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2 febbraio 2016

Sigarette Jedi.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


Anche qui, come in tutti i deserti, non sono abituati all’idea del turista. Se arrivi da altrove sei solo un forestiero. Sì, a volte potresti essere plausibilmente un turista con il quale attuare le solite prassi, ma generalmente ci si ferma alla prima impressione. E mi rendo conto che è anche una cosa bella per certi versi, ma per certi altri direi proprio di no.

Lo scenario che mi circonda non potrebbe essere più allucinante. Il sole in certi posti sembra sorgere già a picco, da un momento all’altro, quasi a spaventare chi dorme, più che semplicemente a svegliarlo. Sembra un po' come stare nel primo film di Guerre Stellari, che poi sarebbe quello che è uscito come quarto (da alcuni considerato il quinto, se li conti in equilibrio su una gamba e con le dita nelle narici). Insomma il film dove c’è quel pianeta in cui abita il piccolo Anakin, dove si fanno le gare di astronavi tra la polvere e tutto è arido e ci sono incidenti, corporazioni, schiavisti e silenzio.

La mattina in cui arrivo dormono ancora tutti, è molto presto, mi faccio un giro ed entro a fare colazione nell’unico bar che trovo. È in un caseggiato basso costruito come tutti gli altri, come le case, come la scuola, come il municipio e il supermercato. Ogni edificio è uguale all’altro perchè tutto è stato tirato su in un giorno, quando si decise di evacuare il vecchio insediamento e venire a vivere qui, in un paese che prima non c’era e che a pensarci bene non si può essere sicuri ci sia nemmeno ora.

Avvicinandomi al bancone scopro con grande disappunto che è già finito tutto. Niente cornetti, niente brioches o paste, niente tramezzini, trecce, panini. Niente. Tutto finito, e nemmeno sono le otto di mattina. La mia faccia è inequivocabile: disperazione totale, sconforto senza ritegno. Rifletto e mi persuado che questo paese è così piccolo che i colazionanti al bar si potrebbero contare sulle dita della mano di un bambino, semmai nascesse, e di conseguenza il barista compra solo due o tre cornetti per quei pochi, soliti, avventori. E il forestiero in sovrannumero si muore di fame.
Chiedo affamatissimo se c’è qualcos’altro da mangiare e lui, indicandomi le patatine alla rosa canina e kevlar, mi domanda da dove arrivo. Gli dico che sono partito da Nova Siri, quando ancora era buio. Mentre lo dico, in un bar circondato da chilometri di sabbia e calanchi, mi accorgo che Nova Siri sembra il nome di una stella buona, di un'oasi ospitale attorno alla quale si è radunata la vita e sono nate le nuove colonie di una specie esule. Domando se c’è un altro posto aperto dove posso fare colazione e mi viene detto il nome di un paese che forse nemmeno mi ricordo.

Prendo solo un caffè, mettendo da parte l’appetito enorme che provo ogni volta che mi alzo, e chiedo al barista dove posso comprare le sigarette. Fuori è già caldo, non si muove niente. Il ragazzo dietro il bancone si gira con la faccia sorniona di quello che non si fa fare fesso. La mia evidente sorpresa e il mio irragionevole lutto per la storia dei cornetti devono avergli forse suggerito che non capisco le dinamiche di un posto del genere. Che non so niente di dove mi trovo, e come un bambino in un uno strip club, ho bisogno che mi si spieghi tutto. Mi risponde, rapido e sicuro: “Dal tabaccaio!”
I due o tre uomini che sono nel bar, vestiti da lavoro, e fino a quel momento immersi nei loro schiamazzi, si fermano e lo guardano in silenzio per un tempo lunghissimo. In quel silenzio pure io osservo la sua espressione fissa, compiaciuta e al tempo stesso indulgente.
Il ragazzo mi vede come un Jedi venuto dalle colonie per testare la sua prontezza e la sua logica, per metterlo alla prova. Oppure pensa soltanto alla mia incapacità da straniero di saper accettare la vita in posto così, anche nelle sue manifestazioni più ovvie. Come l’impossibilità di una colazione per tutti, i fantasmi del paese vecchio, o il dover nascere in un luogo che ti ricorderà ogni giorno che non arrivi da lì. E come, chiaramente, la disponibilità delle sigarette dai tabaccai.
Il silenzio si comprime e collassa in un gigantesco clamore, in cui tutti alzano la voce e cominciano a deridere il ragazzo dietro il bancone e la sua ingenuità. Lui all’inizio sorride nella frenesia generale, fino a ché non si accorge che quella nuvola di ingiurie si è gonfiata solo per piovergli addosso, e quasi non capisce.
Il mattino seguente arrivo alle sette meno un quarto e prendo l’unico cornetto alla crema, un cappuccino scuro e mi fumo una sigaretta seduto lì fuori, meditando zitto sul risveglio della forza.

19 gennaio 2016

Mondo Lepre.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 

 
L’altro giorno ad Aliano ero seduto ad un tavolo di plastica messo sul marciapiede, tentando di scrivere una cosa tipo quella che sto scrivendo ora, ma senza riuscirci poi tanto. Un vecchio, accomodatosi lento sulla panchina di fianco, mi guarda e mi chiede una cosa qualunque, tanto per fare conversazione. Naturalmente questa conversazione vuole essere principalmente votata al capire chi io sia, che ci faccio da solo in un luogo di confino, dove vado e soprattutto da dove arrivo.

Evase queste veloci pratiche di presentazione, tocca a lui raccontarsi, e chiaramente non vede l’ora. In un primo momento, pur avendo subito inquadrato il pericolosissimo soggetto, mi soffermo incuriosito e speranzoso. Dopotutto uno che lo fa a fare un viaggio da solo se poi non si mette ad ascoltare un vecchietto che ti vuole dire la sua.
Dopo trenta secondi mi accorgo a) che non stavo capendo assolutamente nulla di quello che diceva; b) che lui non aveva alcun bisogno che io capissi nulla. In realtà il suo non voleva affatto essere un dialogo, e tutto sommato nemmeno un monologo. Erano delle riflessioni e dei ricordi che finalmente poteva richiamare a voce alta, e tanto gli bastava. Se poi io non accennavo la minima intesa poco importava.
Dopo un po' mi stufo di stare lì a guardarlo senza capire niente, e inizio ad annuire abbassando sempre più spesso gli occhi sul mio taccuino, scollegando lentamente l’audio. Ma, proprio mentre comincio a formulare pensieri autonomi e svincolati dalla sua voce, sento delle robe che iniziano ad avere un senso. Succede tutto in pochi istanti, proprio mentre sto perdendo totalmente la concentrazione: la mia mente pesca tra quello che le era arrivato poco prima (e che io onestamente credevo già rimosso), e mette tutto insieme alle ultime frasi. Piano piano mi si forma davanti una storia che probabilmente ha un suo immaginario, coerente e fantastico.

Il buon vecchio mi dice che è stato in Sicilia, da giovane, da soldato. Capisco in qualche modo che si tratta della fine della seconda guerra mondiale, ma lo capisco a fatica. I suoi racconti, probabilmente per via dell’età - che quando è troppa sembra essere di nuovo troppo poca - non pare parlino veramente di conflitto, di fame e di carri armati. La storia che viene fuori è tutta strana, surreale, ambientata in luoghi dai nomi fantasiosi e i cui protagonisti sono persone dalle caratteristiche grottesche. Sembra il Signore degli Anelli, ma senza il minimo senso del tempo. Personaggi amici citati molte volte all’inizio e poi morti - morti in mezzo agli altri, durante vicende poco chiare in villaggi inesistenti - che ritornano in scena come se niente fosse qualche minuto dopo, in quello che secondo il nostro narratore sarebbe l’epilogo. Dico sarebbe perché l’epilogo per certi narratori non arriva mai.
E il contesto di tutte queste trame che si avvicendano è un’estesissima guerra che sembra avvenire altrove. Ma non c’è da stare tranquilli perchè questo attacco e questa liberazione stanno arrivando anche in Sicilia, si avvicinano, si attendono. Una guerra dal cielo, dal mare e dalla terra, che giunge silenziosa ed esplode immediata: l’invasione degli americani. Anzi, scritto grosso e pronunciato lento lento: L’ I N V A S I O N E  D E G L I  A M E R I C A N I !
E queste meravigliose memorie che quel vecchio produce e mi consegna nello stesso momento sono molto più vicine alla guerra dei mondi che non alla storia di quegli anni. A sentire lui lo sbarco in Normandia dev’essere stata come la collisione tra due Soli lontanissimi, uno scontro di cui tutti avevano visto il bagliore e aspettato l’onda d’urto. E i suoi racconti hanno un equilibrio strano, perchè mentre dà forma a questa fantascienza anni '40, mi parla di Zito e Rinaldi, due ragazzi sudici ma buoni spediti come lui alla guerra, e che come lui sembravano essere lì soltanto per vederla arrivare, meravigliarsene e saperla raccontare. Tipo tre hobbit.

Ormai ascolto in silenzio e continuo, questa volta per estasi, a non dare nessun tipo di segnale al mio interlocutore, che intanto prosegue senza problemi ad essere interlocutore solo di se stesso. Se trovassi il modo di inserirmi gli chiederei di più dei luoghi in cui avviene tutto, e soprattutto dei loro nomi, che sono una delle cose che mi fa più sorridere: tutti i posti che cita hanno nomi di boschi elfici. Tutti boschi elfici siciliani, chiaramente. C’è Canicattivi, o Favarava (all’imperfetto). C'è Bellastrada, e soprattutto c’è Mondo Lepre.
Non lo correggo mai, anche perché in una storia del genere non c’è nulla da correggere. Ma lui, in un momento di pausa, mi nota forse scettico e mi dice sospettoso: “Tu non sei pratico della Sicilia, tu non conosci i posti”. Io accenno una risposta timida, che un po’ invece sì, credo di conoscerli, almeno qualcuno.
Lui mi guarda da sopra gli occhiali appoggiati sulla punta del naso e alti sulle orecchie, e con rassegnazione scuote la testa, in silenzio.

12 gennaio 2016

Fantasmi.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero.


Dicono che Craco sia diventato un paese fantasma da quando è stato lasciato senza vita, abbandonato e cavo. Però non credo di aver capito esattamente quando e da dove siano arrivati gli spettri, la sostanza ectoplasmatica, i Ghost Busters e Slimer; non sono nemmeno sicuro se il suo essere paese fantasma voglia dire che è abitato da fantasmi o se Craco stesso è lo spirito di un paese defunto.
Tutto sommato non è così importante, io ai fantasmi c’ho sempre creduto. In fondo mi pare una cosa ragionevole che quando lasci uno spazio vuoto, quello, per qualche ragione non rimane vuoto per sempre. E Craco, vista l’evacuazione generale, ha iniziato a contrarsi e piegarsi su di sé, tanto per non perdere tempo e riempire quella cavità.
Oggi accedi al paese soltanto se fai un biglietto da dieci euro, che ti dà diritto ad un caschetto giallo e ad una visita guidata di un’oretta in un percorso messo in sicurezza. Oppure, se sei in viaggio da solo, in tenda, se non vuoi sottostare alle regole che il brutto mondo adulto ti impone, e se ti sei convinto di essere onnipotente, puoi sempre aspettare che l’ultima visita finisca, che l’ultimo gruppo torni al tramonto, che tutti se ne vadano a casa, per salire zitto zitto un sentiero che ti è stato indicato da gente del posto conosciuta il giorno stesso, infilandoti sotto una rete che sai di poter sollevare, e arrivare dentro. Tu e il Padreterno, su un picco diroccato in mezzo ad una vallata enorme. Ettari ed ettari di terreno coltivati a solitudine, e quando inizia a calare la notte te ne accorgi subito perché ovunque guardi non c’è niente che provi a contrastarla.

Quando riscendo giù è ormai buio pieno e mi avvicino al furgone dei panini (che si chiama molto trasgressivamente “Panini”) l’unico posto dove c’è qualcuno. È parcheggiato lì ogni giorno, immediatamente fuori dalla zona recintata, fisso nonostante il suo essere un furgone, fregiandosi di costituire l’ultimo baluardo della vita in quel deserto, e in qualche modo di proporre tutto quello che il paese offriva e ormai non offre più. Certo, vedendo “Panini” uno si fa l’idea che anche da vivo il paese non dovesse offrire poi tanto, perchè a parte la porchetta cecoslovacca e i gelati Sammontana, vende solo birra. Però è comunque un posto bello, punto di riferimento delle venticinque persone che abitano nelle palazzine della zona nuova, fuori dal centro storico crollato (i pochi sfollati che non sono evacuati in un nuovo insediamento).

In giornata ho avuto tempo di conoscere diversi soggetti che bazzicano lì intorno. Rocco è un personaggio dall’età indefinibile, con una bandana americana sulla fronte, un codino e una Dreher. Esattamente a metà tra Hulk Hogan e Benny Hill mi dà subito confidenza, malcelando sorpresa e vanità di fronte al mio interesse a ritrarlo. C’è poi il proprietario della magnifica attività, un ragazzo più o meno della mia età, gli occhiali da sole con i brillantini, una maglia rosa e una pettinatura tipo gomorra. È l’imprenditore del posto, il lungimirante uomo d’affari, il monopolista dei bar e della ristorazione che su un furgone fa girare l’economia a Craco. A lavoro non c’è mai. Suo padre è invece sempre lì, con la sua corporatura piccola e nervosa, i suoi occhiali, i baffi grigi e i denti drittissimi, evidentemente non suoi, grandi e un poco gialli. Si dà molto da fare, e parla con un accento del nord che enfatizza un’innata cortesia nei modi. È quello che mi ispira più fiducia e quando devo chiedere qualcosa chiedo a lui. Sembra il più equilibrato, tra tutti, in quel paese che vive solo del suo vuoto, dei panorami che ti fanno sentire lontano e dei continui incidenti stradali su strade inesistenti che ti costringono a rimanerci, lontano.

Quella sera intorno al furgone, mentre Salvo, un ragazzo loquace, alticcio e preso bene, cerca di convincermi a tutti i costi ad andare con lui per una serata indimenticabile; mentre Rocco, già ubriaco, si chiude una mano nella portiera della macchina che non si apre più, restando lì in piedi singhiozzante e immobile; mentre il buio avvolge tutto e “Panini” diventa l’unica ragione per cui essere lontano non significa essere persi, il piccolo uomo con i baffi mi racconta della sua vita passata. E io ripenso ai fantasmi.
Viveva a Torino, c’era rimasto tanti anni per lavorare, e stava bene, fino a quando dei miei paesani lo hanno costretto a fare una cazzata. Gli chiedo chi fossero questi miei paesani, un po' innervosito nel vederlo così sicuro sulle mie origini. E a quanto pare si riferisce a dei miei strettissimi congiunti di Corleone, che avevano trattato poco bene non so se sua madre o sua sorella, o la moglie, o la figlia. Vabbè non mi ricordo, comunque una femmina di primo grado.
Fissandomi con gli occhi ingigantiti dagli occhiali spessi mi dice di un crescendo di provocazioni, dei giorni che si sovrapponevano, della periferia torinese che era tutta aperta, come il far west, e della fabbrica che ti faceva essere un operaio mentre fino a quel momento eri stato solo uno che faticava. E mi racconta della dignità, che è una cosa che senti tu, e del rispetto, che è una cosa che pur dovranno sentire gli altri.
Così un giorno, dopo una discussione in cui questi uomini avevano detto, andandosene, “Poi sempre ti veniamo a prendere”, lui pensò “Ma perchè poi? Risolviamola ora, non voglio stare col pensiero”. E così si videro in un parcheggio, dove lui gli sparò, e nessuno morì.
Ancora oggi mi immagino quella vicenda come un duello, a mezzogiorno, in una zona industriale qualunque fuori città, assolata come se non fosse Torino, con la sirena di una fabbrica che fa da orologio, nessuno che dice una parola, e il primo a sparare è la persona più tranquilla con cui ho passato quella sera.

Mentre quel piccolo uomo mi racconta del carcere e del suo ritorno al sud, Salvo non la smette un secondo di parlarmi, in sottofondo, domandandomi cose e tracciando prospettive fantastiche sull’eventuale serata che avremmo fatto. Si rivolge a me senza sosta, come se non si sia accorto che sto parlando con qualcun altro. È un ragazzo gentile, buono, lasciato solo dalle strade lì intorno che pian piano si sono prese il padre e il fratello. Credo tenti di essere il più accogliente che può, ma risulta goffo e tenero, e quasi confonde la disponibilità con la costrizione. Continua a dirmi che devo bere qualcosa, dai, è sabato sera, che dobbiamo uscire e andare insieme a fare un giro, ho il motorino, ti porto a Metaponto, e le belle foto che potrai mai fare, e l’alba quando saremo tornati, sulla torre di Craco.
Onestamente ancora oggi mi chiedo la ragione del mio rifiuto. Quando in passato mi sono capitate offerte del genere sono quasi sempre andato a vedere. E spesso ne è valsa la pena, trovandomi a fare esperienze non sempre piacevoli, ma ogni volta vere, ogni volta da raccontare. Gli dico che sono in viaggio da tanto e che mi sto dedicando al mio lavoro, al mattino mi sveglio all’alba e sto bene. Non voglio interrompere questo flusso di cose, mi piace restare a lato di tutto, per questa volta. Gli prometto che la prossima tornerò con una testa diversa e ce ne andremo a bere insieme da qualche parte. Lui annuisce in solitudine, deluso, ma senza smettere di sorridermi.

La mattina dopo mi sveglio di nuovo in tenda. L’ho piazzata nel giardino di una palazzina, montata in piena notte, proprio di fronte all’ingresso. Mi avevano detto che lì potevo farlo, che non sarei stato un fastidio per nessuno. Nonostante le rassicurazioni, nel momento di aprirla ero solo, davanti ad un caseggiato popolare, a disagio, fuoriluogo.
Mi sveglio con la sensazione di non sapere davvero cosa ci sia fuori. Ho passato la sera precedente a parlare con una persona probabilmente invisibile e a convincerne un’altra di essere invisibile io stesso. Appena metto la testa fuori Rocco si avvicina, forse stava aspettando lì che mi svegliassi. Lo fisso sorpreso, è molto presto e mi chiedo se sia mai andato a dormire. Si abbassa vicino e mi dice che Salvo ha avuto un incidente in moto mentre tornava a casa quella notte. È in coma.

22 luglio 2014

Verde sangue.


All’inizio del nuovo secolo, prima della nuova grande depressione, fui invitato a lavorare su un nuovo repertorio di immagini che potesse raccontare la città di Milano. Scelsi, insieme ai miei collaboratori, di partire dai luoghi comuni (intesi sia come spazi che come pregiudizi), dalla loro base di verità e da tutto quello che su di essa viene edificato, e di addentrarmi in ciò che ci sembrava un tema lontano dall’immaginario della città: il verde pubblico.
A quel tempo, infatti, era difficile che il sentir nominare Milano portasse a pensare al verde e ai parchi, ai boschi e ai campi. Venivano alla mente semmai immagini di aiuole e giardini, pur sempre inserite in un tessuto iconografico fitto di industria, moda, pubblicità, televisione, finanza, cemento, nebbia.

Frequentando la città in primavera e portando avanti le nostre ricerche per tutta l’estate successiva, ci accorgemmo presto che i parchi e i giardini avrebbero dovuto partecipare, per almeno due buone ragioni, a quell’immaginario da cui erano sempre stati esclusi.
Da un lato di spazi verdi a Milano ce n’erano parecchi e a volte di molto grandi, a circondare la struttura della città in un anello perimetrale, ma anche ad abitarne il nucleo nei suoi interstizi. La mappa di quel territorio iniziò ad apparirci come una cellula, avvolta da una membrana verde, labilissima e forse discontinua, nel cui interno trovavano spazio vescicole e mitocondri dello stesso colore, quasi persi in un quel plasma di aperitivi, design e calcestruzzo in cui erano immersi.
La seconda buona ragione - e questa risulterà essere nodo cruciale, come confermarono poi i fatti accaduti successivamente  - era il fatto che il verde pubblico costituiva lo strumento per lo sviluppo di quello che fu uno degli elementi più fortemente caratterizzanti dell’identità milanese - e conseguentemente di ogni esperienza che si potesse vivere in quella città. I parchi, i giardini e affini erano difatti degli enormi e prolificissimi allevamenti di zanzare.
Nella cintura perimetrale si sviluppavano aree verdi, zone umide, rigoli, stagni e laghetti. L’idroscalo, quello che grotteschamente si era sempre chiamato il mare dei milanesi, si rivelò essere con gli anni il più prolifico incubatore di zanzare del paese. Così la membrana non era lì a proteggere da ciò che c’era fuori, ma a rinchiudere ciò che conteneva. Come una grande mangiatoia al centro di un recinto serve ad abbeverare vacche e vitelli che vi ingrassano intorno, così gli abitanti di Milano soddisfacevano la sete dei miliardi di zanzare che trovavano nido e rifugio sul suo perimetro, crescendo e si moltiplicandosi.

Milano non sarebbe quella che è oggi senza il verde che l’ha circondata.

Proseguimmo con le nostre ricerche, semplicemente visive, inutilmente estetiche, infilandoci al tempo stesso, e di certo inconsapevolmente, in quella che negli anni successivi, come sappiamo, è diventata la storia dell’evoluzione.
La conferma, traumatica e vera, che i parchi erano lì non per le persone ma per le zanzare, è stata scoprire pochi anni dopo il ruolo della società SC Johnson&Son nelle decisioni urbanistiche della città. Ne iniziarono a parlare i giornali e la televisione. A Milano non erano stati mai il Comune, la Provincia o la Regione a decidere le sorti della mappa urbana, bensì la multinazionale dell’industria chimica che produce l’Autan. Fu lei che più o meno segretamente finanziò lo sviluppo di tutti i parchi e i corsi d’acqua della città. E fu lei che ebbe bisogno sempre di allevamenti nuovi e fertili.
Inizialmente, quando la cosa venne fuori, passò come una semplice seppur terribile strategia per poter vendere di più, per incrementare i profitti grazie ad una domanda sempre crescente. Più zanzare, più morsi, più Autan. Riprorevole, ma non era tutto.
Qualche tempo dopo i fatti di cronaca portarono alla luce una verità nuova, più fredda e più nitida. Lo scopo non era tanto quello di vendere di più per far più soldi, quanto quello di poter condurre una ricerca scientifica rischiosa e controvarsa con continui ed efficaci test sul campo, per altro gratuiti.
Si scoprì che l’Autan funzionava un po' come un vaccino, inducendo cioè chi ne faceva uso (e con l’andare del tempo sempre più abuso) ad assumere una piccola dose di quello che si tentava di sconfiggere. Un po' di veleno ogni giorno ci rendeva immuni da se stesso. E così più cercavamo di liberarci delle zanzare e della loro fastidiosa emofagia, più in realtà ci avvicinavamo ad esse lentamente, accogliendo la loro sete nei nostri geni.

Ciò che c’era dietro nascondeva ragioni che ancora oggi, dopo decenni, non sono state del tutto chiarite. Sappiamo che Autan era un piano evoluzionista, che vedeva nel progresso biologico la chiave di volta del potere e della salvezza della specie. Sappiamo che era un progetto pilota condotto da un piccolo nucleo di ricerca, in origine segreto, i cui risultati furono ben più grandi di quelli che avrebbe saputo gestire. Sappiamo che a Milano le persone utilizzarono sempre più Autan, parallelamente alla crescita del numero di zanzare intorno alla città, diventando ogni giorno più simili a chi cercavano di allontanare, e sentendo dentro sempre di più ciò che volevano vincere, la sete di sangue.

Quando in un agosto di qualche anno dopo ci fu il primo caso di morso alla gola - da parte di un designer e ai danni di una giovane studentessa - a Porta Genova, tutto ci sembrò impossibile da credere, e sempre più chiaro. Ci parve ovvio, era nell’aria da tempo in una città come quella. A Milano c’erano i vampiri, e fu questo il luogo comune più bello da cui non riuscimmo mai ad uscire.

4 febbraio 2013

Svegliami.



Sabato pomeriggio mio zio mi chiama e mi dice che il giorno dopo devo lavorare. Io sospiro, come tutte le volte. Lui dall’altra parte se ne accorge e, come tutte le volte, mi dice “Ragazzo, chi non lavora non fa l’amore…”, come se avesse appena detto una frase di Aldo Moro. Mi dà appuntamento alle dieci e mezza, dice di salutare i miei e riaggancia.

Mio zio ha una agenzia di onoranze funebri, e ci tiene a chiamarle così e in nessun altro modo, perché quando dici pompe alla gente gli brillano sempre un po' gli occhi. Non mi chiama spesso, di solito lo fa solo quando manca qualcuno dei suoi. E anche in quel caso non lo fa volentieri. Credo mi chiami solo perché sono a spasso e mia madre è preoccupata. E io accetto solo perché mia madre è preoccupata e io voglio continuare a stare a spasso per tutto il resto del tempo. Così mi tappo il naso per qualche ora, e faccio finta davanti a tutti di aver accettato l’abitudine che ha la gente di morire in continuazione.

Quando arrivo al mattino capisco che due di quelli che lavorano con mio zio, padre e figlio, ad un certo punto se ne devono andare, perché a mezzogiorno si sposa la cugina o non so chi, nella chiesa del paese accanto. E così fanno quello che devono fino al funerale, e poi se ne scappano di corsa al matrimonio, e fortuna loro che il vestito buono già ce l’hanno addosso. Al cimitero il morto ce lo porto io.
Mio zio mi dice che devo stare attento e guidare pianissimo, che l’ultima volta andavo troppo veloce, che la gente deve poter piangere senza preoccuparsi del morto che scappa, che ci vuole rispetto per il dolore delle persone. Dice che lui questa volta sarà dietro il carro a camminare in mezzo a tutti gli altri perché il tipo che è morto era il fratello di uno che lavora a Roma, il portaborse di uno stronzo qualunque. Dice proprio così.

In chiesa c’è tutto il paese e io mi metto fuori a fumare. Cerco un angolo all’ombra, non soltanto perché è agosto e si muore di caldo, ma soprattutto perché è agosto e mi sento un imbecille vestito così, e all’ombra mi pare di nascondermi.

Guido coi finestrini chiusi, quaranta gradi fuori e dieci dentro. Il cimitero sarà a nemmeno due chilometri, che però a questa velocità sembrano trenta.
Mentre mettevano la bara in macchina, fuori dalla chiesa, ho visto una mia amica che non piangeva. Aveva tutti intorno ma riusciva comunque a tenersi sola. Facevamo le medie insieme. Il tipo che è morto era suo padre, stava svuotando il capanno da roba vecchia quando sono usciti fuori una trentina di calabroni. Pare fosse allergico.
Non la vedevo da anni, era abbronzata e i capelli erano più chiari di come mi ricordavo. Le ho fatto un cenno con la mano, da lontano, e da dietro gli occhiali scuri un po' le ho guardato le tette. Lei ha risposto senza dire niente. I funerali ti mettono a nudo più dell’estate intorno, ti mostrano fragile e ti costringono a chiedere conforto anche se non vuoi. Mi sa che lei lo aveva capito e non reagiva a niente. Non era dolore, era sgomento, nel vedere che i funerali si fanno ai morti per i vivi. Credo che nessun morto abbia mai tratto alcuna utilità o piacere dal proprio funerale. È una di quelle cose che servono alla città intorno per entrarti in casa e dirti non ti preoccupare tanto ci sono io, adesso puoi piangere, oppure adesso puoi crescere, o adesso puoi essere finalmente felice. Sono riti che la società organizza per sé stessa, e chi sta in mezzo - non importa se col vestito scuro o con l’abito bianco - diventa strumento, pretesto.
Nello specchietto vedo una serie di donne vestite di nero con la bocca aperta, circondate da uomini che sudano, tra cui mio zio. Pregano e piangono ma resta tutto fuori da questa macchina, dentro non si sente niente, a parte il freddo dell’aria condizionata. Metto una mano sotto al sedile del passeggero e tiro fuori l’ipod.
Mi infilo un solo auricolare e metto a caso una selezione che avevo fatto chissà quando. Parte quell’album dei CCCP che non mi ha mai convinto, ma dove c’è la canzone che è sempre stata la più bella di tutte. E intanto penso a che rumore possono fare trenta calabroni quando sai di essere solo ad agosto.

Non alzo troppo il volume, quasi con la paura che da fuori sentano, e butto ancora un occhio allo specchietto. La fila di gente scura è sempre lì, e in mezzo ci vedo pure la mia amica. È senza occhiali da sole e muove le labbra come tutti gli altri ma fuori tempo rispetto al gruppo, senza guardare né in basso né in cielo. Guarda dritto verso di me, occhi fissi, come se volesse entrare in macchina piano piano, dove c’è finalmente freddo, lasciare fuori il caldo torrido del funerale, l’afa della compassione.
La fisso anche io, tanto la strada fuori è dritta e ferma. Tutto intorno è completamente giallo. Lei continua a muovere le labbra e mi sembra quasi che ce l’abbia con me. E alla fine della prima strofa diventa chiaro, me ne accorgo davvero e per un momento ho i brividi. Alzo la musica per ascoltare meglio le parole e mi giro verso di lei per leggergliele sulla bocca. “E non c’è modo di fuggire. Svegliami, svegliami, svegliami.”

16 maggio 2012

Cercavo Caterina.


era gennaio e cadevano le bombe, ma nessuno le sentiva veramente. non facevano rumore. ogni tanto vedevi da lontano le luci, i bagliori, però quasi non ci facevi caso.

anni dopo l’hanno chiamata rivoluzione, ironicamente, come quella che fa la terra intorno al sole. un giro lungo e lontano che poi torna sempre. adesso le strade sono vuote, la gente lavora, e appena torna a casa inizia a desiderare.
oggi votano tutti in massa, l’astensionismo è quasi a zero, il sistema si alimenta con la sua stessa necessità di essere legittimato. la gente non vuole vivere al margine, e mentre una volta la forza centripeta erano i consumi, oggi lo è la partecipazione. le persone scelgono di partecipare, prendere parte a idee e movimenti che nessuno ha mai veramente creato, sceglie la convinzione, ad ogni costo, di essere artefice del proprio destino.
all'inizio del secolo i social network, internet, quelle reti che si sono dimostrate sempre più tali senza mai diventare vere comunità, ci hanno resi tutti partecipanti. la consapevolezza e il nuovo senso civico, le petizioni online, le occupazioni su twitter, tutto è diventato sempre più necessario, sempre più richiesto. e così sono riusciti a toglierci il vero diritto a partecipare alla vita pubblica, che poi vuol dire crearla, nel modo più mancino, trasformandolo silenziosamente in un bisogno da soddisfare. un altro.

scendo dalla vespa e mi fanno male le gambe come se fossi arrivato di corsa. sono giorni che fa il freddo di metà febbraio, quello dei telegiornali e degli innamorati. in strada non c’è nessuno, e anche se ci fosse non saprebbe che fare. sono tutti in casa a non guardare la televisione e a non fare l’amore, aspettando soltanto che l’inverno passi. ogni anno è la stessa storia, tutti aspettano la fine dell’inverno come fosse la fine di un coprifuoco, o di una quarantena, di una cosa che ti costringe in casa e che quando è finito ti senti finalmente libero di ritornare normale, di recuperare tutto quello che hai lasciato quando a settembre.
il palazzo è uno di quelli costruiti molto prima che inventassero il mio quartiere. diceva mio padre che non si può inventare un intero quartiere, così dal nulla. un quartiere non si decide. perchè è come se decidi di inventarti una barzelletta. poi finisce che fa pena, non viene una cosa bella. mio padre non aveva un gran senso dell’umorismo e credo non ne capiva molto di come si fa una città. però era custode al cimitero monumentale, quindi ho sempre pensato che di pena e di bellezza qualcosa ne sapeva.

arrivo al portone con una nuvola di fiato bianco tutta attorno alla faccia. faccio un respiro di quelli grossi e lo trattengo fino a che non mi risponde qualcuno.
- sì, salve. cercavo caterina.
mi avvicino con la faccia alla voce che non esce dal citofono e sbatto il casco al muro. ce l’ho ancora in testa e nemmeno lo so.
- chi la cerca?
- hmm, sono... alessandro... un amico dell’università...
non è vero niente. non mi sono iscritto all’università che non ci credo. non mi chiamo nemmeno alessandro. e io e caterina non siamo mai stati amici.
- dice che ora scende… alessandro…
- grazie! buonase… buongiorno!
- buongiorno...

mi allontano dal portone e penso che sto aspettando una ragazza con la quale farò l’amore. mi chiedo cosa dovrei provare in quel momento perchè onestamente non lo so. non è una cosa che si sceglie e nemmeno si decide. ma noi l’abbiamo fatto, ci siamo scelti e abbiamo deciso che avremmo fatto l’amore. e questo atto di forza si è trasformato in una cosa delicata che non starà mai in equilibrio su niente. è come tenere una saponetta mai usata tra le mani bagnate, come ti muovi la sciupi. cerco di guardare da un’altra parte e butto gli occhi sul palazzo di fronte, sulle bandiere tricolore, sui portoni chiusi e i manifesti mezzi strappati ai muri, sulle strisce pedonali di una strada dove non passano più macchine da anni. mi affaccio al bar lì affianco per vedere se hanno le sigarette. dicono che non ce le hanno. mentre esco vedo uno in ciabatte che ordina un tramezzino da cinquemila lire e un succo di pomodoro. senza limone per piacere. certe volte fanno pena pure le barzellette originali, penso.

- ma che sei scemo che dici a mia madre che ti chiami alessandro?
sorride che quasi chiude gli occhi mentre si caccia in testa un cappello di lana e io finalmente mi ricordo la sua faccia perchè la vedo.
diceva mio padre che pure i ricordi si consumano a usarli, come fossero cartoline, e se ti concentri troppo su un’immagine poi perdi tutti dettagli, e quel ricordo diventa sempre più semplice e opaco, con i bordi tutti smangiucchiati. e così pure per le facce delle persone, che se ci pensi sempre poi non lo sai più come sono fatte veramente. è per questo, diceva mio padre, che sulle tombe c’hanno messo le fotografie.
- ehi.
- guarda che mia madre sa tutto, gliel’ho detto…
- sa tutto? che le hai detto?
- che andavamo a fare l’amore. e che non ti chiami alessandro…
- uh.
- è tutto ok, tranquillo.

e così da quel posto tutto ad ovest ce ne saliamo su a nord e caterina non dice niente e io nemmeno. più mi allontano da casa sua più si moltiplicano i minuti in silenzio. febbraio è un mese di periferia, il mese più dimesso di tutti. a febbraio sembra che non succeda mai niente, e invece è solo che non si vede. tutto succede al chiuso. caterina non ha paura della vespa ma si tiene stretta a me lo stesso, con una guancia appoggiata sulle spalle come a dire siamo già tutto questo. a pensarci bene caterina non ha paura di niente.
mentre costeggiamo il parco rallento un pò e tutto si fa meno rumoroso così che possiamo ascoltare dirci cose piccole, ma alla fine non diciamo niente e c'è un semaforo rosso.
io mi giro con la testa di lato, come se la volessi guardare, ma non così tanto da guardarla davvero. lei scioglie le braccia attorno alla mia pancia, scende dalla vespa e mi si mette di fianco, in piedi.
io la guardo e sorrido. sta per scattare il verde e mi bacia. tutti zitti.

vivo in un appartamento di due stanze con l’impianto elettrico da rifare. in una ci vive antonino. siamo venuti a milano insieme dopo il liceo. lui voleva fare medicina, poi si è iscritto ad economia, e dopo due esami mai passati si è messo a scrivere. adesso collabora con una rivista e scrive di libri che non ha mai letto. e comunque, da che è iniziata la rivoluzione, a casa non c’è mai.
la rivoluzione ce l’hanno fatta in casa, così che oggi scegliamo tutti i giorni di accoglierla, di farla nostra, di farla crescere e di proteggerla. va bene qualunque cosa, non importa cosa, purché continuiamo ad avere la possibilità di votare, di lavorare, di esercitare la nostra volontà in una forma qualunque. la possibilità di dire sì, questo l’ho scelto io. eccomi, sono io il re.
non ci siamo mai accorti della necessità, della costrizione a dire quel sì. della possibilità di parlare che s’impone sul diritto a negare.

la cucina c’ha pure un divano e abbastanza spazio per viverci. però ci ho vissuto troppo negli ultimi giorni e adesso è tutto un casino. mentre mi tolgo la sciarpa faccio un po' finta di niente e dico che è meglio se andiamo di là. caterina non si guarda intorno e mi segue.
in camera mia c’è lo stereo acceso da quando sono uscito quella mattina, su una radio di musica qualunque, e quando entriamo penso ok, questa canzone me la ricorderò per il resto della vita. magari la odierò per il resto della vita, però insomma, in un modo o nell’altro, me la ritroverò tatuata nella parte del cervello dove si fanno gli incubi e i sogni. e quando a cinquantanni avrò una crisi di mezza età sarà questo ciò che rimpiangerò.
- pensi davvero di arrivare a cinquantanni?
- cosa?
caterina è alla finestra. la apre e si affaccia giù. poi si gira e mi guarda negli occhi.
- stavo pensando, tu davvero ci vuoi arrivare a cinquantanni?
- beh, non mi sembra una pessima idea...
- scemo, dico seriamente... non ti spaventa che poi a cinquantanni si ferma tutto? certo a quell'età non si è davvero vecchi però si è fermato tutto di sicuro. non si cambia più. rimani quello che sei arrivato ad essere in quel momento...
- mmm. allora bisogna fare in modo di diventare qualcosa di bello entro i quarantanove. anzi proprio ai quarantanove, che tanto prima non serve a niente, possiamo sempre ancora cambiare, e ci possiamo divertire ad essere tutto il resto…
caterina sorride veramente e poi mi bacia di nuovo. lo sa che ho capito e mentre mi bacia un po' piange, con gli occhi chiusi.
restiamo così abbracciati per un sacco di tempo, davanti alla finestra aperta, e io guardo la strada giù e penso che la neve di quel gennaio se n’è andata ma le impronte sono rimaste tutte.
diceva mio padre che la neve è una cosa misteriosa e non ci si deve mai fidare, perché non ti fa riconoscere più niente, nasconde la verità e poi ti fa cadere. ma alla fine lui ci sperava sempre nella neve, perché in fondo, diceva, è l’unica cosa che fa cambiare il mondo in una notte.