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30 marzo 2015

Il rischio degli altri.



Da grande voglio fare il disastro aereo, così tutti avranno paura di me.

Che fare il pilota, è vero, non è cosa da tutti, ma poi non è nemmeno così impossibile. Basta vederci bene, non essere troppo alto, non essere troppo povero, non soffrire di vertigini (e poi puoi avere paura degli squali, quello non conta, e io ho da sempre paura degli squali). Per fare il disastro aereo, invece, ci vuole un qualcosa in più. Solo in pochi ce la fanno, pochissimi consapevolmente.

Prima da grande volevo fare l’ufo, che comunque si tratta di volare e di mettere paura, però poi ho capito che molta gente non mi avrebbe mai creduto. E io invece voglio essere riconosciuto, voglio lasciare le prove. E anche quando non si dovesse trovare niente dell’aereo e dei passeggeri, almeno ci sarebbe l'evidenza che prima qualcosa c’era, e adesso non c’è più.
Voglio essere immaginato e voglio trovare spazio nel sonno delle persone, che alla fine finiscono per non dormire, sapendo che un rischio c’è. Da grande voglio fare il rischio degli altri, quello che quando devi prendere una decisione ci metti più tempo perché ci vuoi pensare. Ecco, io voglio essere quel tempo lì in mezzo, quello che non sai se partire o no. Se ci vuole più coraggio a partire o a restare. La domanda classica e banale a cui nessuno sembra possa rispondere perché poi dipende. E invece non dipende, ci vuole più coraggio a partire; ma il punto è che non vuol dire, per questo, che partire sia meglio. Ci vuole anche più coraggio ad abbracciare un cactus che a non farlo, e magari è pure una bella esperienza. Ma non per forza, diciamocelo. A volte si sta meglio lontani dai cactus.
Da grande voglio fare il cactus pieno d’acqua, voglio fare la pianta nel deserto, e il deserto attorno alle città. E tutti avranno timore di uscire dalla città perché non si sa cosa si trova in quel deserto lì fuori. Quelli che ci sono stati e che sono tornati dicono che non c’è niente, ed è per questo che fa paura. Da grande voglio fare la paura di quando non c’è niente.
Diranno che sarò stato egoista, depresso, malato. Già me lo immagino, diranno un gesto inspiegabile, fuori da ogni controllo, fuori dal sistema. Si diranno increduli, che era tutta la vita che studiavo per imparare a volare. E invece io era tutta la vita che cercavo solo di capire per bene come cadere.

16 agosto 2014

Agosto.


Agosto è un’eccezione. Torna tutti gli anni, mentre tu sei lì in estate ed è fine luglio e da un giorno all’altro eccolo là. E tutti gli anni si interrompe il mondo per come va di solito e la quotidianità si capovolge, le virtù diventano vizi, i difetti pregi, e ogni cosa è frattura e paradosso.
Tutto quello che sembra succedere ad agosto, a pensarci bene, è quasi una concessione che ci facciamo, una digressione in quello che stavamo dicendo nel frattempo, un andare a comprare le sigarette e poi tornare senza essere scappati per sempre.

Agosto è un’eccezione per tante ragioni. Tanto per cominciare: le ferie, quel contenitore chiuso, limitato e necessario nel quale finalmente. Come se tutto il resto dell’anno non potesse essere mai finalmente. Le ferie sono finalmente, un mercoledì mattina non è finalmente. Finalmente non sto più in città, in ufficio, a casa, finalmente è diverso. Finalmente ad agosto si può dare vita a qualcosa che non era possibile negli altri mesi perché si era troppo occupati a guadagnarsele, le ferie. Che detta così fa un po' ridere. E anche detta in qualunque altro modo. E nuvole di lavoratori (o di legittimamente disoccupati) si spostano perché hanno la possibilità di fare quello che sentono (o sembra sentano) di voler fare davvero. Che poi sembra sia quasi sempre qualcosa di diverso da ciò con cui si preoccupano di riempire, appassionatamente, i giorni di tutto il resto dell’anno. E quindi niente, abbiamo bisogno di darci un momento specifico e chiuso da riempire con una grande pausa. Ci prendiamo tre settimane di sospensione dai nostri doveri, coscienti che chi non lavora non fa l’amore (mentre almeno così sì, lo si può fare, l’amore, per tre settimane intere all’anno).

Ad agosto se rimani in città trovi parcheggio sotto casa e di notte in tv passano dei film bellissimi. Ad agosto ci si rilassa, e ci si rilassa per forza. Non si può fare altro che vivere in vacanza. Chi vive lavorando ad agosto è un’eccezione ulteriore, perché l’attività principale delle persone, quella che le unisce, le raccoglie e le indirizza (insomma quella che durante l’anno è rappresentata dal lavoro) diventa la negazione del lavoro.

Ad agosto si fanno molte foto perché, quasi automaticamente, si attribuisce ai giorni il valore di essere ricordati. E così componiamo album in cui la nostra vita è costituita quasi solo di compleanni, natali, e agosti. Ricorderemo di aver vissuto la maggior parte della nostra vita in vacanza, il che mi sembra comunque una cosa bella.

Agosto è un’eccezione anche perché si va in posti dove non avresti mai veramente il coraggio di vivere.
- Tesoro, immagina ad averci una casa qui. Proprio qui, su quest’isola lontana. Immaginati il mare, tesoro mio, la tranquillità, la bella vita.
- Cara, me la immagino vuota, la casa. Perché noi abitiamo sulla Prenestina e tua figlia va in una scuola che hai scelto tu perché le altre ti sembravano piene di figli di cafoni che non sanno parlare italiano, e tu lavori, ringraziandiddio, come dipendente del comune di Fiumicino dopo che ti sei trasferita a Roma apposta perché è la capitale e il futuro è la grande città, e la Feltrinelli il sabato pomeriggio e il cinema a quattro euro, e lavorare e crescere una famiglia a Sora non è possibile, che mondo è.
- Ma...
- Cara, sentimi, qui a Ustica tu non ci vuoi vivere, e non iniziare a rompere il cazzo.

La gente abbandona le città, che si spopolano, e riempie luoghi ameni e lontani che solitamente sono vuoti, isole, campagne, laghi, montagne, deserti. Oppure succede una cosa ancora più buffa, quando evacuiamo tutti le nostre case, abbassiamo tutte le tapparelle e chiudiamo il gas, fuggendo da quello che è l’ultimo posto in cui si potrebbe mai pensare di passare le ferie. E arriviamo piacevolmente in un’altra città (desiderata da mesi e perciò bellissima), magari una capitale altrui, dove troviamo anche lì tutte le tapparelle abbassate e i rubinetti del gas chiusi per ferie. Una città da cui sono tutti fuggiti per andare a vedere questa meraviglia esotica che è il posto da cui veniamo noi.

Ad agosto andiamo in giro vestiti in maniera improbabile, che saremmo fuori luogo ovunque, ma tanto noi fortunatamente siamo altrove. E poi sembra che si leggano molti più libri, e penso che sia l’unico mese in cui si vendano quotidiani e riviste, e che si mangi tutti improvvisamente molto meglio.

L’amore. L’amore estivo è esso stesso una categoria a parte nella grande fucina delle storie d’amore. È tipo l’abbronzatura, ti scotti all’inizio, ti inizia a prendere bene e ti senti bello, anche se in fondo lo sai che non arriverà a natale. È un amore che ti ci butti e che cresce senza attriti e senza pesi, senza la paura del futuro. Forse non dura, ma almeno hai capito perché durano gli altri.

E viviamo in questa dimensione provvisoria e anomala che, indipendentemente dalle cose che accadono, ha il grande compito di farci vedere la differenza e darci la possibilità di dimostrare a noi stessi che non siamo sempre così (senza nemmeno sapere esattamente a cosa facciamo riferimento, se agli undici mesi precedenti o se a quello che stiamo facendo prima di settembre). L’importante è sentire una distanza da qualcosa, e agosto credo serva a quello.

Ci spostiamo tutti insieme, in grandi migrazioni circolari che durano quello che basta per averne nostalgia appena si torna. Quello che succede, succede per un po'. Non che non sia vero, ma poi passa. Partiamo e torniamo riempiendo aerei, navi, treni e soprattutto parentesi, manifestando così il significato più vero di quello che siamo ad agosto, passeggeri.

29 ottobre 2013

Moriremo pazzi.


- Maestro!
- Dove?
- Maestro, è un piacere incontrarla così!
- Dice a me?
- Dico a lei, maestro! Ho appena visto le sue opere nella sala di là, sono assolutamente stupefacenti. Lei diventerà certamente qualcuno.
- Mi scusi, io ho ottantatre anni, forse intanto muoio.
- Esatto! E non appena muore noi diventeremo qualcuni.
- Qualcuni?
- Noi.
- Noi... Non capisco, giovanotto. E poi che cosa ha visto nella sala di là?
- Ah, meraviglie maestro! Le sue opere sono esattamente il frutto dell’incoscienza artistica, del recupero delle sue urgenze infantili, del suo digiuno d’arte, dell’inconsapevolezza e della sua assenza a se stesso. Oltre a costituire, soprattutto, la manifestazione del suo morbo.
- No aspetti, che morbo?
- L’Alzheimer!
- Dio santo, ma io non ho l’Alzheimer!
- Eh, ma avrà notato che ultimamente è diventato un pò rincoglionitello...
- Ma è solo che ho ottantatre anni! Non è per forza Alzheimer!
- Dicono tutti così.
- Ma non è possibile, io sto bene.
- Dicono anche questo.
- Chi?
- Tutti.
- Ma hanno tutti l’Alzheimer?
- Sì. Oppure sono tossicodipendenti, o autistici, o schizofrenici, o carcerati. A volte sono bambini. Però coi bambini funziona poco perché poi non muoiono.
- Mi scusi ma lei non era venuto qui a cercare di vendermi una poltrona massaggiatrice?
- Beh, in effetti sono entrato a casa sua con quest’intenzione. Però la mia vocazione per l’Outsider Art mi ha fatto subito notare i suoi capolavori nella sala di là.
- La sala di là sarebbe la cucina?
- Può chiamarla così, se preferisce.
- Ma è una cucina! Come la chiama lei di solito una cucina?
- Laboratorio, officina, studio, pensatoio.
- Mi perdoni, ma lei mi confonde. Io pensavo di poter fare quattro chiacchiere con un giovanotto qualunque, approfittare del suo tempo per raccontare di quella volta che da militare sono stato a Nuoro e abbiamo bucato una ruota proprio fuori città e Parisi aveva portato la fiaschetta di malvasia. E poi lei mi dice che ho i dei capolavori in cucina. E che ho l’Alzheimer e che diventiamo qualcuni.
- E che muore.
- Giusto, che muoio. Ma le pare? Ma poi com'è che funziona esattamente?
- La ringrazio per la domanda, le spiego. Io che sono un curatore e storico di arte contemporanea adesso prendo i suoi lavori e preparo una mostra. Poi quando lei sarà in ospedale in rianimazione mandiamo gli inviti.
- Chiaro, certo. Ma esattamente a che lavori si riferisce?
- Alle sue magnifiche reinterpretazioni! Ai sui schizzi sulle evidenze postindustriali. Alle sue riflessioni, direi quasi situazioniste, sui linguaggi della società dei consumi.
- Non credo di avere la più pallida idea di quello che sta dicendo.
- Ed è esattamente questo il senso! Non si preoccupi, lei meno ci capisce più noi diventiamo qualcuni. Guardi qui, ho preso alcuni esempi dal suo atelier.
- Sempre la cucina, immagino.
- Sempre. Cerchi e righe, a volte dei quadrilateri irregolari. Forme primitive di inchiostro che graffiano ed esaltano il nostro rapporto con la vita postmoderna.
- Ma quelli sono i volantini del supermercato...
- No no, questi sono i supporti delle sue visioni.
- Guardi, non so come dirglielo. Io in verità segno solo le offerte.
- E come?
- Con la penna. Tra l’altro sono pure volantini vecchi quelli, le offerte sono scadute.
- La caducità del desiderio! Che meraviglia, maestro, che meraviglia!
- Guardi giovanotto, io capisco che sono tempi difficili, ma se lei è venuto qui a farmi perdere tempo cade male. Ho ottantatre anni ma ancora non sono del tutto rimbambito.
- Ma no, che dice, che rimbambito. Alzheimer, si ricordi… Alzheimer.
- Ancora con questa storia? Ma la vuole smettere! Dov’è la mia poltrona massaggiatrice? Dov’è la mia solitudine? Dove sono i miei ricordi inventati e incoerenti? Dov’è Agnese che se n’è andata l'anno scorso d'estate? Dove sono tutte le lettere di quando eravamo giovani? E i buoni postali? Dove sono tutte le cose cadute sul pavimento e lasciate lì? Dov’è l’inconsapevolezza di tutto questo, eh, giovanotto?! La vuole sentire la storia di quando ero militare a Nuoro, oppure no?


21 marzo 2013

che fretta c'era.



Una volta ero in Calabria a fare una di quelle vacanze di quando c’hai ventanni e ti metti da parte i ricordi per quando ne avrai sessanta, e insomma finì che dormimmo in spiaggia. Quando mi svegliai mi avevano rubato tutto, cioè il piccolo zaino sul quale ero convinto di stare dormendo. Mi ritrovai a bestemmiare, di buon mattino, pensando che qualcuno aveva in qualche modo trovato redditizio un costume da bagno, delle mutande, un portafogli con una trentina di euro e con una serie di documenti, e una moleskine.
Per il costume e le mutande poveri loro, per i soldi povero me, i documenti li fecero ritrovare - galantuomini che non sono altro - e poi c’era la moleskine. E io fino ad oggi, tutte le volte che c’ho pensato, ho bestemmiato ancora e sempre contro di loro. Quel taccuino, oltre a contenere i vari ricordi di quella vacanza - che adesso quando avrò sessantanni che faccio - custodiva nella tasca interna una vecchia foto in bianco e nero. E in quella foto era ritratta una ragazza sorridente, seduta nel bagagliaio di una Mini Clubman, quelle Mini fighissime che dietro si aprivano tipo furgoncino. Una foto che avrebbe avuto tutte le caratteristiche per essere la migliore foto hipster del millennio, se non fosse che a quel tempo gli hipster non esistevano e il mondo era semplicemente conosciuto come “la fine degli anni settanta”, e se non fosse, soprattutto, che quella ragazza era mia madre (e se a mia madre oggi gli dici hipster lei ti porta una pizza rustica. Così, per sicurezza).
Mi sono sempre chiesto che diavolo gli costava a quei gentiluomini riconsegnare anche il taccuino. Di sicuro lo avranno aperto, per vedere se c’erano soldi, e magari avranno visto pure la foto. E che ci fai con una foto del genere? Mi hai ridato il bancomat, signore che sei, ridammi anche la foto. È importante, è mia madre, per ma ha un significato, è un documento della sua e della mia vita. E che significato può avere mai per te, buonuomo, che non hai nemmeno idea di chi diavolo sia quel sorriso che stai guardando?

Poi è successo che ero a Palermo, l’altro giorno, a passare uno di quei periodi di quando c’hai trentanni e ti metti da parte i ricordi per quando… vabbè, a qualcosa dovranno pur servire prima o poi.
Scendo di casa e proprio di fronte al portone del mio palazzo trovo questa foto, piegata a metà, e basta. La raccolgo, la osservo, e mi guardo intorno. Non so se per il timore di essere stato visto da qualcuno, colpevole di aver preso qualcosa di non mio, oppure se alla ricerca della ragazza della foto, a cui magari era appena caduta, come per restituirgliela.
In entrambi i casi quel mio guardarmi intorno non ebbe riscontro. Le cose a Palermo cadono in continuazione, senza che ci si faccia poi caso. Si cammina su strade di cose cadute, e intanto si continua a guardare sempre il cielo, aspettando quello che di nuovo arriva.
Prendo la foto e me la metto in tasca, per avere la libertà di dimenticarmela. Che è facile perdere senza dimenticare, ma è molto più difficile il contrario. Così, con leggerezza, mi affido alla convinzione che sarebbe risaltata fuori, e infatti succede, oggi. Sullo stesso marciapiede, oltre ad una foto che ritrae venti uomini in posa, perfettamente vestiti da loro stessi, trovo un attestato di licenza elementare di quasi cent’anni fa. L’attestato, firmato dal podestà del tempo, qualunque cosa dichiari, afferma in qualche modo l’infanzia di una ragazza di nome Teresa, a Palermo.

E così, tornato a casa, vado a riprendere la foto di quella ragazzina con gli orecchini d’oro e mi immagino che magari è lei Teresa, che sorride educata a quel Regno d’Italia che l’ha istruita e formata. Quel Regno d’Italia che da parte sua non sorride quasi mai, intento com’è a prendersi sul serio, e che sembra essere tutto quanto nel ritratto di quei venti uomini tutti insieme su un piccolo terrazzo, seri in uno qualunque dei giorni di festa, che in una galleria di arte contemporanea lo intitolerebbero “benessere su sfondo povero”.
Magari uno di loro è il padre di Teresa, penso, e finisce mi metto a fare tutti i confronti sulle fisionomie e mentre sono lì mi accorgo che sto cercando di costruire una storia che non esiste. Una storia nata su un marciapiede. Cerco di mettere insieme elementi che non si erano mai incontrati prima. Io Teresa non la conosco, come non conosco nessuno di quei venti uomini, né tantomeno la ragazzina con gli orecchini d’oro, che ovviamente non è detto sia Teresa. Eppure mi ci sono buttato a capofitto, senza pensarci… perché tutta quell’urgenza, che fretta c’era? Sarà probabilmente il bisogno di dare una forma a qualcosa che pur essendo autentica non contiene nessuna verità. Sarà la voglia di immaginarsela quella verità, quell’improbabilità, finendo forse per trasformare quelle foto in tutto, meno che in un documento. Sono pungoli, incoraggiamenti a rilanciare sul buio, con la consapevolezza che di fantasia non si perde quasi mai.

Non credo che perdonerò mai davvero quei nobiluomini che si presero la mia roba, ma adesso mi piace immaginare che magari uno di loro, vedendo la foto di quella ragazza seduta nel bagagliaio di una Mini Clubman, avrà pensato che potesse essere la destinataria di una lettera d’amore trovata stropicciata in un portafogli la notte prima, oppure la proprietaria di un ciondolo di coralli rossi “rinvenuto” l’altra settimana. E forse, come io ingenuamente cerco di ricostruire storie invisibili attorno a cose cadute su un marciapiede, lui faceva lo stesso con gli oggetti di quella spiaggia. Oppure era soltanto un ladro cretino e basta.

In ogni caso, se qualcuno rivedendo questa foto riconoscesse Teresa - o chiunque sia - si faccia vivo che gliela rendo. Perché i ricordi immaginati sono bellissimi, ma alla fine quelli veri di più.

26 giugno 2012

l'amore ha i tempi del colera.



quella mattina si svegliò già così, senza saperlo. era già successo da qualche ora, ma il tutto era ancora senza sintomi, senza evidenze, e lui non poteva immaginare niente. e in effetti, essendo il primo essere nella storia a cui succedeva una cosa del genere, proprio nessuno avrebbe davvero potuto immaginare niente.
camminava nei sentieri di quella foresta bassa che era sempre la stessa da anni e che, in quella mattina qualunque, sembrava per qualche ragione più colorata, più piena, più secca, più calda.
ecco, il caldo. iniziò a prenderlo in maniera strana, inaspettatamente in mezzo agli altri, a momenti. e poi lo stomaco. piano piano diventò il turbinio di una voliera e pensò alle troppe bacche rosse il giorno prima.
ma non erano le bacche rosse. era invece l’onnipotenza e il delirio, era la sete perpetua e fortissima che ti asciuga e che non spegni mai.
tutti gli altri intorno a lui subirono a poco a poco la stessa sorte, e stesi in terra l’uno accanto all’altro, avvolti e contorti l’uno nell’altro, si domandavano da dove venisse questo destino, questo sgomento e meraviglia, e se fosse giusto averne paura.
alla fine stette male e poi malissimo, fino a scoprire che certe cose si spengono da sole. se riesci a sopravviverne i sintomi e le manifestazioni, passano come sono arrivate, lasciandoti soltanto la memoria di una grande debolezza. 

16 maggio 2012

Cercavo Caterina.


era gennaio e cadevano le bombe, ma nessuno le sentiva veramente. non facevano rumore. ogni tanto vedevi da lontano le luci, i bagliori, però quasi non ci facevi caso.

anni dopo l’hanno chiamata rivoluzione, ironicamente, come quella che fa la terra intorno al sole. un giro lungo e lontano che poi torna sempre. adesso le strade sono vuote, la gente lavora, e appena torna a casa inizia a desiderare.
oggi votano tutti in massa, l’astensionismo è quasi a zero, il sistema si alimenta con la sua stessa necessità di essere legittimato. la gente non vuole vivere al margine, e mentre una volta la forza centripeta erano i consumi, oggi lo è la partecipazione. le persone scelgono di partecipare, prendere parte a idee e movimenti che nessuno ha mai veramente creato, sceglie la convinzione, ad ogni costo, di essere artefice del proprio destino.
all'inizio del secolo i social network, internet, quelle reti che si sono dimostrate sempre più tali senza mai diventare vere comunità, ci hanno resi tutti partecipanti. la consapevolezza e il nuovo senso civico, le petizioni online, le occupazioni su twitter, tutto è diventato sempre più necessario, sempre più richiesto. e così sono riusciti a toglierci il vero diritto a partecipare alla vita pubblica, che poi vuol dire crearla, nel modo più mancino, trasformandolo silenziosamente in un bisogno da soddisfare. un altro.

scendo dalla vespa e mi fanno male le gambe come se fossi arrivato di corsa. sono giorni che fa il freddo di metà febbraio, quello dei telegiornali e degli innamorati. in strada non c’è nessuno, e anche se ci fosse non saprebbe che fare. sono tutti in casa a non guardare la televisione e a non fare l’amore, aspettando soltanto che l’inverno passi. ogni anno è la stessa storia, tutti aspettano la fine dell’inverno come fosse la fine di un coprifuoco, o di una quarantena, di una cosa che ti costringe in casa e che quando è finito ti senti finalmente libero di ritornare normale, di recuperare tutto quello che hai lasciato quando a settembre.
il palazzo è uno di quelli costruiti molto prima che inventassero il mio quartiere. diceva mio padre che non si può inventare un intero quartiere, così dal nulla. un quartiere non si decide. perchè è come se decidi di inventarti una barzelletta. poi finisce che fa pena, non viene una cosa bella. mio padre non aveva un gran senso dell’umorismo e credo non ne capiva molto di come si fa una città. però era custode al cimitero monumentale, quindi ho sempre pensato che di pena e di bellezza qualcosa ne sapeva.

arrivo al portone con una nuvola di fiato bianco tutta attorno alla faccia. faccio un respiro di quelli grossi e lo trattengo fino a che non mi risponde qualcuno.
- sì, salve. cercavo caterina.
mi avvicino con la faccia alla voce che non esce dal citofono e sbatto il casco al muro. ce l’ho ancora in testa e nemmeno lo so.
- chi la cerca?
- hmm, sono... alessandro... un amico dell’università...
non è vero niente. non mi sono iscritto all’università che non ci credo. non mi chiamo nemmeno alessandro. e io e caterina non siamo mai stati amici.
- dice che ora scende… alessandro…
- grazie! buonase… buongiorno!
- buongiorno...

mi allontano dal portone e penso che sto aspettando una ragazza con la quale farò l’amore. mi chiedo cosa dovrei provare in quel momento perchè onestamente non lo so. non è una cosa che si sceglie e nemmeno si decide. ma noi l’abbiamo fatto, ci siamo scelti e abbiamo deciso che avremmo fatto l’amore. e questo atto di forza si è trasformato in una cosa delicata che non starà mai in equilibrio su niente. è come tenere una saponetta mai usata tra le mani bagnate, come ti muovi la sciupi. cerco di guardare da un’altra parte e butto gli occhi sul palazzo di fronte, sulle bandiere tricolore, sui portoni chiusi e i manifesti mezzi strappati ai muri, sulle strisce pedonali di una strada dove non passano più macchine da anni. mi affaccio al bar lì affianco per vedere se hanno le sigarette. dicono che non ce le hanno. mentre esco vedo uno in ciabatte che ordina un tramezzino da cinquemila lire e un succo di pomodoro. senza limone per piacere. certe volte fanno pena pure le barzellette originali, penso.

- ma che sei scemo che dici a mia madre che ti chiami alessandro?
sorride che quasi chiude gli occhi mentre si caccia in testa un cappello di lana e io finalmente mi ricordo la sua faccia perchè la vedo.
diceva mio padre che pure i ricordi si consumano a usarli, come fossero cartoline, e se ti concentri troppo su un’immagine poi perdi tutti dettagli, e quel ricordo diventa sempre più semplice e opaco, con i bordi tutti smangiucchiati. e così pure per le facce delle persone, che se ci pensi sempre poi non lo sai più come sono fatte veramente. è per questo, diceva mio padre, che sulle tombe c’hanno messo le fotografie.
- ehi.
- guarda che mia madre sa tutto, gliel’ho detto…
- sa tutto? che le hai detto?
- che andavamo a fare l’amore. e che non ti chiami alessandro…
- uh.
- è tutto ok, tranquillo.

e così da quel posto tutto ad ovest ce ne saliamo su a nord e caterina non dice niente e io nemmeno. più mi allontano da casa sua più si moltiplicano i minuti in silenzio. febbraio è un mese di periferia, il mese più dimesso di tutti. a febbraio sembra che non succeda mai niente, e invece è solo che non si vede. tutto succede al chiuso. caterina non ha paura della vespa ma si tiene stretta a me lo stesso, con una guancia appoggiata sulle spalle come a dire siamo già tutto questo. a pensarci bene caterina non ha paura di niente.
mentre costeggiamo il parco rallento un pò e tutto si fa meno rumoroso così che possiamo ascoltare dirci cose piccole, ma alla fine non diciamo niente e c'è un semaforo rosso.
io mi giro con la testa di lato, come se la volessi guardare, ma non così tanto da guardarla davvero. lei scioglie le braccia attorno alla mia pancia, scende dalla vespa e mi si mette di fianco, in piedi.
io la guardo e sorrido. sta per scattare il verde e mi bacia. tutti zitti.

vivo in un appartamento di due stanze con l’impianto elettrico da rifare. in una ci vive antonino. siamo venuti a milano insieme dopo il liceo. lui voleva fare medicina, poi si è iscritto ad economia, e dopo due esami mai passati si è messo a scrivere. adesso collabora con una rivista e scrive di libri che non ha mai letto. e comunque, da che è iniziata la rivoluzione, a casa non c’è mai.
la rivoluzione ce l’hanno fatta in casa, così che oggi scegliamo tutti i giorni di accoglierla, di farla nostra, di farla crescere e di proteggerla. va bene qualunque cosa, non importa cosa, purché continuiamo ad avere la possibilità di votare, di lavorare, di esercitare la nostra volontà in una forma qualunque. la possibilità di dire sì, questo l’ho scelto io. eccomi, sono io il re.
non ci siamo mai accorti della necessità, della costrizione a dire quel sì. della possibilità di parlare che s’impone sul diritto a negare.

la cucina c’ha pure un divano e abbastanza spazio per viverci. però ci ho vissuto troppo negli ultimi giorni e adesso è tutto un casino. mentre mi tolgo la sciarpa faccio un po' finta di niente e dico che è meglio se andiamo di là. caterina non si guarda intorno e mi segue.
in camera mia c’è lo stereo acceso da quando sono uscito quella mattina, su una radio di musica qualunque, e quando entriamo penso ok, questa canzone me la ricorderò per il resto della vita. magari la odierò per il resto della vita, però insomma, in un modo o nell’altro, me la ritroverò tatuata nella parte del cervello dove si fanno gli incubi e i sogni. e quando a cinquantanni avrò una crisi di mezza età sarà questo ciò che rimpiangerò.
- pensi davvero di arrivare a cinquantanni?
- cosa?
caterina è alla finestra. la apre e si affaccia giù. poi si gira e mi guarda negli occhi.
- stavo pensando, tu davvero ci vuoi arrivare a cinquantanni?
- beh, non mi sembra una pessima idea...
- scemo, dico seriamente... non ti spaventa che poi a cinquantanni si ferma tutto? certo a quell'età non si è davvero vecchi però si è fermato tutto di sicuro. non si cambia più. rimani quello che sei arrivato ad essere in quel momento...
- mmm. allora bisogna fare in modo di diventare qualcosa di bello entro i quarantanove. anzi proprio ai quarantanove, che tanto prima non serve a niente, possiamo sempre ancora cambiare, e ci possiamo divertire ad essere tutto il resto…
caterina sorride veramente e poi mi bacia di nuovo. lo sa che ho capito e mentre mi bacia un po' piange, con gli occhi chiusi.
restiamo così abbracciati per un sacco di tempo, davanti alla finestra aperta, e io guardo la strada giù e penso che la neve di quel gennaio se n’è andata ma le impronte sono rimaste tutte.
diceva mio padre che la neve è una cosa misteriosa e non ci si deve mai fidare, perché non ti fa riconoscere più niente, nasconde la verità e poi ti fa cadere. ma alla fine lui ci sperava sempre nella neve, perché in fondo, diceva, è l’unica cosa che fa cambiare il mondo in una notte.

23 febbraio 2012

a ginevra la gente si annoia.


ginevra fa cagare. piove sempre. o nevica sempre. o è sempre nuvoloso. o c’è sempre il sole. ginevra è una cazzo di città assoluta. ginevra non vive mai un pressappoco.

tutti mi dicevano di accettare e io ho accettato, che al giorno d’oggi. e al giorno d’oggi, da tre anni, mi ritrovo a fare il topo di laboratorio di quelli tristi. ci sono i topi di laboratorio contenti, quelli che si fanno i labirinti, le ruote, gli impulsi, gli allucinogeni, si accoppiano, muoiono, fanno esperienze. e poi ci sono i topi di laboratorio tristi, quelli col camice e il cartellino, quelli che guardano il labirinto dall’alto, onniscienti e annoiati. io faccio quello lì.

sulla mia scrivania c’è un post-it che dice “riunione urgente ore dieci”. trattandosi di un post-it non è una riunione ufficiale. è una riunione di sgabuzzino.

- questo lavoro fa cagare.
- e questa è la riunione urgente? rischia di essere la scoperta più importante dell’anno. congratulazioni.
- stammi a sentire.
- veloce, che c’ho il test dell’orologio atomico tra poco.
- ecco appunto. il test…
- che c’è?
- lo sai che ci sono scommesse in giro?
- che scommesse?
- scommesse… ci sono un pò di colleghi all’estero…
- colleghi all’estero? ma che stai dicendo?
- senti… qui arrivano un sacco di soldi e ne arriveranno sempre… in più seppure il progetto dovesse rallentare meglio così, non si fermeranno mai. lo so che sei frustrato, che stai male qui… ti offro uno stimolo, un’opportunità...
- non sono proprio sicuro di aver capito.
- gare di neutrini! c’è un giro pronto che non te lo immagini! giappone, america, francia, india… tutti che vogliono scommettere!
- ma che cazzo dici! e poi tu che ne sai? come la conosci tutta sta gente?
- c’è un gruppo su facebook.
- un gruppo su facebook di scommesse clandestine su gare di neutrini?
- sì. 
- ma come sì?
- ma sì! tanto chi ci crede?
- infatti nemmeno io.
- senti. le scommesse ci sono sempre state...
- ah sì?
- sì, ma robetta. cose tra amici, capiprogetto al massimo. qui si tratta di giri forti invece… è la gara del secolo!
- “la gara del secolo!” ma se manco si vedono sti cazzo di neutrini! ma che dici? di che cosa stai parlando? cioè voi state lì davanti al monitor a fare daje daje daje con le ricevute delle scommesse in mano? ma poi non c’è nemmeno il tempo! finisce subito! appena parte è già finita… pronti, partenza, finita. vince il neutrino numero sette. che culo ho vinto. ma finiscila!
- ma no, a parte il fatto che ci vediamo gli highlights alla fine… c’è uno che deve fare i report conclusivi e ci passa la moviola.. ma non è questo il punto. il punto è la velocità.
- tralascio la storia della moviola che non mi pare nemmeno il caso di approfondire. che vuoi dalla velocità? la formula?
- la formula la so, non è quello. diciamo che i ragazzi, alcuni, vorrebbero un pò più di brio per il prossimo evento.
- tipo gli ostacoli? vogliamo fare una bella corsa ad ostacoli per neutrini?
- tutt’altro… diciamo che sarebbe meglio agevolarli un pò…
- tipo?
- tipo farli correre un pò di più, farli arrivare prima.
- mi stai chiedendo di dopare i neutrini? 
- non necessariamente. tu tra dieci minuti stai al cronometro, non alle scuderie…

23 gennaio 2012

pollaio.


i polli non ridono. non hanno mai riso. i polli sono animali tristi. tutti ci provano a farli ridere, finendo addirittura col pensare che abbiano uno scarso senso dell’umorismo, uno spirito di patata. ma non è così, non ce l’hanno proprio.

soprattutto perchè la patata non ha spirito. o meglio, forse ce l’ha, ma non si vede. un pò come la carota. è semplice: quando una patata muore è naturale che non venga seppellita. quelle sotto terra sono le patate vive. le patate morte non vanno sotterrate, è la natura e nessuno si scandalizza, nessuno si offende e di conseguenza non c’è nessuno spirito che aleggia in giro rivendicando una giusta sepoltura. se uno spirito non gira, non esiste. lo spirito di patata è una leggenda.

nemmeno stessimo parlando di cimiteri indiani. (attenzione a comprare le case sui vecchi cimiteri indiani!) è un falso mito anche quello. in india ci sono tipo un miliardo e mezzo di indiani e c’avranno cimiteri da due-trecentomila ettari. e se ne fregano!
sono sicuro che ci costruiscono sopra anche lì. ma non case, ci costruiranno tipo supermercati o centrali nucleari. nessuno si può comprare una casa così grande. non le fanno. oddio, forse in india le fanno… in effetti le fanno anche qui. sono enormi, le piazzano nelle zone industriali delle città. parallelepipedi enormi tutti blu con la scritta gialla svedese. e dentro sono completamenti arredati con un sacco di cose che la gente vuole nelle loro case diverse. sono tipo loft giganti. che poi anche i loft giganti fighi sono un falso mito. non sono belli. non può essere bella una casa enorme senza nemmeno un muro dentro, un séparé, una porta. i loft giganti fighi c’hanno solo una porta, quella di entrata, e basta. nemmeno quella del bagno, e in effetti il bagno nemmeno c’è, perchè sarebbe una seconda stanza. col bagno non sarebbe un loft figo originale “ambienteunico-openspace”. in un vero loft figo originale pisci davanti a tutti.
se dai una festa ci entrano tante persone e puoi sempre dire che casa tua sembra quasi una discoteca, così senza muri in mezzo. o un museo contemporaneo. o un campo di calcio di serie c. insomma un posto qualsiasi dove c’è tanta gente, in piedi, un pò annoiata. nei loft fighi nessuno si agita troppo durante una festa, perchè sennò non è più figo. magari si assaggia una tartina triste e qualcuno, ogni tanto, fa pipì davanti a tutti. tipo in un pollaio, a pensarci bene, dove non sorride mai nessuno.

(a proposito. i polli non fanno neanche la pipì.)

19 gennaio 2012

y!


praticamente è andata così.

un pò di mesi fa mi sono accorto di alcune cose sul senso del tempo e sull’esigenza di permanere e perpetuare (sciocchezze che ho ancora in testa e che potranno venir fuori ogni tanto. uomo avvisato, mezzo morto).
in altre parole ho pensato che tutto quello che avevo scritto sul blog fino a quel momento erano degli appunti che avrebbero potuto far molto comodo a mio figlio per scrivere la mia biografia. già. e quindi dovevo assolutamente produrre un figlio!
la logica era schiacciante. non potevo assolutamente far perdere a quel ragazzo la possibilità di esistere e di scrivere la mia biografia usando il mio blog come fonte. cioè, pensa un momento a quando intervistano sto povero figlio riguardo al periodo surrealista del padre e lui non sa niente. che dice? “no mi scusi io non c’ero quel giorno… ero in bagno… il cane mi ha mangiato la nonna…” oppure “questo non lo so dal momento che non esisto…” ?!? inconcepibile.
invece se quel figlio esiste, ed è sicuramente anche molto bello, e ha tutta una serie di strumenti dettagliati, può consultarli e rispondere con sicurezza “non credo che mio padre sia stato mai un surrealista, ma un giorno si è fatto frustare in una sauna lèttone con dei mazzetti di betulla.” convinto. vai così! sono gioie che solo un padre può comprendere...
basta scrivere su sto blog, che di roba ce n’è tanta. pensavo. mi dovevo concentrare anima e corpo alla riproduzione non digitale di me stesso. lo dovevo fare proprio bene questo figlio, senza distrazioni. un primogenito di quelli esagerati, un concentrato selezionatissimo del padre, fatto con cura e maestria, un’eccellenza. una sorta di boccaccino gran riserva.

ad essere sincero sono partito vagamente impreparato. la previsione era, mi accorgo adesso, un pò ambiziosa, ma tutto sommato realizzabile: produrre un erede, da lì a dieci mesi, senza nemmeno avere in partenza un utero a disposizione. insomma partendo da zero, o meglio da y. oh, donne, sappiatelo! y è l’unica cosa che io ci posso mettere per fare un figlio… da lì parto e lì purtroppo mi fermo. è una precisazione che tengo a fare perchè tutti sappiamo come nascono i bambini e io non voglio deludere nessuno. conosciamo tutti l’alchimia, il processo, gli ingredienti necessari. è da che eravamo piccoli che ce lo spiegano per bene. un lavoro a tempo indeterminato nella tua città natale, meglio se alle poste centrali o in ferrovia (in alternativa alla tua città puoi mettere una qualunque città del nord, ma in quel caso devi procurarti anche un pò di babysitter, in sostituzione all’ingrediente tradizionale “nonni”). tre settimane di ferie all’anno, di cui due ad agosto. una casa in affitto, ma meglio il mutuo che almeno alla fine la casa è di proprietà. un pacco di soldi enorme per i pannolini, anche detto tredicesima. una macchina. ah! e soprattutto, un matrimonio, elemento imprescindibile (tra l’altro molto usato anche per fare un figlio nell'apprezzatissima versione "salvamatrimonio". è ovvio che se non si è sposati questa variante è impossibile). poi, a seconda delle ricette regionali e della qualità di figlio che si vuole ottenere, si può aggiungere un pò di battesimo, ma io pur avendone uno (ed essendomene anche avanzato un bel pò) preferisco non metterlo. poi sono gusti.
comunque dicevo, io di tutte queste cose non ho niente. forse solo la macchina, ma è giapponese, vecchia e scassata, dentro non funziona nemmeno l’arbre magique, c’ha lo stereo a cassette e ci fumo dentro e corro. insomma, non credo sia il posto adatto per un’infanzia felice.
però poi ho scoperto, in tarda età, che a parte tutti i sopracitati ingredienti essenziali, può essere necessaria, a volte, anche un’altra cosa, della quale non mi era mai stato detto, nè a scuola, nè in chiesa, nè in famiglia, nè tantomeno in tv (o in ogni caso non mi è rimasto impresso come tutto il resto). e ho anche scoperto con grande sorpresa che io questa cosa ce l’ho.
y! un bellissimo cromosoma nuovo di zecca mai usato! che tra l’altro, scopro col passare degli anni, è l’unica cosa che ci fa degnare di uno sguardo dalle donne. loro forse non lo sanno, ma io sì.
insomma mi sono sentito a pieno titolo un padre potenziale. per certi versi ho tutte le carte in regola. si può fare!

poi esattamente non ho capito bene perchè non è successo. ci sono ancora delle lacune a riguardo.
fatto sta che finché non nasce mi sa che io gli appunti continuo a scriverglieli, poi vediamo.

20 aprile 2011

la teoria del caos (o qualcos’altro di vagamente correlato) spiegata a mio figlio che nasce tra dieci mesi.

caro figlio,
tanto per cominciare sei molto più di un cognome. e poi ti volevo dire che molto prima che nascessi, una decina di mesi prima, mi è venuto in mente di approfondire alcune tematiche relative al senso dell’universo. che poi a tutt’oggi continuo a credere sia antiorario.
ti anticipo subito che non sono arrivato ad una risposta univoca ed esauriente, però almeno mi sono fatto un’idea. o comunque un’idea ulteriore. ed è per questo che mi viene da scriverti. perchè lo so che tu poi chiedi le cose tipo perchè la zebra è a strisce. e io ti rispondo fin da adesso, figlio mio che nasci tra dieci mesi, che ti dovresti porre un’altra domanda. una domanda più completa. e cioè perchè la zebra è a strisce e non a pois.
bene. la zebra a pois esiste, e non solo perchè qualcuno è stato capace di scriverci una canzone, ma proprio perchè è lì fuori da qualche parte a brucare erba in un campo indeterminato ma possibile. cioè, quel campo ha le stesse possibilità di esserci di un campo vero. e tu mi chiederai, come facciamo a prevedere quale dei due alla fine diventa vero e quale no? e io ti rispondo che non lo possiamo prevedere, lo possiamo solo esperire.
- esperire?
- ma che fai figlio? passi al discorso diretto?
- dai papà... esperire?
- è una parola bellissima che mi ha insegnato peppe. la usi quando stai guidando da san giorgio a benevento e cerchi un verbo intorno alla parola esperienza. poi lui che è una persona studiata te lo suggerisce. vuol dire quando quando le cose le percepisci coi sensi, più o meno.
- tipo il campo?
- esatto, bravo. il campo dove la zebra a pois bruca tu non lo vedi. ma non è detto che non potrebbe esserci. o comunque diciamo che tutti i fattori che hanno portato la zebra a pois su quel campo sono probabili esattamente come tutti quelli della zebra a strisce, solo che non si sono verificati. poi in effetti, quando diventi adolescente, passi al livello che non capisci proprio la ragione per cui non lo hanno fatto e non lo possano fare.
- perchè le cose vanno in un certo modo, eppure c’è gente che vorrebbe il contrario? perchè il paese in cui sei nato tu, papà, è diventato un posto che tutti dicevano triste, quando poi tu stavi lì a parlare di come dovrebbero essere le cose secondo te, con altre persone che la pensavano uguale? perchè quelle cose sono andate in modo diverso? potevano andare come dici tu?
- sei già adolescente?
- non lo so. facciamo di no. facciamo che sono bambino.
- meglio così. certo che potevano andare come dicevo io! anzi. quelle cose che dicevo io esistevano proprio. e in quel caso non solo perchè stavano a brucare erba in un campo indeterminato, tipo l’italia, ma proprio perchè io le pensavo. esistevano perchè prendevano già forma parlandone, guarda caso, in piazza della rivoluzione a palermo, con lo zibibbo nei bicchieri. ma non tanto, di zibibbo, figlio... non stare a pensare male che poi ti vuoi fare le canne con sta scusa.
- abbiamo detto che non sono ancora adolescente.
- sì, ma io lo so come fate voi bambini. vi ricordate tutto e poi lo usate come cattivo esempio. comunque… tu una cosa la pensi, una cosa che magari è l’opposto di quello che è, e poi ti accorgi che quella cosa potrebbe tranquillamente essere. e se non è, stata è colpa soltanto di un centinaio di miliardi di fattori, che in maniera imprevedibile, hanno fatto sì che tu vedessi vivere una cosa più che un’altra. tipo te stesso, per esempio. ma sia chiaro, figlio, che la zebra a pois ha la stessa dignità e ragione di essere di quella a strisce. proprio uguale. come il mondo aveva la stessa probabilità di essere un luogo pieno di buon senso.
- antiorario?
- quello è l’universo.
- ah.
- insomma secondo me è per questo che tu inconsciamente mi fai le domande ed è per questo che me le faccio pure io.
- perchè?
- aspetta… quello che ti sto per dire è una cosa che ho pensato io. magari è una cagata.
- solo questo?
- no, in effetti no.
- comunque… tu ti fai le domande e me le faccio pure io perchè lo sappiamo che c’è altro. lo sappiamo in maniera inconsapevole… la possibilità di un’alternativa, caro niccolò… ti posso chiamare niccolò?
- mi fa cagare.
- ok, scusa. dicevo… la possibilità di un’alternativa è praticamente una convinzione inconscia. è per questo che noi ci chiediamo perchè. lo sappiamo che le cose potrebbero essere altre e non quelle, e certe volte ce le sentiamo dentro anche senza avere spiegazioni serie. altrimenti, dico, su che base ci dovremmo fare domande? se non avessimo l’istinto di qualcosa che potrebbe essere diverso da quello che è, chi ce lo farebbe fare a chiederci di quello che non è?
- vabbè però un pò di spiegazioni ce le possiamo dare su perchè una cosa è quella che è e non un’altra. cioè secondo me, papà, la zebra è a strisce perchè nella fuga confonde i predatori. quelli non la vedono bene, come la gente con la camicia a righe fine fine… dà fastidio agli occhi e te ne scappi meglio.
- e a te chi te l’ha detto?
- piero angela.
- ancora non è morto?
- no no.
- vabbè… piero angela c’avrà anche ragione, le spiegazioni si possono pure trovare, ci sono. però quello che ti dico io è che sono spiegazioni non vanno lontano. che a cercare le risposte ti accorgi che quelle che rispondono ai perchè sono sempre le più brevi. mi segui?
- mmm… insomma…
(pausa)
- senti papà…
- eh.
- mi racconti la storia di quando hai conosciuto la mamma?

9 aprile 2011

annamaria.

ho sognato che litigavamo brutto. eravamo io e te, tuo marito (che ovviamente era davide) e mia moglie (che ovviamente non lo era) e avevamo un appuntamento per andare da qualche parte. però io prima dovevo prendere un pallone aerostatico da mediaworld. adesso considera che questo pallone aerostatico era grande come uno zeppelin e non è che lo andavo a comprare all’interno, ma lo prendevo al volo passando in macchina. era già gonfiato e lo portavo attaccato ad una corda affacciato fuori dal finestrino. eravamo in pianura e da un lato c’era una luce bellissima, e dall’altra parte, in lontananza, si vedeva che stava arrivando una grande tempesta. passiamo a prendere lo zeppelin appeso fuori al negozio e poi ce ne andiamo tutti verso questa nuova destinazione, dove però quello che doveva esserci era già tutto finito e stavamo in piedi in una casa che stava stava affondando (un pò come in eternal sunshine of the spotless mind, però più lentamente). insomma lì abbiamo una discussione molto accesa ma allo stesso tempo calma. non che fossimo preoccupati dell’andare a fondo, perchè sembrava proprio che questo affondare fosse previsto ad un certo punto della serata. la discussione era riguardo a che cosa stavamo facendo quel pomeriggio e perchè. e io vi spiego la natura del pallone aerostatico parcheggiato fuori. mia moglie mi supporta nella discussione. e tuo marito supporta te dicendo che forse qualcuno doveva organizzarsi meglio per evitare che la casa affondasse così presto, oppure che noi dovevamo arrivare prima, perchè così non avevamo fatto in tempo a fare aperitivo.
e poi ci siamo allontanati con la convinzione che non ci saremmo mai più rivisti.

8 marzo 2011

le porte del cielo.

gli aeroporti sono il posto in cui ci va la gente che vuole volare, e io non ci avevo mai pensato. in effetti spesso capita che ci vada anche chi non vuole volare affatto, magari c’ha paura, ma poi finisce che vola pure lui, insieme a tutti gli altri.
e poi a seconda della parte in cui si entra in un aeroporto si vede tanta gente che si abbraccia e piange. oppure si vede tanta gente che si abbraccia e ride. si vede pure chi si bacia, però generalmente quelli che si baciano piangono tutti, indipendentemente da dove entri.
e poi c’è tanta gente che corre come se gli servisse la rincorsa per decollare o come se fosse inseguita. e allo stesso tempo c’è tanta gente che aspetta le ore senza fare niente, come fosse bloccata che non può uscire, solo aspettare. e dorme sui sedili e sui divani sparsi in mezzo alla gente che corre. e succede tutto insieme nello stesso posto e allora pensi che ognuno c’ha la sua.
e quando entri e vuoi volare vai in un posto dove si prendono tutta la tua roba, tutto quello che sei e che ti porti dietro, e lo mettono via e lo analizzano e lo potrai riavere indietro solo se dio vuole.
quando gli dai tutta la tua roba mi sa che controllano anche un pò chi sei tu, che cosa hai fatto di male in vita tua e se scoprono che sei una persona cattiva non ti fanno volare.
certe persone cattive però non le scoprono subito, e allora fanno degli altri controlli in un altro posto dove ci sono tante guardie che magari ti toccano anche. ti toccano perchè certi peccati sono strani, non si vedono, anche se te li porti addosso. e queste guardie sono quelle che poi per ultime decidono se puoi entrare nel limbo oppure no.
al contrario di quanto molti pensano, il posto sulla terra dove si è più vicini al cielo non è l’himalaya, o il tetto di un grattacielo, o la collina su cui hai appena fatto l’amore. perchè dalla cima dell’himalaya l’unica cosa che puoi fare è scendere, e se sei bravo scendi vivo. e una volta che sei sceso dove vai se vuoi andare più in alto? all’aeroporto, appunto. area imbarchi. e il limbo, insomma, è quella zona in cui si è più vicini al cielo, però ancora non si è in cielo.
e qui è tutto più luminoso, ma per davvero. appena entri vedi queste luci bianche e soffici circondare orologi e anelli e profumi e bottiglie di cognac e sembra proprio che volare sia una cosa molto vicina ai piaceri terreni. e ci puoi trovare la gente che arriva da tanti tempi diversi, ognuno con la sua ora ancora dentro. e questa gente sta seduta a fissare in alto, o a guardare gli altri volare. oppure cammina piano tra le luci bianche o parla al telefono con chi ha appena finito di abbracciare e farsi piangere.
e poi si sentono le voci. tante voci che si susseguono e certe volte si accavallano e parlano tutte lingue diverse. una babele che arriva da qualche parte in alto, non si capisce esattamente da dove, e dice cose che la gente capisce solo a gruppi, a seconda della lingua. e alla fine, poco a poco, capiscono tutti e tutti si muovono.
le voci non smettono mai di parlare e nel limbo la gente non smette mai di entrare, di girare, di aspettare e di avere un pò paura. e tutti che vogliono volare.

28 febbraio 2011

lana di vetro.

mi hanno dato questo appartamento tutto per me. è un appartamento di quelli che uno ci vorrebbe proprio vivere dentro. e ci sono due stanze belle grosse con il parquet per terra, il riscaldamento a palla e la cucina piena di spezie e basta. sarà solo una cosa di qualche giorno, penso, però ho delle chiavi di una casa mia e non posso far finta di niente. devo fare quello per cui ho aspettato tanto e questo è il momento. devo ospitare qualcuno. chiamo l’unica persona che conosco ad odense, asbjørn, che si pronuncia espian, compro delle birre e quando arriva - con altre birre - gli dico ciao espian quella lì è la tua stanza e lui dice va bene, e ci si trasferisce per i successivi quattro giorni.
quella sera la passiamo a capire che ne era stato di noi a distanza di un anno e un pò. dall’ultima volta che ci eravamo visti, l’ultimo giorno di scuola, da quando ormai l’ultima cosa rimasta da fare era non pensarci. lui si fa grasse risate quando gli racconto quello che era successo quella sera che era troppo ubriaco, quell’ultimo giorno di scuola al friday bar, quando ha incontrato la sua ragazza di sempre e quando aveva abbracciato la mia per presentarsi, per tipo due minuti strettissima e lei mi aveva guardato del tipo dove diavolo mi hai portata e lui era solo molto ubriaco e non è mai stato una persona cattiva tanto che ci beviamo tutte le birre e io la mattina dopo mi sveglio alle undici meno un quarto.
il mal di testa è piuttosto vago, confuso in un ovattamento generale che sembra che dentro sono pieno di lana di vetro che non è una bella sensazione. la lana di vetro isola un pò da tutto. ho un appuntamento al museo alle undici, dice che devo fare un tour privato della mostra per lo staff. non è che ho capito bene, in verità, che devo fare. so soltanto che qui sono tutti carini e mi trattano come se fossi veramente un artista e mi danno un appartamento e dei soldi per le piccole esigenze quotidiane e mi invitano a fare colazione e a parlare dei progetti. mi butto sotto la doccia, infilo una mano nello zaino e mi vesto con quello che ne esce fuori, e mentre esco di casa che saranno le undici e cinque mi chiama il direttore del museo per capire che fine ho fatto e io gli rispondo che sono praticamente arrivato.
nonostante la doccia, l’ovattamento da lana di vetro non è che se ne sia proprio andato e a dirla tutta la mia mano non è stata troppo fortunata quando ha tirato fuori dei vestiti dallo zaino. insomma arrivo al museo con un fascino tutto italiano. o almeno è come tento di farlo passare.
salgo al primo piano dove è allestita la mia mostra, in una sala grande e bianca, illuminata come si deve, con i testi in due lingue appiccicati lettera per lettera su due muri che fanno angolo.
quando entro ci sono una ventina di persone che appena mi vedono si mettono quasi automaticamente a semicerchio intorno. ci sono pure due o tre persone con una telecamerona su un cavalletto che fanno molto troupe televisiva, e da tutto il mucchio esce fuori il direttore del museo che dice qualcosa come eccolo e poi dice il mio nome. tutti sorridono che sembra la pubblicità di un dentifricio. io mi tolgo il cappotto pensando che anche questa volta ho sottovalutato qualcosa. più che qualcosa. appoggio la mia roba su una sedia, mi guardo intorno ed esordisco con buongiorno, scusate il ritardo.
la mattinata passa che io parlo un sacco e la gente mi fa domande e poi i tipi con la telecamerona si avvicinano e dicono se mi possono fare un’intervista. e io dico che stamattina ho un look molto italiano e non pensavo di dover finire in video e loro dicono come no? e in ogni caso il look italiano va benissimo. va benissimo, ripeto. e poi arriva una radio danese che vuole sapere altre cose e io gliele dico e la radio se ne va molto contenta e pure io torno a casa molto contento. mi sento un pò la persona sbagliata nel posto sbagliato al momento sbagliato. però forse è così che funziona. e visto che non lo so decido che sì, dev’essere proprio così che funziona, e sono contento.
insomma torno a casa e voglio dormire un’oretta che alle cinque c’è l’inaugurazione e visti i presupposti sarà una cosa che io arrivo molto teso, con un sacco di gente che non conosco e magari devo pure parlare di nuovo davanti a tutti e che dico? faccio i ringraziamenti? chi ringrazio? allora ringrazio prima di tutto dio, che fa molto esotico… no no, che dio, sarebbe proprio barare… ringrazio prima di tutto la mia famiglia, poi tutti quelli che hanno reso possibile questa mostra, ringrazio l’istituto italian… no no che palle. allora ringrazio non le cause di questa mostra, ma il fine, ciò che mi a spronato affinchè lo potessi raggiungere… faccio un ringraziamento filosofico, esistenzialista, spiego quale mancanza cerco di colmare con certe cose, a che cosa tendo, che cosa cerco di sublimare… e insomma mentre ci penso mi addormento e per fortuna mi scordo tutto.

arrivo in orario, fortunatamente, e tutto procede con talmente tanta disinvoltura da parte di tutti che io mi sento anche troppo a mio agio e qualcuno mi sta facendo una foto con dei fiori che mi ha portato anna, un'amica svedese, e qualcuno da dietro mi fa le corna e tutti sorridono e sorrido pure io perchè me ne sono accorto e allora allungo il braccio cercando di colpire il simpaticone nel basso ventre. nel caso di specie la figura del simpaticone è interpretata dal direttore del museo che si scansa e io mi giro e ci guardiamo negli occhi e io penso ecco fatto. tutti zitti. poi lui ride moltissimo e io pure. moltissimo.
alla fine di tutto, dopo l'inaugurazione, i discorsi introduttivi, gli abbracci, il rinfresco, le strette di mano e tutte quelle cose che avvengono quando decine e decine di persone si raccolgono in una stanza vuota a guardare i muri, ce ne andiamo tutti a cena in un ristorante molto esclusivo, tanto paga il museo.
verso il finire, mentre continuo a spalmare burro salato su pezzetti di pane, penso che tutto questo ha un senso che però non credo di aver capito. cioè qual’è la ragione per cui si stampano delle foto grandi e si montano e si spediscono e si fa un catalogo con il mio nome sopra e si mandano centinaia di inviti e migliaia di email? la ragione per cui quasi una decina di persone lavora intorno a questa cosa per mesi, per cui si coinvolge la stampa, per cui ti chiamano per farti le interviste in danese, inglese e italiano e tu rispondi a tutto in meridionale? e per cui c’è gente che si fa i chilometri per incontrarti all’inaugurazione e chiederti se poi la vuoi organizzare anche con loro, per cui si investono dei soldi, si offrono delle cene ed espian che era invitato ringrazia me e io non capisco? qual'è la ragione? sono io la ragione? sono io da solo che ho mosso così tanto? no che non sono io. neanche fossi mosè. lo so e lo capisco che non è così. io ho solo parlato con delle persone o stampato delle foto o mandato delle email, cercando di essere contento quel giorno lì che lo facevo. mica stavo a pensare che volevo una cena di pesce offerta in un "ristorante esclusivo" o tutto il resto. uno si muove giorno per giorno, una cosa alla volta, per poi tornare a casa e aspettare che magari fiorisca, tutto qua. che per le cose belle ci vuole pazienza.
e mentre penso tutto questo cerco di vedermi da lontano seduto in un ristorante a mangiare cibo in corone e fuori è sottozero e c’è la neve. e le strade di questa piccola città bionda sono tutte deserte e silenziose finchè non usciremo noi per andare a festeggiare nel bar più vicino e intorno alla città ci sono chilometri di buio fino al mare e si vedono solo le luci dei centri più grossi, sulla costa e poi anche nel continente, più a sud. e da lontano si vede pure casa mia, da qualche parte. e io sono un puntino piccolo piccolo e lontano da tutto. ma pieno, completamente, di lana di vetro.

18 febbraio 2011

dottore dottore dottore.

- dottore buonasera. sono qui per conto di un amico.
sembra una barzelletta lo so, ma lei può capire, mi conosce, io sono quello che le barzellette le scrive come autobiografia. dottore, io le sto per dire una cosa strana, però mi creda sono mesi che ci combatto e io per primo non mi capacito.
questo mio amico piano piano ha iniziato a cambiare e io pensavo che fosse normale perchè la gente cambia, perchè la vita è fatta di modifiche, perchè, lei lo sa meglio di me dottore, se nulla cambiasse allora noi che ci stiamo a fare? voglio dire… mi sa che il senso di tutto sia proprio che non è mai uguale a prima, che ci muoviamo per diventare, per raggiungere, al limite per tornare. e sono pure convinto che in fondo muoviamo tutti verso il bene anche se certe volte non sembra. insomma purchè si vada avanti, no? e questo suo cambiamento, dottore, mi scusi se divago, questo cambiamento del mio amico io lo avevo interpretato senza preoccupazioni. mi sono detto sta bene, sta vivendo, eccolo lì che respira, eccolo lì che il cuore gli batte, eccolo lì che cambia. buon per lui dopo tutto, mi segue dottore? però in tutta onestà, ora come ora, mi sa che forse ho sottovalutato un pò la situazione… ed è per questo che sono qui a chiedere aiuto alla scienza, alla medicina, all’alchimia, a quello che le pare a lei, tanto io credo a tutto.
lei avrebbe dovuto vederlo qualche tempo fa questo mio amico. cioè in effetti dovrebbe vederlo anche adesso, per farsi un’idea, e per dargli una mano che io mi sento un pò fuori posto così… ma lui nemmeno lo sa che sono qui. insomma io quasi non lo riconosco più, che una volta era qualcuno con le idee chiare. e lo sapeva pure lui di averci le idee chiare e diceva sempre che il suo obiettivo era avere la  serenità di conoscerlo. l’obiettivo intendo. e finchè era così tutto sommato andava bene. lui farneticava di serenità però ci credeva. io lo guardavo e sorridevo che mi faceva quasi invidia quel suo sapere, quella sua consapevolezza. e insomma dottore, gliela faccio breve che il tempo è denaro e io sempre fotografo sono, mi deve aiutare a trovare una soluzione. il mio amico dice che non sta bene, e ormai comincio a pensarlo pure io.
adesso. io non lo so che sintomi abbia, non è che si veda niente di fisico, mangia poco però mangia… a dormire non so se dorme, però si vede che c’è qualcosa, tipo come se qualcuno smette di fumare e invece di agitarsi si calma. come reazione dico. è sempre una reazione ad una mancanza in fondo… però è una reazione che ti calma, ti spegne. la gente si innervosisce e lui si spegne… e poi dottore lui dice sempre una cosa. cioè non sempre, però ha iniziato a dire questa cosa ogni tanto e magari può essere utile per capire. dottore, questo mio amico dice che gli fa male il futuro.
- il futuro?
- sì, lui dice che gli fa male il futuro.
- ma gli fa male quando preme o sempre?
- guardi non lo so… secondo me gli fa male sempre.
- perchè di solito quando si va a premere il futuro dà sempre un pò fastidio, ma è una cosa abbastanza normale… quanti anni ha il suo amico?
- venticinque.
- sì direi che sotto pressione è una cosa nella norma. però certo… un dolore anche a riposo potrebbe essere più un problema…
- e non dica così dottore! che quelle sono parti delicate… mi fa preoccupare!
- senta, io gli farei fare degli esami… così ci togliamo ogni dubbio, che dice?
- e va bene. adesso magari mi organizzo e gliene parlo. esami del sangue?
- no, di coscienza.

2 dicembre 2010

attriti e temporali.

quasi un paio di ore fa saluto da lontano con la mano e mi avvio verso casa. ha piovuto tutto il giorno fino a sera e poi basta, e quando è così e sei per strada ti accorgi di due cose. la prima, bella, è che non piove più. la seconda è che la città la pioggia non la vuole, non se la prende, la lascia lì per strada tutta la notte, aspettando che ci pensi la mattina a farne qualcosa. in città non c’è terra che assorbe, o perlomeno non ce n’è mai abbastanza, a quanto pare. c’è per lo più un asfalto grigio scuro, messo lì da qualcuno per fare attrito e dare una conseguenza alla fretta. e in effetti lui l’attrito lo fa benissimo. fa attrito con gli pneumatici delle macchine, fa attrito con le ginocchia dei bambini e i carretti caduti dei venditori ambulanti, con le cicche di sigarette, gli scontrini e con i bicchieri di carta colorata dei fast food. fa attrito con le suole delle scarpe, con i pattini, con le bici che sgommano e qualche volta pure coi piedi nudi. fa attrito e consuma, piano piano, tutte queste cose e pare se ne prenda, poco alla volta, un pezzetto di ognuna.
di mattina, a guardare bene, sull’asfalto ci si trova un pò di tutto ciò che ci è passato il giorno prima. come un sottilissimo strato di ieri che ricopre ogni strada. e così, ogni mattina, la città può dire che è lì almeno da un giorno, visto che si è tenuta addosso un pò di ciò che è successo ieri. poi lo cambia di giorno in giorno, con un nuovo strato che va a ricoprire le tracce di quello che c’è stato prima. perchè, al contrario di quello che si può pensare, la città ha memoria breve.
la città non la vuole la pioggia perchè si porta via il suo unico ricordo, e l’asfalto, quando piove, rinuncia addirittura al suo migliore attrito, rimanendo bagnato e scivoloso pur di lasciare fuori quell’acqua che fa dimenticare.
quello che l’asfalto non sa, nonostante guardi solo e soltanto il cielo, è che ogni pioggia non è soltanto acqua che porta via, ma è soprattutto acqua che porta con sé.
e così certe mattine, dopo che ha piovuto tutto un giorno e adesso è asciutto, sulle strade non c’è più niente. nè acqua nè ieri. la pioggia, stanca di cercare rifugio tra le aiuole tristi e le foglie secche agli angoli, se n’è andata a piovere da qualche altra parte, portandosi dietro i ricordi che nessuno vede.

10 novembre 2010

9/11.

oggi sono stato in un posto dove ho dovuto registrarmi all’ingresso. che vuol dire scrivere su un foglio che ti chiami antonio de curtis e la data. poi il foglio viene preso da una signorina dietro una scrivania.
ci butta un occhio distratto e quasi mi fa cenno di passare, quando si accorge di qualcosa di strano sul registro e dice aspetta. c’ha la faccia dubbiosa e pure un pò irritata, come se veramente sapesse chi è antonio de curtis.
- qui c’è qualcosa che non va.
- ma io lo nacqui. modestamente.
- mi riferisco alla data.
- uh?
- oggi non è l’undici settembre.
- no, in effetti non mi sembra.
- per l’amor del cielo, non lo è, vero?
- no no… non ti preoccupare… ho sbagliato io. puoi stare tranquilla e riporre sotto il tavolo le cartoline di gesù pompiere.
oggi è il nove novembre e, per stare a pensare a peppino e alla malafemmina, ho scritto sul registro nove/undici. e nove/undici non è una combinazione come tante. la smorfia dice che nove è la figliolanza e undici sono i topi e io, in qualità di antonio de curtis, non andrei oltre. ma qui se scrivi nove/undici poi devi abbracciare un veterano e dirgli bravo o fissare la bandiera americana per un minuto. senza piangere. oppure piangendo dignitosamente.
io non piango, sono uno di quelli forti che guarda con orgoglio e salsa barbecue. però intanto, mentre fisso questa bandiera americana messa lì in un angolo perchè non si sa mai - magari a qualcuno gli scappa di pensare improvvisamente 9/11 - insomma mentre sono lì che aspetto penso che il nove novembre è l’undici settembre capovolto.
e tutto comincia con la gente che ha sempre meno paura e diminuiscono tutti i film americani sulle catastrofi e si abbassa pure il prezzo del petrolio. prima piano piano, poi di colpo quando le truppe americane tornano indietro e finisce una guerra. e poco dopo che questa guerra è finita tutti i telegiornali del mondo si sintonizzano su manhattan dove dal niente si stanno alzando due torri. così, in mezzo ai palazzi, da sole. e dal qualunquesimo piano di queste due torri decollano un paio di aerei di quelli grossi. sbucano proprio da dentro i palazzi e tutti fanno ohhhh. ma è un ohhhh bello. e insomma questi aerei decollano e atterrano poco dopo all’aeroporto più vicino e tutti i passeggeri scendono e vanno a fare colazione. e mentre si bevono il caffè lungo americano che scotta tantissimo fissano la bandiera americana all’ingresso del ristorante e pensano che palle è soltanto martedì.

17 ottobre 2010

l'ultimo pezzo.

questo post è una toppa sui pantaloni strappati al ginocchio.
come quando da bambino ti chiamano in strada a giocare, i bambini dell’ultima palazzina prima del supermercato. stanno chiamando proprio te perchè hanno preso uno scarafaggio grosso e tu sei uno di quelli che sa prendere le lucertole.
sono le tre del pomeriggio ed è giovedì. il giovedì non è mai stato un giorno emozionante. o almeno non è mai stato come il sabato, quando non ci pensi e sei libero sul serio. da bambino quando sei grande vuoi vivere solo di sabato pomeriggio.
è giovedì e ci sarebbero i compiti di fare. ma soprattutto ci sarebbe quel senso di chiusura, di pomeriggio chiuso in sè stesso, che poi finisce e che non ce la fa a sciogliersi piano piano il giorno dopo.
fatto sta che tu scendi in strada lo stesso, lì in periferia dove stai tu, che non ci sono macchine e c’è un cantiere vicino. è autunno e c’è il sole, erbacce, cemento e uno scarafaggio grosso. il paradiso.
a sera quando torni sei completamente sporco, e ancora c’hai il fiatone. come se avessi fatto tutto senza respirare, tutto il più veloce e il più forte possibile. e tua madre ti chiede dove sei stato e tu gli vorresti raccontare di scarafaggi e lucertole e urla di femmine. di palloni di gomma e di cemento, di polvere e di sbucciature. e le vorresti raccontare soprattutto di tutta la meraviglia di quel pomeriggio lì che, nonostante tu da grande non vorrai mai vivere di giovedì, c’erano uno scarafaggio e una lucertola. poi invece stai zitto e sorridi affannato e lei ti viene vicino e ti dice ma che hai combinato.
e la sera si ritrova a cucire la toppa sui tuoi pantaloni a cui manca un pezzo. non lo sa di preciso dove hai strusciato il ginocchio, dopo quale corsa o se per caso ti ha fatto male. però di solito quelle volte lì, quando manca un pezzo è c’è da metterci una toppa, vuol dire che è stato bello.

8 ottobre 2010

figlius figlius.

la volta scorsa era finita che avevo provato a visitare questo museo e mi avevano cacciato dopo un’ora. perchè qui hanno la pessima abitudine di far pesare molto quello che dice un orologio. e in più era tipo l’ultimo giorno, o comunque gli ultimi soldi e non avevo visto niente. cioè avevo visto molto altro, ma se sei in america e non ti fai un giro al museo di storia naturale di new york tanto vale che ti stai a casa. insomma, se c’è una ragione per la quale sono tornato oltreoceano è quella di andare a svegliare all’alba il tipo che fa i biglietti a questo museo e dirgli senti lo so che tu stai ancora dormendo ma io sono arrivato ieri sera e sfortunatamente per te la mia prima preoccupazione quando mi sono alzato stamattina alle sei è stata quella di venire qui. arrivo dall’italia, dove l’unica cosa in cui stiamo più avanti è il fuso orario, che non è per forza un affare, ma noi italiani a quest’ora di mattina in america siamo già freschissimi. e come se non bastasse abbiamo un grande, grandissimo spirito di rivincita. quindi, mettendo insieme tutti questi fattori, tu adesso ti togli il pigiama, ti vesti e andiamo a vedere i dinosauri e le balene e la sequoia gigante.
quello che è successo è che prima di entrare avevo dei ricordi meravigliosi e appena entro mi rendo conto che tutti questi ricordi non hanno più motivo di esistere, devono scomparire. ho bisogno di spazio per ricordi nuovi e ancora più belli. tutto ciò che pensavo di quel posto si amplifica subito dando un’occhiata alla cartina dei quattro piani di mondo esposto. mi emoziono e, come tutte le volte, mi viene da fare cacca. mi succede in realtà in ogni museo che mi piace. in effetti mi capita pure alla fnac e da mediaworld. dev’essere una cosa che ha a che fare con il concetto di roba esposta.
comunque appena mi metto a posto con i miei turbinii emotivi comincio a girare con un sorriso ebete sulla faccia e penso guarda lì guarda lì guarda lì guarda lì. guarda lììììì!
animali giganti imbalsamati. teche e riproduzioni fatte così bene che quello finto nella stanza sei indubbiamente tu. un planetario costruito col contributo della nasa che il padreterno gli ha scritto una mail chiedendo spiegazioni, perchè lui aveva avuto qualche difficoltà. e poi soprattutto il fatto che questi del museo di storia naturale considerano l’uomo in maniera estremamente paritaria alle altre bestie. tanto per cominciare ti chiamano homo sapiens. un pò come a quegli altri li chiamano delphinus capensis o gallus gallus. che poi delphinus capensis lo posso pure capire, ma gallus gallus per piacere… cioè ti riducono soltanto ad una specie animale molto incisiva sul pianeta. insomma siamo importanti ma stiamo in una teca pure noi. e mentre lo leggi c’hai a sinistra uno scimpanzé che annuisce e tu ti senti preso vagamente poco sul serio.
è tutto bellissimo e tutto diventa ogni sala più bello e ben fatto e ben esposto e pieno di gente educata che guarda contenta. pure le scolaresche di bambini sono meravigliose e tutti disegnano quello che vedono e nessuno di loro urla frasi terribili sui gormiti e i maestri sono giovanissimi e alla moda e soprattutto non hanno in fronte la caratteristica ruga da ansia da graduatoria.
e poi arrivo finalmente nella sala dove c’è la sezione della sequoia gigante e decido che se mai avrò un figlio lo partorirò personalmente lì davanti e non lo faccio più uscire da quel posto finchè non parla in latino. 

26 settembre 2010

messo al bando.



Ufficio Generale Pubbliche Relazioni
Vita di Roberto Boccaccino

BANDO DI SELEZIONE PUBBLICA PER TITOLI ED ESAMI PER LA COPERTURA A TEMPO PIENO ED INDETERMINATO DI N. 1 POSTO DI “FIDANZATA” - CAT. C (Contratto di Relazione Interpersonale a Carattere Affettivo - RICA)



Il Direttore del settore “Programmazione e Gestione Risorse Umane”
- Visto l’andamento del piano annuale per le assunzioni e la mobilità affettiva dell’anno 2010
- Vista l’ennesima deliberazione di giunta sul fabbisogno di personale qualificato


RENDE NOTO


Art . 1 - Oggetto del bando
È indetta selezione pubblica, per titoli ed esami, per la copertura di n. 1 posto a tempo pieno ed indeterminato per il ruolo di “Fidanzata”.
Il trattamento economico da attribuire è quello stabilito dai vigenti C.C.N.L. per la categoria C/ posizione economica C1. Corrispondente ad un gelato ovvero una birra la sera quando si esce. E nemmeno sempre. Un regalo indimenticabile per il compleanno. Un mazzo di fiori in occasioni da concordare.
Preso atto che l’ art. 57 della L . 30.03.2001 n. 165 garantirebbe la pari opportunità tra uomini e donne per l’accesso al lavoro, la selezione verrà in ogni caso condotta esclusivamente tra i candidati di sesso femminile. Tutte le candidature da parte di uomini non saranno considerate idonee e verranno passate ad una mia amica.

Art . 1 - Requisiti per l’ammissione
Per essere ammessi alla selezione è richiesto il possesso dei seguenti requisiti:
a) cittadinanza italiana o di uno degli stati membri dell’Unione Europea, o di uno qualunque degli stati di questo mondo ad esclusione categorica dello Stato Vaticano.
b) età non inferiore agli anni 18; 
c) idoneità fisica all’impiego. Il che vuol dire che bisogna essere belle fuori. Altezza media, anche medio-bassa, capelli preferibilmente corti e preferibilmente scuri, occhi preferibilmente chiari e, se proprio non si può avere tutto, meglio il sedere che le tette.
d) idoneità psicologica all’impiego. Il che vuol dire che bisogna essere belle pure dentro. Solarità, spiccato senso di indipendenza, pazienza, basso grado di femminilità spicciola (cfr. anche art. 2 del bando), scarsa tendenza alla sindrome dell’abbandono, mentalità aperta, sincerità, anzi no, sincerità no. 
e) godimento dei diritti civili e politici; e sottolineo godimento. 
f) non essere stata licenziata, destituita o dispensata da un precedente pubblico impiego, con strascichi tuttora presenti che potrebbero influire sulla serenità dell’ambiente lavorativo.

Art . 2  - Domanda di partecipazione alla selezione
Nella domanda di partecipazione alla selezione, da redigersi in carta semplice, il candidato, ma a questo punto possiamo pure dire la candidata, deve, in ordine di rilevanza:
a) certificare la propria allergia al passeggiare mano nella mano.
b) confermare che l’ikea è un negozio di mobili e non una ragione per volersi sposare.
c) allegare una fotografia in piano americano. se non si conosce il piano americano andarselo a vedere su wikipedia
d) dichiarare di non avere niente a che fare col mondo della fotografia, ma grande interesse per quello dei fotografi
e) dichiarare di non essere sposata
f) allegare numero di telefono, email e indirizzo postale
g) comunicare la propria disponibilità/indisponibilità ad eventuali assunzioni a tempo determinato, anche part-time 
h) allegare copia di eventuali titoli che nel proprio interesse intende sottoporre a valutazione per la formazione della graduatoria (estratti della propria vita digitale sono un plus: blog, account twitter, tumblr, facebook. ATTENZIONE: flickr non sarà considerato un plus ai fini della valutazione)
i) accettare i termini e le condizioni del presente bando delle quali si riporta un assunto:
“Il matrimonio […] prevede la cessione dei propri diritti di riproduzione a terzi, rivelandosi perciò un’opzione da considerare soltanto a fini commerciali” (art.1)
l) dichiarare di possedere tutti i requisiti per l’ammissione
m) ah, nome e cognome

Art . 3  - Prove di esame
Gli esami consisteranno in una prova scritta e in un colloquio.
Prova scritta
La prova scritta verrà sostenuta telematicamente. La candidata dovrà portare avanti una corrispondenza via email per non meno di una settimana e per non più di due.
Considerata la relazione:
Attrazione (A) = Attrattiva (B) - Attrito (C)
la prova si riterrà superata nel caso in cui al termine del periodo di corrispondenza il valore di (A) sia idoneo (≥ 0)
Prova orale
Il colloquio verrà sostenuto previo superamento della prova scritta. Durante il colloquio la candidata dovrà dimostrare che mi piace.
La data e il luogo del colloquio saranno definite in seguito al buon esito della prova scritta.

Art . 4 - Formazione della graduatoria
La graduatoria di merito delle candidate sarà redatta in base ai punti ottenuti nelle prove d’esame da ciascuna candidata, con l’osservanza, a parità di punti, dei titoli sottoposti all’attenzione della commissione.
È facolta di questo Ufficio avvalersi della graduatoria per eventuali future assunzioni di personale con lo stesso profilo di cui alla presente selezione.
La graduatoria definitiva sarà pubblicata su questo medesimo blog (http://bloggaccino.blogspot.com).
Il giudizio della commissione esaminatrice è insindacabile e non sono previste modalità di ricorso.

Art . 5 - Informazioni e norme di rinvio
Le candidature dovranno essere inviate al blog “Bloggaccino” (http://bloggaccino.blogspot.com) entro e non oltre il 31 Ottobre 2010.
L’Ufficio Generale Pubbliche relazioni procederà alla stipulazione del contratto di Relazione Interpersonale a Carattere Affettivo (RICA) soltanto dopo la verifica del possesso di tutti i requisiti prescritti dal presente bando da parte della candidata vincitrice.
Roberto Boccaccino e l’Ufficio Generale Pubbliche relazioni non sono vincolati in alcun modo all’assunzione della candidata vincitrice.
Nel caso in cui venga ritenuto opportuno rinviare o annullare la procedura di assunzione alla candidata verrà fornita una scusa comune.
Per quanto riguarda le norme di rinvio non ho la più pallida idea di cosa siano.
Questo Ufficio si riserva la facoltà di revocare, modificare o prorogare il seguente bando in qualunque momento.

Marsala, 26 Settembre 2010

Il Direttore del settore “Programmazione e Gestione delle Risorse Umane”
Dott. Giuseppe Garibaldi