26 luglio 2014

Vivo al di sopra delle mie possibilità.


Sono rimaste sole nella vita, si accompagnano l’una all’altra e si sostengono a vicenda come tutte le zitelle di quartiere.
Le mie possibilità si lamentano che quando faccio l’amore loro sentono tutto. Si lamentano che non devo mettere la lavatrice ad ora di cena, che è quando guardano il telegiornale e do fastidio. Che torno a casa troppo tardi e quando salgo le scale di notte faccio rumore. Si lamentano che potrei fare molto di più e allo stesso tempo che faccio più di quello che potrei.

- E poi giovanotto lei quando fuma sul balcone ci fa cadere tutta la cenere sui panni stesi, e anche quella volta che ha fatto la cena in terrazza con tutta quella gente, ne vogliamo parlare? I suoi amici sono dei barbari, giovanotto!
Dicono così, ogni volta che le incontro sotto casa. Io faccio quello gentile, ma tutto sommato mi rendo conto che le ignoro, e se ne rendono conto pure loro. Alla fine ci vogliamo bene così, loro cercano di farsi sentire e basta, che forse nessuno in vita loro le hai mai ascoltate per davvero. Tutti devono essere andati sempre oltre, le hanno tenute in considerazione solo per poterle superare, per avere un riferimento da ignorare, una regola da dimenticare. E così io me le immagino piene, in fondo, di rassegnazione e rammarico.
- Io le do un consiglio, anzi glielo diamo tutte quante insieme questo consiglio, giovanotto. Si renda conto che non può continuare così, ci stia a sentire. Noi la sentiamo che si sveglia tardi e non va mai a dormire, la sentiamo che ancora non ha messo la testa a posto, giovanotto.
- Dal piano di sotto?
- Dal piano di sotto si sente tutto, e noi la sentiamo che non sta lavorando.
- Mi sentite che non sto lavorando?
- È inutile che fa quella faccia, lo diciamo per il suo bene. Lavorare è un dovere, e si fa in un modo preciso, non come a lei. Non si lavora senza uno stipendio, senza un posto di lavoro e senza ferie. Se lei non si può prendere delle ferie vuol dire che è sempre al lavoro, oppure che in ferie ci vive.
- Ma vedete, io non credo di voler lavorare per potermi prendere delle ferie.
- Ecco, appunto! che ci fa qui a Palermo?
- L’erasmus.
- Faccia poco lo spiritoso, guardi che mia cugina ha studiato latino pure lei, e adesso fa l’insegnante al nord, non è che è venuta in Sicilia. Che il latino in Sicilia non si può fare. Comunque adesso telefoniamo all’amministratore e gli spieghiamo di queste sue abitudini ursus, così vediamo che dice lui. Vediamo che cosa ne pensa di tutta questa gioventù di oggi che abita ai piani di sopra, senza cura e senza rispetto.

Sono discorsi che vanno avanti da sempre, e fortunatamente in questo palazzo non c’è nessun amministratore.

22 luglio 2014

Verde sangue.


All’inizio del nuovo secolo, prima della nuova grande depressione, fui invitato a lavorare su un nuovo repertorio di immagini che potesse raccontare la città di Milano. Scelsi, insieme ai miei collaboratori, di partire dai luoghi comuni (intesi sia come spazi che come pregiudizi), dalla loro base di verità e da tutto quello che su di essa viene edificato, e di addentrarmi in ciò che ci sembrava un tema lontano dall’immaginario della città: il verde pubblico.
A quel tempo, infatti, era difficile che il sentir nominare Milano portasse a pensare al verde e ai parchi, ai boschi e ai campi. Venivano alla mente semmai immagini di aiuole e giardini, magari ben curati, ma pur sempre inserite in un tessuto iconografico fitto di industria, moda, pubblicità, televisione, finanza, cemento, nebbia.

Frequentando la città in primavera e portando avanti le nostre ricerche per tutta l’estate successiva, ci accorgemmo presto che i parchi e i giardini avrebbero dovuto partecipare, per almeno due buone ragioni, a quell’immaginario da cui erano sempre stati esclusi.
Da un lato di parchi e spazi verdi a Milano ce n’erano parecchi e a volte di molto grandi, a circondare la struttura della città in un anello perimetrale, ma anche ad abitarne il nucleo nei suoi interstizi. La mappa di quel territorio iniziò ad apparirci come una cellula, avvolta da una membrana verde, labilissima e forse discontinua, nel cui interno trovavano spazio vescicole e mitocondri dello stesso colore, quasi persi in un quel plasma di aperitivi, design e calcestruzzo in cui erano immersi.
La seconda buona ragione - e questa risulterà essere nodo cruciale, come confermarono poi i fatti accaduti successivamente  - era il fatto che il verde pubblico costituiva lo strumento per lo sviluppo di quello che fu uno degli elementi più fortemente caratterizzanti dell’identità milanese - e conseguentemente di ogni esperienza che si potesse vivere in quella città. I parchi, i giardini e affini erano difatti degli enormi e prolificissimi allevamenti di zanzare.
Nella cintura perimetrale si sviluppavano aree verdi, zone umide, rigoli, stagni e laghetti. L’idroscalo, quello che grotteschamente si era sempre chiamato il mare dei milanesi, si rivelò essere con gli anni il più prolifico incubatore di zanzare del paese. Così la membrana non era lì a proteggere da ciò che c’era fuori, ma a rinchiudere ciò che conteneva. Come una grande mangiatoia al centro di un recinto serve ad abbeverare vacche e vitelli che vi ingrassano intorno, così Milano soddisfaceva la sete dei miliardi di zanzare che trovavano nido e rifugio sul suo perimetro, crescendo e si moltiplicandosi.

Milano non sarebbe quella che è oggi senza il verde che l’ha circondata.

Proseguimmo con le nostre ricerche, semplicemente visive, inutilmente estetiche, infilandoci al tempo stesso, e di certo inconsapevolmente, in quella che gli anni successivi è diventata la storia dell’evoluzione.
La conferma, traumatica e vera, che i parchi erano lì non per le persone ma per le zanzare, è stata scoprire pochi anni dopo il ruolo della società SC Johnson & Son nelle decisioni urbanistiche della città. Ne iniziarono a parlare i giornali e la televisione. A Milano non erano il Comune, la Provincia o la Regione a decidere le sorti della mappa urbana, bensì la multinazionale dell’industria chimica che produce l’Autan. Fu lei che più o meno segretamente finanziò lo sviluppo di tutti i parchi e i corsi d’acqua della città. E fu lei che ebbe bisogno sempre di allevamenti nuovi e fertili.
Inizialmente, quando la cosa venne fuori, passò come una semplice strategia per poter vendere di più, per incrementare i profitti grazie ad una domanda sempre crescente. Più zanzare, più morsi più Autan. 
Qualche tempo dopo i fatti di cronaca portarono alla luce una verità nuova, più fredda e più nitida. Lo scopo non era tanto quello di vendere di più per far più soldi, quanto quello di poter condurre una ricerca scientifica a dir poco controversa con continui ed efficaci test sul campo.
L’Autan funzionava un po’ come un vaccino, portando chi ne faceva uso (e con l’andare del tempo sempre più abuso) ad assumere una piccola dose di quello che si tentava di sconfiggere. Un po' di veleno ogni giorno ci rendeva immuni da se stesso. E così più cercavamo di liberarci delle zanzare e della loro fastidiosa emofagia, più in realtà ci avvicinavamo ad esse lentamente, accogliendo la loro sete nei nostri geni.

C’erano prove che la SC Johnson & Son produsse e diffuse Autan per anni, convincendo i primi complottisti che fosse l’esigenza di profitto immediato a rendere i parchi enormi allevamenti. Ma ciò che c’era dietro nascondeva ragioni che ancora oggi, dopo decenni, non sono state del tutto chiarite. Sappiamo che Autan era un piano evoluzionista, che vedeva nel progresso biologico la chiave di volta del potere e della salvezza della specie. Sappiamo che era un progetto pilota condotto da un piccolo nucleo di ricerca, in origine segreto, i cui risultati furono ben più grandi di quelli che avrebbe saputo gestire. Sappiamo che a Milano le persone utilizzarono sempre più Autan, parallelamente alla crescita del numero di zanzare intorno alla città, diventando ogni giorno più simili a chi cercavano di allontanare, e assorbendo sempre di più ciò che volevano vincere, la sete di sangue.

Quando in un agosto di qualche anno dopo ci fu il primo caso di morso alla gola, a Porta Genova, tutto ci sembrò impossibile da credere, e sempre più chiaro. Ci parve ovvio, era nell’aria da tempo in una città come quella. A Milano c’erano i vampiri, e fu questo il più bel luogo comune da cui non riuscimmo mai ad uscire.

28 maggio 2014

Una moltitudine di poche parole.


A ventidue anni parto per Milano e comincio lo stage in questo posto costruito con le fotografie, in questa città costruita con le forme, e appena arrivo tutto mi sembra superficie. Il posto dove lavoro è una grande agenzia di fotogiornalismo, un mondo sconosciuto e perciò entusiasmante, pieno di gente che incontri in pausa pranzo e parla di cose che non sai e che puoi imparare solo pian piano. E quando non è pausa pranzo si lavora e si parla di cose che non sai e che devi imparare veloce veloce. Lì imparo anche il nome delle cose che mi circondano, tutte con la s: scighera, schiscetta, sciura.

Una mattina, dopo forse un mese che sono lì, arriva uno stagista nuovo. Lo vedo altissimo e biondissimo, con gli occhi chiarissimi. Forse non erano nemmeno così chiari, ma io lo vedo proprio vichingo. Ok, questo ha vinto, penso. Se è vera la storia che in queste situazioni bisogna farsi vedere, competere per emergere, lui è già lì, è finita. Sembra il giovane Thor e io a confronto Lello Arena.
La storia non è vera e la competizione non c’è, meno male. Il ruolo che abbiamo ci porta a stare insieme spesso e scopriamo subito che stiamo bene l'un con l'altro. Mi prende in giro che non so pronunciare la z di alcune parole (tipo zanzara o calzino, non l'ho mai capito), e io a lui, che parla come una pubblicità di Radio Nord Giovane. Raga, stizza, bella, sbatti, benza. Già dai primi giorni ci raccontiamo quanto siano forti alcuni dei lavori che vediamo in quel posto, e quanto potrebbero essere migliori altri. E in quel pensarli migliori, in quel confidarci che potremmo forse immaginarli diversi, più belli, diamo vita senza dircelo ad una consapevolezza, un percorso. Ne iniziamo a parlare tanto, anche se non abbiamo ancora né l'esperienza, né gli strumenti per capire veramente come fare. E quindi spesso sono poche parole, ma tantissime lo stesso. Una moltitudine di poche parole su come faremmo e come faremo fotografia.

Nelle pause pranzo andiamo a mangiare in un parchetto, che a pensarci oggi è solo una serie di aiuole che si intrecciano non lontano dall’agenzia, e un giorno lui mi chiede se conosco Don McCullin. Io rispondo boh, forse. E lui mi dice eh boh pure io, però ho trovato la sua biografia da qualche parte e ho cominciato a leggerla. Per giorni continua a parlarmene, ad ogni pausa pranzo, mentre facciamo strada verso il parchetto, quando siamo lì e mentre torniamo indietro. Mi dice di quanto siano incredibili le sue foto e di quanto, forse ancora di più, le esperienze che ha fatto per scattarle. Ascolto e inizio a pensare che non si tratta di qualcosa di così forte per me, la missione del fotogiornalista io non la vivo, non la sento in quel modo lì. E penso anche, senza dirglielo, che è un ragazzo troppo alla mano, troppo simpatico, per voler fare veramente certe cose. Cioè dai siamo qui che ci diciamo un sacco di cazzate e scherziamo e ci troviamo bene, davvero avresti voglia di seguire quella strada? Qualche anno dopo, così come mi rendo conto che Milano esiste anche oltre la sua superficie, capisco che per fare fotografia di conflitto non devi necessariamente essere uno stronzo. E quindi la risposta a quella domanda sarebbe stata sì, e sarebbe stata certamente la risposta giusta.

Andy e io passiamo un bel pò di tempo insieme quella primavera. Vediamo insieme le mostre e i festival di fotografia, e quando è maggio pieno andiamo a Pianello Valtidone, un posto lontano anni luce da Milano, nonostante ci si arrivi in poco più di un’ora. Mi sembra che mi ci porta proprio lui lì, dice andiamo a vedere che c’è Alex Majoli che sta mettendo su qualcosa. E quando arriviamo c’è effettivamente Alex Majoli che, altissimo, sta mettendo un sacco di roba nella sua vecchissima mercedes, e c’è anche un altro tipo che non so ancora chi è. È altissimo pure lui. A vederli tutti e tre insieme sono tutti altissimi, sul serio. Penso cazzo, Lello Arena. Majoli sta partendo per andare a Cannes, al festival del cinema, per un commissionato lì, a fotografare non so cosa. Ad un certo punto molla quello che sta facendo e si siede su una sedia di plastica in mezzo all’asfalto che c’è davanti a questa sorta di officina vuota, o rimessa o open space. Parliamo insieme di un pò di cose, di quello che vogliamo fare, di quello che è necessario e di quello che sembra giusto. Lui è un tipo strano e carismatico, con le idee chiare. Ci dice roba che sembra presuntuosa e provocatoria e che solo dopo qualche tempo capiremo essere la verità.

Finita la primavera io e Andy iniziamo a vederci più di rado. Lo stage finisce e noi prendiamo strade che pian piano si separano e ci portano a sentirci sempre meno e a rivederci poi solo per caso. Lui continuerà a frequentare e vivere quel posto, mettendo su uno dei collettivi più belli.

Quell’estate finiscono un pò di cose di cui mi accorgo, ma finisce soprattutto qualcosa di cui non mi accorgerò fino all’altro giorno. Quell’estate finisce l’inizio. Il primo passo, il primo pezzetto di una strada che poi si continua altrove, distanti, ognuno giustamente e serenamente per sé. Finisce quel momento in cui vuoi capire la direzione, scegliere sempre di più chi stai diventando e di che cosa vorrai entusiasmarti di lì a qualche anno. Tutto questo finisce lì, e diventa memoria. Ed è bello averlo condiviso con qualcuno che è poi diventato un grande fotogiornalista per davvero.

08 aprile 2014

Palermo / Palermo, solo andata.


L’aereo decolla in orario, sono le otto di mattina e io mi sono svegliato alle cinque. Non so bene per quale ragione, ma quella mattina decido di non bere caffè prima dell’arrivo a Napoli, forse per non rovinarmi il sonno in volo. E quindi niente caffè. Tanto, penso, arrivo a Napoli alle nove e faccio colazione con un cornetto cremamarena. Già me la pregusto e dico vabbè dai, niente caffè per il momento, e mi infilo nell’aereo subito subito, come a voler accelerare i tempi, prendo posto e quello parte.
Dopo una mezzora di volo mi sveglio e penso cazzo mi sono svegliato. Ho pure sacrificato una colazione e nemmeno riesco a dormire come si deve; poi finisce che arrivo a Napoli stanco, pranzo in famiglia e mi alzo da tavola catatonico, mi metto in macchina per andare a L’Aquila e mi viene sonno. Così penso che va a finire, ma non va così.
Infatti mentre mi struggo per il caffè che sarebbe potuto essere, mi accorgo che il mio risveglio apparentemente inspiegato era dovuto a delle virate un pò importanti che l’aereo stava facendo. Così importanti che inizio a chiedermi se il pilota sia a conoscenza della rotta. Per andare a Napoli basta che vai sempre dritto, lo sanno tutti, e non finisce di pensarlo che il pilota risponde:

“Signori passeggeri, è il comandante che vi parla. Abbiamo riscontrato un malfunzionamento al velivolo che ci costringe a tornare indietro e atterrare a Palermo. Sono davvero spiacente, una volta atterrati cercheremo di risolvere il problema quanto prima e di portarvi a Napoli nel più breve tempo possibile”.

Già quando parla il comandante uno un pò si caca sotto a prescindere, diciamoci la verità. Ma la paura in effetti non era tanta, piuttosto era tanto lo sconforto per essersi alzati presto, per aver preso un aereo, per aver effettivamente volato, e per trovarsi alla fine di nuovo al punto di partenza senza aver risolto nulla. E ancora siamo a metà storia.

A questo punto cominciano ore infinite che nessuno vorrebbe vivere, figuriamoci se le vuole sentire raccontate. Una mattinata ad aspettare notizie sull’aereo rotto, sul tecnico che lo deve aggiustare, su un altro velivolo che deve arrivare sailcazzo da dove a prenderci e portarci a Napoli, e l’assistenza e i rimborsi, e andiamo a fumare al di là dei controlli di sicurezza prendendoci due tumori alla volta (uno con le sigarette, l'altro con i continui raggi x), e i documenti, il tentativo di andarsene, e poi l’epopea che ognuno di noi ha affrontato e la vita che ti aspetta arrivato a destinazione. Un CPT insomma.

Alle tredici si riparte, finalmente. L’aereo nuovo non è arrivato ma il tecnico ha aggiustato quello vecchio, ha firmato i documenti giusti e ha detto che mi posso andare a prendere sto cazzo di caffè a Capodichino (che nel frattempo, per principio, ancora non mi sono preso).
Decolliamo in mezzo ai sorrisi, al maltempo e alle prese in giro all’equipaggio. Gli assistenti di volo sono gli stessi, il pilota è cambiato, che a quanto pare quello di prima c’aveva da fare. C’è un tipo seduto dietro di me che quasi vuole aprire la cassata che ha con sé, per celebrare la convivialità che si è creata tra tutti. Poi non lo fa, che tanto tra un’ora se la mangia a Napoli con gli amici suoi.
Mi metto le cuffie con della musica qualunque e penso che a sera racconterò a tutti questa cosa. Non provo nemmeno a dormire, e passa mezzora. L’aereo vira a destra un pò. Poi di nuovo e non si raddrizza. Mi tolgo le cuffie e guardo fuori, poi cerco con gli occhi il tipo incravattato che all’inizio ci aveva fatto il balletto di emergenza.
A quel punto si sente la voce. È un altro pilota, parla in inglese, la maggior parte della gente non afferra subito le parole, ma tutti insieme capiamo immediatamente il senso.

“Ragazzi sono il comandante, quello nuovo. E mi sa che sono pure l’unica cosa nuova di questo aereo. Si è scassato un’altra volta. Veramente. Mi dispiace un sacco ma se non torniamo a Palermo poi se la pigliano con me. Non mi pare niente di grave, però una grattata di coglioni io me la farei comunque.”

Brusio. Silenzio.
Non so bene come reagire, sembra un incubo a spirale, mi guardo intorno e vedo che non lo sa nessuno. Ci dicono che è un guasto all’impianto di aerazione, insomma niente di pericoloso secondo loro. A me invece viene subito pensare che l’aerazione è una cosa fondamentale per un aereo, almeno quanto la navigazione lo sia per le navi, e la trazione per i treni. Senza l’aerazione che aereo è? Sono le basi della fisica meccanica. Ad ogni azione corrisponde un’aerazione. L’aerazione è il discrimine tra la vita e la morte, se sei in cielo l’aerazione è dio. Cerco proprio di avere una crisi di panico, ma sfortunatamente per questo blog non ci riesco.
Ma ti pare che ci mettono sullo stesso aereo con lo stesso difetto? E poi sto tecnico chi l’ha chiamato, ma chi è? Non c’è nessun tecnico, ecco la verità, nessuno c’ha messo le mani secondo me. Ci hanno dato un altro pilota apposta, sperando che non si accorgesse di niente. Magari speravano si facesse tutto il viaggio senza notare la spia rossa col teschio che lampeggiava sul cruscotto, e invece alla fine se n’è accorto e fa una manovra di atterraggio che ci fa essere a Punta Raisi in dieci minuti. Scende talmente tanto veloce che l’unica cosa che mi mantiene alla poltrona è la cintura di sicurezza. Si capisce che il pilota c’ha fretta di tornare a terra, non fa niente il maltempo, i vuoti d’aria, l’aerazione, la cassata, il caffè non preso. Dobbiamo tornare subito.

In generale a bordo ci sono lamentele contenute, sorprendentemente. All’inizio credo sia perchè l’aereo è pieno di gente (napoletani e palermitani) che ha fatto dell’ineluttabilità la base di una vita serena, una sorta di zen impanato e fritto. Come si dice “siamo sotto il cielo”. Ma qui non vale, sotto il cielo non ci siamo più; adesso, una volta tanto, ci stiamo proprio in mezzo a quel cielo, e qui evidentemente l’ineluttabilità non basta. Credo che inizi a prevalere piano piano la paura che tutto questa situazione sia qualcosa da risolvere al più presto, e quindi è meglio se per il momento si fa come dicono loro, poi appena stiamo coi piedi per terra facciamo come diciamo noi. Quindi poche lamentele, chi ha qualcosa da dire non lo fa, trasformando tutto in rancore da tirare fuori al momento giusto - poco dopo, in aeroporto, dove tutta la vernacolarità del mediterraneo prenderà forma - quando qualcuno chiamerà la stampa e qualcun altro la polizia.

Il 6 aprile è stato il quinto anniversario del terremoto di L’Aquila e pensavo fosse giusto andarci. È una città che ho conosciuto negli ultimi anni perché ci ho lavorato, iniziando una ricerca che forse non ho ancora finito. Mi ci sento legato e tenuto a distanza allo stesso tempo, come se fossi stato preso con quegli attrezzi che si usano per catturare i cani pazzi. Quei cosi con un’asta e un cappio in cima che quando ti prendono non ti permettono più di scappare, ma nemmeno di avvicinarti.

E così finisce che il 5 aprile passo una giornata a collezionare decolli e atterraggi di emergenza, voli che partono senza arrivare mai, e a non poggiare i piedi su nessun’altra terra che non sia quella di Sicilia. E a non bere mai caffè. Comincio a pensare che a L’Aquila non ci arriverò mai.

08 febbraio 2014

Plaza de Tonnos.

Foto di Luca Savettiere

A Palermo è caduto un palazzo. E fin qui, direte voi, niente di strano.

In effetti pare che non si sia stranito nessuno, in fondo è una questione di prassi. Nella maggior parte delle città si sprecano un sacco di energie e di risorse per abbattere edifici pericolanti, che invece - come si è ben capito qui - possono cadere da soli, autonomamente, in rilassatezza e senza alcuno sforzo. Non ha molto senso lavorare quando esistono la gravità e il tempo. Dopo tutto sia tempo che gravità regolano l’universo più o meno da sempre, e assecondare queste regole mi sembra sia un’ottima dimostrazione di sensibilità verso i principi della fisica (a Palermo si è molto più newtoniani che nel resto del mondo) e soprattutto della metafisica (a Palermo si dà peso al lavoro di dio e alle regole date da questi all’universo più che nel resto del mondo). Da questo punto di vista Dio qui gode di grandissima stima, avendo avviato un prodotto che poi va da solo, e rimanendo allo stesso tempo il legittimo responsabile di quell’attività. È diventato così un punto di riferimento da emulare; Dio, primo motore immobile e perpetuo, ma soprattutto immobile, ispira le giornate di moltissimi lavoratori. Motore immobile è ormai un mantra in moltissimi posti di lavoro.
Comunque, dicevo, questo abbandonarsi con fiducia alle leggi dell’universo senza avere l’illusoria pretesa di modificarle, qualcuno lo chiama senso di ineluttabilità, qualcun altro immobilismo, qualcuno ancora passività. Io credo che sia, alla fine, solo digestione lenta. Anzi, considerato il posto, digestione perpetua.

Insomma l’altra sera a ora di cena cade questo palazzo in piazza Garraffello che per coloro che non conoscono la città, si trova nel cuore della Vucciria. La Vucciria, per chi non conosce la città, ha una sua pagina wikipedia.
Nonostante la zona sia molto popolare e molto popolata, soprattutto di sera, non è successo niente di brutto brutto. “Per fortuna nessuno si è fatto male”. Io, per non sbagliare, sono sceso di casa per andare a vedere. Abito proprio a due passi, forse uno, e il mio vicolo, che di solito affaccia su corso Vittorio Emanuele, ieri sera affacciava su un raduno di vigili del fuoco e polizia, superato il quale effettivamente non c’era più un palazzo.

Passa la notte e la città reagisce, o meglio reagisce la comunità che la abita e la gestisce, isolando, senza alcun motivo apparente, la piazza in questione. In un modo considerato da molti surreale, ma che io trovo meraviglioso (frutto di una mente acutissima) si tirano su muri di tufo alti un paio di metri ad ogni accesso alla piazza. Così. Arrivano i muratori e iniziano a mettere i mattoni uno sopra all’altro, e tra i mattoni la calce, e alla fine c’è il muro, poi ce n’è un altro, poi ci sono le galline, poi tutti gli accessi chiusi, finché la piazza diventa praticamente inaccessibile. È una cosa di una meraviglia rara, proteggere la popolazione dal luogo stesso in cui abita, dalle proprie case, dal “pericolo” dei loro rifugi, alzando dei muri e creando il vuoto al centro.
- Questo luogo non è più sicuro e quindi tu giri a largo.
- E dove vado?
- Vattene a casa, vai a trovare riparo e a nasconderti dalle brutture del mondo.
- Ma casa mia sta lì, è quello il mio rifugio dalle brutture mondo.
- No, quella è una bruttura del mondo! Senti, lo facciamo per te, per proteggerti, per garantire la tua incolumità, il tuo benessere, il tuo sogno americano. Per farti sentire al sicuro quando torni a casa dalla tua famiglia.
- Ma sei scemo?
- Basta, chiamate la celere!

Andando oltre il semplicismo e la superficialità di una spiegazione che vede il Comune soltanto impotente nel ripristinare la sicurezza della piazza - per cui è meglio chiuderla col tufo, mettere dei cartelli, e se qualcuno si fa male è fuorilegge - io credo seriamente che il piano per Palermo sia ben diverso, ben più ambizioso.

Palermo ha finalmente la possibilità di essere al pari di altre città d’Europa. Si sfrutta questo evento fatale per rinascere e puntare ad essere una città nuova, una città virtuosa, una città che finalmente c’ha ragione.

Ho sempre creduto che questa città avesse tutte le carte per essere come Berlino, forse anche meglio: è una città economica, è totalmente accessibile - e intendo soprattutto nelle relazioni, nel tessuto sociale, si fa presto ad entrare nella vita della Palermo che ti interessa - gli artisti, i giovani e gli studenti si trovano una favola, puoi fare quello che ti pare, puoi essere inconcludente fino alla morte e nessuno ti dice niente, perché nessuno in fondo se ne accorge. Poi c’è tutta la storia del sole e del mare e, insomma, pensavo che Palermo potesse essere come Berlino per queste e altre ragioni. Il punto di vista dell’amministrazione comunale è invece evidentemente più storicista. La caduta di quel palazzo non è solo un crollo che ci poteva scappare il morto, è un simbolo, un segno. Disabitato e mezzo sfondato dagli anni della seconda guerra mondiale (e mai toccato da allora, pare), quell’edificio al suolo ci ha traghettato tutti, finalmente, verso il meraviglioso dopoguerra. Lasciamoci alle spalle le macerie dei bombardamenti, le icone dei fallimenti di un regime e guardiamo avanti. Da vinti, va bene, ma avanti. E se Palermo entra oggi nel meraviglioso dopoguerra e aspira a diventare come Berlino è ovvio che ha necessariamente bisogno del suo muro. Ha bisogno di un qualcosa da scavalcare, ha bisogno di essere divisa in maniera finalmente manifesta e reale. Da una parte la città moderna dei grattacieli americani di Ciancimino, dall’altra la Palermo di Ballarò e della stazione con i treni a diesel. Io da oggi in poi dovrei far parte della Palermo Est (non so ancora se per fortuna o purtroppo), abitando appena al di qua del muro. Non credo cambierà molto, considerando che la modernità occidentale in questo quartiere è sempre stata intesa in maniera piuttosto relativa, direi.

Mentre pensavo a Berlino mi accorgevo che l’idea reggeva fino ad un certo punto. Certo era un’idea valida, ma non all’altezza del motore immobile palermitano, che ti abitua subito all’inverosimile. E infatti, dopo non molto, inizia a girare la voce che, forse, la piazza non la chiudono tutta ma lasciano un accesso aperto, quello che arriva dal mare. Lì mi è stato tutto più chiaro. Niente Berlino. Se fosse vero, se murassero la piazza solo in parte lasciando un accesso libero - oltre a creare spasmi celebrali nel tentativo di capirne il senso per la sicurezza - quel luogo diventerebbe una sorta di sacco urbano, un contenitore chiuso con un’unica entrata/uscita costituita da una strada non molto larga e non molto dritta. In quel caso il piano diabolico e lungimirante che la città di Palermo ha pensato per se stessa, per svincolarsi dal passato e avvicinarsi al mondo fuori, non vedrebbe affatto Berlino come ispirazione, come punto d’arrivo. Ma Pamplona.
È ovvio e stupefacente, una rivisitazione della corsa dei tori di San Firmino, una tradizione presa in prestito dalla Spagna - tra l’altro i giorni sarebbero gli stessi del festino di Santa Rosalia, noto per analoga compostezza - ma al tempo stesso legata a ciò che è più nostro, ciò che appartiene più a questa terra e a questo mare. Già me li vedo i palermitani correre in massa dalla cala, dal mare, impauriti ed eccitati verso piazza Garraffello inseguiti da un banco di tonni incazzati e confusi. Tonni enormi e possenti come ne se ne vedono più, che travolgono tutto e tutti lungo via dei Cassari, fino ad arrivare in questo bacino enorme senza vie d’uscita, la Plaza de Tonnos, dove comincia una nuova mattanza contemporanea.

Io non lo so dove vuole andare Palermo, però mi chiedo che succede in una piazza quando la chiudi. La piazza l’hanno proprio inventata per essere una cosa aperta, per farci succedere cose che si possono vedere. Una piazza può andare bene anche vuota, ma dev’essere aperta. Se la chiudi non si capisce più. In una piazza chiusa che succede? O meglio, le cose che succedono in una piazza chiusa esistono sul serio? E dove esistono? È come una radio costruita senza altoparlante. Tu la accendi, giri i canali, magari è una radio ottima e riceve tutto alla perfezione, però boh.

15 gennaio 2014

Saluti e baci.


È ormai risaputo che quando vai a Milano per lavoro la gente che incontri non ti saluta, ti briffa. Il briefing è questa meravigliosa pratica nordoccidentale che consiste nel darti tutte le indicazioni del lavoro che stai per svolgere, i tempi, la logistica, le ragioni e le aspettative del cliente (e quelle di più o meno tutti i responsabili di tutti i settori - e dei loro familiari a ritroso fino alla quarta generazione), prima che tu possa capire veramente di che cosa state parlando. In pratica ti si dice tutto prima, e dopo di che sono cazzi tuoi, io te l’avevo detto. Il briefing, così, viene fatto passare come uno strumento che contribuisce alla chiarezza e all’efficienza della baracca, ma tutto sommato certe volte è solo un passaggio di responsabilità e ansie da prestazione - secondo la sempreverde prospettiva del fine che giustifica i mezzi, dove il fine ce lo mette chi si congeda dicendo “buon lavoro” e i mezzi chi aveva detto ancora soltanto “buongiorno”.

- Ciao, sono Roberto, il fotografo, mi sai dire dove posso trov…
- Ah, Roberto! Vieni che ti faccio vedere tutto. Allora qui è dove ovviamente ci sarà la sfilata, i modelli sono 35. Tu non lavorerai qui, ma sarai nel backstage, lì dietro. Ci sarà un po' di delirio, devi stare attento perché ci sono cose che succedono un po' ovunque e a volte contemporaneamente. Tu l’hai portata l’ubiquità, sì? Ottimo. Lì i modelli passano prima per i capelli e poi per il trucco, poi provano gli abiti, glieli aggiustano, poi fanno una prova generale che devi fotografare senza esserci, mi raccomando, poi c’è il delirio con i giornalisti del mondo, poi cacciano i giornalisti e i fotografi e i cameraman - tu mi raccomando sii bravo e non ti far cacciare con gli altri - poi si comincia e dura solo 10 minuti e poi c’è il party, tu ci vieni al party?
- Credo di sì…
- Ottimo! Ah, sappi che qui dentro qualunque cosa si muove è gay.
- Tutto quello che si muove?
- Esattamente.
- Ah ok. Ma tipo anche quel ragazzo lì che ci prova con la truccatrice?
- Non ci sta provando, è gay.
- Quel cagnolino al guinzaglio?
- Gay.
- Quel ventilatore?
- Gay.
- Quello con la maglietta con su scritto “non sono gay”
- Gay anche lui, e quella è una canottiera.
- Ma quindi sarò gay anche io… Cioè io devo muovermi, devo girare, mica posso stare fermo.
- Chi si ferma è perduto amico mio.
- Ma come? Ma sta cosa la dite pure in America? 
- Soprattutto in America.

E quasi alla fine di questa mia trasformazione da essere umano a essere briffato - e gay, necessariamente - viene fuori che in quell’occasione ci sono degli ospiti speciali. Una rock band americana che è andata in giro per quarantanni a fare il panico con la faccia pittata senza che nessuno gli dicesse niente. I Kiss.
- I KISS, si scrive tutto maiuscolo, è americano.
- Ma tu che ne sai?
- Sono americano.
- No ma dicevo che ne sai che io lo scrivo… cioè stiamo parlando… vabbè, lascia perdere…
- No, io non lascio mai perdere, sarebbe troppo facile, io vinco. Sempre.
- America...
- Già.
E la presenza di questi KISS mi farà realizzare quasi subito di non avere troppo idea di quello che sto facendo, con chi ho a che fare. In effetti non so nemmeno i nomi. Mentre tutti intorno a me chiameranno ogni singolo componente per nome, io, dopo aver provato a capire e testare dei casuali Ken, John, Mark, sarò costretto a dargli indicazioni per le foto con un approssimativo, ma funzionalissimo, "ehi tu". Insomma sì, li conosco, ma mica pensavo avessero tutto questo ascendente sul mondo. Dopotutto sono anche molto invecchiati, c'avranno quasi settantanni e senza trucco uno assomiglia a mio zio Bernardo e un altro, cosa ancora più triste, è uguale a mia zia Elena, la zia di Arezzo. Quindi mentre loro sono tutti immersi in questa atmosfera di reverenzialità, rispetto e rocchenroll (del tipo ti saluto con un inchino, poi ti faccio le corna con la mano in alto e la lingua di fuori e nel frattempo i gorilla intorno uccidono a pugni in faccia fan e giornalisti) io non potrò fare a meno di pensare che uno di loro è mio zio Bernardo con la parrucca.

Dopo la prima oretta immerso in questo posto surreale che è il backstage di una sfilata di moda (maschile, mio malgrado) mi rendo conto che la maggior parte dei volti che mi circondano non sono di carne e ossa. Sono troppo belli e troppo esili, talmente puri che finiscono con l’essere inconsistenti. Praticamente sono circondato da pagine di Vogue Uomo che camminano e si strusciano e si accartocciano stanche sul pavimento e vengono di nuovo tirate su, lisciate e messe in fila. E tutto il casino intorno è soltanto un gran fruscio di pagine, di fogli di carta. E mi chiedo quali siano le loro vite sul serio, al di là di questi origami momentanei che sono le sfilate. Cioè, ad esempio - e mi si perdoni l'ovvietà dell'esempio - ma questa gente caga? Perché a vederli così non si direbbe. Sembra non possa essere possibile che tanta bellezza, tanta purezza e tanta inconsistenza possano essere fonte di puzza, avere un collegamento, seppur assolutamente indiretto, col mondo delle fogne. È difficile da immaginare, da accettare. Io fossi in loro non lo potrei mai accettare. Ma fortunatamente io non sono il loro, sono in me, ed è da che sono entrato che ho bisogno del bagno. Avevo provato pure a chiedere dove fosse, all’inizio, e quello non mi ha fatto nemmeno parlare. Così decido di prendermi cinque minuti per me, come gli uomini contemporanei e alla moda che sanno come volersi bene, e chiedo ad una tipa ferma da una parte (quindi presumibilmente eterosessuale) dove posso trovare una toilette. In quel momento, proprio in quel momento, arrivano i KISS circondati da un circo di gente impazzita, lasciando presagire per il sottoscritto un resto di serata pieno, intenso e a tratti confuso.

03 gennaio 2014

la spiaggia cortese.


Questa casa pende. In realtà non pende tutta la casa, e quello che pende non lo fa da un lato solo. Sembra che alcuni pavimenti siano inclinati - poco - da una parte, mentre altri scendano verso il versante opposto, e se si tenta di mettere alla prova la gravità, si vede una biglia rotolare verso un angolo dell’ingresso, mentre un’altra si va a nascondere sotto il letto della mia stanza. Finisce che la gravità continua ad averci ragione, checché ne dicano i solai. È un po' come abitare nella casa di Escher, con la differenza che questa vale molto meno.
La mia stanza affaccia su quello che chiamare cortile interno, o corte, sarebbe piuttosto fuori luogo, visto che effettivamente di cortese ha ben poco. È uno spazio spigoloso e ruvido, nato alle spalle di palazzi tirati su tutt’intorno, e dà l’idea, quasi da subito, di essere lì per coincidenza. Come se avessero costruito il centro storico di questa città partendo dai prospetti dei palazzi sulle strade, e rendendosi conto dopo che dall’altro lato (dal lato che non affacciava da nessuna parte) quegli stessi palazzi avrebbero pure dovuto finire. Insomma c’era altra gente che stava costruendo altri palazzi, affacciati su altre strade, che pure avevano una schiena da dare a qualcosa. E così una volta costruiti tutti gli affacci, arretrando sempre più, ci si è ritrovati con un sacco di retri di palazzi vicini, ammassati, sovrapposti, ed evidentemente imprevisti.
Molti anni dopo sono arrivato io e tutte le mattine apro i vetri del mio piccolo balcone, trovando questo spazio a cui nessuno aveva veramente pensato, con una forma che nessuno gli ha mai dato per davvero e, cosa ancora più importante, senza alcun ruolo che gli sia stato mai attribuito - se non quello, appunto, di fine dei palazzi che nel frattempo continuano ad affacciare altrove.

In questa città le cose cominciano senza sapere come - e spesso dove - andranno a finire. Anzi, senza sapere proprio che andranno a finire. Poi quando ce ne si accorge, che finiscono, non è un gran problema, si lasciano così come sono finite. Anche se non lo sono affatto, finite. Anche se sono infinite, si lasciano. Il mare, infatti, l’hanno inventato a Palermo. E con il mare hanno inventato anche il mio piccolo balcone e l’insolito spazio su cui affaccia, che in realtà a questo punto inizieremo a chiamare spiaggia. Una spiaggia dove a un certo punto il mare si è trovato a finire, arretrando forse da cose meravigliose e terribili, da tempeste, sirene, balene e pirati. Le spalle di questo mare che di fronte non finisce mai, anche se sicuramente inizia, dove nemmeno si vede.

Scommetto che a Parigi le case del centro storico non hanno nessun dietro. O forse ce l’hanno, e magari sarà stata la prima cosa del palazzo ad essere costruita, in modo da non dimenticarsene. Immagino che a Parigi non ci sia niente che viene lasciato così per com’è, chiedendosi quale sia il principio, perché ovviamente il principio sarà sempre il punto da cui si comincia, sia esso spiaggia o tempesta. Il principio in fondo lo si può anche decidere, e così le spalle al muro, il limite oltre il quale non si può più indietreggiare, possono essere anche un punto di partenza. Dopotutto a Parigi hanno inventato la rivoluzione.