2 febbraio 2016

Sigarette Jedi.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


Anche qui, come in tutti i deserti, non sono abituati all’idea del turista. Se arrivi da altrove sei solo un forestiero. Sì, a volte potresti essere plausibilmente un turista con il quale attuare le solite prassi, ma generalmente ci si ferma alla prima impressione. E mi rendo conto che è anche una cosa bella per certi versi, ma per certi altri direi proprio di no.

Lo scenario che mi circonda non potrebbe essere più allucinante. Il sole in certi posti sembra sorgere già a picco, da un momento all’altro, quasi a spaventare chi dorme, più che semplicemente a svegliarlo. Sembra un po' come stare nel primo film di Guerre Stellari, che poi sarebbe quello che è uscito come quarto (da alcuni considerato il quinto, se li conti in equilibrio su una gamba e con le dita nelle narici). Insomma il film dove c’è quel pianeta in cui abita il piccolo Anakin, dove si fanno le gare di astronavi tra la polvere e tutto è arido e ci sono incidenti, corporazioni, schiavisti e silenzio.

La mattina in cui arrivo dormono ancora tutti, è molto presto, mi faccio un giro ed entro a fare colazione nell’unico bar che trovo. È in un caseggiato basso costruito come tutti gli altri, come le case, come la scuola, come il municipio e il supermercato. Ogni edificio è uguale all’altro perchè tutto è stato tirato su in un giorno, quando si decise di evacuare il vecchio insediamento e venire a vivere qui, in un paese che prima non c’era e che a pensarci bene non si può essere sicuri ci sia nemmeno ora.

Avvicinandomi al bancone scopro con grande disappunto che è già finito tutto. Niente cornetti, niente brioches o paste, niente tramezzini, trecce, panini. Niente. Tutto finito, e nemmeno sono le otto di mattina. La mia faccia è inequivocabile: disperazione totale, sconforto senza ritegno. Rifletto e mi persuado che questo paese è così piccolo che i colazionanti al bar si potrebbero contare sulle dita della mano di un bambino, semmai nascesse, e di conseguenza il barista compra solo due o tre cornetti per quei pochi, soliti, avventori. E il forestiero in sovrannumero si muore di fame.
Chiedo affamatissimo se c’è qualcos’altro da mangiare e lui, indicandomi le patatine alla rosa canina e kevlar, mi domanda da dove arrivo. Gli dico che sono partito da Nova Siri, quando ancora era buio. Mentre lo dico, in un bar circondato da chilometri di sabbia e calanchi, mi accorgo che Nova Siri sembra il nome di una stella buona, di un'oasi ospitale attorno alla quale si è radunata la vita e sono nate le nuove colonie di una specie esule. Domando se c’è un altro posto aperto dove posso fare colazione e mi viene detto il nome di un paese che forse nemmeno mi ricordo.

Prendo solo un caffè, mettendo da parte l’appetito enorme che provo ogni volta che mi alzo, e chiedo al barista dove posso comprare le sigarette. Fuori è già caldo, non si muove niente. Il ragazzo dietro il bancone si gira con la faccia sorniona di quello che non si fa fare fesso. La mia evidente sorpresa e il mio irragionevole lutto per la storia dei cornetti devono avergli forse suggerito che non capisco le dinamiche di un posto del genere. Che non so niente di dove mi trovo, e come un bambino in un uno strip club, ho bisogno che mi si spieghi tutto. Mi risponde, rapido e sicuro: “Dal tabaccaio!”
I due o tre uomini che sono nel bar, vestiti da lavoro, e fino a quel momento immersi nei loro schiamazzi, si fermano e lo guardano in silenzio per un tempo lunghissimo. In quel silenzio pure io osservo la sua espressione fissa, compiaciuta e al tempo stesso indulgente.
Il ragazzo mi vede come un Jedi venuto dalle colonie per testare la sua prontezza e la sua logica, per metterlo alla prova. Oppure pensa soltanto alla mia incapacità da straniero di saper accettare la vita in posto così, anche nelle sue manifestazioni più ovvie. Come l’impossibilità di una colazione per tutti, i fantasmi del paese vecchio, o il dover nascere in un luogo che ti ricorderà ogni giorno che non arrivi da lì. E come, chiaramente, la disponibilità delle sigarette dai tabaccai.
Il silenzio si comprime e collassa in un gigantesco clamore, in cui tutti alzano la voce e cominciano a deridere il ragazzo dietro il bancone e la sua ingenuità. Lui all’inizio sorride nella frenesia generale, fino a ché non si accorge che quella nuvola di ingiurie si è gonfiata solo per piovergli addosso, e quasi non capisce.
Il mattino seguente arrivo alle sette meno un quarto e prendo l’unico cornetto alla crema, un cappuccino scuro e mi fumo una sigaretta seduto lì fuori, meditando zitto sul risveglio della forza.

26 gennaio 2016

La cupola.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


La musica e la voce partono quasi in contemporanea, come un’unica sirena, come il tragico allarme che precede i bombardamenti. Seduto fuori la mia tenda sto lì a non pensare, e il boato mi investe con violenza e di sorpresa.
Dopo qualche notte accampato libero (o abusivo, come vi pare) mi sono fermato in un campeggio qualunque a Metaponto. Tra i tanti ho preso il primo che c'era, volendomi solo stendere e rilassarmi, senza stare a pensare a chi, mentre dormi, può venire a ucciderti, arrestarti o a pisciarti sulla tenda.

E questo mio essere campeggiatore accidentale e improvvisato, in un luogo del genere, si vede. La mia tenda è grande quanto una vasca da bagno al contrario, non ho nemmeno una sedia, o un cavo per stendere il bucato, né tantomeno un bucato da stendere. In effetti sto pagando solo per concedermi due cose che nei giorni precedenti non sono riuscito a fare senza rischiare una denuncia: montare una tenda in una proprietà privata, e farmi un paio di docce come si deve. Il mio essere approssimativo si vede, dicevo, perché sono circondato tutto intorno da un ecosistema di camper ed enormi tendoni per reggimenti che fanno pensare di essere in un insediamento permanente, abitato da gente che sarà in vacanza per sempre in tende che a vederle potrebbero avere addirittura le fondamenta.
Probabilmente, per sentirsi come se fosse davvero la loro seconda casa, i campeggiatori attrezzano e accomodano il proprio alloggio con milioni di gingilli e accessori, tubi e tendine, pentole e bacinelle, sedie pieghevoli e tavoli richiudibili, moquette, amache, materassini, piscine gonfiabili, schermi a led, parabole satellitari, basi di lancio per satelliti televisivi, moduli lunari e supersantos. E così ti ritrovi in un luogo protetto da una cupola enorme, sofisticata e invisibile. Una cupola messa lì a proteggere la routine quotidiana dei campeggiatori da ogni minima infiltrazione, ad evitare ogni fastidiosa variazione alla vita di sempre. Se ci rifletti un secondo, stai zitto e ti guardi intorno, ti accorgi che la cupola rende quell’habitat impermeabile alla vacanza.


Ad ogni modo, mentre sei lì seduto a cercare di vedere questa cupola e di apprezzare la rassicurante tranquillità che ti circonda, parte il rave. La voce è entusiasta e invita la gente ad avvicinarsi, parla a ritmo con la musica finto latinoamericana, e tutto insieme è il rito esplosivo dei balli di gruppo, celebrato ad un volume da conflitto termonucleare.
Mi alzo in piedi e guardo nella direzione da cui proviene il tutto. Non vedo niente e decido di avvicinarmi, convinto che, come al solito, il mio relativismo mi farà giustificare anche questo.
E invece dev’essere successo qualcosa ultimamente, perché quel relativismo a cui sempre mi ero affidato comincia a vacillare, e arrivato di fronte ai balli di gruppo, partecipati esclusivamente da bambine e da qualche over 50, lo sconforto mi prende.
Un semicerchio di famiglie monofiglio stanno sedute a tavolini di plastica vuoti. Il padre al cellulare, il figlio pure, la madre guarda chi balla e muove le spalle, non volendo arrendersi al fatto che anche quest’anno le vacanze non rappresenteranno alcuna rivincita sulla vita (né tantomeno sul resto dell’anno).
Calci e pugni all’aria, piroette e ancheggiamenti, tutto lentissimo. La musica e la voce dell’animatore sono ovattate e indistinguibili. Manca solo che mi si annebbi la vista. Un paio di minuti di realtà in slow-motion valgono come una settimana, così mi giro e mi allontano.

Tornando dalle parti della mia tenda (che quasi devo cercare con le mappe, non riesco mai a ricordarmi dove sia), imbocco uno dei vialetti tra i camper e gli oleandri. È una stradina corta e buia, sicuramente è quella sbagliata, ma non posso ancora dirlo perché non si vede una mazza. Un’unica luce in fondo, sparatissima, permette di distinguere la sagoma di una signora bassina che si avvicina. Come molti, a quell’orario raggiunge la sorgente della musica alle mie spalle, per stare seduta anche lei, con il suo vestito nero a fiori, ad un tavolino di plastica bianca di fronte al bar guardando la gente che balla come se fosse la televisione.
La sagoma della donnina mi si avvicina e sembra non voglia affatto procedere oltre. La osservo camminando sempre più lento, fino a fermarmi nel buio e nella musica lontana. Forse la spaventa trovarsi davanti un tipo minacciosissimo come il sottoscritto, in un vialetto di un campeggio male illuminato. Non faccio in tempo a pensarlo che lei mi smentisce, avvicinandosi sicura e con un sorriso malizioso. La saluto, cercando complicità. Lei mi fa cenno di abbassarmi, come se volesse sussurrarmi all'orecchio qualcosa, e a voce sommessa mi domanda:

- La vuoi anfetamina?

Sgrano gli occhi d’un colpo. Non tanto per poterla vedere meglio, ma piuttosto per metterci dentro tutte le risate che sono costretto a trattenere. Mica puoi scoppiare a ridere in faccia a qualcuno così avanti negli anni. Non si fa. Cerco di guardare brevemente oltre, per capire da dove sta arrivando questa donnina, ma non vedo niente di insolito, ci sono tende e camper al buio, con qualche lampadina accesa all’interno. Un po' oltre si intravede qualche tv accesa e una luce per le zanzare. Poi i pini finiscono e comincia la cupola invisibile. A quel punto inizio a temere di non avere la più pallida idea del posto in cui mi trovo.

- Non sono sicuro di aver capito signora, lei mi sta offrendo delle anfetamine?
- No, che offrendo. Te le vendo!

19 gennaio 2016

Mondo Lepre.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 

 
L’altro giorno ad Aliano ero seduto ad un tavolo di plastica messo sul marciapiede, tentando di scrivere una cosa tipo quella che sto scrivendo ora, ma senza riuscirci poi tanto. Un vecchio, accomodatosi lento sulla panchina di fianco, mi guarda e mi chiede una cosa qualunque, tanto per fare conversazione. Naturalmente questa conversazione vuole essere principalmente votata al capire chi io sia, che ci faccio da solo in un luogo di confino, dove vado e soprattutto da dove arrivo.

Evase queste veloci pratiche di presentazione, tocca a lui raccontarsi, e chiaramente non vede l’ora. In un primo momento, pur avendo subito inquadrato il pericolosissimo soggetto, mi soffermo incuriosito e speranzoso. Dopotutto uno che lo fa a fare un viaggio da solo se poi non si mette ad ascoltare un vecchietto che ti vuole dire la sua.
Dopo trenta secondi mi accorgo a) che non stavo capendo assolutamente nulla di quello che diceva; b) che lui non aveva alcun bisogno che io capissi nulla. In realtà il suo non voleva affatto essere un dialogo, e tutto sommato nemmeno un monologo. Erano delle riflessioni e dei ricordi che finalmente poteva richiamare a voce alta, e tanto gli bastava. Se poi io non accennavo la minima intesa poco importava.
Dopo un po' mi stufo di stare lì a guardarlo senza capire niente, e inizio ad annuire abbassando sempre più spesso gli occhi sul mio taccuino, scollegando lentamente l’audio. Ma, proprio mentre comincio a formulare pensieri autonomi e svincolati dalla sua voce, sento delle robe che iniziano ad avere un senso. Succede tutto in pochi istanti, proprio mentre sto perdendo totalmente la concentrazione: la mia mente pesca tra quello che le era arrivato poco prima (e che io onestamente credevo già rimosso), e mette tutto insieme alle ultime frasi. Piano piano mi si forma davanti una storia che probabilmente ha un suo immaginario, coerente e fantastico.

Il buon vecchio mi dice che è stato in Sicilia, da giovane, da soldato. Capisco in qualche modo che si tratta della fine della seconda guerra mondiale, ma lo capisco a fatica. I suoi racconti, probabilmente per via dell’età - che quando è troppa sembra essere di nuovo troppo poca - non pare parlino veramente di conflitto, di fame e di carri armati. La storia che viene fuori è tutta strana, surreale, ambientata in luoghi dai nomi fantasiosi e i cui protagonisti sono persone dalle caratteristiche grottesche. Sembra il Signore degli Anelli, ma senza il minimo senso del tempo. Personaggi amici citati molte volte all’inizio e poi morti - morti in mezzo agli altri, durante vicende poco chiare in villaggi inesistenti - che ritornano in scena come se niente fosse qualche minuto dopo, in quello che secondo il nostro narratore sarebbe l’epilogo. Dico sarebbe perché l’epilogo per certi narratori non arriva mai.
E il contesto di tutte queste trame che si avvicendano è un’estesissima guerra che sembra avvenire altrove. Ma non c’è da stare tranquilli perchè questo attacco e questa liberazione stanno arrivando anche in Sicilia, si avvicinano, si attendono. Una guerra dal cielo, dal mare e dalla terra, che giunge silenziosa ed esplode immediata: l’invasione degli americani. Anzi, scritto grosso e pronunciato lento lento: L’ I N V A S I O N E  D E G L I  A M E R I C A N I !
E queste meravigliose memorie che quel vecchio produce e mi consegna nello stesso momento sono molto più vicine alla guerra dei mondi che non alla storia di quegli anni. A sentire lui lo sbarco in Normandia dev’essere stata come la collisione tra due Soli lontanissimi, uno scontro di cui tutti avevano visto il bagliore e aspettato l’onda d’urto. E i suoi racconti hanno un equilibrio strano, perchè mentre dà forma a questa fantascienza anni '40, mi parla di Zito e Rinaldi, due ragazzi sudici ma buoni spediti come lui alla guerra, e che come lui sembravano essere lì soltanto per vederla arrivare, meravigliarsene e saperla raccontare. Tipo tre hobbit.

Ormai ascolto in silenzio e continuo, questa volta per estasi, a non dare nessun tipo di segnale al mio interlocutore, che intanto prosegue senza problemi ad essere interlocutore solo di se stesso. Se trovassi il modo di inserirmi gli chiederei di più dei luoghi in cui avviene tutto, e soprattutto dei loro nomi, che sono una delle cose che mi fa più sorridere: tutti i posti che cita hanno nomi di boschi elfici. Tutti boschi elfici siciliani, chiaramente. C’è Canicattivi, o Favarava (all’imperfetto). C'è Bellastrada, e soprattutto c’è Mondo Lepre.
Non lo correggo mai, anche perché in una storia del genere non c’è nulla da correggere. Ma lui, in un momento di pausa, mi nota forse scettico e mi dice sospettoso: “Tu non sei pratico della Sicilia, tu non conosci i posti”. Io accenno una risposta timida, che un po’ invece sì, credo di conoscerli, almeno qualcuno.
Lui mi guarda da sopra gli occhiali appoggiati sulla punta del naso e alti sulle orecchie, e con rassegnazione scuote la testa, in silenzio.

12 gennaio 2016

Fantasmi.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero.


Dicono che Craco sia diventato un paese fantasma da quando è stato lasciato senza vita, abbandonato e cavo. Però non credo di aver capito esattamente quando e da dove siano arrivati gli spettri, la sostanza ectoplasmatica, i Ghost Busters e Slimer; non sono nemmeno sicuro se il suo essere paese fantasma voglia dire che è abitato da fantasmi o se Craco stesso è lo spirito di un paese defunto.
Tutto sommato non è così importante, io ai fantasmi c’ho sempre creduto. In fondo mi pare una cosa ragionevole che quando lasci uno spazio vuoto, quello, per qualche ragione non rimane vuoto per sempre. E Craco, vista l’evacuazione generale, ha iniziato a contrarsi e piegarsi su di sé, tanto per non perdere tempo e riempire quella cavità.
Oggi accedi al paese soltanto se fai un biglietto da dieci euro, che ti dà diritto ad un caschetto giallo e ad una visita guidata di un’oretta in un percorso messo in sicurezza. Oppure, se sei in viaggio da solo, in tenda, se non vuoi sottostare alle regole che il brutto mondo adulto ti impone, e se ti sei convinto di essere onnipotente, puoi sempre aspettare che l’ultima visita finisca, che l’ultimo gruppo torni al tramonto, che tutti se ne vadano a casa, per salire zitto zitto un sentiero che ti è stato indicato da gente del posto conosciuta il giorno stesso, infilandoti sotto una rete che sai di poter sollevare, e arrivare dentro. Tu e il Padreterno, su un picco diroccato in mezzo ad una vallata enorme. Ettari ed ettari di terreno coltivati a solitudine, e quando inizia a calare la notte te ne accorgi subito perché ovunque guardi non c’è niente che provi a contrastarla.

Quando riscendo giù è ormai buio pieno e mi avvicino al furgone dei panini (che si chiama molto trasgressivamente “Panini”) l’unico posto dove c’è qualcuno. È parcheggiato lì ogni giorno, immediatamente fuori dalla zona recintata, fisso nonostante il suo essere un furgone, fregiandosi di costituire l’ultimo baluardo della vita in quel deserto, e in qualche modo di proporre tutto quello che il paese offriva e ormai non offre più. Certo, vedendo “Panini” uno si fa l’idea che anche da vivo il paese non dovesse offrire poi tanto, perchè a parte la porchetta cecoslovacca e i gelati Sammontana, vende solo birra. Però è comunque un posto bello, punto di riferimento delle venticinque persone che abitano nelle palazzine della zona nuova, fuori dal centro storico crollato (i pochi sfollati che non sono evacuati in un nuovo insediamento).

In giornata ho avuto tempo di conoscere diversi soggetti che bazzicano lì intorno. Rocco è un personaggio dall’età indefinibile, con una bandana americana sulla fronte, un codino e una Dreher. Esattamente a metà tra Hulk Hogan e Benny Hill mi dà subito confidenza, malcelando sorpresa e vanità di fronte al mio interesse a ritrarlo. C’è poi il proprietario della magnifica attività, un ragazzo più o meno della mia età, gli occhiali da sole con i brillantini, una maglia rosa e una pettinatura tipo gomorra. È l’imprenditore del posto, il lungimirante uomo d’affari, il monopolista dei bar e della ristorazione che su un furgone fa girare l’economia a Craco. A lavoro non c’è mai. Suo padre è invece sempre lì, con la sua corporatura piccola e nervosa, i suoi occhiali, i baffi grigi e i denti drittissimi, evidentemente non suoi, grandi e un poco gialli. Si dà molto da fare, e parla con un accento del nord che enfatizza un’innata cortesia nei modi. È quello che mi ispira più fiducia e quando devo chiedere qualcosa chiedo a lui. Sembra il più equilibrato, tra tutti, in quel paese che vive solo del suo vuoto, dei panorami che ti fanno sentire lontano e dei continui incidenti stradali su strade inesistenti che ti costringono a rimanerci, lontano.

Quella sera intorno al furgone, mentre Salvo, un ragazzo loquace, alticcio e preso bene, cerca di convincermi a tutti i costi ad andare con lui per una serata indimenticabile; mentre Rocco, già ubriaco, si chiude una mano nella portiera della macchina che non si apre più, restando lì in piedi singhiozzante e immobile; mentre il buio avvolge tutto e “Panini” diventa l’unica ragione per cui essere lontano non significa essere persi, il piccolo uomo con i baffi mi racconta della sua vita passata. E io ripenso ai fantasmi.
Viveva a Torino, c’era rimasto tanti anni per lavorare, e stava bene, fino a quando dei miei paesani lo hanno costretto a fare una cazzata. Gli chiedo chi fossero questi miei paesani, un po' innervosito nel vederlo così sicuro sulle mie origini. E a quanto pare si riferisce a dei miei strettissimi congiunti di Corleone, che avevano trattato poco bene non so se sua madre o sua sorella, o la moglie, o la figlia. Vabbè non mi ricordo, comunque una femmina di primo grado.
Fissandomi con gli occhi ingigantiti dagli occhiali spessi mi dice di un crescendo di provocazioni, dei giorni che si sovrapponevano, della periferia torinese che era tutta aperta, come il far west, e della fabbrica che ti faceva essere un operaio mentre fino a quel momento eri stato solo uno che faticava. E mi racconta della dignità, che è una cosa che senti tu, e del rispetto, che è una cosa che pur dovranno sentire gli altri.
Così un giorno, dopo una discussione in cui questi uomini avevano detto, andandosene, “Poi sempre ti veniamo a prendere”, lui pensò “Ma perchè poi? Risolviamola ora, non voglio stare col pensiero”. E così si videro in un parcheggio, dove lui gli sparò, e nessuno morì.
Ancora oggi mi immagino quella vicenda come un duello, a mezzogiorno, in una zona industriale qualunque fuori città, assolata come se non fosse Torino, con la sirena di una fabbrica che fa da orologio, nessuno che dice una parola, e il primo a sparare è la persona più tranquilla con cui ho passato quella sera.

Mentre quel piccolo uomo mi racconta del carcere e del suo ritorno al sud, Salvo non la smette un secondo di parlarmi, in sottofondo, domandandomi cose e tracciando prospettive fantastiche sull’eventuale serata che avremmo fatto. Si rivolge a me senza sosta, come se non si sia accorto che sto parlando con qualcun altro. È un ragazzo gentile, buono, lasciato solo dalle strade lì intorno che pian piano si sono prese il padre e il fratello. Credo tenti di essere il più accogliente che può, ma risulta goffo e tenero, e quasi confonde la disponibilità con la costrizione. Continua a dirmi che devo bere qualcosa, dai, è sabato sera, che dobbiamo uscire e andare insieme a fare un giro, ho il motorino, ti porto a Metaponto, e le belle foto che potrai mai fare, e l’alba quando saremo tornati, sulla torre di Craco.
Onestamente ancora oggi mi chiedo la ragione del mio rifiuto. Quando in passato mi sono capitate offerte del genere sono quasi sempre andato a vedere. E spesso ne è valsa la pena, trovandomi a fare esperienze non sempre piacevoli, ma ogni volta vere, ogni volta da raccontare. Gli dico che sono in viaggio da tanto e che mi sto dedicando al mio lavoro, al mattino mi sveglio all’alba e sto bene. Non voglio interrompere questo flusso di cose, mi piace restare a lato di tutto, per questa volta. Gli prometto che la prossima tornerò con una testa diversa e ce ne andremo a bere insieme da qualche parte. Lui annuisce in solitudine, deluso, ma senza smettere di sorridermi.

La mattina dopo mi sveglio di nuovo in tenda. L’ho piazzata nel giardino di una palazzina, montata in piena notte, proprio di fronte all’ingresso. Mi avevano detto che lì potevo farlo, che non sarei stato un fastidio per nessuno. Nonostante le rassicurazioni, nel momento di aprirla ero solo, davanti ad un caseggiato popolare, a disagio, fuoriluogo.
Mi sveglio con la sensazione di non sapere davvero cosa ci sia fuori. Ho passato la sera precedente a parlare con una persona probabilmente invisibile e a convincerne un’altra di essere invisibile io stesso. Appena metto la testa fuori Rocco si avvicina, forse stava aspettando lì che mi svegliassi. Lo fisso sorpreso, è molto presto e mi chiedo se sia mai andato a dormire. Si abbassa vicino e mi dice che Salvo ha avuto un incidente in moto mentre tornava a casa quella notte. È in coma.

5 gennaio 2016

Divieto assoluto.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero.


La prima notte mi fermo nell’ultimo paese della Calabria prima della Basilicata, sulla costa ionica. Dopo aver guidato centomila chilometri di strade meridionali sono ossessionato da un’unica cosa, da un ago che mi penetra la corteccia e mi tatua nel cervello un'unica paranoia a caratteri cubitali: come diavolo si richiude la tenda Quechua che ho appena comprato? Ad aprirla è facile, lo sanno tutti, la scarti e la butti via, come quando sei bambino e Babbo Natale ti porta un maglione. Ma che cosa nasconde questa iniziale facilità? Quale subdolo inganno si pone davanti al campeggiatore di città che, appena sveglio al mattino, deve richiudere il suo rifugio piegandolo in una sacca dieci volte più piccola?
Tu, campeggiatore trentenne, che hai deciso di mandare tutto a quel paese e partire in tenda, nella libertà di un viaggio autentico ed essenziale. Tu, che ce la puoi fare a sopravvivere da solo, senza nemmeno Airbnb, viaggiando in macchina e fermandoti dove vuoi. Tu, che meno male che c’hai Google Maps sul cellulare e che esiste Decathlon a venderti cose per fare il campeggiatore abusivo senza troppi pensieri. Perché ok con questa storia di Into the Wild, ma piano piano. (Che poi, a pensarci bene, è proprio il motto di Decathlon: “Va bene fare Into the Wild, però senza menate”). Tu, che ti affidi ad una tenda che si monta da sola e che non ti richiede nessuna esperienza, nessuna competenza e ti permette pure di decidere dove dormire quando ormai è buio. Ecco, tu, cioè io.

Insomma, guido e sta facendo buio (non è vero, mancano ancora due ore ma io preso dall’ansia decido che sta facendo buio) e quindi, visto che tutto sommato sono molto vicino a dove ho appuntamento domani, decido di fermarmi, sul mare.
E quindi il fatto che sia l’ultimo paese della Calabria prima della Basilicata è un caso, non una scelta. Potrebbe sembrare una cosa romantica, visto che la mia meta è proprio la Basilicata, il suo territorio, il suo isolamento, il suo non esistere. Potrebbe sembrare una scelta appassionata, fermarmi per la notte prima di cominciare tutto, proprio nel punto prima che tutto cominci. E invece no, è successo a culo, però lo scrivo lo stesso.
A Rocca Imperiale c’è un’enorme spiaggia di sassi, chiusa tra il mare e una piccola pineta. Non c’è quasi nessuno e la pineta sembra proprio il posto giusto per provare il mio essere campeggiatore di città.
Fermo la macchina, scelgo il posto più adatto e mi sento gasatissimo, perchè è proprio perfetto, comodissimo, all’ombra, appartato ma non troppo lontano dalla civiltà e sotto un cartello piccolo ma chiarissimo: divieto assoluto di campeggio. Cazzo.
A parte il fatto che vorrei capire quale sarebbe poi il divieto relativo di campeggio, ma comunque non è questo il caso, questo è un divieto assoluto, evidentemente. Non si scappa. Se monti la tenda in un posto del genere, o anche se lasci che si monti da sola, come nel mio caso, infrangi una legge, una norma esplicita.
Mi guardo intorno e continua a non esserci nessuno. Mi prendo le mie responsabilità e decido di essere un criminale a Marina di Rocca Imperiale.

Scarto la tenda, la lancio e non succede niente. Ammetto di averla lanciata anche con un pò di paura, come quando accendi un petardo. E come un petardo difettoso la tenda vola a terra e non si apre, non scoppia. Mi avvicino e gli do un calcetto con la punta della scarpa. Niente. Allora mi abbasso e la aiuto, e lei, inizialmente timida, si apre davvero. Una volta che è completamente aperta e meravigliosa arriva finalmente l’attesissimo momento che aspettavo da quando l’ho comprata, poche ore prima in un Decathlon a Milazzo: la devo chiudere. È questo il banco di prova, ed è una prova che devo vincere subito, anche perchè non voglio rischiare, la mattina successiva, di aumentare il ritardo in cui già sicuramente sarò, e di trovarmi costretto ad infilare la tenda intera e gonfia sul sedile posteriore della Kia, per poi scappare verso l’Ente Nazionale Energia Atomica sollevando tutta la polvere di quella strada senza asfalto. Oddio, a pensarci sarebbe una scena bellissima.
No no, la devo chiudere comunque. La devo chiudere istintivamente, senza pensarci. Niente. La devo chiudere seguendo le chiarissime vignette d’istruzioni allegate. Tipo quelle che si trovano in aereo e che ti invitano a farti di colla in un sacchetto, scalzo, mentre si accendono tutte le luci intorno e poi tutti sullo scivolo! Impossibile. La devo chiudere guardando un video per deficienti su youtube, e alla fine ce la faccio.

La guardo lì per terra e rifletto di tutta questa mi urgenza a capovolgere una cosa facile. Ti viene davanti una cosa facile e tu subito vuoi il rovescio. Perchè io forse ho sempre preferito pensare che ogni rovescio ha la sua medaglia.
E quindi è bello pensare che una tenda che si richiude in maniera apparentemente molto complicata la apri subito.
Come se il senso di tutto, da quando l’ho comprata quella tenda non fosse davvero il semplificarmi le cose, ma vedere se davvero riuscivo a non complicarmele.

Nel cuore della notte non so per quale ragione mi sveglio, e direi quasi completamente addormentato vedo un’ombra intorno alla tenda.
Fuori c’è la luna, o qualche lampione, o non lo so e non me ne frega. Però vedo quest’ombra che passa vicino e sento le pietre che sfriggono sotto i passi leggerissimi di qualcuno. E penso se sia il caso o meno di cagarsi addosso. L’ombra a quel punto, proprio mentre sto decidendo, scuote la tenda, più o meno in un angolo, e sembra lo faccia come se fosse un tamburello, facendo un rumore cupo di nylon. Protendo quindi per la mozione caghiamoci addosso e inizio ad agitarmi, innervosirmi. Accendo la torcia, lancio due voci verso il fuori di quel guscio piccolissimo che mi separa dalla notte, fuori da quella crisalide che fa finta di proteggermi con tutte le sue forze, quando in realtà mi sta solo nascondendo il mondo tutt’intorno. Dopo tutto è la sola protezione che mi può offrire, con rammarico.
Nessuno mi risponde e decido di uscire fuori, qualche minuto dopo. Giro intorno alla tenda come se qualcuno potesse nascondersi lì dietro, ma inspiegabilmente non trovo nessuno. Controllo e il mare è sempre lì nonostante il buio, si sente. Me ne torno a dormire e penso se valga così tanto la pena dare tutta questa fiducia al mondo intorno, affidarsi così tanto a un insieme di cose che tutto sommato non ha nessuna ragione per volerti bene.
La mattina dopo, mentre ormai, espertissimo, mi accingo a ripiegare la tenda, vedo che il punto in cui era stata scossa era bagnato. Mi abbasso per guardare meglio e intuisco che non è acqua. Prendo un fazzoletto, ci asciugo il telo e me lo avvicino alla faccia, capendo finalmente ciò che la crisalide mi aveva saputo soltanto nascondere senza impedire che succedesse. Un cane è passato, si è avvicinato, ha annusato gli alberi tra cui dormivo, ha annusato il rifugio impermeabile che mi raccoglieva e ha pensato bene di pisciarci sopra, come piscia ogni mattina sugli angoli di tutte le case che incontra.
Si è trattato certamente, penso, di un cane calabrese che passa le notti segnando i confini del suo territorio, per poterlo riconoscere e proteggere. Oltre quelle urine inizia un mondo sconosciuto.

2 gennaio 2016

Uscire pazzi.


Lo scorso giugno sono uscito pazzo.

È bene notare che ci sono molti modi in cui qualcuno può impazzire, e molte manifestazioni che da questi derivano. E ci sono chiaramente anche molti modi per dirlo. Si può diventare pazzi (cambiando il proprio atteggiamento in maniera più o meno permanente), si può andare pazzi (provando una fortissima passione, quasi cieca, per qualcuno o qualcosa), si può fare il pazzo (quando ti incazzi così tanto che quasi perdi la ragione), e via così. Ed è bene notare che, in mezzo a tutta questa varietà di espressioni, io pazzo ci sono proprio uscito.

E uscendo ho messo i ferri alle finestre, ho chiuso il gas, ho preso un taccuino, ho cercato di ricordarmi dove avevo parcheggiato e me ne sono andato in Basilicata, che è sempre stato un luogo in cui volevo andare quando impazzivo. Ci sono stato due settimane o poco di più, a luglio, quasi sempre solo, girando parecchio luoghi che avevano a che fare più con la fantascienza che non con la quotidianità. O almeno questo è quello che ho deciso. Ho visto deserti e calanchi, centri di geodesia spaziale, osservatori astronomici nel buio pesto, villaggi completamente abbandonati, luoghi di confino ed enormi allevamenti di farfalle tropicali. Poi ho visto anche altre cose, ma forse quelle erano vere, quindi non le ho fotografate.

A distanza di mesi ho cercato di mettere insieme i ricordi di quell’esperienza e sono venuti fuori alcuni piccoli testi che pubblicherò qui sul blog.

Come al solito niente di quello che si trova pubblicato qui può con sicurezza ritenersi vero (nemmeno questa frase), e i brevi diari che seguiranno non saranno di certo un’eccezione. Dopo tutto non è importante che qualcosa sia vero per viverci dentro. Basta pensare alla Basilicata stessa, un luogo che, secondo moltissime persone, trova il suo senso nel non esistere (pur rimanendo questa soltanto una congettura). Per me è diverso, zero congetture. Io c’ho passato del tempo e ho vissuto quei luoghi nel profondo, e alla fine posso serenamente dire che, di quell’inesistenza, c’ho le prove.

Ogni martedì, per le prossime settimane, sarà pubblicata una puntata di “Questo posto non esiste” su Bloggaccino. Bello chi legge.


Link ai post:

1 - Divieto assoluto
2 - Fantasmi
3 - Mondo Lepre
4 - La cupola
5 - Sigarette Jedi

31 dicembre 2015

C'eravamo tanto armati.

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(Questo pezzo è uscito su Medium il 22 Ottobre 2015, ma a quanto pare l'ho scritto sempre io, quindi da oggi è anche qui)
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La guerra fredda è finita, e da tempo siamo tutti ritornati al calore delle guerre di sempre.
Ormai è da tanto che non si può più fare la guerra dove non muore nessuno, o dove si fa finta che non muoia nessuno. Si è dovuto tornare al tran tran quotidiano, alla routine dei missili lanciati e dichiarati. Tutto quello che è successo subito dopo la caduta del muro di Berlino dev’essere stato, nel mondo militare, come un lungo lunedì mattina dopo che ti ha mollato la ragazza. Un lunedì mattina in cui si torna, senza essere veramente pronti, ad una vita consueta, conforme, mediocre. In cui si rientra nello stesso ufficio di sempre, con la stessa tappezzeria, le stesse pratiche, gli stessi piani di volo classificati, nessun nemico da poter chiamare tale e migliaia di depositi munizioni pieni. La guerra fredda è finita, e dobbiamo farcene una ragione.
Proprio nel tentativo di farcene una ragione arriva in pompa magna un’esercitazione colossale della NATO, che qualcuno (gli americani) annuncia come la più grande dalla caduta del muro di Berlino, qualcun altro (il Media Center NATO, che poi alla fine so sempre americani) dice la più grande da 13 anni, e qualcun altro ancora (tutti quei pochi che non sono americani) non dice niente, forse perché una parola è troppa e due sono poche.
L’Alleanza Atlantica ha deciso l’anno scorso di rinforzarsi, integrarsi, e crescere, per far fronte al clima di enorme tensione e di pericolose minacce che si sta creando con la sua ex.

Gli U.S.A. e l’Unione Sovietica una volta si facevano la guerra con lo sguardo, in silenzio e in punta di piedi, con la paura di far partire qualche missile atomico per sbaglio. E tutte queste occhiatine, questi ammiccamenti, tutto questo flirtare da lontano e da vicino hanno sempre funzionato, con equilibrio, tanto che abbiamo ancora un pianeta su cui vivere, grossomodo.
C’è da dire che in quegli anni, però, i vertici americani e quelli sovietici stavano lì a desiderarsi e a soffrire, in tutto questo gioco di guerra non guerra, come una coppia di innamorati sedicenni costretti dal pudore delle proprie famiglie a non fare l’amore. Va bene, ok, siamo qui a guardarci storto senza fare niente perchè altrimenti poi finisce che estinguiamo il genere umano… però che palle! E fu proprio questo che palle che col tempo portò il loro rapporto a logorarsi, i sentimenti a cambiare, sbiadire, e la tensione — una volta altissima — a scendere. E tutto, inesorabilmente, finì.
È stata dura lasciarsi alle spalle così tanto. È stata dura reinventarsi da zero, ricostruire una propria identità senza quel riferimento che tanto li aveva fatti crescere insieme. Certe cose non si dimenticano, e così arriviamo ad oggi.
Dopo più di 25 anni gli americani e i russi hanno capito che i missili atomici ormai non partono più. In fondo li hanno sempre comprati per tenerli lì, ad evitare che gli altri usassero i propri. E si sono resi conto, finalmente, che passare la vita aspettando di usarli è una perdita di tempo, e di opportunità. Si può tornare, invece, molto prima insieme, a farsi fare l’amore dalle infermiere, a farsi una guerra come tutte le altre, quella che ti spari e ti dai fuoco a vicenda, quella che invadi e bombardi, senza necessariamente arrivare alle armi definitive.

Secondo me si sono telefonati e si sono detti:
- Ehi…
- Ciao.
- Come stai?
- Mmh, bene, direi bene. Tu?
- Sto bene, un po’ in recessione, ma ok.
- Non ci sentiamo da un sacco…
- Sì lo so, è tanto tempo, e in effetti per questo ti ho chiamata.
- Immaginavo.
- È una situazione molto strana, risentirti. Cioè, sono un po’ nervosa, ma in effetti non mi sento veramente a disagio.
- Mi devi dire qualcosa?
- Non lo so… è che in tutto questo tempo… è stato difficile. Cioè, io lo so che non è cambiato niente da Berlino, ma in questi anni ho provato a convincermi di sì, che era diverso, che non eri più importante.
- Sì, capisco. È brutto quando tutti quelli intorno ti dicono che è finita, che devi guardare avanti, ma tu sai che non vuoi.
- Esatto! E da quel giorno non ho più potuto nemmeno considerarti esplicitamente nemica, e non sai quanto ci ho sofferto.
- Anche io.
- …
- …
- Magari potremmo ricominciare. Cioè, tutta quella storia delle testate atomiche rimane sempre valida…
- Sì certo, quelle non le toccherei.
- Già. Però è stata molto pesante. Cioè è bellissima, ma in qualche modo ci immobilizza. Io voglio vivere di te in un modo nuovo. Io ti voglio fare la guerra, ancora.
- Sì, anche io lo vorrei tanto. Ci dev’essere un modo per ritrovarsi senza arrivare a quegli estremi, a quelle discussioni senza ritorno…
- C’è un modo, di sicuro. Perché sento che la nostra voglia di romperci il culo è comunque più grande dei limiti che ci siamo dati. E non sta scritto da nessuna parte che non ce lo possiamo rompere lo stesso, quel culo, senza infrangerli, quei limiti.
- Sì, ma ne saremo capaci?
- Non lo so. Ma in queste cose, sai, bisogna sempre seguire il cuore.
- Ehi…
- Dimmi.
- Mi manchi.
- Anche tu.
Così questa nuova consapevolezza si manifesta addestrandosi ed esercitandosi ad essere pronti e reattivi per l’eventuale inizio di un prossimo conflitto. E questa preparazione, dal lato NATO, si chiama Trident Juncture 2015, la più grande esercitazione militare da quando dicono loro, con trentasemila uomini, trenta Stati coinvolti, una sessantina tra navi e sottomarini, e una cosa come centocinquanta aerei ed elicotteri. Tutti con l’obiettivo di distruggere le armate rosse (n.b.: se le armate non sono presenti nel gioco, se le armate sono possedute dal giocatore che ha l’obiettivo di distruggerle o se l’ultima armata viene distrutta da un altro giocatore, l’obiettivo diventa conquistare ventiquattro territori).


Tutto si svolge in questi giorni tra Italia, Spagna e Portogallo, che mettono a disposizione le principali location per le varie attività. Fino ad ieri, per le scorse due settimane, è andata avanti una prima fase, principalmente strategica e di pianificazione. Da ieri si è partiti col movimento truppe, le attività aeree, gli sbarchi anfibi, i paracadutismi, il tiro al piattello, la caccia alla volpe e altre cose che tutti noi in fondo vorremmo andare a vedere.

Un paio di giorni fa sono stato alla base aeronautica di Birgi, Trapani, dove c’è stata la giornata inaugurale dell’esercitazione. Mi aspettavo di non vedere molto, in fondo era solamente un’insieme di conferenze stampa, inni, fanfare e sorvoli aerei. Devo ammettere che, tutto sommato, non mi sbagliavo affatto.
Anche se i livelli di sicurezza erano molto alti e la presenza di fucili con dei soldati dietro era continua, la percezione era comunque di non essere in un luogo dove stesse accadendo qualcosa per davvero. Nemmeno una vera esercitazione, intendo. In queste situazioni, voglio dire, in questi giorni aperti ai media, il centro di tutto non sono nient’altro che i giornalisti. Tu sei il loro obiettivo della giornata, la loro attività principale, il che è paradossale perchè dovresti andare lì a vedere e raccontare quello che stanno facendo. E quello che stanno facendo sei tu.


Dopo essere stato perquisito all’ingresso vieni fatto salire su uno di tanti bus che portano i giornalisti in vari luoghi di questa base gigantesca, e in ogni momento sei in un tour dal protocollo rigidissimo, tempi definiti al minuto, luoghi recintatissimi e sorvegliatissimi, e ti vengono promesse enormi attrazioni. Tipo Jurassic Park, in effetti. Solo che le attrazioni in questo caso sono robe tipo il Sottosegretario alla Difesa, o i vari Generali e i Capi di Stato Maggiore, oppure un sorvolo di aerei in formazione che disegnano nel cielo la scritta “Forza Juve”, o una serie infinita di caccia da combattimento in mostra, oppure — quello che mi sa costituiva l’analogo del tirannosauro — il vice segretario generale NATO, l’ambasciatore Alexander Vershbow, che poi sarebbe uno di quelli che non fa paura, almeno finchè non parla. E in questa occasione deve parlare un sacco.
“Siamo molto preoccupati della crescita militare della Russia. Le concentrazioni crescenti di forze militari a Kaliningrad, sul Mar Nero e ora anche nel Mediterraneo Orientale pongono in effetti alcune ulteriori sfide che bisogna prendere in seria considerazione, visto l’impegno che stiamo assumendo nel difendere ogni alleato da ogni tipo di minaccia. […] Alcuni esperti discutono della cosiddetta capacità Anti-Access/Area Denial che la Russia sta sviluppando. E questo è in effetti un fattore chiave nello stabilire quando sarà necessario sia difendere un paese alleato, sia dissuadere la Russia anche solo dal pensare azioni aggressive contro la NATO”.
E quando, immediatamente dopo queste parole, viene chiesto al Vicesegretario Nato una spiegazione sullo scenario immaginato per questa esercitazione (un grande paese nemico che occupa un piccolo membro dell’Alleanza), e sul perché è così difficile ammettere che questo grande paese sia la Russia, lui, dopo aver negato tutto il negabile sull’identificazione dell’aggressore fittizio, aggiunge:
“Questo non vuol dire che alcune delle minacce che stiamo considerando e per cui stiamo testando le nostre forze non siano analoghe alle sfide che affronteremo… uhm, affronteremmo!, se avessimo un conflitto con la Russia”.

Alla cerimonia di apertura sono stati invitati diversi osservatori esterni. Ci sono ad esempio delegazioni da Messico, Brasile e Colombia, come sono presenti anche diversi rappresentanti di industrie belliche (a proporre immagino l’ultimo aggiornamento di missile a lungo raggio, il modello 6s, che fa esattamente quello che faceva il 6, solo che è più potente, più sottile e più leggero e costa il doppio).
E poi in un angolo, tra gli altri invitati, c’è anche la Russia, appoggiata al muro e tutta impegnata a nascondersi sotto il cappuccio della felpa, alle spalle di persone e telecamere. È venuta, ci ha pensato fino all’ultimo se esserci o meno, e alla fine è lì. Defilata, ha passato tutta la mattina confondendosi timida tra i tanti giornalisti e visitatori. Ma quando in quel momento si è sentita nominare, quando ha ascoltato quelle parole che davanti a tutti non potevano suonare più esplicite di così, si è sciolta dentro. E commossa nel fondo della sala si è abbandonata ad un sorriso emozionato e libero, mentre gli occhi, inarrestabili, si gonfiavano di lacrime.