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8 aprile 2014

Palermo / Palermo, solo andata.


L’aereo decolla in orario, sono le otto di mattina e io mi sono svegliato alle cinque. Non so bene per quale ragione, ma quella mattina decido di non bere caffè prima dell’arrivo a Napoli, forse per non rovinarmi il sonno in volo. E quindi niente caffè. Tanto, penso, arrivo a Napoli alle nove e faccio colazione con un cornetto cremamarena. Già me la pregusto e dico vabbè dai, niente caffè per il momento, e mi infilo nell’aereo subito subito, come a voler accelerare i tempi, prendo posto e quello parte.
Dopo una mezzora di volo mi sveglio e penso cazzo mi sono svegliato. Ho pure sacrificato una colazione e nemmeno riesco a dormire come si deve; poi finisce che arrivo a Napoli stanco, pranzo in famiglia e mi alzo da tavola catatonico, mi metto in macchina per andare a L’Aquila e mi viene sonno. Così penso che va a finire, ma non va così.
Infatti mentre mi struggo per il caffè che sarebbe potuto essere, mi accorgo che il mio risveglio apparentemente inspiegato era dovuto a delle virate un po' importanti che l’aereo stava facendo. Così importanti che inizio a chiedermi se il pilota sia a conoscenza della rotta. Per andare a Napoli basta che vai sempre dritto, lo sanno tutti, e non finisce di pensarlo che il pilota risponde:

“Signori passeggeri, è il comandante che vi parla. Abbiamo riscontrato un malfunzionamento al velivolo che ci costringe a tornare indietro e atterrare a Palermo. Sono davvero spiacente, una volta atterrati cercheremo di risolvere il problema quanto prima e di portarvi a Napoli nel più breve tempo possibile”.

Già quando parla il comandante uno un po' si caca sotto a prescindere, diciamoci la verità. Ma la paura in effetti non era tanta, piuttosto era tanto lo sconforto per essersi alzati presto, per aver preso un aereo, per aver effettivamente volato, e per trovarsi alla fine di nuovo al punto di partenza senza aver risolto nulla. E ancora siamo a metà storia.

A questo punto cominciano ore infinite che nessuno vorrebbe vivere, figuriamoci se le vuole sentire raccontate. Una mattinata ad aspettare notizie sull’aereo rotto, sul tecnico che lo deve aggiustare, su un altro velivolo che deve arrivare sailcazzo da dove a prenderci e portarci a Napoli, e l’assistenza e i rimborsi, e andiamo a fumare al di là dei controlli di sicurezza prendendoci due tumori alla volta (uno con le sigarette, l'altro con i continui raggi x), e i documenti, il tentativo di andarsene, e poi l’epopea che ognuno di noi ha affrontato e la vita che ti aspetta arrivato a destinazione. Un CPT insomma.

Alle tredici si riparte, finalmente. L’aereo nuovo non è arrivato ma il tecnico ha aggiustato quello vecchio, ha firmato i documenti giusti e ha detto che mi posso andare a prendere sto cazzo di caffè a Capodichino (che nel frattempo, per principio, ancora non mi sono preso).
Decolliamo in mezzo ai sorrisi, al maltempo e alle prese in giro all’equipaggio. Gli assistenti di volo sono gli stessi, il pilota è cambiato, che a quanto pare quello di prima c’aveva da fare. C’è un tipo seduto dietro di me che quasi vuole aprire la cassata che ha con sé, per celebrare la convivialità che si è creata tra tutti. Poi non lo fa, che tanto tra un’ora se la mangia a Napoli con gli amici suoi.
Mi metto le cuffie con della musica qualunque e penso che a sera racconterò a tutti questa cosa. Non provo nemmeno a dormire, e passa mezzora. L’aereo vira a destra un po'. Poi di nuovo e non si raddrizza. Mi tolgo le cuffie e guardo fuori, poi cerco con gli occhi il tipo incravattato che all’inizio ci aveva fatto il balletto di emergenza.
A quel punto si sente la voce. È un altro pilota, parla in inglese, la maggior parte della gente non afferra subito le parole, ma tutti insieme capiamo immediatamente il senso.

“Ragazzi sono il comandante, quello nuovo. E mi sa che sono pure l’unica cosa nuova di questo aereo. Si è scassato un’altra volta. Veramente. Mi dispiace un sacco ma se non torniamo a Palermo poi se la pigliano con me. Non mi pare niente di grave, però una grattata di coglioni io me la farei comunque.”

Brusio. Silenzio.
Non so bene come reagire, sembra un incubo a spirale, mi guardo intorno e vedo che non lo sa nessuno. Ci dicono che è un guasto all’impianto di aerazione, insomma niente di pericoloso secondo loro. A me invece viene subito pensare che l’aerazione è una cosa fondamentale per un aereo, almeno quanto la navigazione lo sia per le navi, e la trazione per i treni. Senza l’aerazione che aereo è? Sono le basi della fisica meccanica. Ad ogni azione corrisponde un’aerazione. L’aerazione è il discrimine tra la vita e la morte, se sei in cielo l’aerazione è dio. Cerco proprio di avere una crisi di panico, ma sfortunatamente per questo blog non ci riesco.
Ma ti pare che ci mettono sullo stesso aereo con lo stesso difetto? E poi sto tecnico chi l’ha chiamato, ma chi è? Non c’è nessun tecnico, ecco la verità, nessuno c’ha messo le mani secondo me. Ci hanno dato un altro pilota apposta, sperando che non si accorgesse di niente. Magari speravano si facesse tutto il viaggio senza notare la spia rossa col teschio che lampeggiava sul cruscotto, e invece alla fine se n’è accorto e fa una manovra di atterraggio che ci fa essere a Punta Raisi in dieci minuti. Scende talmente tanto veloce che l’unica cosa che mi mantiene alla poltrona è la cintura di sicurezza. Si capisce che il pilota c’ha fretta di tornare a terra, non fa niente il maltempo, i vuoti d’aria, l’aerazione, la cassata, il caffè non preso. Dobbiamo tornare subito.

In generale a bordo ci sono lamentele contenute, sorprendentemente. All’inizio credo sia perchè l’aereo è pieno di gente (napoletani e palermitani) che ha fatto dell’ineluttabilità la base di una vita serena, una sorta di zen impanato e fritto. Come si dice “siamo sotto il cielo”. Ma qui non vale, sotto il cielo non ci siamo più; adesso, una volta tanto, ci stiamo proprio in mezzo a quel cielo, e qui evidentemente l’ineluttabilità non basta. Credo che inizi a prevalere piano piano la paura che tutto questa situazione sia qualcosa da risolvere al più presto, e quindi è meglio se per il momento si fa come dicono loro, poi appena stiamo coi piedi per terra facciamo come diciamo noi. Quindi poche lamentele, chi ha qualcosa da dire non lo fa, trasformando tutto in rancore da tirare fuori al momento giusto - poco dopo, in aeroporto, dove tutta la vernacolarità del mediterraneo prenderà forma - quando qualcuno chiamerà la stampa e qualcun altro la polizia.

Il 6 aprile è stato il quinto anniversario del terremoto di L’Aquila e pensavo fosse giusto andarci. È una città che ho conosciuto negli ultimi anni perché ci ho lavorato, iniziando una ricerca che forse non ho ancora finito. Mi ci sento legato e tenuto a distanza allo stesso tempo, come se fossi stato preso con quegli attrezzi che si usano per catturare i cani pazzi. Quei cosi con un’asta e un cappio in cima che quando ti prendono non ti permettono più di scappare, ma nemmeno di avvicinarti.

E così finisce che il 5 aprile passo una giornata a collezionare decolli e atterraggi di emergenza, voli che partono senza arrivare mai, e a non poggiare i piedi su nessun’altra terra che non sia quella di Sicilia. E a non bere mai caffè. Comincio a pensare che a L’Aquila non ci arriverò mai.

29 ottobre 2013

Moriremo pazzi.


- Maestro!
- Dove?
- Maestro, è un piacere incontrarla così!
- Dice a me?
- Dico a lei, maestro! Ho appena visto le sue opere nella sala di là, sono assolutamente stupefacenti. Lei diventerà certamente qualcuno.
- Mi scusi, io ho ottantatre anni, forse intanto muoio.
- Esatto! E non appena muore noi diventeremo qualcuni.
- Qualcuni?
- Noi.
- Noi... Non capisco, giovanotto. E poi che cosa ha visto nella sala di là?
- Ah, meraviglie maestro! Le sue opere sono esattamente il frutto dell’incoscienza artistica, del recupero delle sue urgenze infantili, del suo digiuno d’arte, dell’inconsapevolezza e della sua assenza a se stesso. Oltre a costituire, soprattutto, la manifestazione del suo morbo.
- No aspetti, che morbo?
- L’Alzheimer!
- Dio santo, ma io non ho l’Alzheimer!
- Eh, ma avrà notato che ultimamente è diventato un pò rincoglionitello...
- Ma è solo che ho ottantatre anni! Non è per forza Alzheimer!
- Dicono tutti così.
- Ma non è possibile, io sto bene.
- Dicono anche questo.
- Chi?
- Tutti.
- Ma hanno tutti l’Alzheimer?
- Sì. Oppure sono tossicodipendenti, o autistici, o schizofrenici, o carcerati. A volte sono bambini. Però coi bambini funziona poco perché poi non muoiono.
- Mi scusi ma lei non era venuto qui a cercare di vendermi una poltrona massaggiatrice?
- Beh, in effetti sono entrato a casa sua con quest’intenzione. Però la mia vocazione per l’Outsider Art mi ha fatto subito notare i suoi capolavori nella sala di là.
- La sala di là sarebbe la cucina?
- Può chiamarla così, se preferisce.
- Ma è una cucina! Come la chiama lei di solito una cucina?
- Laboratorio, officina, studio, pensatoio.
- Mi perdoni, ma lei mi confonde. Io pensavo di poter fare quattro chiacchiere con un giovanotto qualunque, approfittare del suo tempo per raccontare di quella volta che da militare sono stato a Nuoro e abbiamo bucato una ruota proprio fuori città e Parisi aveva portato la fiaschetta di malvasia. E poi lei mi dice che ho i dei capolavori in cucina. E che ho l’Alzheimer e che diventiamo qualcuni.
- E che muore.
- Giusto, che muoio. Ma le pare? Ma poi com'è che funziona esattamente?
- La ringrazio per la domanda, le spiego. Io che sono un curatore e storico di arte contemporanea adesso prendo i suoi lavori e preparo una mostra. Poi quando lei sarà in ospedale in rianimazione mandiamo gli inviti.
- Chiaro, certo. Ma esattamente a che lavori si riferisce?
- Alle sue magnifiche reinterpretazioni! Ai sui schizzi sulle evidenze postindustriali. Alle sue riflessioni, direi quasi situazioniste, sui linguaggi della società dei consumi.
- Non credo di avere la più pallida idea di quello che sta dicendo.
- Ed è esattamente questo il senso! Non si preoccupi, lei meno ci capisce più noi diventiamo qualcuni. Guardi qui, ho preso alcuni esempi dal suo atelier.
- Sempre la cucina, immagino.
- Sempre. Cerchi e righe, a volte dei quadrilateri irregolari. Forme primitive di inchiostro che graffiano ed esaltano il nostro rapporto con la vita postmoderna.
- Ma quelli sono i volantini del supermercato...
- No no, questi sono i supporti delle sue visioni.
- Guardi, non so come dirglielo. Io in verità segno solo le offerte.
- E come?
- Con la penna. Tra l’altro sono pure volantini vecchi quelli, le offerte sono scadute.
- La caducità del desiderio! Che meraviglia, maestro, che meraviglia!
- Guardi giovanotto, io capisco che sono tempi difficili, ma se lei è venuto qui a farmi perdere tempo cade male. Ho ottantatre anni ma ancora non sono del tutto rimbambito.
- Ma no, che dice, che rimbambito. Alzheimer, si ricordi… Alzheimer.
- Ancora con questa storia? Ma la vuole smettere! Dov’è la mia poltrona massaggiatrice? Dov’è la mia solitudine? Dove sono i miei ricordi inventati e incoerenti? Dov’è Agnese che se n’è andata l'anno scorso d'estate? Dove sono tutte le lettere di quando eravamo giovani? E i buoni postali? Dove sono tutte le cose cadute sul pavimento e lasciate lì? Dov’è l’inconsapevolezza di tutto questo, eh, giovanotto?! La vuole sentire la storia di quando ero militare a Nuoro, oppure no?


17 giugno 2013

appunti per luciano.


“Ciao Peppe, ascolta, sono in studio da alcuni amici ma ce ne stiamo andando. Forse al massimo ci fermiamo a prendere una birra per via, comunque niente di lungo. Quando sono sotto casa tua ti faccio uno squillo così mi apri.”

Subito dopo sono in macchina con Piero e Sara sulla Prenestina e piove. Pensiamo di chiamare Luciano, che dopotutto si è laureato quella mattina insieme a tutta una serie di amici suoi e dovrebbe essere da qualche parte a festeggiare il suo accesso al mondo della disoccupazione. Gli chiedo se è ubriaco, dopotutto è quasi mezzanotte, e lui mi risponde con una lucidità davvero poco convincente che non lo è affatto e che è appena uscito da una pizzeria a Trastevere. Manda i saluti a Carlo - un amico comune che vive a Berlino e che secondo lui dovrebbe trovarsi per qualche oscuro motivo in macchina con me in quel momento - e soprattutto ci tiene a sottolineare che lì dov’è lui non piove ancora. Piero giustamente mi suggerisce di chiedergli in quale fuso orario si trova questa pizzeria a Trastevere, così per orientarci.
Lo raggiungiamo che ha smesso di piovere e mi domando se gli ubriachi non abbiano poi alla fine più ragione di chi li deride. 
L’assenza di barcollo e la compostezza che bene o male lo ha sempre contraddistinto ingannano un osservatore esterno. Lo vedi lì, a conversare amabilmente, e sembra quasi che va tutto bene, e che sarà una serata come tante altre, poi ti avvicini, ci interagisci, e ti rendi conto che sei entrato in un circo. I mangiatori di fuoco, i trapezisti, gli elefanti volanti e in sottofondo Moira Orfei che canta I migliori anni della nostra vita. Perché dopotutto ci si è appena laureati e un minimo di nostalgia e malinconia ci stanno. Insomma una serata che vale la pena ricordarsela caro Luciano, e visto che lo so che di quella notte hai accumulato più postumi che ricordi, ecco qualcosa di vago e superficiale, ma che almeno così c’è e non si perde. Giusto per il gusto di contribuire ad una reminiscenza, per restituire dignità ad una serata che rischierebbe di venire sottovalutata. E durante la quale, soprattutto, la dignità non è stata proprio presa in considerazione.

La pizzeria sta chiudendo e subito fuori c’è questa ventina di persone vicine tra loro, che da lontano sembra tutto un insieme unico e da vicino invece sono tanti piccoli gruppi. Una massa che in qualche modo sta festeggiando e al tempo stesso sta cercando di dimenticarsene la ragione. Appena ci avviciniamo Luciano inizia a presentarmi gente. Sembra che lo faccia quasi in maniera mirata, selezionando le persone, ne chiama uno alla volta e un po' a voce bassa mi introduce dicendo il mio nome e cognome. Due chiacchiere e poi ne chiama un altro, tipo ad un ricevimento della corte della Regina Elisabetta. Dopo un po' mi accorgo che non c’è una vera selezione della gente visto che, uno ad uno, li chiama praticamente tutti e bisbiglia il mio nome. E cognome. Come se fossi una celebrità o più probabilmente un latitante.

- Luciano, abbi pazienza.
- Ma perché?
- Se quando mi vuoi far conoscere una persona ammicchi la gente si fa strane idee.
- Ma perché?
- Ma non lo so, mi sento in imbarazzo.
- Ma perché?
- Mi hai presentato pure al tipo che vende le rose, dicendo nome e cognome. Ammiccando. il minimo è che la gente pensa che siamo fidanzati.
- Perdono.
- No ma tranquillo, che perdono. stai sereno!
- Scusa.
- Ancora? Ma vai facile, non ti scusare, veramente! È solo che non me ne voglio tornare a casa con una rosa stasera.
- Rosa.
- Lucià, ma stai cantando Tiziano ferro?
- Posa.
- Cazzo.

Dalla pizzeria ci spostiamo, ormai gruppo ristretto, in un bar poco distante, di quelli che c’hanno le luci al neon dentro e forse pure fuori e che le buttano fuori, su Trastevere infrasettimanale e insonne, come fossero secchiate d’acqua, a creare macchie enormi e fredde su un pavimento che altrimenti è ovattato, morbido e forse pure giallo.
Beviamo delle cose appoggiati ad una macchina nella piazzetta di fronte al bar, con l’unico apparente scopo di mettere alla prova la cena. Mi viene in mente quasi subito che io e Piero abbiamo cenato poche ore prima, incoscientemente, con diverse birre e una busta di patatine.
Siamo meno di dieci, ma sembra che siamo tutta l’Italia nata negli anni ottanta, quando non si aveva paura di niente e di nessuno, nemmeno di creare una generazione come la nostra. Mi piace immaginare gli anni ottanta come il decennio della plastica. Non è vero però ecco, negli anni ottanta si inventano la plastica e tutto diventa più bello e più ricco e più possibile. Il decennio dell’onnipotenza, delle infinite destinazioni commerciali, del petrolio come base naturale. Dove il progresso afferma l’obsolescenza del legno e del vetro e del metallo. Il decennio durante il quale si inventano pure noi, nati insieme alla plastica, e che trentanni dopo ci siamo dovuti inventare il riciclo e la raccolta differenziata.
La maggior parte di noi dieci si sono laureati quella mattina, qualcuno per la seconda volta. Un paio lo sono da tempo, tipo il sottoscritto. Tutti, tranne una, sono in cerca di un lavoro vero. E nessuno sa davvero che cosa farà da grande.
L’unica con un lavoro più lavoro di tutti gli altri sembra essere Lucia, una ragazza molto carina e appariscente scritto tutto in corsivo con le virgolette. Ad un certo punto imprecisato della serata qualcuno sembra accorgersene, o semplicemente ricordarsene, iniziando a voler entrare a tutti i costi tra quelle virgolette. Allo stesso tempo Luciano comincia ad eliminare pian piano tutta una serie di filtri e codici relazionali nei confronti di tutti, concentrandosi su un solo ed unico elemento di conversazione per ciascuno dei presenti, indipendentemente da cosa si parla. Situazione che diventerà praticamente ingestibile a fine serata, quando ripeterà a nastro ad ognuno di noi, a turno e con un frequenza imbarazzante, cose del tipo:

Io: Venire a trovarmi a l’aquila giovedì. Partire insieme anche se lui sta impegnato. Poi comunque ci sentiamo.
Valeria: Andare a prenderlo a casa l’indomani mattina alle undici meno cinque per accompagnarlo ad un improbabile appuntamento su skype.
Lucia: Opportunità o meno di essere biondi.
Fabrizio (l’enorme pazientissimo coinquilino): Riportarlo a casa. Ogni cinque minuti.

Il bar chiude, la macchia di neon scompare, e qualcuno dice di andare a San Lorenzo per proseguire. Ci infiliamo in un paio di macchine dandoci appuntamento da qualche parte che poi finisce sempre per essere Celestino.
L’annoso problema di dove far sedere in macchina il tipo messo peggio si presenta anche quella notte. Lo butti sul sedile posteriore in preda alla scomodità e al mal di macchina ma dove almeno si sta fermo, oppure ti accolli il rischio di farlo sedere davanti dandogli la possibilità di interagire col mondo e soprattutto con l’autoradio? Rischiamo. Facciamo malissimo.
Durante l’interminabile viaggio verso San Lorenzo ascoltiamo penso una quindicina di volte tutto l’intera gamma delle medie frequenze, con piccoli e brevi indugi provocatori su Radiomaria.
Siamo praticamente arrivati a destinazione (e sta per venirci a tutti un ictus collettivo) quando vediamo un tipo al centro della strada con le braccia alzate. Non si capisce bene chi sia ne che cosa voglia, fatto sta che sta in mezzo e Valeria si ferma. Luciano abbassa il finestrino e il tipo vuole un passaggio a Termini. È un tipo un po' singolare, e in effetti pure un po' plurale, visto che continua ad alternare schizofrenicamente facce minacciosissime a facce piacione e amichevoli. Siamo lì che lui cerca di convincerci, si presenta a tutti e io quasi temo che Luciano mi introduca con il solito sguardo complice. Però non lo fa, si limita solo a dargli la mano, lasciandogliela per ore, e intavolando una bella e cortese conversazione sull’eleganza e l’opportunità di parcheggiare lì nei pressi. Il tipo fuori, che si chiama Federico, pare dubbioso sulla mancanza di disponibilità da parte di Luciano e di noi altri e prosegue l’interessantissima discussione con una retorica non certo priva di una qualche efficacia. Luciano ascolta con trasporto e coinvolgimento le sue speculazioni, sempre mano nella mano, alimentando nel sottoscritto derive epistemologiche su quello che sta accadendo. Il fascino di stare in mezzo alla strada fermi in macchina, con un tipo che tiene per mano il tuo amico seduto davanti (autoelettosi tra l’altro miglior interlocutore per una situazione del genere) è sicuramente altissimo. Inizio ad accarezzare l’idea di addormentarmi in macchina, in mezzo a quell’incrocio di San Lorenzo, cullato da una parte dalle filosofie di Federico sulla fenomenologia di andare alla stazione tutti insieme, sulla canna che ci vuole offrire, sulla necessità di un nuovo paradigma dell’autostop, e dall’altra dalle minute risposte di Luciano, che fondamentalmente dice sempre la stessa cosa, guadagnandosi l’eterno appellativo di Luciano Meraviglia.
Poi Valeria, vivaddio, decide di ripartire e approdiamo due minuti dopo in una strada che è evidentemente troppo tardi e troppo lunedì per trovare sveglia come sempre.

Quello che sicuramente non puoi sapere, caro Luciano, perché non c’eri, è ciò che è successo quando ci siamo salutati. Quando, dopo l’ultima birra presa insieme in cerchio su un marciapiede sorprendentemente deserto, tu te ne sei tornato a casa in preda a legittime preoccupazioni inutili, scortato da Fabrizio e accompagnato da Valeria, noi ci siamo resi conto che una notte così lunga non poteva finire su un marciapiede.
Così sulla strada del ritorno Piero mi fa:

- Tu l’hai mai visto il Cuppolone nella serratura?
- Ma quello dei film?
- Esatto! Al giardino degli Aranci.
- No.

E così andiamo io lui e Sara, che quasi stavamo tornando a casa, verso questo fantomatico Giardino degli Aranci, all’esterno del quale ci sono dei palazzi e tu ti guardi un po' intorno e poi infili l’occhio nel buco della serratura di quello che sembra un portone enorme qualsiasi e dall’altro lato vedi, perfettamente allineato, il Cuppolone di San Pietro. La prospettiva è talmente precisa che sembra finto. Già comincio a pensare che dall’altro lato c’hanno appiccicato una cartolina, quando Sara dice che c’è un cancello più in là, e che se magari è aperto si entra nel giardino e poi in fondo c’è una terrazza proprio sopra il Tevere e si vede mezza Roma dall’alto che è l’alba ed è tutto in silenzio e c’è il sole che viene su pianissimo a destra e poi è il Giardino degli Aranci, dai.
Io gli dico molto chiaramente che va bene, fico, andiamo a vedere. Però aggiungo anche che se per caso dovesse mai essere aperto quel cancello alle cinque di mattina e noi riuscissimo ad entrare nel Giardino Segreto delle Favole di Roma, io su uno di quegli aranci - con enorme rispetto per il giardino ma ancor più per le occasioni della mia vita - ci piscerei sopra.

Luciano, che te lo dico a fare.

1 maggio 2012

ragazzo mio, un giorno qui sarà tutta campagna.


eravamo su questa collina sopra l’aquila. sopra nel senso che se avessimo saltato saremmo finiti in mezzo alla città. seduti col culo su una roccia che sotto c’era una valle larga da destra a sinistra e i monti tuttintorno. una sorta di posto speciale e un pò segreto, di quelli molto panoramici dove ti vai a bere le birre ed eventualmente a fare le canne. oppure, meglio, di quelli che se ci porti una ragazza hai fatto già metà del lavoro. perchè davvero il panorama è mozzafiato e non c’è mai nessuno, a parte una muta di pastori abruzzesi e un contadino che guarda una torre diroccata. non è un posto inflazionato dalle coppiette, non è un belvedere. è proprio un posto che ti ci devi arrampicare, che lo devi desiderare che è proprio lì che la vuoi portare quella ragazza. perchè appena si è lì non può che contemplare tanta meraviglia e tanta vastità e tutta la valle dell’aquila sotto e il gran sasso alle spalle e il sole che scende e il silenzio. il silenzio che è questa cosa romanticissima fatta di tempo che passa e nient’altro. e poi il vento che è l’unica cosa che lo circonda questo silenzio e la città sotto che ormai sono tre anni che vive dimessa, quasi completamente silenziosa. e in questo quasi silenzio, in questo stare seduti su una roccia con i piedi a penzoloni a guardare il futuro sotto, la ragazza te la dà. senza dubbio.
comunque noi, a scanso di equivoci, eravamo tre maschi. quindi necessariamente birre.
e io riflettevo su questa città che ricade su se stessa, che spinge le persone fuori, lontano. e a guardare la valle, o comunque quella cosa tranquilla tra le montagne, era chiara questa spinta, questa forza centrifuga che porta tutto ad allontanarsi e a disporsi su una circonferenza, o forse su un’ellissi, sempre più ampia. e non è un estendersi, è un sostituirsi. e così da tre anni la gente torna indietro nel tempo, torna dai posti dove era partita l’anno mille e si ridispone nelle campagne per nuove ragioni, per nuove necessità e nuove costrizioni, a riappropriarsi troppo velocemente di spazi lasciati indietro nella corsa a diventare città, ad essere centro.
e non è solo la riconquista di uno spazio, ma anche di una solitudine, di essere comunità solo in piccolissimi nuclei, di una consapevolezza che non si ha più, che avrebbe potuto essere una cosa bellissima, se solo non fosse stata un destino.