08 aprile 2014

Palermo / Palermo, solo andata.


L’aereo decolla in orario, sono le otto di mattina e io mi sono svegliato alle cinque. Non so bene per quale ragione, ma quella mattina decido di non bere caffè prima dell’arrivo a Napoli, forse per non rovinarmi il sonno in volo. E quindi niente caffè. Tanto, penso, arrivo a Napoli alle nove e faccio colazione con un cornetto cremamarena. Già me la pregusto e dico vabbè dai, niente caffè per il momento, e mi infilo nell’aereo subito subito, come a voler accelerare i tempi, prendo posto e quello parte.
Dopo una mezzora di volo mi sveglio e penso cazzo mi sono svegliato. Ho pure sacrificato una colazione e nemmeno riesco a dormire come si deve; poi finisce che arrivo a Napoli stanco, pranzo in famiglia e mi alzo da tavola catatonico, mi metto in macchina per andare a L’Aquila e mi viene sonno. Così penso che va a finire, ma non va così.
Infatti mentre mi struggo per il caffè che sarebbe potuto essere, mi accorgo che il mio risveglio apparentemente inspiegato era dovuto a delle virate un pò importanti che l’aereo stava facendo. Così importanti che inizio a chiedermi se il pilota sia a conoscenza della rotta. Per andare a Napoli basta che vai sempre dritto, lo sanno tutti, e non finisce di pensarlo che il pilota risponde:

“Signori passeggeri, è il comandante che vi parla. Abbiamo riscontrato un malfunzionamento al velivolo che ci costringe a tornare indietro e atterrare a Palermo. Sono davvero spiacente, una volta atterrati cercheremo di risolvere il problema quanto prima e di portarvi a Napoli nel più breve tempo possibile”.

Già quando parla il comandante uno un pò si caca sotto a prescindere, diciamoci la verità. Ma la paura in effetti non era tanta, piuttosto era tanto lo sconforto per essersi alzati presto, per aver preso un aereo, per aver effettivamente volato, e per trovarsi alla fine di nuovo al punto di partenza senza aver risolto nulla. E ancora siamo a metà storia.

A questo punto cominciano ore infinite che nessuno vorrebbe vivere, figuriamoci se le vuole sentire raccontate. Una mattinata ad aspettare notizie sull’aereo rotto, sul tecnico che lo deve aggiustare, su un altro velivolo che deve arrivare sailcazzo da dove a prenderci e portarci a Napoli, e l’assistenza e i rimborsi, e andiamo a fumare al di là dei controlli di sicurezza prendendoci due tumori alla volta (uno con le sigarette, l'altro con i continui raggi x), e i documenti, il tentativo di andarsene, e poi l’epopea che ognuno di noi ha affrontato e la vita che ti aspetta arrivato a destinazione. Un CPT insomma.

Alle tredici si riparte, finalmente. L’aereo nuovo non è arrivato ma il tecnico ha aggiustato quello vecchio, ha firmato i documenti giusti e ha detto che mi posso andare a prendere sto cazzo di caffè a Capodichino (che nel frattempo, per principio, ancora non mi sono preso).
Decolliamo in mezzo ai sorrisi, al maltempo e alle prese in giro all’equipaggio. Gli assistenti di volo sono gli stessi, il pilota è cambiato, che a quanto pare quello di prima c’aveva da fare. C’è un tipo seduto dietro di me che quasi vuole aprire la cassata che ha con sé, per celebrare la convivialità che si è creata tra tutti. Poi non lo fa, che tanto tra un’ora se la mangia a Napoli con gli amici suoi.
Mi metto le cuffie con della musica qualunque e penso che a sera racconterò a tutti questa cosa. Non provo nemmeno a dormire, e passa mezzora. L’aereo vira a destra un pò. Poi di nuovo e non si raddrizza. Mi tolgo le cuffie e guardo fuori, poi cerco con gli occhi il tipo incravattato che all’inizio ci aveva fatto il balletto di emergenza.
A quel punto si sente la voce. È un altro pilota, parla in inglese, la maggior parte della gente non afferra subito le parole, ma tutti insieme capiamo immediatamente il senso.

“Ragazzi sono il comandante, quello nuovo. E mi sa che sono pure l’unica cosa nuova di questo aereo. Si è scassato un’altra volta. Veramente. Mi dispiace un sacco ma se non torniamo a Palermo poi se la pigliano con me. Non mi pare niente di grave, però una grattata di coglioni io me la farei comunque.”

Brusio. Silenzio.
Non so bene come reagire, sembra un incubo a spirale, mi guardo intorno e vedo che non lo sa nessuno. Ci dicono che è un guasto all’impianto di aerazione, insomma niente di pericoloso secondo loro. A me invece viene subito pensare che l’aerazione è una cosa fondamentale per un aereo, almeno quanto la navigazione lo sia per le navi, e la trazione per i treni. Senza l’aerazione che aereo è? Sono le basi della fisica meccanica. Ad ogni azione corrisponde un’aerazione. L’aerazione è il discrimine tra la vita e la morte, se sei in cielo l’aerazione è dio. Cerco proprio di avere una crisi di panico, ma sfortunatamente per questo blog non ci riesco.
Ma ti pare che ci mettono sullo stesso aereo con lo stesso difetto? E poi sto tecnico chi l’ha chiamato, ma chi è? Non c’è nessun tecnico, ecco la verità, nessuno c’ha messo le mani secondo me. Ci hanno dato un altro pilota apposta, sperando che non si accorgesse di niente. Magari speravano si facesse tutto il viaggio senza notare la spia rossa col teschio che lampeggiava sul cruscotto, e invece alla fine se n’è accorto e fa una manovra di atterraggio che ci fa essere a Punta Raisi in dieci minuti. Scende talmente tanto veloce che l’unica cosa che mi mantiene alla poltrona è la cintura di sicurezza. Si capisce che il pilota c’ha fretta di tornare a terra, non fa niente il maltempo, i vuoti d’aria, l’aerazione, la cassata, il caffè non preso. Dobbiamo tornare subito.

In generale a bordo ci sono lamentele contenute, sorprendentemente. All’inizio credo sia perchè l’aereo è pieno di gente (napoletani e palermitani) che ha fatto dell’ineluttabilità la base di una vita serena, una sorta di zen impanato e fritto. Come si dice “siamo sotto il cielo”. Ma qui non vale, sotto il cielo non ci siamo più; adesso, una volta tanto, ci stiamo proprio in mezzo a quel cielo, e qui evidentemente l’ineluttabilità non basta. Credo che inizi a prevalere piano piano la paura che tutto questa situazione sia qualcosa da risolvere al più presto, e quindi è meglio se per il momento si fa come dicono loro, poi appena stiamo coi piedi per terra facciamo come diciamo noi. Quindi poche lamentele, chi ha qualcosa da dire non lo fa, trasformando tutto in rancore da tirare fuori al momento giusto - poco dopo, in aeroporto, dove tutta la vernacolarità del mediterraneo prenderà forma - quando qualcuno chiamerà la stampa e qualcun altro la polizia.

Il 6 aprile è stato il quinto anniversario del terremoto di L’Aquila e pensavo fosse giusto andarci. È una città che ho conosciuto negli ultimi anni perché ci ho lavorato, iniziando una ricerca che forse non ho ancora finito. Mi ci sento legato e tenuto a distanza allo stesso tempo, come se fossi stato preso con quegli attrezzi che si usano per catturare i cani pazzi. Quei cosi con un’asta e un cappio in cima che quando ti prendono non ti permettono più di scappare, ma nemmeno di avvicinarti.

E così finisce che il 5 aprile passo una giornata a collezionare decolli e atterraggi di emergenza, voli che partono senza arrivare mai, e a non poggiare i piedi su nessun’altra terra che non sia quella di Sicilia. E a non bere mai caffè. Comincio a pensare che a L’Aquila non ci arriverò mai.

08 febbraio 2014

Plaza de Tonnos.

Foto di Luca Savettiere

A Palermo è caduto un palazzo. E fin qui, direte voi, niente di strano.

In effetti pare che non si sia stranito nessuno, in fondo è una questione di prassi. Nella maggior parte delle città si sprecano un sacco di energie e di risorse per abbattere edifici pericolanti, che invece - come si è ben capito qui - possono cadere da soli, autonomamente, in rilassatezza e senza alcuno sforzo. Non ha molto senso lavorare quando esistono la gravità e il tempo. Dopo tutto sia tempo che gravità regolano l’universo più o meno da sempre, e assecondare queste regole mi sembra sia un’ottima dimostrazione di sensibilità verso i principi della fisica (a Palermo si è molto più newtoniani che nel resto del mondo) e soprattutto della metafisica (a Palermo si dà peso al lavoro di dio e alle regole date da questi all’universo più che nel resto del mondo). Da questo punto di vista Dio qui gode di grandissima stima, avendo avviato un prodotto che poi va da solo, e rimanendo allo stesso tempo il legittimo responsabile di quell’attività. È diventato così un punto di riferimento da emulare; Dio, primo motore immobile e perpetuo, ma soprattutto immobile, ispira le giornate di moltissimi lavoratori. Motore immobile è ormai un mantra in moltissimi posti di lavoro.
Comunque, dicevo, questo abbandonarsi con fiducia alle leggi dell’universo senza avere l’illusoria pretesa di modificarle, qualcuno lo chiama senso di ineluttabilità, qualcun altro immobilismo, qualcuno ancora passività. Io credo che sia, alla fine, solo digestione lenta. Anzi, considerato il posto, digestione perpetua.

Insomma l’altra sera a ora di cena cade questo palazzo in piazza Garraffello che per coloro che non conoscono la città, si trova nel cuore della Vucciria. La Vucciria, per chi non conosce la città, ha una sua pagina wikipedia.
Nonostante la zona sia molto popolare e molto popolata, soprattutto di sera, non è successo niente di brutto brutto. “Per fortuna nessuno si è fatto male”. Io, per non sbagliare, sono sceso di casa per andare a vedere. Abito proprio a due passi, forse uno, e il mio vicolo, che di solito affaccia su corso Vittorio Emanuele, ieri sera affacciava su un raduno di vigili del fuoco e polizia, superato il quale effettivamente non c’era più un palazzo.

Passa la notte e la città reagisce, o meglio reagisce la comunità che la abita e la gestisce, isolando, senza alcun motivo apparente, la piazza in questione. In un modo considerato da molti surreale, ma che io trovo meraviglioso (frutto di una mente acutissima) si tirano su muri di tufo alti un paio di metri ad ogni accesso alla piazza. Così. Arrivano i muratori e iniziano a mettere i mattoni uno sopra all’altro, e tra i mattoni la calce, e alla fine c’è il muro, poi ce n’è un altro, poi ci sono le galline, poi tutti gli accessi chiusi, finché la piazza diventa praticamente inaccessibile. È una cosa di una meraviglia rara, proteggere la popolazione dal luogo stesso in cui abita, dalle proprie case, dal “pericolo” dei loro rifugi, alzando dei muri e creando il vuoto al centro.
- Questo luogo non è più sicuro e quindi tu giri a largo.
- E dove vado?
- Vattene a casa, vai a trovare riparo e a nasconderti dalle brutture del mondo.
- Ma casa mia sta lì, è quello il mio rifugio dalle brutture mondo.
- No, quella è una bruttura del mondo! Senti, lo facciamo per te, per proteggerti, per garantire la tua incolumità, il tuo benessere, il tuo sogno americano. Per farti sentire al sicuro quando torni a casa dalla tua famiglia.
- Ma sei scemo?
- Basta, chiamate la celere!

Andando oltre il semplicismo e la superficialità di una spiegazione che vede il Comune soltanto impotente nel ripristinare la sicurezza della piazza - per cui è meglio chiuderla col tufo, mettere dei cartelli, e se qualcuno si fa male è fuorilegge - io credo seriamente che il piano per Palermo sia ben diverso, ben più ambizioso.

Palermo ha finalmente la possibilità di essere al pari di altre città d’Europa. Si sfrutta questo evento fatale per rinascere e puntare ad essere una città nuova, una città virtuosa, una città che finalmente c’ha ragione.

Ho sempre creduto che questa città avesse tutte le carte per essere come Berlino, forse anche meglio: è una città economica, è totalmente accessibile - e intendo soprattutto nelle relazioni, nel tessuto sociale, si fa presto ad entrare nella vita della Palermo che ti interessa - gli artisti, i giovani e gli studenti si trovano una favola, puoi fare quello che ti pare, puoi essere inconcludente fino alla morte e nessuno ti dice niente, perché nessuno in fondo se ne accorge. Poi c’è tutta la storia del sole e del mare e, insomma, pensavo che Palermo potesse essere come Berlino per queste e altre ragioni. Il punto di vista dell’amministrazione comunale è invece evidentemente più storicista. La caduta di quel palazzo non è solo un crollo che ci poteva scappare il morto, è un simbolo, un segno. Disabitato e mezzo sfondato dagli anni della seconda guerra mondiale (e mai toccato da allora, pare), quell’edificio al suolo ci ha traghettato tutti, finalmente, verso il meraviglioso dopoguerra. Lasciamoci alle spalle le macerie dei bombardamenti, le icone dei fallimenti di un regime e guardiamo avanti. Da vinti, va bene, ma avanti. E se Palermo entra oggi nel meraviglioso dopoguerra e aspira a diventare come Berlino è ovvio che ha necessariamente bisogno del suo muro. Ha bisogno di un qualcosa da scavalcare, ha bisogno di essere divisa in maniera finalmente manifesta e reale. Da una parte la città moderna dei grattacieli americani di Ciancimino, dall’altra la Palermo di Ballarò e della stazione con i treni a diesel. Io da oggi in poi dovrei far parte della Palermo Est (non so ancora se per fortuna o purtroppo), abitando appena al di qua del muro. Non credo cambierà molto, considerando che la modernità occidentale in questo quartiere è sempre stata intesa in maniera piuttosto relativa, direi.

Mentre pensavo a Berlino mi accorgevo che l’idea reggeva fino ad un certo punto. Certo era un’idea valida, ma non all’altezza del motore immobile palermitano, che ti abitua subito all’inverosimile. E infatti, dopo non molto, inizia a girare la voce che, forse, la piazza non la chiudono tutta ma lasciano un accesso aperto, quello che arriva dal mare. Lì mi è stato tutto più chiaro. Niente Berlino. Se fosse vero, se murassero la piazza solo in parte lasciando un accesso libero - oltre a creare spasmi celebrali nel tentativo di capirne il senso per la sicurezza - quel luogo diventerebbe una sorta di sacco urbano, un contenitore chiuso con un’unica entrata/uscita costituita da una strada non molto larga e non molto dritta. In quel caso il piano diabolico e lungimirante che la città di Palermo ha pensato per se stessa, per svincolarsi dal passato e avvicinarsi al mondo fuori, non vedrebbe affatto Berlino come ispirazione, come punto d’arrivo. Ma Pamplona.
È ovvio e stupefacente, una rivisitazione della corsa dei tori di San Firmino, una tradizione presa in prestito dalla Spagna - tra l’altro i giorni sarebbero gli stessi del festino di Santa Rosalia, noto per analoga compostezza - ma al tempo stesso legata a ciò che è più nostro, ciò che appartiene più a questa terra e a questo mare. Già me li vedo i palermitani correre in massa dalla cala, dal mare, impauriti ed eccitati verso piazza Garraffello inseguiti da un banco di tonni incazzati e confusi. Tonni enormi e possenti come ne se ne vedono più, che travolgono tutto e tutti lungo via dei Cassari, fino ad arrivare in questo bacino enorme senza vie d’uscita, la Plaza de Tonnos, dove comincia una nuova mattanza contemporanea.

Io non lo so dove vuole andare Palermo, però mi chiedo che succede in una piazza quando la chiudi. La piazza l’hanno proprio inventata per essere una cosa aperta, per farci succedere cose che si possono vedere. Una piazza può andare bene anche vuota, ma dev’essere aperta. Se la chiudi non si capisce più. In una piazza chiusa che succede? O meglio, le cose che succedono in una piazza chiusa esistono sul serio? E dove esistono? È come una radio costruita senza altoparlante. Tu la accendi, giri i canali, magari è una radio ottima e riceve tutto alla perfezione, però boh.

15 gennaio 2014

Saluti e baci.


È ormai risaputo che quando vai a Milano per lavoro la gente che incontri non ti saluta, ti briffa. Il briefing è questa meravigliosa pratica nordoccidentale che consiste nel darti tutte le indicazioni del lavoro che stai per svolgere, i tempi, la logistica, le ragioni e le aspettative del cliente (e quelle di più o meno tutti i responsabili di tutti i settori - e dei loro familiari a ritroso fino alla quarta generazione), prima che tu possa capire veramente di che cosa state parlando. In pratica ti si dice tutto prima, e dopo di che sono cazzi tuoi, io te l’avevo detto. Il briefing, così, viene fatto passare come uno strumento che contribuisce alla chiarezza e all’efficienza della baracca, ma tutto sommato certe volte è solo un passaggio di responsabilità e ansie da prestazione - secondo la sempreverde prospettiva del fine che giustifica i mezzi, dove il fine ce lo mette chi si congeda dicendo “buon lavoro” e i mezzi chi aveva detto ancora soltanto “buongiorno”.

- Ciao, sono Roberto, il fotografo, mi sai dire dove posso trov…
- Ah, Roberto! Vieni che ti faccio vedere tutto. Allora qui è dove ovviamente ci sarà la sfilata, i modelli sono 35. Tu non lavorerai qui, ma sarai nel backstage, lì dietro. Ci sarà un po' di delirio, devi stare attento perché ci sono cose che succedono un po' ovunque e a volte contemporaneamente. Tu l’hai portata l’ubiquità, sì? Ottimo. Lì i modelli passano prima per i capelli e poi per il trucco, poi provano gli abiti, glieli aggiustano, poi fanno una prova generale che devi fotografare senza esserci, mi raccomando, poi c’è il delirio con i giornalisti del mondo, poi cacciano i giornalisti e i fotografi e i cameraman - tu mi raccomando sii bravo e non ti far cacciare con gli altri - poi si comincia e dura solo 10 minuti e poi c’è il party, tu ci vieni al party?
- Credo di sì…
- Ottimo! Ah, sappi che qui dentro qualunque cosa si muove è gay.
- Tutto quello che si muove?
- Esattamente.
- Ah ok. Ma tipo anche quel ragazzo lì che ci prova con la truccatrice?
- Non ci sta provando, è gay.
- Quel cagnolino al guinzaglio?
- Gay.
- Quel ventilatore?
- Gay.
- Quello con la maglietta con su scritto “non sono gay”
- Gay anche lui, e quella è una canottiera.
- Ma quindi sarò gay anche io… Cioè io devo muovermi, devo girare, mica posso stare fermo.
- Chi si ferma è perduto amico mio.
- Ma come? Ma sta cosa la dite pure in America? 
- Soprattutto in America.

E quasi alla fine di questa mia trasformazione da essere umano a essere briffato - e gay, necessariamente - viene fuori che in quell’occasione ci sono degli ospiti speciali. Una rock band americana che è andata in giro per quarantanni a fare il panico con la faccia pittata senza che nessuno gli dicesse niente. I Kiss.
- I KISS, si scrive tutto maiuscolo, è americano.
- Ma tu che ne sai?
- Sono americano.
- No ma dicevo che ne sai che io lo scrivo… cioè stiamo parlando… vabbè, lascia perdere…
- No, io non lascio mai perdere, sarebbe troppo facile, io vinco. Sempre.
- America...
- Già.
E la presenza di questi KISS mi farà realizzare quasi subito di non avere troppo idea di quello che sto facendo, con chi ho a che fare. In effetti non so nemmeno i nomi. Mentre tutti intorno a me chiameranno ogni singolo componente per nome, io, dopo aver provato a capire e testare dei casuali Ken, John, Mark, sarò costretto a dargli indicazioni per le foto con un approssimativo, ma funzionalissimo, "ehi tu". Insomma sì, li conosco, ma mica pensavo avessero tutto questo ascendente sul mondo. Dopotutto sono anche molto invecchiati, c'avranno quasi settantanni e senza trucco uno assomiglia a mio zio Bernardo e un altro, cosa ancora più triste, è uguale a mia zia Elena, la zia di Arezzo. Quindi mentre loro sono tutti immersi in questa atmosfera di reverenzialità, rispetto e rocchenroll (del tipo ti saluto con un inchino, poi ti faccio le corna con la mano in alto e la lingua di fuori e nel frattempo i gorilla intorno uccidono a pugni in faccia fan e giornalisti) io non potrò fare a meno di pensare che uno di loro è mio zio Bernardo con la parrucca.

Dopo la prima oretta immerso in questo posto surreale che è il backstage di una sfilata di moda (maschile, mio malgrado) mi rendo conto che la maggior parte dei volti che mi circondano non sono di carne e ossa. Sono troppo belli e troppo esili, talmente puri che finiscono con l’essere inconsistenti. Praticamente sono circondato da pagine di Vogue Uomo che camminano e si strusciano e si accartocciano stanche sul pavimento e vengono di nuovo tirate su, lisciate e messe in fila. E tutto il casino intorno è soltanto un gran fruscio di pagine, di fogli di carta. E mi chiedo quali siano le loro vite sul serio, al di là di questi origami momentanei che sono le sfilate. Cioè, ad esempio - e mi si perdoni l'ovvietà dell'esempio - ma questa gente caga? Perché a vederli così non si direbbe. Sembra non possa essere possibile che tanta bellezza, tanta purezza e tanta inconsistenza possano essere fonte di puzza, avere un collegamento, seppur assolutamente indiretto, col mondo delle fogne. È difficile da immaginare, da accettare. Io fossi in loro non lo potrei mai accettare. Ma fortunatamente io non sono il loro, sono in me, ed è da che sono entrato che ho bisogno del bagno. Avevo provato pure a chiedere dove fosse, all’inizio, e quello non mi ha fatto nemmeno parlare. Così decido di prendermi cinque minuti per me, come gli uomini contemporanei e alla moda che sanno come volersi bene, e chiedo ad una tipa ferma da una parte (quindi presumibilmente eterosessuale) dove posso trovare una toilette. In quel momento, proprio in quel momento, arrivano i KISS circondati da un circo di gente impazzita, lasciando presagire per il sottoscritto un resto di serata pieno, intenso e a tratti confuso.

03 gennaio 2014

la spiaggia cortese.


Questa casa pende. In realtà non pende tutta la casa, e quello che pende non lo fa da un lato solo. Sembra che alcuni pavimenti siano inclinati - poco - da una parte, mentre altri scendano verso il versante opposto, e se si tenta di mettere alla prova la gravità, si vede una biglia rotolare verso un angolo dell’ingresso, mentre un’altra si va a nascondere sotto il letto della mia stanza. Finisce che la gravità continua ad averci ragione, checché ne dicano i solai. È un po' come abitare nella casa di Escher, con la differenza che questa vale molto meno.
La mia stanza affaccia su quello che chiamare cortile interno, o corte, sarebbe piuttosto fuori luogo, visto che effettivamente di cortese ha ben poco. È uno spazio spigoloso e ruvido, nato alle spalle di palazzi tirati su tutt’intorno, e dà l’idea, quasi da subito, di essere lì per coincidenza. Come se avessero costruito il centro storico di questa città partendo dai prospetti dei palazzi sulle strade, e rendendosi conto dopo che dall’altro lato (dal lato che non affacciava da nessuna parte) quegli stessi palazzi avrebbero pure dovuto finire. Insomma c’era altra gente che stava costruendo altri palazzi, affacciati su altre strade, che pure avevano una schiena da dare a qualcosa. E così una volta costruiti tutti gli affacci, arretrando sempre più, ci si è ritrovati con un sacco di retri di palazzi vicini, ammassati, sovrapposti, ed evidentemente imprevisti.
Molti anni dopo sono arrivato io e tutte le mattine apro i vetri del mio piccolo balcone, trovando questo spazio a cui nessuno aveva veramente pensato, con una forma che nessuno gli ha mai dato per davvero e, cosa ancora più importante, senza alcun ruolo che gli sia stato mai attribuito - se non quello, appunto, di fine dei palazzi che nel frattempo continuano ad affacciare altrove.

In questa città le cose cominciano senza sapere come - e spesso dove - andranno a finire. Anzi, senza sapere proprio che andranno a finire. Poi quando ce ne si accorge, che finiscono, non è un gran problema, si lasciano così come sono finite. Anche se non lo sono affatto, finite. Anche se sono infinite, si lasciano. Il mare, infatti, l’hanno inventato a Palermo. E con il mare hanno inventato anche il mio piccolo balcone e l’insolito spazio su cui affaccia, che in realtà a questo punto inizieremo a chiamare spiaggia. Una spiaggia dove a un certo punto il mare si è trovato a finire, arretrando forse da cose meravigliose e terribili, da tempeste, sirene, balene e pirati. Le spalle di questo mare che di fronte non finisce mai, anche se sicuramente inizia, dove nemmeno si vede.

Scommetto che a Parigi le case del centro storico non hanno nessun dietro. O forse ce l’hanno, e magari sarà stata la prima cosa del palazzo ad essere costruita, in modo da non dimenticarsene. Immagino che a Parigi non ci sia niente che viene lasciato così per com’è, chiedendosi quale sia il principio, perché ovviamente il principio sarà sempre il punto da cui si comincia, sia esso spiaggia o tempesta. Il principio in fondo lo si può anche decidere, e così le spalle al muro, il limite oltre il quale non si può più indietreggiare, possono essere anche un punto di partenza. Dopotutto a Parigi hanno inventato la rivoluzione.

29 ottobre 2013

moriremo pazzi.


- Maestro!
- Dove?
- Maestro, è un piacere incontrarla così!
- Dice a me?
- Dico a lei, maestro! Ho appena visto le sue opere nella sala di là, sono assolutamente stupefacenti. Lei diventerà certamente qualcuno.
- Mi scusi, io ho ottantatre anni, forse intanto muoio.
- Esatto! E non appena muore noi diventeremo qualcuni.
- Qualcuni?
- Noi.
- Noi... Ma che cosa ha visto nella sala di là?
- Ah, meraviglie maestro! Le sue opere sono esattamente il frutto dell’incoscienza artistica, del recupero delle sue urgenze infantili, del suo digiuno d’arte, dell’inconsapevolezza e della sua assenza a sè stesso. Oltre a costituire, soprattutto, la manifestazione del suo morbo.
- No aspetti, che morbo?
- L’Alzheimer!
- Dio santo, ma io non ho l’Alzheimer!
- Eh, ma avrà notato che ultimamente è diventato un pò rincoglionitello...
- Ma è solo che ho ottantatre anni! Non è per forza Alzheimer!
- Dicono tutti così.
- Ma non è possibile, io sto bene.
- Dicono anche questo.
- Chi?
- Tutti.
- Ma hanno tutti l’Alzheimer?
- Sì. Oppure sono tossicodipendenti, o autistici, o schizofrenici, o carcerati. A volte sono bambini. Però coi bambini funziona poco perché poi non muoiono.
- Mi scusi ma lei non era venuto qui a cercare di vendermi una poltrona massaggiatrice?
- Beh, in effetti sono entrato a casa sua con quest’intenzione. Però la mia vocazione per l’Outsider Art mi ha fatto subito notare i suoi capolavori nella sala di là.
- La sala di là sarebbe la cucina?
- Può chiamarla così, se preferisce.
- Ma è una cucina! Come la chiama lei di solito una cucina?
- Laboratorio, officina, studio, pensatoio.
- Mi perdoni, ma lei mi confonde. Io pensavo di poter fare quattro chiacchiere con un giovanotto qualunque, approfittare del suo tempo per raccontare di quella volta che da militare sono stato a Nuoro e abbiamo bucato una ruota proprio fuori città e Parisi aveva portato la fiaschetta di malvasia. E poi lei mi dice che ho i dei capolavori in cucina. E che ho l’Alzheimer e che diventiamo qualcuni.
- E che muore.
- Giusto, che muoio. Ma le pare? Ma poi com'è che funziona esattamente?
- La ringrazio per la domanda, le spiego. Io che sono un curatore e storico di arte contemporanea adesso prendo i suoi lavori e preparo una mostra. Poi quando lei sarà in ospedale in rianimazione mandiamo gli inviti.
- Chiaro. Ma esattamente a che lavori si riferisce?
- Alle sue magnifiche reinterpretazioni! Ai sui schizzi sulle evidenze postindustriali. Alle sue riflessioni, direi quasi situazioniste, sui linguaggi della società dei consumi.
- Non credo di avere la più pallida idea di quello che sta dicendo.
- Ed è esattamente questo il senso! Non si preoccupi, lei meno ci capisce più noi diventiamo qualcuni. Guardi qui, ho preso alcuni esempi dal suo atelier.
- Sempre la cucina, immagino.
- Sempre. Cerchi e righe, a volte dei quadrilateri irregolari. Forme primitive di inchiostro che graffiano ed esaltano il nostro rapporto con la vita postmoderna.
- Ma quelli sono i volantini del supermercato...
- No no, questi sono i supporti delle sue visioni.
- Io in verità segno solo le offerte.
- E come?
- Con la penna. Tra l’altro sono pure volantini vecchi quelli, le offerte sono scadute.
- La caducità del desiderio! Che meraviglia, maestro, che meraviglia!
- Guardi giovanotto, io capisco che sono tempi difficili, ma se lei è venuto qui a farmi perdere tempo cade male. Ho ottantatre anni ma ancora non sono del tutto rimbambito.
- Ma no, che dice, che rimbambito. Alzheimer, si ricordi… Alzheimer.
- Ancora con questa storia? Ma la vuole smettere! Dov’è la mia poltrona massaggiatrice? Dov’è la mia solitudine? Dove sono i miei ricordi inventati? Dov’è Agnese che se n’è andata l'anno scorso d'estate? Dove sono tutte le lettere di quando eravamo giovani? E i buoni postali? Dove sono le cose cadute sul pavimento e lasciate lì? Dov’è l’inconsapevolezza di tutto questo? La vuole sentire la storia di quando ero militare a Nuoro, oppure no?


06 ottobre 2013

Þingeyri.


A Þingeyri non ci sono ragazzi sopra i quindici anni. Non ce n’è nemmeno uno. La ragione è precisa, ed è la stessa per cui il paese è ancora popolato, nonostante tutto, dai ragazzini sotto i quindici anni: la scuola.
Lassù la scuola primaria si prende i bambini biondi a 5 anni e li restituisce mezzi adolescenti. A sedici anni comincia un’altra scuola, quella dei grandi, quella che fai vivendo in uno studentato lontano da casa, perché Þingeyri è troppo lontana. Così a sedici anni i ragazzi se ne vanno e difficilmente ritornano.
È un momento preciso, un piccolo balzo verso l’esterno, che in tante altre occasioni e in tanti altri luoghi può essere viziato e diluito da un anno sabbatico, da un vediamo come si mettono le cose qui e poi decido. A Þingeyri invece lo sai che a sedici anni non sarai più lì, perché funziona così, la scuola è fatta così e ha i suoi tempi, e tu con lei. Se cresci a Þingeyri diventi grande altrove.
E questo limite così netto tra infanzia e tutto il resto, tra nido e resto del mondo creava un tensione troppo forte per lasciarla perdere. Così, (come ho già detto meglio qui) mi sono andato a cercare il più grande tra i ragazzini, quello che si trova più vicino a quel limite, a quella frontiera. Il quindicenne che è al suo ultimo anno da bambino, e che dalla prossima estate sarà tra quelli che a Þingeyri non ci sono più, diventando anche lui parte die quell'assenza.

A Þingeyri non ci sono attrezzature, non ci sono mezzi. Voglio stampare fotografie grandi un metro per un metro e mezzo e il plotter più vicino è presumibilmente ad Amsterdam. Così mi guardo intorno e vedo una stampante in una casa, una stampante A4 in una casa grande come un A2. Niente inchiostro, però c’è mezza risma di fogli.
Il giorno dopo c’è una macchina che va a Ísafjörður, un posto a cinquanta chilometri di distanza che, oltre ad avere un nome che si fa fatica pure a pensarlo, ha anche una cartoleria. Mi infilo in quella macchina e vado bellamente a comprare una cartuccia di nero per la stampante e della colla stick. Scopro che in certi posti del mondo un chilo di salmone affumicato costa di gran lunga meno di un tubetto di colla stick, sul quale però - per fortuna, bisogna ammetterlo - ci sono dei simpatici pupazzetti di qualche cartone animato di cui mi riprometto di diventare fan a breve.
A sera torno nella caffetteria di Þingeyri, un piccolo fabbricato di cent’anni fa che ci fa un pò da campo base, accendo la stampante e le faccio sputare settantadue fogli bianchi e neri. Li numero, li guardo, mi fumo una sigaretta, e inizio ad incollarli piano piano, cercando di evitare il panico. Incredibilmente riesco a non sbagliare mai e vengono fuori due stampe da un metro per un metro e mezzo sulla via principale del paese. Amsterdam non sei nessuno.

A Þingeyri non ci sono immagini. Non ci sono cartelloni pubblicitari, non ci sono vetrine di negozi (in effetti non ci sono affatto negozi) dalle quali si affacciano sagome di modelli o di fesserie.
In un posto del genere l’assenza di immagini ha certamente ragione d’essere* ma rendere quelle strade il teatro di loro stesse è una tentazione troppo forte, e così mi convinco che sarà lì che esporrò quel poco che ho fatto. L’intenzione è quella di attaccare le foto sulle case,  lungo la via che attraversa il paese, ma la pioggia permanente e la diffidenza della gente sono due buone ragioni per pensare che stampe così grandi e fragili non resterebbero appese a lungo. E finisce che uso i finestroni della caffetteria come fossero cornici sulla strada principale. Nessuno si ferma a guardare, ma tutti il giorno dopo mi sorridono.

Þingeyri è un luogo di assenze. Ma nonostante manchino persone, cose e immagini, Þingeyri resta un luogo, anche solo per il fatto che quelle assenze si avvertono, si vedono. Se sentiamo la mancanza di qualcosa (così pure quando la desideriamo), vuol dire che quella cosa esiste, così come esiste Þingeyri. Ed esiste proprio intorno alle cose che non ci sono, un centimetro più avanti e più indietro, un attimo prima e un attimo dopo. 
È sul limite tra assenza e presenza che mi è sembrato bello poter lavorare, su quel momento e su quel punto in cui pieni e vuoti si definiscono a vicenda, perché si toccano. Raccontare quello che manca mostrando l’ultimo pezzo di quello che c’è.

La piccola esperienza che ne è venuta fuori è esistita solo perché esiste Þingeyri, nei suoi ragazzini all’ultimo anno, nei suoi fogli di carta A4 e nelle sue finestre sulla strada. Tutti elementi che costituiscono il contenuto, la forma e lo spazio di un lavoro che forse ha senso solo lì e che altrove scompare. Un lavoro che disegna contorni per mostrare il vuoto che questi contengono.



[ * In alcuni posti lassù, se ti arrampichi su una montagna e guardi verso nord, vedi il punto dove passa il Circolo Polare Artico, che però di suo è piuttosto invisibile. Cioè cerchi e trovi un punto tra te e l’orizzonte in cui c’è il Circolo Polare, in cui diciamo che ci abita. Purtroppo di per sé il Circolo Polare è tratteggiato, trasparente e, nonostante i pur ragguardevoli tentativi degli ultimi anni, praticamente impossibile da avvistare. Però forse è anche meglio, perché così ti arrampichi su una montagna e hai la libertà e la necessità di immaginarti qualcosa che non vedi. E lo fai con la consapevolezza e la sicurezza che quella cosa esiste ed esiste solo così, invisibile e immaginata, proprio in quel momento e proprio in quel punto in cui stai guardando tu. ]

18 settembre 2013

vichinghi postmoderni.


Quando accendo il cellulare mi arriva un messaggio che dice “Sai che l’aeroporto in cui sei atterrato non è lo stesso da cui partiamo domattina?”. No, non lo so. È l’una di notte, sto aspettando la valigia rossa sul nastro e il mio piano di passare la notte su qualche panchina lì accanto va a puttane senza lasciarmi nemmeno il tempo di cambiare idea.
Agli arrivi mi dicono che sta partendo l’ultimo bus per la città, dico che devo raggiungere l’altro aeroporto, qualunque esso sia. Mi rispondono che a quest’ora è chiuso, però lì vicino c’è la stazione che è sempre aperta e che posso aspettare lì fino all’alba. Nella stazione? Siamo sicuri? E poi come ci arrivo in questo eventuale altro aeroporto? Signore, mi dispiace ma deve andare, il bus sta aspettando solo lei.
Piove forte e arrivo alla stazione, che poi è un terminal degli autobus. Mi aspettavo i treni e mi devo convincere che i treni in questo posto non ci sono mai stati. Niente rivoluzione industriale, qui sono passati dai vichinghi direttamente al postmoderno. La rivoluzione industriale qui ci è arrivata così tardi che non era nemmeno più rivoluzione. E più ci penso e meno mi è chiaro se questi hanno capito tutto o non hanno capito niente.
La stazione degli autobus è un posto pieno di gente che dorme dove può - nonostante l’evidente e inopportuno cartello “non dormire” - aspettando che apra l’altro aeroporto, ovunque esso sia.

La mattina dopo riusciamo ad atterrare in un posto che Punta Raisi sembra l’aeroporto di Los Angeles e subito dopo di noi atterra una tempesta.

Ho una stanza al primo piano di una casa fatta di legno e di lamiera. Nella stanza accanto c’è Yoko, una ragazza giapponese. Sono solo dieci minuti che ci conosciamo e fondamentalmente, stanchi come siamo, non abbiamo una mazza da dirci. È una situazione in cui il silenzio non spaventerebbe, è previsto, o almeno prevedibile. Nonostante ciò lei riesce a stare talmente tanto zitta, a mantenere un silenzio talmente profondo, da farmi subito sospettare che non avrebbe detto assolutamente nulla per tutto il nostro tempo lì. Le nostre stanze sono le uniche che affacciano dal lato dove finisce il paese, sul cimitero.

Il giorno successivo mi sveglio prima degli altri e trovo Yoko fuori la porta di ingresso che fuma. Mi dice che la notte prima ha visto un fantasma in camera sua. Io le sorrido e lei mi dice tante cose tutte insieme, rompendo il silenzio e le mie convinzioni. Dice che è tanto tempo che non ne vedeva uno, che da bambina era una cosa frequente. Dice che si è spaventata molto, che non sapeva cosa fare e che ha pensato anche di venirmi a svegliare. Smetto di sorriderle.
Quel giorno a casa nostra se ne va la corrente, niente luce. Poi si rompe l’impianto d’acqua calda, niente docce e niente riscaldamento. Poi, a sera, la porta della stanza di Yoko non si chiude più a chiave, inspiegabilmente. Prima di andare a dormire vado da Yoko e la minaccio.

Dopo un paio di giorni decido che non posso stare fermo in quel posto per così tanto, c’è troppo vuoto intorno per non colmarlo. Prendo una bicicletta ed esco dal paese per l’unica strada lungo il fiordo. Pedalo tantissimo su una bicicletta che è fatta per l’off-road, bellissima, ma praticamente immobile su una strada asfaltata. Così dopo poco decido di fare un minimo di fuori strada pure io e scelgo un discesone sul lato della montagna. La bicicletta in effetti va molto meglio, va da dio, velocissima, solo che io mi caco sotto e torno sulla strada normale.
Il bisogno di andare a vedere che c’è oltre non lo soddisfo mai. Pedalo forse per venti chilometri, passando per posti pieni di elfi e troll, cavalli e corvi, cicoria e mirtilli, meraviglie mai viste, ma non arrivo mai da nessuna parte. Mi persuado che non ci sono altri posti in cui poter arrivare, mi giro in un posto qualunque sulla strada e torno indietro.

Il paesino che ci ospita conta poco più di duecento persone, una pompa di benzina, una scuola, una chiesa, una banca aperta solo di lunedì, un’officina, un porto, una piscina bella calda, un capannone dove lavorano il pesce, una caffetteria e un’ambulanza. E poi case, di legno e di lamiera. Se devi fare spesa ti fai cinquanta chilometri.
Scopro presto che la fascia di età 15-30 è completamente assente, non esiste. E con lei non esiste l’inconsapevolezza su cui, a quell’età, si costruiscono personalità ancora vuote ed enormi, sovradimensionate, o le si prendono in prestito da qualcun altro aspettando il tempo giusto per restituirle. Non esistono quelli che sanno di non essere più bambini ma ancora non hanno idea di cos’altro siano. Non esiste nessuno che abbia la necessità di scappare altrove, indipendentemente da dove è nato, e indipendentemente da dove sia altrove. Insomma non esiste un cazzo di dubbio, in questo posto. Decido di non crederci e inizio a lavorare.

Cerco il ragazzino più grande di tutti, quello che se si guarda alle spalle vede solo gente più piccola, e se guarda avanti non vede nessuno. Cerco quello che è l’ultimo inverno in cui si è bambini, che l’anno prossimo cambia tutto, che la scuola finisce e me ne vado da un’altra parte.

Dopo un pò lo trovo, a scuola. Sa di essere il fonzie, forte in quel piccolo mondo, ma non abbastanza per tutto il resto. Così quando mi vede si ripara tra i suoi amici e non dice molto. Ha una maglietta del Barcellona, una moto da cross, ed è innamorato perso di una ragazza che, già si vede, un giorno gli farà del male.