereo è? Sono le basi della fisica meccanica. Ad ogni azione corrisponde un’aerazione. L’aerazione è il discrimine tra la vita e la morte, se sei in cielo l’aerazione è dio. Cerco proprio di avere una crisi di panico, ma sfortunatamente per questo blog non ci riesco.
Ma ti pare che ci mettono sullo stesso aereo con lo stesso difetto? E poi sto tecnico chi l’ha chiamato, ma chi è? Non c’è nessun tecnico, ecco la verità, nessuno c’ha messo le mani secondo me. Ci hanno dato un altro pilota apposta, sperando che non si accorgesse di niente. Magari speravano si facesse tutto il viaggio senza notare la spia rossa col teschio che lampeggiava sul cruscotto, e invece alla fine se n’è accorto e fa una manovra di atterraggio che ci fa essere a Punta Raisi in dieci minuti. Scende talmente tanto veloce che l’unica cosa che mi mantiene alla poltrona è la cintura di sicurezza. Si capisce che il pilota c’ha fretta di tornare a terra, non fa niente il maltempo, i vuoti d’aria, l’aerazione, la cassata, il caffè non preso. Dobbiamo tornare subito.

In generale a bordo ci sono lamentele contenute, sorprendentemente. All’inizio credo sia perchè l’aereo è pieno di gente (napoletani e palermitani) che ha fatto dell’ineluttabilità la base di una vita serena, una sorta di zen impanato e fritto. Come si dice “siamo sotto il cielo”. Ma qui non vale, sotto il cielo non ci siamo più; adesso, una volta tanto, ci stiamo proprio in mezzo a quel cielo, e qui evidentemente l’ineluttabilità non basta. Credo che inizi a prevalere piano piano la paura che tutto questa situazione sia qualcosa da risolvere al più presto, e quindi è meglio se per il momento si fa come dicono loro, poi appena stiamo coi piedi per terra facciamo come diciamo noi. Quindi poche lamentele, chi ha qualcosa da dire non lo fa, trasformando tutto in rancore da tirare fuori al momento giusto - poco dopo, in aeroporto, dove tutta la vernacolarità del mediterraneo prenderà forma - quando qualcuno chiamerà la stampa e qualcun altro la polizia.

Il 6 aprile è stato il quinto anniversario del terremoto di L’Aquila e pensavo fosse giusto andarci. È una città che ho conosciuto negli ultimi anni perché ci ho lavorato, iniziando una ricerca che forse non ho ancora finito. Mi ci sento legato e tenuto a distanza allo stesso tempo, come se fossi stato preso con quegli attrezzi che si usano per catturare i cani pazzi. Quei cosi con un’asta e un cappio in cima che quando ti prendono non ti permettono più di scappare, ma nemmeno di avvicinarti.

E così finisce che il 5 aprile passo una giornata a collezionare decolli e atterraggi di emergenza, voli che partono senza arrivare mai, e a non poggiare i piedi su nessun’altra terra che non sia quella di Sicilia. E a non bere mai caffè. Comincio a pensare che a L’Aquila non ci arriverò mai.

1 commento:

lessico e rucola ha detto...

che esperienza incredibile. non sarei mai riuscita a mantenere la calma. io il senso di ineluttabilità, che raggiungo con mooolte ore di meditazione prima di prendere un aereo, solitamente lo perdo al primo vuoto d'aria...figurati se avessi vissuto quello che è successo a te!
Poi questo ostinato tentativo di non farti raggiungere L'Aquila, proprio quel giorno, lo trovo molto simbolico...è bellissimo e atroce allo stesso tempo, come tutte le storie di vero amore.
un bacio. Rori