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26 gennaio 2016

La cupola.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


La musica e la voce partono quasi in contemporanea, come un’unica sirena, come il tragico allarme che precede i bombardamenti. Seduto fuori la mia tenda sto lì a non pensare, e il boato mi investe con violenza e di sorpresa.
Dopo qualche notte accampato libero (o abusivo, come vi pare) mi sono fermato in un campeggio qualunque a Metaponto. Tra i tanti ho preso il primo che c'era, volendomi solo stendere e rilassarmi, senza stare a pensare a chi, mentre dormi, può venire a ucciderti, arrestarti o a pisciarti sulla tenda.

E questo mio essere campeggiatore accidentale e improvvisato, in un luogo del genere, si vede. La mia tenda è grande quanto una vasca da bagno al contrario, non ho nemmeno una sedia, o un cavo per stendere il bucato, né tantomeno un bucato da stendere. In effetti sto pagando solo per concedermi due cose che nei giorni precedenti non sono riuscito a fare senza rischiare una denuncia: montare una tenda in una proprietà privata, e farmi un paio di docce come si deve. Il mio essere approssimativo si vede, dicevo, perché sono circondato tutto intorno da un ecosistema di camper ed enormi tendoni per reggimenti che fanno pensare di essere in un insediamento permanente, abitato da gente che sarà in vacanza per sempre in tende che a vederle potrebbero avere addirittura le fondamenta.
Probabilmente, per sentirsi come se fosse davvero la loro seconda casa, i campeggiatori attrezzano e accomodano il proprio alloggio con milioni di gingilli e accessori, tubi e tendine, pentole e bacinelle, sedie pieghevoli e tavoli richiudibili, moquette, amache, materassini, piscine gonfiabili, schermi a led, parabole satellitari, basi di lancio per satelliti televisivi, moduli lunari e supersantos. E così ti ritrovi in un luogo protetto da una cupola enorme, sofisticata e invisibile. Una cupola messa lì a proteggere la routine quotidiana dei campeggiatori da ogni minima infiltrazione, ad evitare ogni fastidiosa variazione alla vita di sempre. Se ci rifletti un secondo, stai zitto e ti guardi intorno, ti accorgi che la cupola rende quell’habitat impermeabile alla vacanza.


Ad ogni modo, mentre sei lì seduto a cercare di vedere questa cupola e di apprezzare la rassicurante tranquillità che ti circonda, parte il rave. La voce è entusiasta e invita la gente ad avvicinarsi, parla a ritmo con la musica finto latinoamericana, e tutto insieme è il rito esplosivo dei balli di gruppo, celebrato ad un volume da conflitto termonucleare.
Mi alzo in piedi e guardo nella direzione da cui proviene il tutto. Non vedo niente e decido di avvicinarmi, convinto che, come al solito, il mio relativismo mi farà giustificare anche questo.
E invece dev’essere successo qualcosa ultimamente, perché quel relativismo a cui sempre mi ero affidato comincia a vacillare, e arrivato di fronte ai balli di gruppo, partecipati esclusivamente da bambine e da qualche over 50, lo sconforto mi prende.
Un semicerchio di famiglie monofiglio stanno sedute a tavolini di plastica vuoti. Il padre al cellulare, il figlio pure, la madre guarda chi balla e muove le spalle, non volendo arrendersi al fatto che anche quest’anno le vacanze non rappresenteranno alcuna rivincita sulla vita (né tantomeno sul resto dell’anno).
Calci e pugni all’aria, piroette e ancheggiamenti, tutto lentissimo. La musica e la voce dell’animatore sono ovattate e indistinguibili. Manca solo che mi si annebbi la vista. Un paio di minuti di realtà in slow-motion valgono come una settimana, così mi giro e mi allontano.

Tornando dalle parti della mia tenda (che quasi devo cercare con le mappe, non riesco mai a ricordarmi dove sia), imbocco uno dei vialetti tra i camper e gli oleandri. È una stradina corta e buia, sicuramente è quella sbagliata, ma non posso ancora dirlo perché non si vede una mazza. Un’unica luce in fondo, sparatissima, permette di distinguere la sagoma di una signora bassina che si avvicina. Come molti, a quell’orario raggiunge la sorgente della musica alle mie spalle, per stare seduta anche lei, con il suo vestito nero a fiori, ad un tavolino di plastica bianca di fronte al bar guardando la gente che balla come se fosse la televisione.
La sagoma della donnina mi si avvicina e sembra non voglia affatto procedere oltre. La osservo camminando sempre più lento, fino a fermarmi nel buio e nella musica lontana. Forse la spaventa trovarsi davanti un tipo minacciosissimo come il sottoscritto, in un vialetto di un campeggio male illuminato. Non faccio in tempo a pensarlo che lei mi smentisce, avvicinandosi sicura e con un sorriso malizioso. La saluto, cercando complicità. Lei mi fa cenno di abbassarmi, come se volesse sussurrarmi all'orecchio qualcosa, e a voce sommessa mi domanda:

- La vuoi anfetamina?

Sgrano gli occhi d’un colpo. Non tanto per poterla vedere meglio, ma piuttosto per metterci dentro tutte le risate che sono costretto a trattenere. Mica puoi scoppiare a ridere in faccia a qualcuno così avanti negli anni. Non si fa. Cerco di guardare brevemente oltre, per capire da dove sta arrivando questa donnina, ma non vedo niente di insolito, ci sono tende e camper al buio, con qualche lampadina accesa all’interno. Un po' oltre si intravede qualche tv accesa e una luce per le zanzare. Poi i pini finiscono e comincia la cupola invisibile. A quel punto inizio a temere di non avere la più pallida idea del posto in cui mi trovo.

- Non sono sicuro di aver capito signora, lei mi sta offrendo delle anfetamine?
- No, che offrendo. Te le vendo!

31 dicembre 2015

C'eravamo tanto armati.

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(Questo pezzo è uscito su Medium il 22 Ottobre 2015, ma a quanto pare l'ho scritto sempre io, quindi da oggi è anche qui)
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La guerra fredda è finita, e da tempo siamo tutti ritornati al calore delle guerre di sempre.
Ormai è da tanto che non si può più fare la guerra dove non muore nessuno, o dove si fa finta che non muoia nessuno. Si è dovuto tornare al tran tran quotidiano, alla routine dei missili lanciati e dichiarati. Tutto quello che è successo subito dopo la caduta del muro di Berlino dev’essere stato, nel mondo militare, come un lungo lunedì mattina dopo che ti ha mollato la ragazza. Un lunedì mattina in cui si torna, senza essere veramente pronti, ad una vita consueta, conforme, mediocre. In cui si rientra nello stesso ufficio di sempre, con la stessa tappezzeria, le stesse pratiche, gli stessi piani di volo classificati, nessun nemico da poter chiamare tale e migliaia di depositi munizioni pieni. La guerra fredda è finita, e dobbiamo farcene una ragione.
Proprio nel tentativo di farcene una ragione arriva in pompa magna un’esercitazione colossale della NATO, che qualcuno (gli americani) annuncia come la più grande dalla caduta del muro di Berlino, qualcun altro (il Media Center NATO, che poi alla fine so sempre americani) dice la più grande da 13 anni, e qualcun altro ancora (tutti quei pochi che non sono americani) non dice niente, forse perché una parola è troppa e due sono poche.
L’Alleanza Atlantica ha deciso l’anno scorso di rinforzarsi, integrarsi, e crescere, per far fronte al clima di enorme tensione e di pericolose minacce che si sta creando con la sua ex.

Gli U.S.A. e l’Unione Sovietica una volta si facevano la guerra con lo sguardo, in silenzio e in punta di piedi, con la paura di far partire qualche missile atomico per sbaglio. E tutte queste occhiatine, questi ammiccamenti, tutto questo flirtare da lontano e da vicino hanno sempre funzionato, con equilibrio, tanto che abbiamo ancora un pianeta su cui vivere, grossomodo.
C’è da dire che in quegli anni, però, i vertici americani e quelli sovietici stavano lì a desiderarsi e a soffrire, in tutto questo gioco di guerra non guerra, come una coppia di innamorati sedicenni costretti dal pudore delle proprie famiglie a non fare l’amore. Va bene, ok, siamo qui a guardarci storto senza fare niente perchè altrimenti poi finisce che estinguiamo il genere umano… però che palle! E fu proprio questo che palle che col tempo portò il loro rapporto a logorarsi, i sentimenti a cambiare, sbiadire, e la tensione — una volta altissima — a scendere. E tutto, inesorabilmente, finì.
È stata dura lasciarsi alle spalle così tanto. È stata dura reinventarsi da zero, ricostruire una propria identità senza quel riferimento che tanto li aveva fatti crescere insieme. Certe cose non si dimenticano, e così arriviamo ad oggi.
Dopo più di 25 anni gli americani e i russi hanno capito che i missili atomici ormai non partono più. In fondo li hanno sempre comprati per tenerli lì, ad evitare che gli altri usassero i propri. E si sono resi conto, finalmente, che passare la vita aspettando di usarli è una perdita di tempo, e di opportunità. Si può tornare, invece, molto prima insieme, a farsi fare l’amore dalle infermiere, a farsi una guerra come tutte le altre, quella che ti spari e ti dai fuoco a vicenda, quella che invadi e bombardi, senza necessariamente arrivare alle armi definitive.

Secondo me si sono telefonati e si sono detti:
- Ehi…
- Ciao.
- Come stai?
- Mmh, bene, direi bene. Tu?
- Sto bene, un po’ in recessione, ma ok.
- Non ci sentiamo da un sacco…
- Sì lo so, è tanto tempo, e in effetti per questo ti ho chiamata.
- Immaginavo.
- È una situazione molto strana, risentirti. Cioè, sono un po’ nervosa, ma in effetti non mi sento veramente a disagio.
- Mi devi dire qualcosa?
- Non lo so… è che in tutto questo tempo… è stato difficile. Cioè, io lo so che non è cambiato niente da Berlino, ma in questi anni ho provato a convincermi di sì, che era diverso, che non eri più importante.
- Sì, capisco. È brutto quando tutti quelli intorno ti dicono che è finita, che devi guardare avanti, ma tu sai che non vuoi.
- Esatto! E da quel giorno non ho più potuto nemmeno considerarti esplicitamente nemica, e non sai quanto ci ho sofferto.
- Anche io.
- …
- …
- Magari potremmo ricominciare. Cioè, tutta quella storia delle testate atomiche rimane sempre valida…
- Sì certo, quelle non le toccherei.
- Già. Però è stata molto pesante. Cioè è bellissima, ma in qualche modo ci immobilizza. Io voglio vivere di te in un modo nuovo. Io ti voglio fare la guerra, ancora.
- Sì, anche io lo vorrei tanto. Ci dev’essere un modo per ritrovarsi senza arrivare a quegli estremi, a quelle discussioni senza ritorno…
- C’è un modo, di sicuro. Perché sento che la nostra voglia di romperci il culo è comunque più grande dei limiti che ci siamo dati. E non sta scritto da nessuna parte che non ce lo possiamo rompere lo stesso, quel culo, senza infrangerli, quei limiti.
- Sì, ma ne saremo capaci?
- Non lo so. Ma in queste cose, sai, bisogna sempre seguire il cuore.
- Ehi…
- Dimmi.
- Mi manchi.
- Anche tu.
Così questa nuova consapevolezza si manifesta addestrandosi ed esercitandosi ad essere pronti e reattivi per l’eventuale inizio di un prossimo conflitto. E questa preparazione, dal lato NATO, si chiama Trident Juncture 2015, la più grande esercitazione militare da quando dicono loro, con trentasemila uomini, trenta Stati coinvolti, una sessantina tra navi e sottomarini, e una cosa come centocinquanta aerei ed elicotteri. Tutti con l’obiettivo di distruggere le armate rosse (n.b.: se le armate non sono presenti nel gioco, se le armate sono possedute dal giocatore che ha l’obiettivo di distruggerle o se l’ultima armata viene distrutta da un altro giocatore, l’obiettivo diventa conquistare ventiquattro territori).


Tutto si svolge in questi giorni tra Italia, Spagna e Portogallo, che mettono a disposizione le principali location per le varie attività. Fino ad ieri, per le scorse due settimane, è andata avanti una prima fase, principalmente strategica e di pianificazione. Da ieri si è partiti col movimento truppe, le attività aeree, gli sbarchi anfibi, i paracadutismi, il tiro al piattello, la caccia alla volpe e altre cose che tutti noi in fondo vorremmo andare a vedere.

Un paio di giorni fa sono stato alla base aeronautica di Birgi, Trapani, dove c’è stata la giornata inaugurale dell’esercitazione. Mi aspettavo di non vedere molto, in fondo era solamente un’insieme di conferenze stampa, inni, fanfare e sorvoli aerei. Devo ammettere che, tutto sommato, non mi sbagliavo affatto.
Anche se i livelli di sicurezza erano molto alti e la presenza di fucili con dei soldati dietro era continua, la percezione era comunque di non essere in un luogo dove stesse accadendo qualcosa per davvero. Nemmeno una vera esercitazione, intendo. In queste situazioni, voglio dire, in questi giorni aperti ai media, il centro di tutto non sono nient’altro che i giornalisti. Tu sei il loro obiettivo della giornata, la loro attività principale, il che è paradossale perchè dovresti andare lì a vedere e raccontare quello che stanno facendo. E quello che stanno facendo sei tu.


Dopo essere stato perquisito all’ingresso vieni fatto salire su uno di tanti bus che portano i giornalisti in vari luoghi di questa base gigantesca, e in ogni momento sei in un tour dal protocollo rigidissimo, tempi definiti al minuto, luoghi recintatissimi e sorvegliatissimi, e ti vengono promesse enormi attrazioni. Tipo Jurassic Park, in effetti. Solo che le attrazioni in questo caso sono robe tipo il Sottosegretario alla Difesa, o i vari Generali e i Capi di Stato Maggiore, oppure un sorvolo di aerei in formazione che disegnano nel cielo la scritta “Forza Juve”, o una serie infinita di caccia da combattimento in mostra, oppure — quello che mi sa costituiva l’analogo del tirannosauro — il vice segretario generale NATO, l’ambasciatore Alexander Vershbow, che poi sarebbe uno di quelli che non fa paura, almeno finchè non parla. E in questa occasione deve parlare un sacco.
“Siamo molto preoccupati della crescita militare della Russia. Le concentrazioni crescenti di forze militari a Kaliningrad, sul Mar Nero e ora anche nel Mediterraneo Orientale pongono in effetti alcune ulteriori sfide che bisogna prendere in seria considerazione, visto l’impegno che stiamo assumendo nel difendere ogni alleato da ogni tipo di minaccia. […] Alcuni esperti discutono della cosiddetta capacità “Anti-Access/Area Denial” che la Russia sta sviluppando. E questo è in effetti un fattore chiave nello stabilire quando sarà necessario sia difendere un paese alleato, sia dissuadere la Russia anche solo dal pensare azioni aggressive contro la NATO”.
E quando, immediatamente dopo queste parole, viene chiesto al Vicesegretario Nato una spiegazione sullo scenario immaginato per questa esercitazione (un grande paese nemico che occupa un piccolo membro dell’Alleanza), e sul perché è così difficile ammettere che questo grande paese sia la Russia, lui, dopo aver negato tutto il negabile sull’identificazione dell’aggressore fittizio, aggiunge:
“Questo non vuol dire che alcune delle minacce che stiamo considerando e per cui stiamo testando le nostre forze non siano analoghe alle sfide che affronteremo… uhm, affronteremmo!, se avessimo un conflitto con la Russia”.

Alla cerimonia di apertura sono stati invitati diversi osservatori esterni. Ci sono ad esempio delegazioni da Messico, Brasile e Colombia, come sono presenti anche diversi rappresentanti di industrie belliche (a proporre immagino l’ultimo aggiornamento di missile a lungo raggio, il modello 6s, che fa esattamente quello che faceva il 6, solo che è più potente, più sottile e più leggero e costa il doppio).
E poi in un angolo, tra gli altri invitati, c’è anche la Russia, appoggiata al muro e tutta impegnata a nascondersi sotto il cappuccio della felpa, alle spalle di persone e telecamere. È venuta, ci ha pensato fino all’ultimo se esserci o meno, e alla fine è lì. Defilata, ha passato tutta la mattina confondendosi timida tra i tanti giornalisti e visitatori. Ma quando in quel momento si è sentita nominare, quando ha ascoltato quelle parole che davanti a tutti non potevano suonare più esplicite di così, si è sciolta dentro. E commossa nel fondo della sala si è abbandonata ad un sorriso emozionato e libero, mentre gli occhi, inarrestabili, si gonfiavano di lacrime.

2 maggio 2015

Il diritto al dovere.


Il concerto del primo maggio è una cosa in cui trovi tanti motivi di interesse quando hai ventanni, poi crescendo te ne frega sempre meno di andare in una piazza grande quanto il paesino da cui sei partito, ma con molti più gomiti e ginocchia, a farti una reputazione online sdraiato sul tuo zaino. Però io al concertone di piazza San Giovanni non c’ero mai stato, lo avevo sempre soltanto visto in televisione, immaginando l’incommensurabile divertimento che mi stavo perdendo. Quindi quest’anno, trovandomi a Roma pochi giorni prima del mio trentunesimo compleanno, ho pensato che almeno un quarto d’ora ce lo dovevo passare. Tanto per dire che ci sono stato entro i trentanni, e quindi prima della fine dell’adolescenza.

Visto che quando vai al concerto del primo maggio non è che puoi pretendere di vedertelo veramente il concerto, mi sono messo in mezzo alla gente a fare più o meno quello che facevano tutti, cioè niente. La maggior parte delle persone però era totalmente ubriaca, o in qualche caso sotto chetamina, ed è riuscita a passare un piacevole pomeriggio di svago, dimenticandosi di questo enorme niente a forma di piazza San Giovanni tutt'intorno.
E sono stato benissimo, non tanto perché mi sono tolto un peso, ma soprattutto perché a me non fare niente mi piace proprio tanto. Io ci passerei le giornate a non fare niente, e in effetti ce ne passo molte, solo che poi arriva sempre quello che ti chiede che stai facendo in questo periodo e a te ti prende male e ti metti a riflettere sul senso del lavoro oggi e su quanto non c'hai voglia di condividerlo.

Mi sa che il concetto di lavoro per come ce l’abbiamo adesso, e per come tentiamo di difenderlo, arriva dal fatto che è una cosa di cui abbiamo avuto bisogno per la nostra autodeterminazione, per definirci di fronte agli altri e di fronte a noi stessi. Il lavoro è stato uno strumento che, oltre ad altre robe ovvie, ha permesso alle persone di poter essere riconosciuti in un ruolo, economico e soprattutto sociale.
Un mezzo insomma, e forse nulla di più, perché l’individuo c’era anche prima e dopo il lavoro che faceva. Questo prima e questo dopo erano però robe complesse, personali, difficili da spiegare alla società, dure da inserire in un sistema, e quindi giustamente si è usato il lavoro come veicolo. Così si trovava un senso e un’appartenenza.
Oggi mi sembra però che ci affanniamo a difendere il diritto ad un lavoro che non è più niente del genere, un lavoro che si è trasformato da tramite a traguardo, da strumento ad obiettivo di quell’autodeterminazione che dicevo.
Detto in altre parole, il lavoro oggi non contribuisce più a definire la mia vita, ma al contrario è la mia vita che viene spesa a definire il mio lavoro e il mio ruolo.

Quello che poteva e doveva essere considerato come un diritto all’esserci e all’essere riconosciuti, ad edificare una propria individualità nei confronti di un sistema, sembra essere stato trasformato in diritto allo scomparire, all’essere moltitudine, diritto al venire finalmente “assorbiti” da un’economia.
E poi dice che uno si incazza.

Perciò, forse, è il caso di riflettere di più sulle ragioni per cui è importante difendere il lavoro oggi (sì, è sempre importante) e cercare di riconoscere le varie occasioni in cui ci stiamo facendo fessi da soli.
Facciamo un esempio stupido e poi basta. Prendiamo una coppia di fidanzati dove si esce ogni tanto separatamente, ognuno con i propri amici, in autonomia e con serenità. È una cosa che ci sta, anzi è proprio una cosa giusta, che rinforza il rapporto (il quale in effetti dovrebbe essere un’unione di due individualità distinte, ognuna con le sue esigenze da tenere vive). E questo diritto ad avere i propri spazi è una cosa sana, da difendere. Poi dopo qualche anno, per varie ragioni di cui nemmeno ci si rende conto, in questa coppia si arriva alla situazione paradossale per cui si sta il più lontano possibile, non ci si vede mai, non ci si chiama mai e figurati se si esce insieme, tutto per paura di violare quel diritto all’indipendenza. Si sacrifica così il senso di tutta un’unione - di cui si fa pur sempre ancora parte - in funzione di quello che era solo un modo per stare bene insieme (il farsi i fatti propri, in questo esempio) e che è diventato così l'unica regola per tutto.

- Partita a PES?
- Ma la tua ragazza?
- È a casa, credo.
- Ah, vivete sempre lì?
- No, abbiamo deciso di vivere in case diverse. Io mi prendo il Barcellona.
- E perchè, andava male?
- No andava bene, ma ci amiamo un sacco, e quindi dobbiamo stare lontani. Ce le hai le birre?
- In frigo. Ma vi vedete spesso comunque?
- Mmm, in effetti no. È un rapporto a cui teniamo molto, quindi ci vediamo il meno possibile, sai.
- Già. Ma stasera magari per la cena con gli altri la puoi chiamare se vuoi.
- Guarda ti ringrazio, ma non vorrei pressarla. Messi Messi Messi!
- Pressarla?
- Eh, cioè sai quelle cose per la nostra libertà. Sono diritti che dobbiamo tenerci stretti. Che come si fa ad avere un rapporto senza essere autonomi?
- Capisco. Ma, scusa, l'amore lo fate ogni tanto?
- Ogni tanto, sì, certo. Ci masturbiamo uno di fronte all'altra.
- Bello.
- Sì, abbastanza. Messi gooool!

E il diritto all'indipendenza all'interno della coppia si è trasformato in diritto a non viversi più la coppia manco per sbaglio.

Vabbè, se c’avete trentanni e non siete mai stati al concertone del primo maggio, sappiate che tutto sommato è ok, ma non è questa gran cosa. Festeggiare il lavoro è bello, però celebrare il non fare niente è certamente meglio.

5 marzo 2015

Il tennis, American Sniper e la mafia.


Che non sia più la trilogia de Il Padrino e compagnia bella a rappresentare la mafia contemporanea lo sapevamo. Ma in questi giorni sembra sempre di più che la criminalità organizzata che fa base in Sicilia - e che non è solo siciliana - attinga, nella costruzione del proprio immaginario, alla cultura pop più generalista, ai consumi culturali di questi anni. Le vicende degli ultimi giorni, infatti, hanno riferimenti che sembrano presi da un sommario di Wired, o de Il Post, o da una home page di un social network a caso.

Piccola premessa. Nino Di Matteo, magistrato palermitano e pubblico ministero nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, si trova a investire tutto il proprio tempo, la propria sicurezza e, in larga parte anche la propria privacy nel lavorare a questo dibattimento che, per intenderci, è uno dei più pesanti che la Repubblica Italiana si trova a dover sostenere - e fronteggiare, a quanto pare - da quando è stata inventata. Vista la delicatezza di tutta questa storia, viste le sue competenze, e soprattutto visto il numero infinito di merde e piedi altrui disseminati ovunque - che come ci si muove si pesta qualcosa - Nino Di Matteo è in cima alla lista di quelli da ammazzare. Lo vogliono fare fuori perché sta portando avanti un procedimento in cui si tenta di dimostrare che lo Stato è sceso, o salito, a patti con la mafia (a grandi linee nel periodo in cui la mafia metteva le bombe). Un procedimento in cui si tenta di dimostrare che ci sono state, e in effetti continuano ad esserci, parti delle istituzioni, uomini di stato, carabinieri, servizi, e forze eversive di varia genesi che hanno ben pensato di compromettere la democrazia in cui tutta questa nostra Storia nazionale ha sempre creduto di iscriversi. Insomma se questo processo va avanti e si risolve con delle condanne, lo Stato Italiano non ci fa una bella figura. E questo è un aspetto piuttosto cruciale. La mafia, tutto sommato, non è quella che ne uscirebbe peggio da questa cosa. Certo, perderebbe riferimenti nel cuore del governo e dell’amministrazione pubblica, insieme alla possibilità di muoversi come crede, ma di certo non perderebbe la faccia. Alla mafia che gliene frega se poi si dice che ha collaborato con lo Stato Italiano?

- Totò!
- Eh.
- Qua dicono che hai collaborato con lo Stato! Dice la Repubblica Italiana, dice!
- Non ne so niente.
- Che li hai ricattati, che c’hai fatto cambiare le leggi, e gli ha dato pure a mangiare!
- No a tutti, però. A qualcuno.
- Totò
- Eh.
- Ti devo fare i complimenti.
- Ti ringrazio, una soddisfazione ogni tanto.
- Saluti.
- Saluti.

È lo Stato che non può permettere una cosa del genere, perché una verità di questo tipo sgretolerebbe completamente le basi delle sue istituzioni. E così, permaloso e lungimirante come ogni Stato con la mafia dentro, tenta di risolvere le cose prima che diventino problemi, o quantomeno ci prova, facendosi aiutare appena è possibile dagli amici che già c’hanno le mani sporche.
Nino di Matteo sta diventando un problema, e così si ritrova a dover fronteggiare un progetto di attentato alla sua vita in stato molto avanzato. Non vado nei dettagli, che tanto si trovano sui giornali. Però riporto gli ingredienti, che sono la cosa importante se dovete preparare un revival del ‘92:

• 150 kg di tritolo arrivati a Palermo (bagnateli con un panno caldo e nascondeteli)
• Kalashnikov e bazooka a Roma (in un cestino da picnic, per una romantica sorpresa al Pigneto)
• 2 scorte di protezione con mezzi blindati e gruppi speciali
• 1 cecchino (uno a persona)

Come dicevo all’inizio sembra che tutte queste vicende si stiano manifestando in una cornice dai riferimenti insolitamente pop. La criminalità organizzata secondo me si è stancata di fare la criminalità organizzata. E per quello che le è possibile tenta di ammazzare persone e corrompere lo Stato dando sfogo ai bisogni che la timeline di Facebook le propone, e al dilagante desiderio di essere come tutti. Gomorra e la violenza non vanno più di moda come una volta; oggi c’è il tennis, c’è la Playstation 4, ci sono il cinema di Clint Eastwood regista e la serie House of Cards. Il mafioso di oggi ama Wes Anderson.

Qualche giorno fa presso i campi del Tennis Club 2 di Palermo si è tenuta una delle partite più interessanti del Sicilia National Open. Il tennis è uno degli sport che è tornato più in voga negli ultimi anni, insieme al rugby, al ciclismo e al cake design. Tutti sport minori e anticonformisti, di cui parlare a quelle cene dove parlare di calcio è mediocre, senza accorgersi che comunque si sta passando la serata a parlare di sport.
Ed è proprio il tennis a rappresentare al meglio le vicende che ormai da decenni hanno luogo nell’isola più grande che c’è in questo mare. Nino Di Matteo arriva sulla terra rossa circondato dalla sua squadra (che come vedremo presto non è nemmeno la sua), pronto ad affrontare l’ennesima partita di un torneo che difficilmente arriverà ad una finale, ma che sicuramente è già entrato nella Grande Slam.
Anche in questo incontro le regole e la configurazione sono le stesse che già abbiamo visto in tutto il Sicilia National Open. Di Matteo gioca un singolare, dall’altra parte della rete giocano in doppio. Gli avversari insomma sono due, sono in squadra insieme, si alternano alla battuta e si danno poca confidenza, come tutti i tennisti che giocano insieme da lunga data. Anche per questa partita, come per tutto il resto del torneo, si segue il sistema del così detto “Ma mi pigghi pu culu?” secondo il quale la squadra avversaria ci mette pure l’arbitro, i commissari di linea e i raccattapalle. E assegna a Di Matteo anche l’allenatore, il preparatore atletico, il massaggiatore e il campo dove allenarsi.
Insomma la partita è difficile e delicata, ma il magistrato a quanto pare ci sa fare, è un giocatore di un certo livello. E allora la coppia stato-mafia alla fine di un tie-break molto impegnativo pensa bene che forse è proprio arrivato il momento di un placcaggio, di un calcio volante sulla rete, o di un gancio sotto la cintura; di un fallo tattico insomma. E visto che il tennis non prevede contatto fisico, assume un cecchino.

Ultimamente sui tetti di Palermo pare si apposti un uomo dalle sorprendenti abilità balistiche e dalla vista acutissima. Un uomo che gira col fucile di precisione anche quando va in farmacia o al mercato, e che per questo in città passa tranquillamente inosservato. Un uomo silenzioso e preciso, che agisce all’ombra dei suoi, ma che al tempo stesso li protegge, gli permette di procedere nella loro missione di difesa dello status quo, eliminando ogni minaccia dall’alto. Una sorta di omologo di Chris Kyle, il protagonista eroe di American Sniper, con l’unica differenza che Chris Kyle è stato un marine pluridecorato e probabilmente il cecchino di Palermo pure.

In effetti, pur ragionando sulla storia che la mafia si sta sdoganando dalle vecchie immagini e i vecchi comportamenti, pur accettando il fatto che si ispiri sempre di più ai consumi culturali del quarantenne italiano medio, che voglia votare PD e voglia assolutamente andare dalla Bignardi, pur accettando che si sia fatto un profilo su Runtastic e l’abbonamento a Internazionale, a me qualche dubbio sul cecchino mi rimane. American Sniper non si diventa così facilmente, è una cosa sofisticata, non basta la cazzimma di Scarface. Insomma, vabbè che sei mafioso e sei cresciuto con GTA Brancaccio - al netto della Playstation - dove sicuramente non ti è mancata familiarità con le armi, però per fare il cecchino con un fucile di precisione un po' di addestramento serio ce lo devi avere. Cioè magari se ci pensi bene, tu cecchino sui tetti di Palermo che vuoi sparare ad un magistrato a 800 metri, forse una scuola di tiratori scelti l’hai fatta da qualche parte. Dai, dici la verità.

13 gennaio 2015

Charlie non fa surf.


Nelle ultime ore, come ormai spesso accade quando succede qualcosa di grosso su internet, si è sentito di vicende piuttosto singolari. Molti degli uffici anagrafici in Italia e all’estero sono sommersi di richieste di cambio nome e comprensibilmente non ce la fanno a soddisfarle tutte. Tantissimi cittadini, insoddisfatti e irritati, scendono perciò in strada e manifestano la propria nuova identità settimanale sventolando piccoli cartelli col proprio nome. In Francia si parla addirittura di milioni di persone, con milioni di fogli in una mano e milioni di matite nell’altra, che civilmente dimostrano il loro supporto alle cartolerie di Parigi. La maggior parte, a quanto pare soprattutto qui da noi, impossibilitata a scendere in strada perché comunque il culo è sempre un po' pesante, si rivolge all’altro anagrafe, facebook, che ha sempre funzionato in maniera più efficiente e veloce, risolvendo lì tutti i propri problemi. Si cambia nome e si cambia volto e si è finalmente, anche per questa settimana, tutti uguali. 

Mentre cerco di capire se mi si nota di più essendo Charlie o non essendolo, mi torna continuamente in testa che io questo Charlie l’ho già sentito. Prima dei fatti di Parigi, che tutto sommato non mi hanno sorpreso più di tanto, Charlie era già saltato fuori, con un ruolo più o meno simile, sebbene in contesti diversi. Senza sapere bene perché, e senza indagare a fondo, mi viene da pensare che Charlie è sempre stato uno che ha preso legnate, spesso da qualcuno più grosso o più bullo, e altrettanto spesso in maniera ingiustificata. E poi alla fine qualcuno muore.

Tipo quella volta che il tenente colonnello Kilgore ordina una bella spruzzata di napalm nei pressi del fiume Mekong, in Vietnam, per fare fuori il Charlie di turno. In questo caso Charlie era l’abbreviazione di Victor Charlie (che nell’alfabeto militare che tutti noi utilizziamo quando giochiamo coi walkie talkie sta per VC, ovvero Viet Cong).
Adesso. La ragione principale per cui gli americani hanno fatto la guerra in Vietnam - ormai è storia, e soprattutto è cinema - consisteva nel fatto che Charlie non faceva surf. Questo è il centro di tutto.
I vietnamiti, a differenza dei soldati americani, non apprezzavano le fantastiche onde che si alzano sul delta del Mekong e quindi non meritavano di occupare il villaggio sulle sue sponde. Charlie non fa surf? Non vede il senso di libertà che si ha cavalcando le onde? Non dà valore ad una cosa così bella, così essenziale, così pura? Non apprezza quello che invece è naturale e doveroso apprezzare, e che io voglio potermi godere dove mi pare? Allora vado e gli rompo il culo.

Non so se si tratti di una scelta sensata, ma certamente mi pare legittima. Ognuno si può sentire infastidito da quello che vuole. E fondamentalmente viviamo in un mondo che, al di là delle regole scritte che si è dato (che in fondo serviranno solo a far bella figura quando arriveranno gli alieni e ci chiederanno come gestiamo le cose qui da noi), ci permette di risolvere la maggior parte dei fastidi, delle noie e delle controversie nella maniera che ci sembra più opportuna.

Charlie Brown, un’altro Charlie appunto, subiva la propria incapacità di essere veramente bambino. Gli altri personaggi si prendevano gioco di lui, del suo non saper giocare a baseball e del suo non saper far volare gli aquiloni. Con l’autostima sotto i piedi Charlie Brown non ha mai veramente imparato a fare il bambino allegro e vivace, ma è andato avanti facendosi domande sul mondo e sul futuro. Al di là della grande empatia - che ci sta tutta, lo ammetto - del forza Charlie Brown, siamo tutti con te, siamo tutti come te, il ragazzo le ha sempre prese. E le ha sempre prese per non aver saputo aderire al suo ruolo, al suo modello sociale. Se i Peanuts non fossero un fumetto positivo, romantico e piacevole (cosa che per fortuna sono), le vicende di Charlie Brown si concluderebbero in un albo dove lui impazzisce, prende un fucile da un genitore qualunque, e mette in scena una cosa tipo strage di Colombine in vignette quadrate. È Charlie, è un bambino disadattato, preso in giro dal mondo, non sa usare un aquilone figuriamoci se sa fare surf, è normale perciò che anche in questa storia deve morire qualcuno.

Infine, tanto per dirselo. Se è vero che il mondo a cui apparteniamo ha individuato dei nemici là fuori - e li ha individuati già da tempo, trattandoli come tali in vari modi, compresa una selezione di bombe dalla scorsa collezione autunno/inverno (e forse anche dalla precedente primavera/estate, che era in saldo) - non vedo qual’è la sorpresa nello scoprire che certe cose avvengono in entrambe le direzioni.
Forse è difficile giustificare il terrore e i morti sotto casa, proprio in quel nido di valori e sicurezza che tanto ci affanniamo a proteggere. Ma stiamo subendo anche qualcos’altro, ugualmente difficile da giustificare, che influenza il nostro ecosistema ben più delle minacce esterne. Nell’esigenza di identificare un avversario altrove, un rivale non surfista, non abbiamo potuto evitare di diventare noi stessi degli oppositori, perché non ci sono nemici a senso unico. Dobbiamo considerare che anche noi siamo i nemici di qualcuno. In questo senso sì, siamo tutti Charlie, e nessuno di noi fa surf.



16 agosto 2014

Agosto.


Agosto è un’eccezione. Torna tutti gli anni, mentre tu sei lì in estate ed è fine luglio e da un giorno all’altro eccolo là. E tutti gli anni si interrompe il mondo per come va di solito e la quotidianità si capovolge, le virtù diventano vizi, i difetti pregi, e ogni cosa è frattura e paradosso.
Tutto quello che sembra succedere ad agosto, a pensarci bene, è quasi una concessione che ci facciamo, una digressione in quello che stavamo dicendo nel frattempo, un andare a comprare le sigarette e poi tornare senza essere scappati per sempre.

Agosto è un’eccezione per tante ragioni. Tanto per cominciare: le ferie, quel contenitore chiuso, limitato e necessario nel quale finalmente. Come se tutto il resto dell’anno non potesse essere mai finalmente. Le ferie sono finalmente, un mercoledì mattina non è finalmente. Finalmente non sto più in città, in ufficio, a casa, finalmente è diverso. Finalmente ad agosto si può dare vita a qualcosa che non era possibile negli altri mesi perché si era troppo occupati a guadagnarsele, le ferie. Che detta così fa un po' ridere. E anche detta in qualunque altro modo. E nuvole di lavoratori (o di legittimamente disoccupati) si spostano perché hanno la possibilità di fare quello che sentono (o sembra sentano) di voler fare davvero. Che poi sembra sia quasi sempre qualcosa di diverso da ciò con cui si preoccupano di riempire, appassionatamente, i giorni di tutto il resto dell’anno. E quindi niente, abbiamo bisogno di darci un momento specifico e chiuso da riempire con una grande pausa. Ci prendiamo tre settimane di sospensione dai nostri doveri, coscienti che chi non lavora non fa l’amore (mentre almeno così sì, lo si può fare, l’amore, per tre settimane intere all’anno).

Ad agosto se rimani in città trovi parcheggio sotto casa e di notte in tv passano dei film bellissimi. Ad agosto ci si rilassa, e ci si rilassa per forza. Non si può fare altro che vivere in vacanza. Chi vive lavorando ad agosto è un’eccezione ulteriore, perché l’attività principale delle persone, quella che le unisce, le raccoglie e le indirizza (insomma quella che durante l’anno è rappresentata dal lavoro) diventa la negazione del lavoro.

Ad agosto si fanno molte foto perché, quasi automaticamente, si attribuisce ai giorni il valore di essere ricordati. E così componiamo album in cui la nostra vita è costituita quasi solo di compleanni, natali, e agosti. Ricorderemo di aver vissuto la maggior parte della nostra vita in vacanza, il che mi sembra comunque una cosa bella.

Agosto è un’eccezione anche perché si va in posti dove non avresti mai veramente il coraggio di vivere.
- Tesoro, immagina ad averci una casa qui. Proprio qui, su quest’isola lontana. Immaginati il mare, tesoro mio, la tranquillità, la bella vita.
- Cara, me la immagino vuota, la casa. Perché noi abitiamo sulla Prenestina e tua figlia va in una scuola che hai scelto tu perché le altre ti sembravano piene di figli di cafoni che non sanno parlare italiano, e tu lavori, ringraziandiddio, come dipendente del comune di Fiumicino dopo che ti sei trasferita a Roma apposta perché è la capitale e il futuro è la grande città, e la Feltrinelli il sabato pomeriggio e il cinema a quattro euro, e lavorare e crescere una famiglia a Sora non è possibile, che mondo è.
- Ma...
- Cara, sentimi, qui a Ustica tu non ci vuoi vivere, e non iniziare a rompere il cazzo.

La gente abbandona le città, che si spopolano, e riempie luoghi ameni e lontani che solitamente sono vuoti, isole, campagne, laghi, montagne, deserti. Oppure succede una cosa ancora più buffa, quando evacuiamo tutti le nostre case, abbassiamo tutte le tapparelle e chiudiamo il gas, fuggendo da quello che è l’ultimo posto in cui si potrebbe mai pensare di passare le ferie. E arriviamo piacevolmente in un’altra città (desiderata da mesi e perciò bellissima), magari una capitale altrui, dove troviamo anche lì tutte le tapparelle abbassate e i rubinetti del gas chiusi per ferie. Una città da cui sono tutti fuggiti per andare a vedere questa meraviglia esotica che è il posto da cui veniamo noi.

Ad agosto andiamo in giro vestiti in maniera improbabile, che saremmo fuori luogo ovunque, ma tanto noi fortunatamente siamo altrove. E poi sembra che si leggano molti più libri, e penso che sia l’unico mese in cui si vendano quotidiani e riviste, e che si mangi tutti improvvisamente molto meglio.

L’amore. L’amore estivo è esso stesso una categoria a parte nella grande fucina delle storie d’amore. È tipo l’abbronzatura, ti scotti all’inizio, ti inizia a prendere bene e ti senti bello, anche se in fondo lo sai che non arriverà a natale. È un amore che ti ci butti e che cresce senza attriti e senza pesi, senza la paura del futuro. Forse non dura, ma almeno hai capito perché durano gli altri.

E viviamo in questa dimensione provvisoria e anomala che, indipendentemente dalle cose che accadono, ha il grande compito di farci vedere la differenza e darci la possibilità di dimostrare a noi stessi che non siamo sempre così (senza nemmeno sapere esattamente a cosa facciamo riferimento, se agli undici mesi precedenti o se a quello che stiamo facendo prima di settembre). L’importante è sentire una distanza da qualcosa, e agosto credo serva a quello.

Ci spostiamo tutti insieme, in grandi migrazioni circolari che durano quello che basta per averne nostalgia appena si torna. Quello che succede, succede per un po'. Non che non sia vero, ma poi passa. Partiamo e torniamo riempiendo aerei, navi, treni e soprattutto parentesi, manifestando così il significato più vero di quello che siamo ad agosto, passeggeri.

3 gennaio 2014

la spiaggia cortese.


Questa casa pende. In realtà non pende tutta la casa, e quello che pende non lo fa da un lato solo. Sembra che alcuni pavimenti siano inclinati - poco - da una parte, mentre altri scendano verso il versante opposto, e se si tenta di mettere alla prova la gravità, si vede una biglia rotolare verso un angolo dell’ingresso, mentre un’altra si va a nascondere sotto il letto della mia stanza. Finisce che la gravità continua ad averci ragione, checché ne dicano i solai. È un po' come abitare nella casa di Escher, con la differenza che questa vale molto meno.
La mia stanza affaccia su quello che chiamare cortile interno, o corte, sarebbe piuttosto fuori luogo, visto che effettivamente di cortese ha ben poco. È uno spazio spigoloso e ruvido, nato alle spalle di palazzi tirati su tutt’intorno, e dà l’idea, quasi da subito, di essere lì per coincidenza. Come se avessero costruito il centro storico di questa città partendo dai prospetti dei palazzi sulle strade, e rendendosi conto dopo che dall’altro lato (dal lato che non affacciava da nessuna parte) quegli stessi palazzi avrebbero pure dovuto finire. Insomma c’era altra gente che stava costruendo altri palazzi, affacciati su altre strade, che pure avevano una schiena da dare a qualcosa. E così una volta costruiti tutti gli affacci, arretrando sempre più, ci si è ritrovati con un sacco di retri di palazzi vicini, ammassati, sovrapposti, ed evidentemente imprevisti.
Molti anni dopo sono arrivato io e tutte le mattine apro i vetri del mio piccolo balcone, trovando questo spazio a cui nessuno aveva veramente pensato, con una forma che nessuno gli ha mai dato per davvero e, cosa ancora più importante, senza alcun ruolo che gli sia stato mai attribuito - se non quello, appunto, di fine dei palazzi che nel frattempo continuano ad affacciare altrove.

In questa città le cose cominciano senza sapere come - e spesso dove - andranno a finire. Anzi, senza sapere proprio che andranno a finire. Poi quando ce ne si accorge, che finiscono, non è un gran problema, si lasciano così come sono finite. Anche se non lo sono affatto, finite. Anche se sono infinite, si lasciano. Il mare, infatti, l’hanno inventato a Palermo. E con il mare hanno inventato anche il mio piccolo balcone e l’insolito spazio su cui affaccia, che in realtà a questo punto inizieremo a chiamare spiaggia. Una spiaggia dove a un certo punto il mare si è trovato a finire, arretrando forse da cose meravigliose e terribili, da tempeste, sirene, balene e pirati. Le spalle di questo mare che di fronte non finisce mai, anche se sicuramente inizia, dove nemmeno si vede.

Scommetto che a Parigi le case del centro storico non hanno nessun dietro. O forse ce l’hanno, e magari sarà stata la prima cosa del palazzo ad essere costruita, in modo da non dimenticarsene. Immagino che a Parigi non ci sia niente che viene lasciato così per com’è, chiedendosi quale sia il principio, perché ovviamente il principio sarà sempre il punto da cui si comincia, sia esso spiaggia o tempesta. Il principio in fondo lo si può anche decidere, e così le spalle al muro, il limite oltre il quale non si può più indietreggiare, possono essere anche un punto di partenza. Dopotutto a Parigi hanno inventato la rivoluzione.

21 aprile 2013

Sette motivi a caso per fare la rivoluzione.




La fuga dei cervelli - Espressione direi superata, nei fatti e nei tempi, visto che dal nostro paese i cervelli pare se ne siano ormai già andati tutti. L’emigrazione resta comunque un problema, considerando che stiamo assistendo anche alla fuga dei muscoli, del colon e di buona parte del sistema cardiocircolatorio. I fegati se ne sarebbero andati per primi in verità, ma ce li siamo rosi così tanto che hanno detto vabbè, dove cazzo andiamo così combinati. Insomma se continua così chi rimane sono solo i coglioni.
Portando avanti una rivoluzione non solo si potrebbe puntare ad un’ascesa di autostima, di coinvolgimento, di definizione identitaria per cui giovani e meno giovani desidererebbero fortemente (e non solo accetterebbero) di vivere questo paese, ma si potrebbe comunque chiudere i confini, che non si sa mai, visto la rivoluzione va protetta e chi la abbandona è nemico. Adesso emigra se ci riesci, stronzo.


Il rinnovamento della classe dirigente - Su questo punto non credo ci sia molto da discutere. La classe dirigente di questo paese ha sempre avuto il cattivo vizio di sopravvivere a tutto, anche ai rinnovamenti. Che poi in realtà più che rinnovamenti si è trattato di aggiustatine certificate. Classe dirigente refurbished! È sempre quella di qualche tempo fa, usata, esposta, toccata da tutti, un po' sporca, ma può essere tua come se non fosse mai successo nulla. La classe dirigente migliore di sempre, oggi ancora più sottile. Si assottigliano ma non possono morire. E non è colpa dei conservatori, è colpa dei conservanti. Un istituto inglese sta studiando il metabolismo dei maggiori esponenti di parlamento, sindacati, mondo industriale e finanziario, e pure di diversi intellettuali del nostro paese, per pubblicare una ricerca sulla colonnina di destra di Repubblica.it in cui si afferma che bisogna mangiare prevalentemente frutta e verdura e bere almeno due litri di acqua al giorno.


Il ruolo in Europa - Diciamoci la verità, una delle prime esigenze che porterebbe il popolo italiano a ribellarsi, almeno dall’Illuminismo ad oggi, è la voglia di andare a Parigi dopo i mondiali e urlare “Campioni del mondo! Campioni del mondo!” senza sentirsi in difficoltà perché poi loro hanno fatto la rivoluzione e noi no.


La corruzione e la ridistribuzione della ricchezza - La rivoluzione garantirebbe certamente l’annullamento di opere pubbliche, bandi, finanziamenti nati dalla responsabilità civile di mangiarci un po' sù, a vari livelli ma non troppi, tipo un primo e un secondo e basta. Perché ormai sono finiti i tempi in cui ci si mangiava tutti, i tempi del buffet, in cui la corruzione poteva essere tollerata socialmente ed economicamente, e col passare del tempo si è arrivati a riconoscerla solo e soltanto un problema enorme, un cancro terribile e sempre più evidente, che prosciuga la maggior parte delle risorse più genuine che abbiamo. Ecco, la rivoluzione - con le sue intrinseche capacità di valorizzare ed esaltare le eccellenze di un popolo - riuscirebbe a cancellare la corruzione come problema, portandola a livelli di efficienza e produttività che la democrazia stenterà sempre a raggiungere. Tartine per tutti.


La crisi culturale - Dopo essersi resi conto, durante i primi moti, che andare in piazza a twittare in maiuscolo non è abbastanza rivoluzionario, verrebbero creati e promossi hashtag come #pensaminuscolo e #marciasuroma che costituirebbero, oltre alcune delle parole d’ordine di questa matura riappropriazione del proprio futuro, anche i primi tra gli hashtag di rivoluzione, gli unici ad essere autorizzati da un’apposita commissione culturale dopo il sovvertimento dello status quo.
La RAI verrebbe privatizzata giusto un attimo prima di nazionalizzare tutte le maggiori aziende private. La tv in generale diventerebbe solo cinema, niente più programmi di varietà, niente Pippo Baudo e Milli Carlucci, ma anche niente informazione. Nessuno parlerebbe più ai giornalisti, nè questi avrebbero bisogno di esistere, non essendoci più alcun tipo di casta da attaccare o da costituire.
E poi verrebbero oscurati tutti i blog, finalmente, che sarebbe pure ora.


Il precariato, la famiglia e i genitali maschili - Anche se nel post-rivolta, per ovvie ragioni, il pilastro della società non dovesse essere più così esplicitamente la famiglia, la situazione di quest’ultima sarebbe senza dubbio migliore di quella attuale, e ci vuol poco. La precarietà sarà solo un ricordo e chiunque a ventanni potrà ipotecare il resto della propria vita lavorando sempre e per sempre. Così, tra i diversi vantaggi che tutto ciò comporta, non ci sarà più il problema di giovani coppie che non possono concentrare le proprie ansie su di un figlio perché ce le hanno tutte occupate sulla mancanza di una sicurezza economica. 
Inoltre credo vada assolutamente sottolineato l’enorme beneficio che avranno i giovani italiani maschi, quasi trentenni e fidanzati, e il loro sistema riproduttivo. Visto che sarà possibile concepire una famiglia serenamente, senza arrivare ad età limite, non ci sarà più l’angoscia dell’orologio biologico della propria ragazza. Questo implicherà due enormi vantaggi non solo per i ragazzi, ma nello specifico anche per i loro genitali: l’essere usati efficacemente al momento opportuno, diciamo intorno ai venticinque anni, e soprattutto il non essere frantumati da continue discussioni e paturnie di coppia appena si superano i trenta.


I libri di storia - La cosa migliore è che se davvero facessimo una rivoluzione seria, potremmo finalmente scrivere la Storia. Una possibilità che, da come mi è stato insegnato, è prerogativa dei vincitori (fino a questo momento ancora non è stato chiaro chi sta vincendo cosa, ma di sicuro noi no).
E racconteremmo i nostri ricordi di quegli anni e di quei giorni, i nostri disagi nel fare una rivolta, la nostra assoluta incapacità nell’immaginarla e il vuoto da cui non si è capito come sia potuto nascere tutto.
Ma mica la racconteremmo così, a voce. Sarebbe una cosa grandissima proprio perchè avremmo la possibilità di scriverla personalmente in un libro, di trasformare in testimonianze ciò che fino a quel momento erano stati solo ricordi. Dico proprio scrivere la Storia importante, quella che si impara a scuola, quella su cui verranno interrogati tutti i ragazzini nel 2068, e sulla quale si tenteranno revisionismi appena è possibile (in effetti è buffo che proprio la Storia sia la cosa con cui, in ogni ambito, si sono sempre avuti i maggiori problemi di memoria).
Così immagino che te ne torni a casa, dopo tanti giorni in piazza a urlare manifesti, e la rivoluzione è fatta. Sul tavolo della cucina trovi una busta indirizzata a te. Dice che è arrivata ieri, a tutti, subito dopo la caduta del potere. Dentro c’è un quaderno completamente vuoto, spedito dal Comitato Rivoluzionario Centrale. E c’è anche un biglietto, che dice “Se la memoria non ci ha aiutato ad imparare la Storia, facciamo sì che almeno ci aiuti ad insegnarla”.

4 febbraio 2013

Svegliami.



Sabato pomeriggio mio zio mi chiama e mi dice che il giorno dopo devo lavorare. Io sospiro, come tutte le volte. Lui dall’altra parte se ne accorge e, come tutte le volte, mi dice “Ragazzo, chi non lavora non fa l’amore…”, come se avesse appena detto una frase di Aldo Moro. Mi dà appuntamento alle dieci e mezza, dice di salutare i miei e riaggancia.

Mio zio ha una agenzia di onoranze funebri, e ci tiene a chiamarle così e in nessun altro modo, perché quando dici pompe alla gente gli brillano sempre un po' gli occhi. Non mi chiama spesso, di solito lo fa solo quando manca qualcuno dei suoi. E anche in quel caso non lo fa volentieri. Credo mi chiami solo perché sono a spasso e mia madre è preoccupata. E io accetto solo perché mia madre è preoccupata e io voglio continuare a stare a spasso per tutto il resto del tempo. Così mi tappo il naso per qualche ora, e faccio finta davanti a tutti di aver accettato l’abitudine che ha la gente di morire in continuazione.

Quando arrivo al mattino capisco che due di quelli che lavorano con mio zio, padre e figlio, ad un certo punto se ne devono andare, perché a mezzogiorno si sposa la cugina o non so chi, nella chiesa del paese accanto. E così fanno quello che devono fino al funerale, e poi se ne scappano di corsa al matrimonio, e fortuna loro che il vestito buono già ce l’hanno addosso. Al cimitero il morto ce lo porto io.
Mio zio mi dice che devo stare attento e guidare pianissimo, che l’ultima volta andavo troppo veloce, che la gente deve poter piangere senza preoccuparsi del morto che scappa, che ci vuole rispetto per il dolore delle persone. Dice che lui questa volta sarà dietro il carro a camminare in mezzo a tutti gli altri perché il tipo che è morto era il fratello di uno che lavora a Roma, il portaborse di uno stronzo qualunque. Dice proprio così.

In chiesa c’è tutto il paese e io mi metto fuori a fumare. Cerco un angolo all’ombra, non soltanto perché è agosto e si muore di caldo, ma soprattutto perché è agosto e mi sento un imbecille vestito così, e all’ombra mi pare di nascondermi.

Guido coi finestrini chiusi, quaranta gradi fuori e dieci dentro. Il cimitero sarà a nemmeno due chilometri, che però a questa velocità sembrano trenta.
Mentre mettevano la bara in macchina, fuori dalla chiesa, ho visto una mia amica che non piangeva. Aveva tutti intorno ma riusciva comunque a tenersi sola. Facevamo le medie insieme. Il tipo che è morto era suo padre, stava svuotando il capanno da roba vecchia quando sono usciti fuori una trentina di calabroni. Pare fosse allergico.
Non la vedevo da anni, era abbronzata e i capelli erano più chiari di come mi ricordavo. Le ho fatto un cenno con la mano, da lontano, e da dietro gli occhiali scuri un po' le ho guardato le tette. Lei ha risposto senza dire niente. I funerali ti mettono a nudo più dell’estate intorno, ti mostrano fragile e ti costringono a chiedere conforto anche se non vuoi. Mi sa che lei lo aveva capito e non reagiva a niente. Non era dolore, era sgomento, nel vedere che i funerali si fanno ai morti per i vivi. Credo che nessun morto abbia mai tratto alcuna utilità o piacere dal proprio funerale. È una di quelle cose che servono alla città intorno per entrarti in casa e dirti non ti preoccupare tanto ci sono io, adesso puoi piangere, oppure adesso puoi crescere, o adesso puoi essere finalmente felice. Sono riti che la società organizza per sé stessa, e chi sta in mezzo - non importa se col vestito scuro o con l’abito bianco - diventa strumento, pretesto.
Nello specchietto vedo una serie di donne vestite di nero con la bocca aperta, circondate da uomini che sudano, tra cui mio zio. Pregano e piangono ma resta tutto fuori da questa macchina, dentro non si sente niente, a parte il freddo dell’aria condizionata. Metto una mano sotto al sedile del passeggero e tiro fuori l’ipod.
Mi infilo un solo auricolare e metto a caso una selezione che avevo fatto chissà quando. Parte quell’album dei CCCP che non mi ha mai convinto, ma dove c’è la canzone che è sempre stata la più bella di tutte. E intanto penso a che rumore possono fare trenta calabroni quando sai di essere solo ad agosto.

Non alzo troppo il volume, quasi con la paura che da fuori sentano, e butto ancora un occhio allo specchietto. La fila di gente scura è sempre lì, e in mezzo ci vedo pure la mia amica. È senza occhiali da sole e muove le labbra come tutti gli altri ma fuori tempo rispetto al gruppo, senza guardare né in basso né in cielo. Guarda dritto verso di me, occhi fissi, come se volesse entrare in macchina piano piano, dove c’è finalmente freddo, lasciare fuori il caldo torrido del funerale, l’afa della compassione.
La fisso anche io, tanto la strada fuori è dritta e ferma. Tutto intorno è completamente giallo. Lei continua a muovere le labbra e mi sembra quasi che ce l’abbia con me. E alla fine della prima strofa diventa chiaro, me ne accorgo davvero e per un momento ho i brividi. Alzo la musica per ascoltare meglio le parole e mi giro verso di lei per leggergliele sulla bocca. “E non c’è modo di fuggire. Svegliami, svegliami, svegliami.”

4 gennaio 2013

Mare nostrum.


E come ogni mattina ci dicemmo che ce ne saremmo andati via. Che il mondo era sicuramente più grande di quel nostro girare intorno a non si sa bene che cosa. Che il mondo non finisce silenzioso ai capolinea delle metropolitane e che qualche volta avremmo dovuto provare ad andare oltre quel vetro e quel plexiglas, invece di voltarci e tornare a casa alle sette.
E come ogni mattina ci guardammo negli occhi, con la paura di dimenticarci. Così come ci dimenticavamo di tutto. Così come ormai ci eravamo dimenticati di andare a vivere in campagna - o comunque di abitare quella casa soltanto per un pò, un anno al massimo - di avere dei figli ancora giovani e delle nostre ambizioni a scrivere e a disegnare. Così come ci eravamo dimenticati di non comprare un televisore, di arrivare fino all'oceano in macchina, e soprattutto di raccontarci tutti i sogni che, appena svegli, avremmo voluto essere capaci di ricordare. E dove eravamo stati in ferie due anni prima, e chi avevi incontrato sotto casa, e dove ho messo la macchina, e che giorno era quando ti ho vista la prima volta. 
Così come ormai ci eravamo dimenticati di parlare veramente, arrendendoci a questo piccolo silenzio intorno.

E come ogni mattina ci abbracciammo sull’uscio di una porta che non dava da nessuna parte e decidemmo che sarebbe stata l’ultima volta, che quel giorno ce ne saremmo andati davvero.

26 luglio 2012

tutti morimmo a stanton.



dopo aver inventato l’automobile si resero conto che il sogno americano non funzionava ancora come avrebbe dovuto. la gente guidava sempre e in continuazione, ma non bastava. il sogno americano andava pur sognato in qualche modo, e per sognare la gente doveva dormire ogni tanto, e quindi si inventarono i motel*.

i motel non sono altro che una serie di stanze che danno su un parcheggio e che puzzano di formaldeide. la formaldeide viene utilizzata nei motel ormai da una ventina d’anni per poter preservare al meglio l’immaginario che costituiscono, per salvare dal tempo che passa quel sogno americano che si ferma a dormire per strada, e che la mattina dopo mangia uova e pane e burro e cocacola e riparte per fermarsi la sera successiva in un motel successivo che puzza di mummia. i motel sono le catacombe del tremila, l’archeologia di quando abiteremo marte e ci ricorderemo con malinconia del campionato di football e della ragazza al ballo della scuola e l’auto nel vialetto di casa e l’estate in cui abbiamo fatto l’amore per la prima volta al drive-in.
i motel saranno la prima e più evidente memoria del nostro passaggio sulla terra, così che tutti sapranno che gli esseri umani si muovevano in continuazione, dormendo in stanze con pistole e valigette piene di soldi contati su copriletti orribili, uccidendo e scopando. e poi la tv via cavo.
perciò si usa la formaldeide, per lungimiranza. uno strato sottilissimo ricopre le federe dei cuscini, gli zerbini, la reception, il frigo, il parcheggio e la statale che arriva alla prima città.
è una città piccolissima, dove si vede ancora di più tuttà l’enormità dell’america. c’è la spiaggia e il college e la california e i parchi e le piscine e i giardini e i grattacieli e le casette e le ford mustang e il ketchup. e tutto è vuoto sul serio, ad aspettare di essere riempito da quelli che verranno a vedere che cosa è successo, che cos’è tutto questo silenzio e questa grandezza, e perchè siamo morti tutti e non si sente nessun altro odore che quello nei motel.

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* - “come si fa a sognare il sogno americano se non si dorme mai?” si chiesero. e passarono un bel pò a cercare una soluzione, non certo facile, a questo paradosso. il sonno certo non poteva essere promosso, il sonno era una cosa tuttalpiù da messicani, giammai da americani che la produzione non si ferma mai e l’ingegno inarrestabile e la conquista dello spazio e della libertà dove è sempre giorno o sempre notte ma di sicuro non c’è tempo di dormire.
e poi uno disse “ecco! si tratta di un sogno ad occhi aperti!” e fu molto convincente. tutti d’accordo per qualche anno finché non venne fuori che i sogni ad occhi aperti sono allucinazioni. belle e buone. e così il sogno americano non ci faceva per niente una bella figura. quindi finì che, sebbene il sonno non poteva essere assolutamente promosso, magari avrebbe potuto essere quantomeno tollerato.

16 maggio 2012

Cercavo Caterina.


era gennaio e cadevano le bombe, ma nessuno le sentiva veramente. non facevano rumore. ogni tanto vedevi da lontano le luci, i bagliori, però quasi non ci facevi caso.

anni dopo l’hanno chiamata rivoluzione, ironicamente, come quella che fa la terra intorno al sole. un giro lungo e lontano che poi torna sempre. adesso le strade sono vuote, la gente lavora, e appena torna a casa inizia a desiderare.
oggi votano tutti in massa, l’astensionismo è quasi a zero, il sistema si alimenta con la sua stessa necessità di essere legittimato. la gente non vuole vivere al margine, e mentre una volta la forza centripeta erano i consumi, oggi lo è la partecipazione. le persone scelgono di partecipare, prendere parte a idee e movimenti che nessuno ha mai veramente creato, sceglie la convinzione, ad ogni costo, di essere artefice del proprio destino.
all'inizio del secolo i social network, internet, quelle reti che si sono dimostrate sempre più tali senza mai diventare vere comunità, ci hanno resi tutti partecipanti. la consapevolezza e il nuovo senso civico, le petizioni online, le occupazioni su twitter, tutto è diventato sempre più necessario, sempre più richiesto. e così sono riusciti a toglierci il vero diritto a partecipare alla vita pubblica, che poi vuol dire crearla, nel modo più mancino, trasformandolo silenziosamente in un bisogno da soddisfare. un altro.

scendo dalla vespa e mi fanno male le gambe come se fossi arrivato di corsa. sono giorni che fa il freddo di metà febbraio, quello dei telegiornali e degli innamorati. in strada non c’è nessuno, e anche se ci fosse non saprebbe che fare. sono tutti in casa a non guardare la televisione e a non fare l’amore, aspettando soltanto che l’inverno passi. ogni anno è la stessa storia, tutti aspettano la fine dell’inverno come fosse la fine di un coprifuoco, o di una quarantena, di una cosa che ti costringe in casa e che quando è finito ti senti finalmente libero di ritornare normale, di recuperare tutto quello che hai lasciato quando a settembre.
il palazzo è uno di quelli costruiti molto prima che inventassero il mio quartiere. diceva mio padre che non si può inventare un intero quartiere, così dal nulla. un quartiere non si decide. perchè è come se decidi di inventarti una barzelletta. poi finisce che fa pena, non viene una cosa bella. mio padre non aveva un gran senso dell’umorismo e credo non ne capiva molto di come si fa una città. però era custode al cimitero monumentale, quindi ho sempre pensato che di pena e di bellezza qualcosa ne sapeva.

arrivo al portone con una nuvola di fiato bianco tutta attorno alla faccia. faccio un respiro di quelli grossi e lo trattengo fino a che non mi risponde qualcuno.
- sì, salve. cercavo caterina.
mi avvicino con la faccia alla voce che non esce dal citofono e sbatto il casco al muro. ce l’ho ancora in testa e nemmeno lo so.
- chi la cerca?
- hmm, sono... alessandro... un amico dell’università...
non è vero niente. non mi sono iscritto all’università che non ci credo. non mi chiamo nemmeno alessandro. e io e caterina non siamo mai stati amici.
- dice che ora scende… alessandro…
- grazie! buonase… buongiorno!
- buongiorno...

mi allontano dal portone e penso che sto aspettando una ragazza con la quale farò l’amore. mi chiedo cosa dovrei provare in quel momento perchè onestamente non lo so. non è una cosa che si sceglie e nemmeno si decide. ma noi l’abbiamo fatto, ci siamo scelti e abbiamo deciso che avremmo fatto l’amore. e questo atto di forza si è trasformato in una cosa delicata che non starà mai in equilibrio su niente. è come tenere una saponetta mai usata tra le mani bagnate, come ti muovi la sciupi. cerco di guardare da un’altra parte e butto gli occhi sul palazzo di fronte, sulle bandiere tricolore, sui portoni chiusi e i manifesti mezzi strappati ai muri, sulle strisce pedonali di una strada dove non passano più macchine da anni. mi affaccio al bar lì affianco per vedere se hanno le sigarette. dicono che non ce le hanno. mentre esco vedo uno in ciabatte che ordina un tramezzino da cinquemila lire e un succo di pomodoro. senza limone per piacere. certe volte fanno pena pure le barzellette originali, penso.

- ma che sei scemo che dici a mia madre che ti chiami alessandro?
sorride che quasi chiude gli occhi mentre si caccia in testa un cappello di lana e io finalmente mi ricordo la sua faccia perchè la vedo.
diceva mio padre che pure i ricordi si consumano a usarli, come fossero cartoline, e se ti concentri troppo su un’immagine poi perdi tutti dettagli, e quel ricordo diventa sempre più semplice e opaco, con i bordi tutti smangiucchiati. e così pure per le facce delle persone, che se ci pensi sempre poi non lo sai più come sono fatte veramente. è per questo, diceva mio padre, che sulle tombe c’hanno messo le fotografie.
- ehi.
- guarda che mia madre sa tutto, gliel’ho detto…
- sa tutto? che le hai detto?
- che andavamo a fare l’amore. e che non ti chiami alessandro…
- uh.
- è tutto ok, tranquillo.

e così da quel posto tutto ad ovest ce ne saliamo su a nord e caterina non dice niente e io nemmeno. più mi allontano da casa sua più si moltiplicano i minuti in silenzio. febbraio è un mese di periferia, il mese più dimesso di tutti. a febbraio sembra che non succeda mai niente, e invece è solo che non si vede. tutto succede al chiuso. caterina non ha paura della vespa ma si tiene stretta a me lo stesso, con una guancia appoggiata sulle spalle come a dire siamo già tutto questo. a pensarci bene caterina non ha paura di niente.
mentre costeggiamo il parco rallento un pò e tutto si fa meno rumoroso così che possiamo ascoltare dirci cose piccole, ma alla fine non diciamo niente e c'è un semaforo rosso.
io mi giro con la testa di lato, come se la volessi guardare, ma non così tanto da guardarla davvero. lei scioglie le braccia attorno alla mia pancia, scende dalla vespa e mi si mette di fianco, in piedi.
io la guardo e sorrido. sta per scattare il verde e mi bacia. tutti zitti.

vivo in un appartamento di due stanze con l’impianto elettrico da rifare. in una ci vive antonino. siamo venuti a milano insieme dopo il liceo. lui voleva fare medicina, poi si è iscritto ad economia, e dopo due esami mai passati si è messo a scrivere. adesso collabora con una rivista e scrive di libri che non ha mai letto. e comunque, da che è iniziata la rivoluzione, a casa non c’è mai.
la rivoluzione ce l’hanno fatta in casa, così che oggi scegliamo tutti i giorni di accoglierla, di farla nostra, di farla crescere e di proteggerla. va bene qualunque cosa, non importa cosa, purché continuiamo ad avere la possibilità di votare, di lavorare, di esercitare la nostra volontà in una forma qualunque. la possibilità di dire sì, questo l’ho scelto io. eccomi, sono io il re.
non ci siamo mai accorti della necessità, della costrizione a dire quel sì. della possibilità di parlare che s’impone sul diritto a negare.

la cucina c’ha pure un divano e abbastanza spazio per viverci. però ci ho vissuto troppo negli ultimi giorni e adesso è tutto un casino. mentre mi tolgo la sciarpa faccio un po' finta di niente e dico che è meglio se andiamo di là. caterina non si guarda intorno e mi segue.
in camera mia c’è lo stereo acceso da quando sono uscito quella mattina, su una radio di musica qualunque, e quando entriamo penso ok, questa canzone me la ricorderò per il resto della vita. magari la odierò per il resto della vita, però insomma, in un modo o nell’altro, me la ritroverò tatuata nella parte del cervello dove si fanno gli incubi e i sogni. e quando a cinquantanni avrò una crisi di mezza età sarà questo ciò che rimpiangerò.
- pensi davvero di arrivare a cinquantanni?
- cosa?
caterina è alla finestra. la apre e si affaccia giù. poi si gira e mi guarda negli occhi.
- stavo pensando, tu davvero ci vuoi arrivare a cinquantanni?
- beh, non mi sembra una pessima idea...
- scemo, dico seriamente... non ti spaventa che poi a cinquantanni si ferma tutto? certo a quell'età non si è davvero vecchi però si è fermato tutto di sicuro. non si cambia più. rimani quello che sei arrivato ad essere in quel momento...
- mmm. allora bisogna fare in modo di diventare qualcosa di bello entro i quarantanove. anzi proprio ai quarantanove, che tanto prima non serve a niente, possiamo sempre ancora cambiare, e ci possiamo divertire ad essere tutto il resto…
caterina sorride veramente e poi mi bacia di nuovo. lo sa che ho capito e mentre mi bacia un po' piange, con gli occhi chiusi.
restiamo così abbracciati per un sacco di tempo, davanti alla finestra aperta, e io guardo la strada giù e penso che la neve di quel gennaio se n’è andata ma le impronte sono rimaste tutte.
diceva mio padre che la neve è una cosa misteriosa e non ci si deve mai fidare, perché non ti fa riconoscere più niente, nasconde la verità e poi ti fa cadere. ma alla fine lui ci sperava sempre nella neve, perché in fondo, diceva, è l’unica cosa che fa cambiare il mondo in una notte.

11 settembre 2010

venticinque aprile.


- sono dodici euro e quarantasei.
- sì, aspetti che ho pure la tessera coop.
- no guardi, qui quella non va bene.
- …
- …
- sì, ecco la mia tessera coop.
- vedo, ma qui non la prendiamo.
- …
- …
- io so-cio co-op!
- tu cen-tro i-ta-lia!
- sta cercando di offendermi?
- ma no, è che questa è coop venticinque aprile!
- venticinque aprile?
- esatto!
- e centro italia?
- centro italia è una denominazione geografica, capisce. sono coop di secondo livello, se vogliamo. 
- ma come secondo livello? guardi che io nella coop ci credo! io sono socio coop da anni! roba seria! poi mi scusi ma la coop centro italia è tipo la prima del mondo… del mondo capisce?
- e certo… le coop del padrone. coop moderate che usano un nome generico per fare cassa. noi siamo la vera coop rossa, quella senza compromessi, mica berlinguer… noi non siamo interessati a fare cassa. quante casse vede?
- una…
- una, bravo. però è antifascista.
- capisco. ma lo sconto sul tris di mozzarelle è antifascista pure quello?
- ovviamente. con coop venticinque aprile ha tutti i vantaggi della coop di sempre ma non può usufruirne se non è compagno certificato! qui c’è uguaglianza!
- uguaglianza, appunto... e io?
- ma che c’entra? uguaglianza tra di noi! pensi che il nostro direttore prende lo stesso stipendio che prendo io!
- ecco, bene, posso parlare col direttore?
- sono io.
- ...
- ...
- ma poi tutto questo c'entra qualcosa con le mie mozzarelle?
- vede... prodotti a marchio coop, prezzi bloccati, raccolta punti, offerte speciali. tutto è equamente distribuito tra i soci operai venticinque aprile, i tesserati al partito e…
- no scusi… che partito?
- quello di riferimento.
- che sarebbe?
- aspetti che controllo sul volantino di questa settimana.
- guardi lasci stare… insomma coop centro italia non va bene?
- mmm... moderàti…
- moderàti… ma poi anche senza accento capivo lo stesso… non mi ero mica innervosito che lo prendevo come un richiamo, si capiva che era un aggettivo, mi ha preso per scemo?
- moderati…
- imperativo!
- bravo! e non c'ho messo neppure l'accento!
- visto? eheh… allora adesso me lo passa il tris di mozzarelle? quello è sempre in offerta da che esiste il commercio! sempre… io lo so che lo fate apposta! che quello costa di meno proprio già nell’idea di produrlo… su!
- non posso proprio. a meno che lei non sia iscritto all’anpi… lo è?
- come no… la protezione dei cosi lì… associazione nazionale protezione istric...
- intendo i partigiani. lei sta con i partigiani?
- partigiani? so l’inizio di bella ciao…
- faccia sentire!
- ma qui? ma c’è gente…
- una mattina… su!
- mi son svegliato
- …
- oh bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao c... senta, quanto ha detto che è?
- dodici e quarantasei.
- ecco a lei. i quattro centesimi se li tenga pure.
- grazie compagno.
- ma vaffanculo.