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16 maggio 2012

Cercavo Caterina.


era gennaio e cadevano le bombe, ma nessuno le sentiva veramente. non facevano rumore. ogni tanto vedevi da lontano le luci, i bagliori, però quasi non ci facevi caso.

anni dopo l’hanno chiamata rivoluzione, ironicamente, come quella che fa la terra intorno al sole. un giro lungo e lontano che poi torna sempre. adesso le strade sono vuote, la gente lavora, e appena torna a casa inizia a desiderare.
oggi votano tutti in massa, l’astensionismo è quasi a zero, il sistema si alimenta con la sua stessa necessità di essere legittimato. la gente non vuole vivere al margine, e mentre una volta la forza centripeta erano i consumi, oggi lo è la partecipazione. le persone scelgono di partecipare, prendere parte a idee e movimenti che nessuno ha mai veramente creato, sceglie la convinzione, ad ogni costo, di essere artefice del proprio destino.
all'inizio del secolo i social network, internet, quelle reti che si sono dimostrate sempre più tali senza mai diventare vere comunità, ci hanno resi tutti partecipanti. la consapevolezza e il nuovo senso civico, le petizioni online, le occupazioni su twitter, tutto è diventato sempre più necessario, sempre più richiesto. e così sono riusciti a toglierci il vero diritto a partecipare alla vita pubblica, che poi vuol dire crearla, nel modo più mancino, trasformandolo silenziosamente in un bisogno da soddisfare. un altro.

scendo dalla vespa e mi fanno male le gambe come se fossi arrivato di corsa. sono giorni che fa il freddo di metà febbraio, quello dei telegiornali e degli innamorati. in strada non c’è nessuno, e anche se ci fosse non saprebbe che fare. sono tutti in casa a non guardare la televisione e a non fare l’amore, aspettando soltanto che l’inverno passi. ogni anno è la stessa storia, tutti aspettano la fine dell’inverno come fosse la fine di un coprifuoco, o di una quarantena, di una cosa che ti costringe in casa e che quando è finito ti senti finalmente libero di ritornare normale, di recuperare tutto quello che hai lasciato quando a settembre.
il palazzo è uno di quelli costruiti molto prima che inventassero il mio quartiere. diceva mio padre che non si può inventare un intero quartiere, così dal nulla. un quartiere non si decide. perchè è come se decidi di inventarti una barzelletta. poi finisce che fa pena, non viene una cosa bella. mio padre non aveva un gran senso dell’umorismo e credo non ne capiva molto di come si fa una città. però era custode al cimitero monumentale, quindi ho sempre pensato che di pena e di bellezza qualcosa ne sapeva.

arrivo al portone con una nuvola di fiato bianco tutta attorno alla faccia. faccio un respiro di quelli grossi e lo trattengo fino a che non mi risponde qualcuno.
- sì, salve. cercavo caterina.
mi avvicino con la faccia alla voce che non esce dal citofono e sbatto il casco al muro. ce l’ho ancora in testa e nemmeno lo so.
- chi la cerca?
- hmm, sono... alessandro... un amico dell’università...
non è vero niente. non mi sono iscritto all’università che non ci credo. non mi chiamo nemmeno alessandro. e io e caterina non siamo mai stati amici.
- dice che ora scende… alessandro…
- grazie! buonase… buongiorno!
- buongiorno...

mi allontano dal portone e penso che sto aspettando una ragazza con la quale farò l’amore. mi chiedo cosa dovrei provare in quel momento perchè onestamente non lo so. non è una cosa che si sceglie e nemmeno si decide. ma noi l’abbiamo fatto, ci siamo scelti e abbiamo deciso che avremmo fatto l’amore. e questo atto di forza si è trasformato in una cosa delicata che non starà mai in equilibrio su niente. è come tenere una saponetta mai usata tra le mani bagnate, come ti muovi la sciupi. cerco di guardare da un’altra parte e butto gli occhi sul palazzo di fronte, sulle bandiere tricolore, sui portoni chiusi e i manifesti mezzi strappati ai muri, sulle strisce pedonali di una strada dove non passano più macchine da anni. mi affaccio al bar lì affianco per vedere se hanno le sigarette. dicono che non ce le hanno. mentre esco vedo uno in ciabatte che ordina un tramezzino da cinquemila lire e un succo di pomodoro. senza limone per piacere. certe volte fanno pena pure le barzellette originali, penso.

- ma che sei scemo che dici a mia madre che ti chiami alessandro?
sorride che quasi chiude gli occhi mentre si caccia in testa un cappello di lana e io finalmente mi ricordo la sua faccia perchè la vedo.
diceva mio padre che pure i ricordi si consumano a usarli, come fossero cartoline, e se ti concentri troppo su un’immagine poi perdi tutti dettagli, e quel ricordo diventa sempre più semplice e opaco, con i bordi tutti smangiucchiati. e così pure per le facce delle persone, che se ci pensi sempre poi non lo sai più come sono fatte veramente. è per questo, diceva mio padre, che sulle tombe c’hanno messo le fotografie.
- ehi.
- guarda che mia madre sa tutto, gliel’ho detto…
- sa tutto? che le hai detto?
- che andavamo a fare l’amore. e che non ti chiami alessandro…
- uh.
- è tutto ok, tranquillo.

e così da quel posto tutto ad ovest ce ne saliamo su a nord e caterina non dice niente e io nemmeno. più mi allontano da casa sua più si moltiplicano i minuti in silenzio. febbraio è un mese di periferia, il mese più dimesso di tutti. a febbraio sembra che non succeda mai niente, e invece è solo che non si vede. tutto succede al chiuso. caterina non ha paura della vespa ma si tiene stretta a me lo stesso, con una guancia appoggiata sulle spalle come a dire siamo già tutto questo. a pensarci bene caterina non ha paura di niente.
mentre costeggiamo il parco rallento un pò e tutto si fa meno rumoroso così che possiamo ascoltare dirci cose piccole, ma alla fine non diciamo niente e c'è un semaforo rosso.
io mi giro con la testa di lato, come se la volessi guardare, ma non così tanto da guardarla davvero. lei scioglie le braccia attorno alla mia pancia, scende dalla vespa e mi si mette di fianco, in piedi.
io la guardo e sorrido. sta per scattare il verde e mi bacia. tutti zitti.

vivo in un appartamento di due stanze con l’impianto elettrico da rifare. in una ci vive antonino. siamo venuti a milano insieme dopo il liceo. lui voleva fare medicina, poi si è iscritto ad economia, e dopo due esami mai passati si è messo a scrivere. adesso collabora con una rivista e scrive di libri che non ha mai letto. e comunque, da che è iniziata la rivoluzione, a casa non c’è mai.
la rivoluzione ce l’hanno fatta in casa, così che oggi scegliamo tutti i giorni di accoglierla, di farla nostra, di farla crescere e di proteggerla. va bene qualunque cosa, non importa cosa, purché continuiamo ad avere la possibilità di votare, di lavorare, di esercitare la nostra volontà in una forma qualunque. la possibilità di dire sì, questo l’ho scelto io. eccomi, sono io il re.
non ci siamo mai accorti della necessità, della costrizione a dire quel sì. della possibilità di parlare che s’impone sul diritto a negare.

la cucina c’ha pure un divano e abbastanza spazio per viverci. però ci ho vissuto troppo negli ultimi giorni e adesso è tutto un casino. mentre mi tolgo la sciarpa faccio un po' finta di niente e dico che è meglio se andiamo di là. caterina non si guarda intorno e mi segue.
in camera mia c’è lo stereo acceso da quando sono uscito quella mattina, su una radio di musica qualunque, e quando entriamo penso ok, questa canzone me la ricorderò per il resto della vita. magari la odierò per il resto della vita, però insomma, in un modo o nell’altro, me la ritroverò tatuata nella parte del cervello dove si fanno gli incubi e i sogni. e quando a cinquantanni avrò una crisi di mezza età sarà questo ciò che rimpiangerò.
- pensi davvero di arrivare a cinquantanni?
- cosa?
caterina è alla finestra. la apre e si affaccia giù. poi si gira e mi guarda negli occhi.
- stavo pensando, tu davvero ci vuoi arrivare a cinquantanni?
- beh, non mi sembra una pessima idea...
- scemo, dico seriamente... non ti spaventa che poi a cinquantanni si ferma tutto? certo a quell'età non si è davvero vecchi però si è fermato tutto di sicuro. non si cambia più. rimani quello che sei arrivato ad essere in quel momento...
- mmm. allora bisogna fare in modo di diventare qualcosa di bello entro i quarantanove. anzi proprio ai quarantanove, che tanto prima non serve a niente, possiamo sempre ancora cambiare, e ci possiamo divertire ad essere tutto il resto…
caterina sorride veramente e poi mi bacia di nuovo. lo sa che ho capito e mentre mi bacia un po' piange, con gli occhi chiusi.
restiamo così abbracciati per un sacco di tempo, davanti alla finestra aperta, e io guardo la strada giù e penso che la neve di quel gennaio se n’è andata ma le impronte sono rimaste tutte.
diceva mio padre che la neve è una cosa misteriosa e non ci si deve mai fidare, perché non ti fa riconoscere più niente, nasconde la verità e poi ti fa cadere. ma alla fine lui ci sperava sempre nella neve, perché in fondo, diceva, è l’unica cosa che fa cambiare il mondo in una notte.

23 febbraio 2012

a ginevra la gente si annoia.


ginevra fa cagare. piove sempre. o nevica sempre. o è sempre nuvoloso. o c’è sempre il sole. ginevra è una cazzo di città assoluta. ginevra non vive mai un pressappoco.

tutti mi dicevano di accettare e io ho accettato, che al giorno d’oggi. e al giorno d’oggi, da tre anni, mi ritrovo a fare il topo di laboratorio di quelli tristi. ci sono i topi di laboratorio contenti, quelli che si fanno i labirinti, le ruote, gli impulsi, gli allucinogeni, si accoppiano, muoiono, fanno esperienze. e poi ci sono i topi di laboratorio tristi, quelli col camice e il cartellino, quelli che guardano il labirinto dall’alto, onniscienti e annoiati. io faccio quello lì.

sulla mia scrivania c’è un post-it che dice “riunione urgente ore dieci”. trattandosi di un post-it non è una riunione ufficiale. è una riunione di sgabuzzino.

- questo lavoro fa cagare.
- e questa è la riunione urgente? rischia di essere la scoperta più importante dell’anno. congratulazioni.
- stammi a sentire.
- veloce, che c’ho il test dell’orologio atomico tra poco.
- ecco appunto. il test…
- che c’è?
- lo sai che ci sono scommesse in giro?
- che scommesse?
- scommesse… ci sono un pò di colleghi all’estero…
- colleghi all’estero? ma che stai dicendo?
- senti… qui arrivano un sacco di soldi e ne arriveranno sempre… in più seppure il progetto dovesse rallentare meglio così, non si fermeranno mai. lo so che sei frustrato, che stai male qui… ti offro uno stimolo, un’opportunità...
- non sono proprio sicuro di aver capito.
- gare di neutrini! c’è un giro pronto che non te lo immagini! giappone, america, francia, india… tutti che vogliono scommettere!
- ma che cazzo dici! e poi tu che ne sai? come la conosci tutta sta gente?
- c’è un gruppo su facebook.
- un gruppo su facebook di scommesse clandestine su gare di neutrini?
- sì. 
- ma come sì?
- ma sì! tanto chi ci crede?
- infatti nemmeno io.
- senti. le scommesse ci sono sempre state...
- ah sì?
- sì, ma robetta. cose tra amici, capiprogetto al massimo. qui si tratta di giri forti invece… è la gara del secolo!
- “la gara del secolo!” ma se manco si vedono sti cazzo di neutrini! ma che dici? di che cosa stai parlando? cioè voi state lì davanti al monitor a fare daje daje daje con le ricevute delle scommesse in mano? ma poi non c’è nemmeno il tempo! finisce subito! appena parte è già finita… pronti, partenza, finita. vince il neutrino numero sette. che culo ho vinto. ma finiscila!
- ma no, a parte il fatto che ci vediamo gli highlights alla fine… c’è uno che deve fare i report conclusivi e ci passa la moviola.. ma non è questo il punto. il punto è la velocità.
- tralascio la storia della moviola che non mi pare nemmeno il caso di approfondire. che vuoi dalla velocità? la formula?
- la formula la so, non è quello. diciamo che i ragazzi, alcuni, vorrebbero un pò più di brio per il prossimo evento.
- tipo gli ostacoli? vogliamo fare una bella corsa ad ostacoli per neutrini?
- tutt’altro… diciamo che sarebbe meglio agevolarli un pò…
- tipo?
- tipo farli correre un pò di più, farli arrivare prima.
- mi stai chiedendo di dopare i neutrini? 
- non necessariamente. tu tra dieci minuti stai al cronometro, non alle scuderie…

9 aprile 2011

annamaria.

ho sognato che litigavamo brutto. eravamo io e te, tuo marito (che ovviamente era davide) e mia moglie (che ovviamente non lo era) e avevamo un appuntamento per andare da qualche parte. però io prima dovevo prendere un pallone aerostatico da mediaworld. adesso considera che questo pallone aerostatico era grande come uno zeppelin e non è che lo andavo a comprare all’interno, ma lo prendevo al volo passando in macchina. era già gonfiato e lo portavo attaccato ad una corda affacciato fuori dal finestrino. eravamo in pianura e da un lato c’era una luce bellissima, e dall’altra parte, in lontananza, si vedeva che stava arrivando una grande tempesta. passiamo a prendere lo zeppelin appeso fuori al negozio e poi ce ne andiamo tutti verso questa nuova destinazione, dove però quello che doveva esserci era già tutto finito e stavamo in piedi in una casa che stava stava affondando (un pò come in eternal sunshine of the spotless mind, però più lentamente). insomma lì abbiamo una discussione molto accesa ma allo stesso tempo calma. non che fossimo preoccupati dell’andare a fondo, perchè sembrava proprio che questo affondare fosse previsto ad un certo punto della serata. la discussione era riguardo a che cosa stavamo facendo quel pomeriggio e perchè. e io vi spiego la natura del pallone aerostatico parcheggiato fuori. mia moglie mi supporta nella discussione. e tuo marito supporta te dicendo che forse qualcuno doveva organizzarsi meglio per evitare che la casa affondasse così presto, oppure che noi dovevamo arrivare prima, perchè così non avevamo fatto in tempo a fare aperitivo.
e poi ci siamo allontanati con la convinzione che non ci saremmo mai più rivisti.

6 aprile 2011

astronascente.


ho letto sull’espresso della settimana scorsa che è nato il bambino che andrà su marte. pare che lo stiano già cercando, perchè dicono che è nato in uno di quei paesi occidentali del futuro, tipo la russia, il brasile, la cina o l’india. e insomma sono tutti paesi grandissimi e scarsamente monitorati. cioè fondamentalmente non lo sanno dove stanno le persone. sanno che ci sono ma non sanno dove. quando è nato armostrong bene o male sapevano dove andarlo a prendere (che l'america è grande ma c'ha le strade che ti metti all'angolo e hai capito tutto). quando è nato gesù pure. che poi nel caso di gesù il padre si è pure premurato di mettere l’insegna astronomica sulla capanna, come a dire ehi, è qui il bambino delle stelle che tutti cercano.
e invece questo bambino delle stelle qui, quello che è già nato e che deve andare su marte, l’insegna non ce l’ha. magari è nato in una favela o nella steppa in mezzo al niente pure lui, però a differenza di gesù non è raccomandato.
e secondo me fanno bene a trovarlo subito questo bambino, perchè se aspettano e il bambino diventa grande poi non ci vuole andare più su marte.
finchè sei piccolo e ti dicono “senti, devi fare una cosa su una navicella spaziale che non devi andare a scuola per circa quattro anni ed è probabile pure che incontri qualche extraterrestre”… insomma se ti vengono a dire così entro la pubertà, e forse anche durante, non credo ci siano grossi dubbi sul tuo entusiasmo.
ma se glielo dici da adulto è finita. “signor astronauta di un paese occidentale del futuro, lei è stato scelto per guidare fino a marte”.
già ti senti come lo sfigato che deve fare il guidatore sobrio. “sono due anni solo andata e si mangiano soltanto rustichelle. però di notte i caffè sono gratis. ma tecnicamente non è mai notte. o forse lo è sempre. ci stiamo ancora ragionando.”
guidare di notte è stressante. e quando non è stressante ti addormenti, ed è peggio. oddio, è pure vero che è difficile che tamponi qualcuno nel tratto terra-marte, però se ti addormenti alla guida ti prende male lo stesso. e poi mentre dormi sogni che quando torni indietro, tra quattro anni, troverai un mondo completamente diverso. e sogni che mentre tu sei lì a fare il camionista intergalattico la gente intanto sta crescendo e sta invecchiando e si sta facendo dei ricordi senza di te. e stanno uscendo tanti film che non vedrai mai al cinema, e tua figlia perde la verginità e tua moglie pure e ti riga anche la macchina facendo retromarcia. e la scienza fa mille passi avanti perchè arriva un tipo che risolve l’equazione mancante e da quel momento in poi tutti riescono a conoscere l’universo nei minimi dettagli da casa. roba che poi quando torni ti dicono “ah grazie, ottimo, bravo. però intanto abbiamo già fatto”. insomma tu sei lì in direzione marte e non puoi controllare niente del tuo mondo, della tua vita. o meglio di quella che credevi fosse la tua vita, invece è la vita degli altri, perchè la tua vita la stai vivendo lì, con l’adesivo di gagarin sul portabagagli. affianco a quello apple. la tua vita adesso è andare su marte mangiando rustichelle e prendendo vitamine in pillole.
e ti viene il panico perchè magari intanto il tuo paese entra in guerra per esportare la democrazia in italia e ci sono degli sconvolgimenti geopolitici e poi c’è un colpo di stato proprio vicino casa tua e cancellano il programma spaziale. chi c’è c’è, chi non c’è non c’è.
e tu senti tutto questo dall’autoradio della navicella e pensi che non puoi più tornare indietro e ti disperi e fai nooooo. e poi cambi stazione e ti senti la partita. che è domenica pomeriggio, il sole ti squaglia l'arbre magique, e la strada è ancora lunga.

2 dicembre 2010

attriti e temporali.

quasi un paio di ore fa saluto da lontano con la mano e mi avvio verso casa. ha piovuto tutto il giorno fino a sera e poi basta, e quando è così e sei per strada ti accorgi di due cose. la prima, bella, è che non piove più. la seconda è che la città la pioggia non la vuole, non se la prende, la lascia lì per strada tutta la notte, aspettando che ci pensi la mattina a farne qualcosa. in città non c’è terra che assorbe, o perlomeno non ce n’è mai abbastanza, a quanto pare. c’è per lo più un asfalto grigio scuro, messo lì da qualcuno per fare attrito e dare una conseguenza alla fretta. e in effetti lui l’attrito lo fa benissimo. fa attrito con gli pneumatici delle macchine, fa attrito con le ginocchia dei bambini e i carretti caduti dei venditori ambulanti, con le cicche di sigarette, gli scontrini e con i bicchieri di carta colorata dei fast food. fa attrito con le suole delle scarpe, con i pattini, con le bici che sgommano e qualche volta pure coi piedi nudi. fa attrito e consuma, piano piano, tutte queste cose e pare se ne prenda, poco alla volta, un pezzetto di ognuna.
di mattina, a guardare bene, sull’asfalto ci si trova un pò di tutto ciò che ci è passato il giorno prima. come un sottilissimo strato di ieri che ricopre ogni strada. e così, ogni mattina, la città può dire che è lì almeno da un giorno, visto che si è tenuta addosso un pò di ciò che è successo ieri. poi lo cambia di giorno in giorno, con un nuovo strato che va a ricoprire le tracce di quello che c’è stato prima. perchè, al contrario di quello che si può pensare, la città ha memoria breve.
la città non la vuole la pioggia perchè si porta via il suo unico ricordo, e l’asfalto, quando piove, rinuncia addirittura al suo migliore attrito, rimanendo bagnato e scivoloso pur di lasciare fuori quell’acqua che fa dimenticare.
quello che l’asfalto non sa, nonostante guardi solo e soltanto il cielo, è che ogni pioggia non è soltanto acqua che porta via, ma è soprattutto acqua che porta con sé.
e così certe mattine, dopo che ha piovuto tutto un giorno e adesso è asciutto, sulle strade non c’è più niente. nè acqua nè ieri. la pioggia, stanca di cercare rifugio tra le aiuole tristi e le foglie secche agli angoli, se n’è andata a piovere da qualche altra parte, portandosi dietro i ricordi che nessuno vede.

26 settembre 2010

messo al bando.



Ufficio Generale Pubbliche Relazioni
Vita di Roberto Boccaccino

BANDO DI SELEZIONE PUBBLICA PER TITOLI ED ESAMI PER LA COPERTURA A TEMPO PIENO ED INDETERMINATO DI N. 1 POSTO DI “FIDANZATA” - CAT. C (Contratto di Relazione Interpersonale a Carattere Affettivo - RICA)



Il Direttore del settore “Programmazione e Gestione Risorse Umane”
- Visto l’andamento del piano annuale per le assunzioni e la mobilità affettiva dell’anno 2010
- Vista l’ennesima deliberazione di giunta sul fabbisogno di personale qualificato


RENDE NOTO


Art . 1 - Oggetto del bando
È indetta selezione pubblica, per titoli ed esami, per la copertura di n. 1 posto a tempo pieno ed indeterminato per il ruolo di “Fidanzata”.
Il trattamento economico da attribuire è quello stabilito dai vigenti C.C.N.L. per la categoria C/ posizione economica C1. Corrispondente ad un gelato ovvero una birra la sera quando si esce. E nemmeno sempre. Un regalo indimenticabile per il compleanno. Un mazzo di fiori in occasioni da concordare.
Preso atto che l’ art. 57 della L . 30.03.2001 n. 165 garantirebbe la pari opportunità tra uomini e donne per l’accesso al lavoro, la selezione verrà in ogni caso condotta esclusivamente tra i candidati di sesso femminile. Tutte le candidature da parte di uomini non saranno considerate idonee e verranno passate ad una mia amica.

Art . 1 - Requisiti per l’ammissione
Per essere ammessi alla selezione è richiesto il possesso dei seguenti requisiti:
a) cittadinanza italiana o di uno degli stati membri dell’Unione Europea, o di uno qualunque degli stati di questo mondo ad esclusione categorica dello Stato Vaticano.
b) età non inferiore agli anni 18; 
c) idoneità fisica all’impiego. Il che vuol dire che bisogna essere belle fuori. Altezza media, anche medio-bassa, capelli preferibilmente corti e preferibilmente scuri, occhi preferibilmente chiari e, se proprio non si può avere tutto, meglio il sedere che le tette.
d) idoneità psicologica all’impiego. Il che vuol dire che bisogna essere belle pure dentro. Solarità, spiccato senso di indipendenza, pazienza, basso grado di femminilità spicciola (cfr. anche art. 2 del bando), scarsa tendenza alla sindrome dell’abbandono, mentalità aperta, sincerità, anzi no, sincerità no. 
e) godimento dei diritti civili e politici; e sottolineo godimento. 
f) non essere stata licenziata, destituita o dispensata da un precedente pubblico impiego, con strascichi tuttora presenti che potrebbero influire sulla serenità dell’ambiente lavorativo.

Art . 2  - Domanda di partecipazione alla selezione
Nella domanda di partecipazione alla selezione, da redigersi in carta semplice, il candidato, ma a questo punto possiamo pure dire la candidata, deve, in ordine di rilevanza:
a) certificare la propria allergia al passeggiare mano nella mano.
b) confermare che l’ikea è un negozio di mobili e non una ragione per volersi sposare.
c) allegare una fotografia in piano americano. se non si conosce il piano americano andarselo a vedere su wikipedia
d) dichiarare di non avere niente a che fare col mondo della fotografia, ma grande interesse per quello dei fotografi
e) dichiarare di non essere sposata
f) allegare numero di telefono, email e indirizzo postale
g) comunicare la propria disponibilità/indisponibilità ad eventuali assunzioni a tempo determinato, anche part-time 
h) allegare copia di eventuali titoli che nel proprio interesse intende sottoporre a valutazione per la formazione della graduatoria (estratti della propria vita digitale sono un plus: blog, account twitter, tumblr, facebook. ATTENZIONE: flickr non sarà considerato un plus ai fini della valutazione)
i) accettare i termini e le condizioni del presente bando delle quali si riporta un assunto:
“Il matrimonio […] prevede la cessione dei propri diritti di riproduzione a terzi, rivelandosi perciò un’opzione da considerare soltanto a fini commerciali” (art.1)
l) dichiarare di possedere tutti i requisiti per l’ammissione
m) ah, nome e cognome

Art . 3  - Prove di esame
Gli esami consisteranno in una prova scritta e in un colloquio.
Prova scritta
La prova scritta verrà sostenuta telematicamente. La candidata dovrà portare avanti una corrispondenza via email per non meno di una settimana e per non più di due.
Considerata la relazione:
Attrazione (A) = Attrattiva (B) - Attrito (C)
la prova si riterrà superata nel caso in cui al termine del periodo di corrispondenza il valore di (A) sia idoneo (≥ 0)
Prova orale
Il colloquio verrà sostenuto previo superamento della prova scritta. Durante il colloquio la candidata dovrà dimostrare che mi piace.
La data e il luogo del colloquio saranno definite in seguito al buon esito della prova scritta.

Art . 4 - Formazione della graduatoria
La graduatoria di merito delle candidate sarà redatta in base ai punti ottenuti nelle prove d’esame da ciascuna candidata, con l’osservanza, a parità di punti, dei titoli sottoposti all’attenzione della commissione.
È facolta di questo Ufficio avvalersi della graduatoria per eventuali future assunzioni di personale con lo stesso profilo di cui alla presente selezione.
La graduatoria definitiva sarà pubblicata su questo medesimo blog (http://bloggaccino.blogspot.com).
Il giudizio della commissione esaminatrice è insindacabile e non sono previste modalità di ricorso.

Art . 5 - Informazioni e norme di rinvio
Le candidature dovranno essere inviate al blog “Bloggaccino” (http://bloggaccino.blogspot.com) entro e non oltre il 31 Ottobre 2010.
L’Ufficio Generale Pubbliche relazioni procederà alla stipulazione del contratto di Relazione Interpersonale a Carattere Affettivo (RICA) soltanto dopo la verifica del possesso di tutti i requisiti prescritti dal presente bando da parte della candidata vincitrice.
Roberto Boccaccino e l’Ufficio Generale Pubbliche relazioni non sono vincolati in alcun modo all’assunzione della candidata vincitrice.
Nel caso in cui venga ritenuto opportuno rinviare o annullare la procedura di assunzione alla candidata verrà fornita una scusa comune.
Per quanto riguarda le norme di rinvio non ho la più pallida idea di cosa siano.
Questo Ufficio si riserva la facoltà di revocare, modificare o prorogare il seguente bando in qualunque momento.

Marsala, 26 Settembre 2010

Il Direttore del settore “Programmazione e Gestione delle Risorse Umane”
Dott. Giuseppe Garibaldi


11 settembre 2010

venticinque aprile.


- sono dodici euro e quarantasei.
- sì, aspetti che ho pure la tessera coop.
- no guardi, qui quella non va bene.
- …
- …
- sì, ecco la mia tessera coop.
- vedo, ma qui non la prendiamo.
- …
- …
- io so-cio co-op!
- tu cen-tro i-ta-lia!
- sta cercando di offendermi?
- ma no, è che questa è coop venticinque aprile!
- venticinque aprile?
- esatto!
- e centro italia?
- centro italia è una denominazione geografica, capisce. sono coop di secondo livello, se vogliamo. 
- ma come secondo livello? guardi che io nella coop ci credo! io sono socio coop da anni! roba seria! poi mi scusi ma la coop centro italia è tipo la prima del mondo… del mondo capisce?
- e certo… le coop del padrone. coop moderate che usano un nome generico per fare cassa. noi siamo la vera coop rossa, quella senza compromessi, mica berlinguer… noi non siamo interessati a fare cassa. quante casse vede?
- una…
- una, bravo. però è antifascista.
- capisco. ma lo sconto sul tris di mozzarelle è antifascista pure quello?
- ovviamente. con coop venticinque aprile ha tutti i vantaggi della coop di sempre ma non può usufruirne se non è compagno certificato! qui c’è uguaglianza!
- uguaglianza, appunto... e io?
- ma che c’entra? uguaglianza tra di noi! pensi che il nostro direttore prende lo stesso stipendio che prendo io!
- ecco, bene, posso parlare col direttore?
- sono io.
- ...
- ...
- ma poi tutto questo c'entra qualcosa con le mie mozzarelle?
- vede... prodotti a marchio coop, prezzi bloccati, raccolta punti, offerte speciali. tutto è equamente distribuito tra i soci operai venticinque aprile, i tesserati al partito e…
- no scusi… che partito?
- quello di riferimento.
- che sarebbe?
- aspetti che controllo sul volantino di questa settimana.
- guardi lasci stare… insomma coop centro italia non va bene?
- mmm... moderàti…
- moderàti… ma poi anche senza accento capivo lo stesso… non mi ero mica innervosito che lo prendevo come un richiamo, si capiva che era un aggettivo, mi ha preso per scemo?
- moderati…
- imperativo!
- bravo! e non c'ho messo neppure l'accento!
- visto? eheh… allora adesso me lo passa il tris di mozzarelle? quello è sempre in offerta da che esiste il commercio! sempre… io lo so che lo fate apposta! che quello costa di meno proprio già nell’idea di produrlo… su!
- non posso proprio. a meno che lei non sia iscritto all’anpi… lo è?
- come no… la protezione dei cosi lì… associazione nazionale protezione istric...
- intendo i partigiani. lei sta con i partigiani?
- partigiani? so l’inizio di bella ciao…
- faccia sentire!
- ma qui? ma c’è gente…
- una mattina… su!
- mi son svegliato
- …
- oh bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao c... senta, quanto ha detto che è?
- dodici e quarantasei.
- ecco a lei. i quattro centesimi se li tenga pure.
- grazie compagno.
- ma vaffanculo.

8 settembre 2010

somewhere è bello.


se questo fosse un blog in cui si parla di cinema io adesso dovrei scrivere di somewhere di sofia coppola che sono appena tornato ed è un film piuttosto lento. ma devo dire che è anche piuttosto bello.
e invece questo non è propriamente un blog in cui si parla di cinema, quindi non dirò la mia su di un film appena uscito, che è pure a venezia e che per di più ho appena visto. tenterò invece un approfondimento su di una pellicola diversa che non è esattamente all’ordine del giorno, e perciò si può dire che sono fatti miei. transformers 2. la vendetta del caduto. tandandandaaaaa!
stamattina mi alzo, mi faccio il caffè e invece di accendere il computer per controllare se qualcuno durante la notte ha voluto darmi mille euro al mese, mi metto di fronte alla tv. in effetti non lo faccio mai, però stamattina. e ad un certo punto viene fuori megan fox e sotto leggo transformers 2 - la vendetta del caduto - tandandandaaaaa! e di fronte a tanta roba non posso che riguardarmi tutto questo capolavoro della cinematografia internazionale.
adesso, voglio tralasciare tutto quello che è già stato detto su questo film, sul suo spessore, sul fatto che michael bay, il regista, secondo me vive con una mazza da baseball su una spalla, un hamburger in mano e un bunker in giardino.
secondo me vale molto più la pena sottolineare che in questo film c’è una cosa assolutamente inaccettabile. e dico inaccettabile dal punto di vista logico, cioè assolutamente inverosimile. e non mi riferisco a dettagli del tipo che arriva questa razza aliena cattivissima di robot che guarda un pò c’ha voglia di distruggere giusto il nostro pianeta e parla americano. queste sono cose che, bene o male, nella mente del maschio medio trovano facilmente il loro spazio. quello di cui io non mi capacito per bene è il ruolo di megan fox in tutta questa faccenda. dico il suo personaggio all’interno di tutta la storia e soprattutto la sua presenza continua nell’azione.
allora, volete fare un film attorno a megan fox in cui lei c’è il novanta per cento delle scene perchè tira tantissimo? lo vengo a vedere sicuro, promesso! ma fate una cosa tipo jennifer’s body. l’avete fatta? bravi. non fate un film in cui lei fa la ragazza bona di uno che deve salvare la terra e se la deve portare appresso per dio sa quali ragioni di botteghino. viene male. se questo film ha qualche lacuna è dovuta sicuramente a questa scelta, fidatevi.
megan fox in questo film dirà tipo tre battute. e va pure bene, non ci lamentiamo. la cosa ridicola è che è sempre in mezzo in tutte le inquadrature. tutti gli altri maschi parlano di cose serie tipo la libertà o l’energia aliena o l’inter e lei sbuca sempre dietro con aria un pò da fidanzata e prende per la mano il protagonista che è il suo ragazzo e lo guarda tipo “non mi stai dando le attenzioni che merito”. e questo povero cristo si ritrova a salvare tutto il pianeta da una serie di mazinga neri… con la fidanzata dietro! e per metà film scappano dalle bombe chevrolet e lui la deve aiutare a saltare i muretti e ogni cinque minuti va aspettata che sicuramente è successo qualcosa all’assorbente. e quando ad un certo punto proprio non ce la fa più, il nostro eroe le dice “guarda, resta qui al sicuro che adesso c’è una parte del film molto pericolosa”. e sta stronza che fa? si carica di drammaticità - perchè lo sa che è la sua battuta più importante in due ore - e sussurra ferma “no. io voglio venire con te”. e che palle! ma non si può! io lo so che è una cosa vagamente maschilista, però è vera. le fidanzata non si porta quando bisogna salvare il mondo! quella poi si annoia di sicuro e tu devi tenerle la mano in continuazione e dire che la ami e non sia mai che durante una fuga passate di fronte ad una vetrina di intimissimi.

19 agosto 2010

14 agosto 2010

commemorazioni.


se qualcuno si fosse perso qualcosa, lo scorso quattordici agosto cominciava l'anno più bello di tutti. adesso non resta che riposarsi come fosse il settimo giorno e poi fare un pò meglio.

15 luglio 2010

virgolette.

prima di accendere il fuoco voglio che sia chiara una cosa.
noi, compagni, noi non siamo qui per volere di qualcuno. se ci fosse anche un solo motivo per credere che tutto questo avvenga per un fine preciso, allora non avrebbe più senso farlo avvenire. se la meta fosse scritta non ci sarebbe più ragione di crederci. quello che stiamo per fare è solo e soltanto il prodotto della nostra rabbia, del nostro desiderio di essere, di agire, della nostra inconfessata solitudine. quello che accadrà sarà solo e soltanto un passo in più, un avanzare poco più avanti. non di certo nel dirigersi verso qualcosa, perchè niente esiste dopo adesso. ma solo nell’allontanarsi da ciò che è stato, ciò che conosciamo, che abbiamo vissuto e che potremmo giurarlo. possiamo vivere soltanto di passato, compagni, e della necessità di accumularne. la coscienza del passato è il nostro unico riferimento, tenetelo a mente.
una volta acceso il fuoco non riporremo la nostra speranza nel domani, bensì nella scelta e nell’azione presente. perchè domani, quando esisterà, sarà soltanto il frutto di una serie di oggi. e lì fuori mai ci azzarderemo a piantare un albero tra le acque di un fiume aspettandone la secca.

26 giugno 2010

alla fine lui muore.

una volta, a benevento, o meglio nelle vicinanze, pare ci fossero le streghe che facevano festa il sabato sera. si divertivano proprio. si può dire che il sabato lo abbiano inventato davvero loro. poi col tempo tutto è cambiato e adesso a benevento, o meglio nelle vicinanze, ci sono due cinema multisala. di cui uno è sulla strada che porta a casa di eleonora e quindi ci siamo andati a vedere un film. e si è rivelato essere un film sulla poesia e il romanticismo e l’ottocento. dove praticamente nasce questa storia d’amore tra un poeta molto giovane e una bella ragazza molto giovane che però, nonostante il tanto amore che c’è tra i due, non può essere proprio sposata da lui, che fa il poeta e che è quindi squattrinato. e la cosa bella è che non è una cosa celata, dico il fatto dei soldi per sposarsi. cioè è proprio alla luce del giorno, del tipo che la mamma gli dice quanto sei bello, è proprio un peccato che non ti puoi sposare mia figlia perchè fai il poeta e non sapresti come mantenerla. nonostante mia figlia sia ricchissima e non avreste nessun tipo di problema mai nella vostra vita. però sai come funziona… per averla ci vogliono i soldi. prostituzione sentimentale. mannaggia, pensa se avessi fatto, che ne so, il latifondista, sarebbe stato sicuramente più semplice. e lui invece fa il poeta sul serio. nel senso che è la storia di john keats che è uno dei massimi esponenti del romanticismo britannico e nel film fa proprio di tutto per farlo vedere. quintalate e quintalate di versi e rime ed endecasillabi ed enjambement. tutto bellamente tradotto in italiano per accentuare quel senso di che cazzo ci faccio io in questo cinema che sono pure capitato in una sala con trenta posti di cui ventotto vuoti e lo schermo grande come quelli di mediaworld. che posso anche ruttare e nessuno mi dice niente tanto eleonora è abituata e magari me lo potevo vedere sul divano sto film.
e alla fine lui muore. ma questo, in fondo, non è uno spoiler, visto che la storia è vera e lui è nato nel 1795.
meno male che la fotografia era strepitosa. almeno ho imparato qualcosa.

15 giugno 2010

italia - paraguay (1-1).

scrivi di musica.
mmm… cioè mi piacerebbe pure ma non mi sento in grado… no no, non è serata.
su, scrivi di musica che poi alla gente gli piace.
no, guarda, di musica no. poi la gente giudica. cioè già giudica sempre. poi se si deve mettere a giudicare pure i miei giudizi… meglio che lasciamo perdere.
ce l’ho! scrivi dei mondiali di calcio.
cioè o musica o pallone? ma mi hai preso per nick hornby?
ti piacerebbe.
sì un pò sì. cioè mi ricordo che mi piacque al tempo. però non l’ho più riletto che ho deciso che non li rivoglio rileggere i libri che mi sono piaciuti perchè possono solo farmi stare peggio di prima e io sto bene, ma veramente sto bene e ne ho pure un bel ricordo, cioè quel libro l’ho letto, l’ho finito, mi è piaciuto e non ho nessuna intenz… non voglio assolutamente scrivere dei mondiali.
ma perchè no? funzionano alla grande, tanto di attualità, scrivi una cosa su quanto la formazione italiana è stata, che ne so, così poco concreta nello sfruttare le risorse a sua disposizione, insomma fai una cosa tecnica. oppure scrivi della gente che impazzisce ai mondiali, il pubblico, la capitale del sudafrica, le emozioni del mondiale scorso, una cosa un pò di colore…
ma che mondiali… ma mi ci vedi? salve, le mie esperienze calcistiche più intense le ho avute da ragazzino quando i miei amici mi chiedevano lo zaino per farci il palo in cortile, e oggi, con la forza di quelle esperienze e di mille altre prive di ogni interesse sportivo, parliamo proprio del giuoco del pallone… come suona? bello eh?
beh, allora di che scrivi?
ma che ne so, potrei scrivere di cucina, del fatto che mi sono scordato come si cucina.
ma per piacere. scrivi dei mondiali, almeno per le partite del girone di qualificazione che sono partite sicure, nel senso che le giochiamo di sicuro.
ma no, non è proprio cosa, non so nemmeno la formazione, veramente… meglio che faccio altro, poi sta storia della cucina c’ha vari risvolti, cioè che si ritorna indietro, si regredisce, che mi sono addirittura dimenticato come si fa la spesa e oggi ho comprato una mozzarella a quattro euro...
ma chi cazzo se ne frega della tua mozzarella! scrivi qualcosa che si legge per bene, che ti porta gente, che la gente sorride e legge cose alle quali si sente vicina. e oggi la gente si sente vicina a una ventina di tizi che stanno in albergo tutto il tempo e ogni tanto, tra un poco di pane e nutella e una bottiglietta di acqua fresca, si vanno a fare una partita a pallone! basta, decido io: scrivi dei mondiali!
i mondiali...
e mi raccomando fallo bello che bisogna sfruttare il volano di queste partite. cioè qui tutti usano sta cosa per fare soldi, tutti a parlare di mondiali, a vederli a consumare e farsi consumare e pure tu adesso ti metti e scrivi una cosa bella sulla partita dell’italia e attiri un sacco di visitatori. daje…
daje… ma come cazzo parli? ma che sei stato a roma di recente?
forza! che sono quasi tremila caratteri di niente fino ad adesso e gli altri blogger a quest’ora già stanno collezionando commenti su chi è stato l’uomo partita.
ma vedi tu… allora.
stasera l’italia è scesa in campo contro il paraguai che onestamente non c’ho nemmeno voglia di controllare se in italiano si scrive con la y o no. fatto sta che era la partita di esordio di questo mondiale e il nostro girone è molto semplice e nonostante questo pare che abbiamo pareggiato. ha segnato de rossi che è un calciatore della roma, un centrocampista offensivo. il portiere paraguaiano era permaloso e se l’è presa. e quando ha segnato non si è capito niente e io stesso mi sono alzato in piedi e ho urlato con tutto il fiato goool e poi tutti si sono scambiati un segno di pace. eravamo ai giardini del frontone a perugia, dove avevano montato il cinema all’aperto e stasera davano la partita. all’inizio il proiettore non funzionava e c’era questo disappunto generale. tanto che noi ce ne siamo andati e il primo tempo l’abbiamo visto lì vicino, in un bar dove ci eravamo fermati a fare aperitivo poco prima. e in effetti è un bar che offre un aperitivo molto eterogeneo. ci sono tante cose, niente di eccezionale, ma c’è varietà. del tipo torte e tartine variamente gustose, parmigiane, pomodori infornati con una cosa gratinata sopra, pasta alla sorrentina, insalata di farro, altre cose a base di carne che onestamente non mi ricordo. e guardando la varietà e la semplicità del tutto pensavo che io in realtà ormai mi sbaglio a fare pure un piatto di spaghetti. che mi viene male pure quello. che prima osavo pure di più, e mi ricordo che qualcosa di buono veniva pure fuori, ma adesso ho perso lo stimolo. a cucinare dico. ma secondo me è un fatto sociale. che sto spesso da solo e non mi va di perdere tempo per me solo. oppure è capitato che ero dai miei e non cucinavo comunque io. e questa diseducazione avanzante si vede anche in altre cose, più o meno direttamente correlate alla cucina. tipo oggi ho comprato una mozzarella dal pizzicagnolo sotto casa (pizzicagnolo = gioielleria alimentare; sotto casa = sotto casa di qualcun altro) e sto stronzo mi ha chiesto quattro euro. e io, che evidentemente sono anche peggio, glieli ho pure dati. insomma è proprio una mancanza di sensibilità culinaria, una perdita graduale direi. e c’è pure gente che se ne approfitta.
comunque, concludendo, a me la partita non mi è piaciuta.
sei un cretino.
grazie.

15 maggio 2010

kobus ellipsiprymnus.


mi piacerebbe poter raccontare tante storie di fantasia. di quelle dei bambini. e magari proprio ai bambini. ma non quelle cose tipo pinocchio e cenerentola perchè di base non me ne frega molto di istruire sull’importanza di essere sinceri o su come si lava per terra. anche perchè sono cose che non dovrebbero servire fino a che non ti sposi. io vorrei raccontare, invece, proprio quelle storie di fantasia pura e semplice, di quelle inventate proprio dai piccoli che ci mettono dentro quello che sanno e quello che immaginano e vengono fuori realtà impossibili. luoghi colorati da cima a fondo con i pastelli, i bordi sbavati e tanti buchi bianchi in mezzo. luoghi fatti di boschi e di prati immensi come tutto il giardino dietro casa. luoghi dove ci sono le creature più grottesche che sono le più docili e gentili e poi quelle più semplici e banali che però sono i cattivi, che i cattivi secondo me, se li nascondi dietro chi ti ha sempre dato sicurezza fanno più paura, fanno più male. e queste creature parlano tutte una loro lingua che è sempre l’italiano e alcune non parlano ma la pensano, questa lingua. e poi usano le cose di tutti i giorni anche se sono in un posto che non è mai, tipo l’auto, il frigorifero, il cellulare, le mitragliatrici e i poteri magici.
e c’è questo personaggio, ad esempio, che si chiama kobus ed è uno di quelli buoni. quelli che non ti aspetteresti essere buoni e poi però c’è molto più da fidarsi che dei gatti. e lui, kobus, deve ancora nascere e sta fermo lì in un barattolo aspettando che una qualche maledizione su di lui venga sciolta. e non appena potrà nascere lui nascerà unicorno. anche se non si capisce bene cosa potrebbe essere lì in quel liquido magico kobus è sicuramente un animale che viene fuori da quello che sappiamo e quello che possiamo immaginare. perchè non potrebbe essere diversamente. perchè gli unicorni esistono e aspettano di nascere. e aspettano in un barattolo, al museo di storia naturale a londra.

13 marzo 2010

sono figlio di un ufficio. vol.2

Caro Roberto,

in allegato troverai gli estremi di una Società di primaria importanza in Tunisia, esportatrice di ittico fresco.

I dati mi sono stati forniti da una Società Italiana (i cui dati li trovi in calce all’allegato) - che conosco personalmente – che intrattiene da tempo rapporti commerciali di import con la succitata Controparte Estera.

Quando e se deciderai di contattarla, informami preventivamente, in modo che io possa far anticipare il tuo contatto (telefonico e/o a mezzo e mail) da un opportuno preavviso da parte degli Esponenti della Società Italiana, che mi hanno assicurato concreta disponibilità in tal senso.

E’ ovvio che - anche se la Società Tunisina non dovesse rispondere alle tue esigenze professionali - può comunque essere un valido punto di riferimento per indicarti ed eventualmente rappresentarti presso altre realtà locali (istituzionali e non) del settore specifico.

Farò seguito con indicazioni di altre Aziende e/o Enti non appena in grado.

Ciao. Papà.

7 marzo 2010

ti nasconde questo sole sopra i sassi.


ogni mattina un leone si sveglia e, mentre si fa la barba, già gli prende male. il pensiero che ogni giorno deve correre più della gazzella lo deprime. una volta era lui a capo di tutto, il re della savana. col tempo tutta la baracca è diventata una società quotata in borsa e adesso anche lui deve sottostare al bene degli azionisti, o comunque di qualcun altro che incontra due volte all'anno e in fondo nemmeno conosce.
una volta poteva decidere che fare della propria giornata e adesso invece, ogni maledetto giorno, deve riuscire a correre più della gazzella perchè più corre più benefit riceve, più bonus, più reputazione, più tutto. questa dannata competitività interna lo distrugge. in fondo la gazzella non gli starebbe nemmeno troppo sui coglioni, però deve stare attento che quella corre forte, mangia sano e non si fa molti scrupoli. alle prime luci già zompetta di qua e di là pronta a sfrecciare sotto al sole in mezzo ai sassi della savana. bisogna stare attenti che quasi quasi niente benefit quest’anno, niente bonus. bisogna stare attenti che se qui un anno perdi un benefit l'anno dopo puoi pure morire di fame.

ogni mattina una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre più del leone. ma questa storia, si ripromette mentre si pettina davanti allo specchio del bagno, non durerà a lungo. dice che ha un piano, che vuole gabbare il sistema e fare fessi tutti.
c’ha pensato, la gazzella, che sta storia di minimizzare lo sforzo e massimizzare il risultato potrebbe funzionare, ma in effetti poi nessuno la mette in pratica veramente. e lei invece lo vuole fare sul serio. perché sì è vero, magari la savana si è pure modernizzata, però tutto è sempre basato su logiche statiche e polverose, sacre e intoccabili. c'è gente che con questo pallino di svegliarsi ogni mattina certe volte nemmeno va a dormire. e paradossalmente non si può dire nemmeno sia gente sveglia.
questo concetto di efficienza distorta e sbagliata le rimbomba in testa ogni mattina, in ascensore, quando sale in ufficio. vuole cambiarle queste cose, vuole stare bene alla faccia di chi non lo sa fare. vuole vincere tutto e subito, magari riuscendosi pure a fare un pò di cazzi propri. sempre a correre, sempre più veloce... ogni tanto c’avrebbe anche voglia di fermarsi, godersi un pò tutti questi ettari d’erba e di ombra che ha accumulato durante gli anni.
proprio da tutto ciò, si convince, può nascere la sua vittoria e il suo riscatto. basta seguire solo il piano. un piano per mandare a quel paese il leone, la consapevolezza mattutina, la legge della giungla, e soprattutto sti stracazzo di proverbi africani.

dalla prossima settimana ogni mattina la gazzella si sveglia, prende e si va a nascondere.

17 gennaio 2010

quella notte a ostia.


londra. camden town. giovedì sera. computer sul davanzale fuori dalla finestra perchè dentro non c’è abbastanza segnale. finestra aperta giusto per il monitor. riscaldamento rotto. io e masiar tra due stufe elettriche che fanno luce rossa. ognuno sulla sua poltrona. ecce bombo.

per me, quel sole che noi abbiamo aspettato per tanto tempo quella notte a ostia… e che poi spuntava dalla parte opposta, per me è stato… un segno, un invito a capire. secondo me, in questo periodo noi stiamo sbagliando pressoché… più o meno tutto. siamo un po’ scocciati, un po’ delusi, un po’ stanchi. abbiamo smesso di fare politica attiva. siamo contenti, perché ci siamo liberati di questo peso… cerchiamo di divertirci. io sono un po’ stufo, anche perché non mi diverto. dobbiamo riuscire, qui, a fare qualcosa. non come ora, che nessuno si fa gli affari suoi ma non cambia nulla degli altri.
penso che sbagliamo quasi tutto: nei rapporti con le donne, tra noi, con lo studio, in famiglia, nel lavoro... io vorrei che noi parlassimo… veramente. per cercare di cambiarci, di essere diversi nei comportamenti, dai nostri nonni. per essere, ma veramente, nelle cose di tutti i giorni… rivoluzionari.
come discorso inaugurale penso che basti e avanzi.

ecce bombo - nanni moretti - 1978

5 dicembre 2009

il litro e i biscotti.


ottimamente mi risveglio da mesi bui e me ne accorgo perchè il taccuino dove scrivo è quasi finito, è sporco e consumato. non è una moleskine da cassetto insomma. e me ne accorgo perchè sul mio taccuino ci sono due adesivi, uno avanti e uno dietro. me ne accorgo perchè è un taccuino invidiabile. io lo invidierei se non fosse mio, e invece è mio, ci scrivo io, e quindi invece di invidiarlo posso risparmiare tempo per invidiare altre cose. e mi accorgo pure che il mio modo di misurare la felicità potrebbe essere questo. quanto è diventato bello il mio taccuino. non dico, ovviamente, che la sua estetica sia la mia fonte di felicità. è piuttosto il mio metro. anzi più che metro è quella cosa che misura il volume, la capacità, che credo si chiami proprio litro. tutto sta a vedere quanto è pieno.
sul blog, onestamente, ci scrivo perchè la gente mi dice di farlo, mi dice che sono bravo, mi fa i complimenti. e io gradisco molto i complimenti e dall’alto della mia vanità continuo a scriverci per averne ulteriori. come i cani e i biscotti per cani. il taccuino in questione però funziona diversamente, qui nessuno mi fa i complimenti. anche se, a dirla tutta, il suo essere bello folto è pure merito di quei biscotti.

23 ottobre 2009

la credibilità è la prima cosa.


praticamente il film parla di un tipo inglese di manchester che come idolo personale c’ha eric cantona. il calciatore. e pure questo tipo mancaffarlapposta si chiama eric. solo che non è manco lontanamente un atleta. insomma questa è un pò la parte divertente della storia, ma il film è bello a prescindere. no, magari non a prescindere, visto che si chiama proprio looking for eric, ma voglio dire la storia è un altra e funziona bene perchè è verosimile. e quindi è credibile. e le cose credibili di solito funzionano. e prima di entrare nel cinema io ho detto che avevo visto il trailer e allora mi hanno chiesto di che parlava il film e io ho risposto che era la storia di un uomo e poi mi sono fermato perchè non sapevo che dire. e tutti sono rimasti soddisfatti.
durante la proiezione anna che stava a fianco a me si è pure addormentata per dieci minuti e dall’altra parte valentina ha messo il piede in testa a uno e poi ci siamo messi a ridere. e quando poi sono uscito dal cinema ho detto che il film mi era piaciuto perchè pure io in camera a benevento c’ho appeso un poster di roberto baggio che nessuno ha mai capito perchè, però è una persona a cui voglio molto bene. e insomma pure io c’ho questo mito che è un calciatore del passato che si chiama come me. e io non seguo il calcio però mi ricordo molto bene il gol da centrocampo contro la cecoslovacchia che eric cantona avrà fatto pure tante cose belle ma quello se lo sogna. non credo che la cosa abbia lasciato gli altri soddisfatti. forse avrei dovuto dirgli che pure la mia è la storia di un uomo.

24 settembre 2009

gli ultimi giorni d'estate. (1/2)


da un pò di tempo a questa parte l’umanità fa finta che gli anni incominciano il primo gennaio, capodanno, le lenticchie, gli spari, i maglioni di lana, lo spumante, tanti auguri. ma è falso. è una messinscena. un’ipocrisia. lo sappiamo tutti che l’anno comincia dopo l’estate, a settembre. ci fanno pure le agende...
l’estate è come la domenica che ti alzi tardi e c’hai davanti una giornata libera già troppo corta, ti accorgi che è già agosto e sta per cominciare un’altra settimana. e il lunedì riprende la scuola e tu riprendi a sentire freddo, non perchè davvero faccia freddo, ma perchè ti devi alzare presto e quando sei in mezzo alla strada alle otto di mattina l’aria inizia a pungere. mica come fino al giorno prima, che era estate e faceva caldo. quelli sono i giorni in cui comincia l’anno nuovo, in cui credi che ci vorrà tantissimo a capire quello che succederà, e invece dopo la prima settimana hai già preso il ritmo e le domande si sono trasformate in buoni propositi da chiarire il gennaio successivo. e a settembre non sei mai triste perchè in fondo l’estate è bellissima anche per il fatto che finisce, e quando una cosa finisce te la puoi ricordare, finalmente. e sorridere. e quello non finisce.
ogni anno gli ultimi giorni d’estate sono quelli in cui alzi un piede, sali su un gradino, e diventi inevitabilmente un poco più grande.
quest’anno si può dire che ci andava di correre e abbiamo fatto un paio di rampe di scale salendo i gradini a due a due. tutto in un solo giorno. tutto per colpa di elisabetta, una ragazza della quale mi sono pazzamente innamorato qualche anno fa, alla quale avevo giurato amore eterno e che tre anni dopo aver capito che bluffavo ha deciso di farsi giurare amore eterno da un altro. questa volta con la firma e due testimoni.
io sono sceso dalla danimarca perchè a questo matrimonio ci tenevo troppo. e ci tenevo troppo per due ragioni. la prima è che volevo sfruttare la situazione per vedere se riuscivo a crescere poco poco. non dico a diventare adulto tutto d’un botto, che poi manco mi interessa, ma almeno a guadagnare un minimo di credibilità in più da spendermi nelle giuste situazioni. a dir la verità non sono sicuro sia successo, ma almeno adesso c’ho un vestito serio.
la seconda ragione è che io fondamentalmente sono una persona egoista. penso molto a me e alla mia felicità. penso anche agli altri e alla loro felicità, ma giusto perchè io possa essere più tranquillo. se sono felici gli altri io godo di relazioni più belle, più soddisfazioni, più divertimento, più opportunità, meno casini e problemi. la felicità altrui mi si riflette addosso. insomma se gli altri sono felici lo sono anche io perchè tendenzialmente ci guadagno. credo. ma il matrimonio di elisabetta è stato fin dall’inizio una cosa diversa. mi sono sentito acceso dentro solo per il fatto che succedeva.
e quando l’ho rivista dopo un sacco di tempo non l’ho quasi riconosciuta e mi sono messo le mani sulla bocca. e non sapevo che pensare, da una parte la volevo assolutamente riconoscere, cioè guardarla negli occhi e capire che era sempre la stessa, dall’altra no, perchè è giusto e bello così, funziona meglio, è più reale. attorno c’aveva come un velo un pò opaco in cui vedi attraverso ma non benissimo, un tessuto fitto fitto bianco che non è l’abito da sposa, sia chiaro, è un tessuto metaforico, ma è qualcosa che non me la fa capire bene. è un velo fatto di tempo e silenzio e necessità e scelte e ancora soprattutto tempo. e io strizzo gli occhi ma poi mi sposto che la gente deve fare le foto.
ero così teso che la notte prima non ho preso sonno, come se mi dovessi sposare io, e la mattina non ce la facevo a stare tranquillo e non mi venivano nemmeno le foto. l’unica cosa che mi è riuscito di fare prima della fine della cerimonia è stato sporcarmi la camicia con qualcosa di nero. poi siamo andati a mangiare.
è stata la prima volta in cui ho provato una felicità così grande per un’altra persona e basta. senza aspettarmi nient’altro che quello. senza cose dopo. solo per quella persona.