06 novembre 2014

Vivere per sempre.


Subito cantiere. Primo restringimento di carreggiata, si procede su una sola corsia.

Fuori l’autogrill di Tarsia, sull’autostrada A3, ci sono due giovani armeni - 26 anni che sembrano 30 - che fumano e telefonano. Sono in piedi all’entrata, vicino ad un contenitore di cemento per l’immondizia. Dalla porta a vetri esce un ragazzo alto con gli occhiali - 27 anni che sembrano 27 - che si guarda intorno cercandomi. È un soldato dell’esercito, che torna a casa a Torre Annunziata, in licenza. Io intanto chiudo il bagagliaio della mia macchina parcheggiata male, dove ci sono due zaini piccoli, un borsone verde militare e la mia roba, li guardo, e ci infiliamo tutti e quattro in macchina, senza dire molto.
Ci siamo conosciuti tutti un paio di ore prima.

- L’Italia è il paese europeo dove è più facile avere i documenti, non c’è paragone. Se arrivi e chiedi i documenti in Germania è difficilissimo, anche in Francia. In Italia è molto più semplice, perché in Italia c’è il business con gli immigrati. Tutti questi barconi che arrivano li potrebbero fermare se non li vogliono, e invece li vogliono, perché l’Europa dà tanti tanti soldi. Io sono rifugiato, qui non è stato difficile. Però volevo stare a Firenze, e invece ci hanno mandato tutti a Roccella Ionica.

- Sì tu dici che forse non dovremmo essere con l'esercito in tutti questi posti. Il problema è che l’Italia fa parte della Nato, e dell’Onu, e quindi deve garantire un certo quantitativo di risorse e di uomini. Li deve impiegare, li deve occupare. Mica si può tirare indietro.

Mezzo pesante davanti, macchine in coda. Non ci sono molti cantieri, ma molti camion. E tutto intorno è la guerra fredda. Il far vedere che ci si arma sempre di più, che non si sta fermi mai, che si lavora senza sosta per un cemento che cresce e che si impone su altro cemento. Senza mai un traguardo vero. E nonostante tutto quel metallo, ogni cemento appare sempre più disarmato.

- Succede che tu vuoi andare in Germania, ma in Germania non ci puoi andare, allora vai in Italia, che non fa tanti problemi. E ti prendono in asilo e ti fanno fare un progetto. Solo che il progetto in Italia dura un anno e io come faccio a integrarmi in un anno che ancora non so parlare italiano? In Germania questi progetti per i rifugiati durano dieci anni, sempre che ti prendono. Non finiscono prima, non ti lasciano a spasso prima di dieci anni.
E l’Italia che fa, dà i documenti a tutti, facile, tu stai qui un anno e poi loro ti dicono vai, sei pronto. E tu infatti sei pronto ad andare in Germania, dove volevi andare. Che adesso c’hai pure i documenti buoni per andare dove vuoi. Questo paese lo sa che siamo buoni per prendere i soldi dall’Europa, però poi in effetti non aiuta veramente. Infatti perchè io non so che fare e adesso prendo la mia famiglia e ce ne stiamo andando via.

- Le operazioni come Strade Sicure, sul terriorio italiano, servono. Per esempio a Messina. C’è il tribunale, dove ci sono anche processi di un certo tipo, e quindi si tratta di un posto delicato, e noi siamo anche lì. Che tanti anni fa ci hanno trovato una bomba prima di un processo. Quindi.

Viadotto alto. Provo a guardare, altissimo. 

- No no, non andiamo in Gemania. L’Europa non è un buon posto dove andare. L’Europa è solo un grande problema. Nel mondo se tu vuoi andare via dal tuo paese ci sono solo tre posti dove puoi andare: il Canada, l’America e l’Australia. In Europa ci metti troppo tempo per integrarti, troppi anni per capire come fare. In America, se sei un poco fortunato, fai molto prima.

- Ma quindi tu insegni pure?
- Eh sì ogni tanto insegno, tra un paio di settimane sono a Milano per un paio di lezioni.
- E che insegni?
- Insegno fotografia, però questi ragazzi già sanno fare le foto. Cioè io non gli insegno la tecnica, non gli insegno ad usare la macchinetta fotografica. Insomma non è tanto una lezione su “come” si fanno le foto, ma piuttosto su…
- No aspè. Perchè come si fanno le foto? Ci stanno pure le lezioni? Non basta ammaccare il bottone sulla macchinetta? Che ci sta da sapere?
- …
- Eh?
- Vabbè, sai. Sì spesso basta che premi e quella scatta, e magari la foto esce pure bene. Però in generale è meglio sapere come funziona, in modo tale che puoi intervenire meglio su quello che stai facendo. È come per te, che sei soldato e c’hai il fucile.
- Sì
- Tu basta che tiri il grilletto e quello spara. E magari se sei fortunato ammazzi pure qualcuno subito. Però la fortuna non basta sempre. Cioè tu lo sai come funziona un fucile dentro, ve lo insegnano com’è fatto, che succede, come lo devi regolare, come lo devi puntare. Magari non ti serve tutto sempre, però è utile saperlo.
- Sì sì! Che poi se si blocca lo devi sapere che devi fare.
- Appunto.
- E quindi tu questo ci vai a insegnare a Milano?
- No.

- In Cina e Brasile? No. Io penso che sono posti in cui è difficile essere straniero. Noi andiamo a Los Angeles. In America ci sono due milioni di armeni. E io non voglio andare in un posto dove sono solo. Non ci faccio niente in un posto dove sono solo e ci metto tanto a diventare, come l’Europa. Io prendo mia moglie e i miei due figli e andiamo a Los Angeles.

Inizia a piovere di nuovo, ma poco. Ad un certo punto sembra che la strada sia molto più calcestruzzo che asfalto. Poi smette.

- Roberto, sei stanco? Vuoi il cambio?
- No, grazie. Mi sono fatto così tanta caffeina che credo vivrò per sempre.

22 ottobre 2014

Lady Gaga, i gattini e Photos for Fridges.


Anche se non è mia abitudine usare questo blog per promuovere esplicitamente le cose che faccio, mi sa che stavolta è il caso di dirvi di andare a dare un’occhiata qui: photosforfridges.tumblr.com.

Questo che leggete è un post insolito (e sperimentale) anche per un altro motivo. Mi è stato detto che per raggiungere più pubblico devi far credere a Google, e di conseguenza alla gente che lo usa, cioè tutti, che stai proprio parlando di quello che loro stanno cercando. Ovviamente non è che puoi fare un elenco di parole chiave popolari a caso, ma le devi inserire in un discorso più o meno compiuto, perchè sennò i lettori se ne accorgono subito, se ne accorge subito Google, e secondo me se ne accorge subito anche il nuovo video shock di Miley Cyrus.
Tornando comunque al punto di oggi, è successo che ho questa grande quantità di foto accumulate negli ultimi anni. Sto parlando di stampe (piccole, ma anche di medie dimensioni) che ho prodotto per mille ragioni diverse: provinature, piccoli portofolio da mandare a concorsi o application, stampe per editing, test-print in generale. Si tratta di immagini che in diversi casi sono state stampate anche molto bene, su carta bella, come il nuovo iPhone 6 al prezzo più basso.

Le stampe arrivano da lavori che sono usciti in più contesti, che in qualche caso mi hanno portato gratificazione e sempre dei riscontri (vedi X-Factor 2014). Lo hanno fatto comunque nel loro complesso, come corpi di lavori coesi e unici. Quando metti insieme una serie fotografica, una ricerca sulle immagini, parti in qualche modo da un’idea, da un qualcosa che vuoi sviluppare, e inizi a raccogliere materiale (le fotografie, appunto). Le immagini sono generalmente, quindi, i contenuti di questa ricerca. Ecco - lasciando perdere per un attimo la ricetta del light cheescake - l’idea è quella di pensare alle fotografie non solo come contenuti, come qualcosa che ha senso “dentro”, e di far uscire questi contenuti dal loro contenitore, sia esso la scatola in cui fisicamente si trovano adesso, sia esso il progetto o la serie a cui appartengono. Mi piace molto la possibilità che ad ogni immagine venga attribuito un pò un nuovo ruolo ed è per questo che ho deciso di spedire, a chiunque lo voglia, una di quelle stampe, in maniera assolutamente gratuita. Come le insostituibili coccole di gattini tenerissimi su youtube.

I dettagli li trovate tutti sul sito, l’importante è che poi, ovunque voi abitiate, quando vi arriva la foto mi fate sapere che fine gli avete fatto fare. Così siamo tutti contenti. Tipo Lady Gaga.

16 agosto 2014

Agosto.


Agosto è un’eccezione. Torna tutti gli anni, mentre tu sei lì in estate ed è fine luglio e da un giorno all’altro eccolo là. E tutti gli anni si interrompe il mondo per come va di solito e la quotidianità si capovolge, le virtù diventano vizi, i difetti pregi, e ogni cosa è frattura e paradosso.
Tutto quello che sembra succedere ad agosto, a pensarci bene, è quasi una concessione che ci facciamo, una digressione in quello che stavamo dicendo nel frattempo, un andare a comprare le sigarette e poi non scappare per sempre.

Agosto è un’eccezione per tante ragioni. Tanto per cominciare, le ferie. Quel contenitore chiuso, limitato e necessario nel quale finalmente. Come se tutto il resto dell’anno non potesse essere mai finalmente. Le ferie sono finalmente, mercoledì mattina non è finalmente, di solito. Finalmente non sto più in città, in ufficio, a casa, finalmente è diverso. Finalmente ad agosto si può dare vita a qualcosa che non era possibile negli altri mesi perché si era troppo occupati a guadagnarsele, le ferie. Che detta così fa un pò ridere. E anche detta in qualunque altro modo. E nuvole di lavoratori (o di legittimamente disoccupati) si spostano perché hanno la possibilità di fare quello che sentono (o sembra sentano) di voler fare davvero. Che poi è quasi sempre qualcosa di diverso da ciò con cui si preoccupano di riempire, appassionatamente, i giorni di tutto il resto dell’anno. E quindi niente, abbiamo bisogno di darci un momento specifico e chiuso da riempire con una grande pausa. Ci prendiamo tre settimane di sospensione dai nostri doveri coscienti che chi non lavora non fa l’amore (mentre almeno così sì, lo si può fare, l’amore, per tre settimane intere all’anno).

Ad agosto se rimani in città trovi parcheggio sotto casa e di notte in tv passano dei film bellissimi. Ad agosto ci si rilassa, e ci si rilassa per forza. Non si può fare altro che vivere in vacanza. Chi vive lavorando ad agosto è un’eccezione ulteriore, perché l’attività principale delle persone, quella che le unisce, le raccoglie e le indirizza (insomma quella che durante l’anno è rappresentata dal lavoro) diventa la negazione del lavoro.

Ad agosto si fanno molte foto perché, quasi automaticamente, si attribuisce ai giorni il valore di essere ricordati. E così componiamo album in cui la nostra vita è costituita quasi solo di compleanni, natali, e agosti. Ricorderemo di aver vissuto la maggior parte della nostra vita in vacanza, il che mi sembra comunque una cosa bella.

Agosto è un’eccezione anche perché si va in posti dove non avresti mai veramente il coraggio di vivere. Tesoro, immagina ad averci una casa qui. Proprio qui, su quest’isola lontana. Immaginati il mare, tesoro, la tranquillità, la bella vita. Cara, me la immagino vuota, la casa. Perché noi abitiamo sulla prenestina e tua figlia va in una scuola che hai scelto tu perchè le altre ti sembravano piene di figli di cafoni che non sanno parlare italiano, e tu lavori, ringraziandiddio, come dipendente del comune di Fiumicino dopo che ti sei trasferita a Roma apposta perché è la capitale e il futuro è la grande città, e la Feltrinelli il sabato pomeriggio e il cinema a quattro euro, e lavorare e crescere una famiglia a Sora non è possibile, che mondo è. Cara, sentimi, qui a Ustica tu non ci vuoi vivere, e non iniziare a rompere il cazzo.
La gente abbandona le città, che si spopolano, e riempie luoghi ameni e lontani che solitamente sono vuoti, isole, campagne, laghi, montagne, deserti. Oppure succede una cosa ancora più buffa. E cioè che evacuiamo tutti le nostre case, abbassiamo tutte le tapparelle e chiudiamo il gas, fuggendo da quello che è l’ultimo posto in cui si potrebbe mai pensare di passare le ferie. E arriviamo piacevolmente in un’altra città (desiderata da mesi e perciò bellissima), magari una capitale altrui, dove troviamo anche lì tutte le tapparelle abbassate e i rubinetti del gas chiusi per ferie. Una città da cui sono tutti fuggiti per andare a vedere questa meraviglia esotica che è il posto da cui veniamo noi.

Ad agosto andiamo in giro vestiti in maniera improbabile, che saremmo fuori luogo ovunque, ma tanto noi fortunatamente siamo altrove. e poi sembra che si leggano molti più libri, e penso che sia l’unico mese in cui si vendano quotidiani e riviste, e che si mangi tutti improvvisamente molto meglio.

L’amore. L’amore estivo è esso stesso una categoria a parte nella grande fucina delle storie d’amore. È tipo l’abbronzatura, ti scotti all’inizio, ti inizia a prendere bene e ti senti bello, anche se in fondo lo sai che non arriverà a natale. È un amore che ti ci butti e che cresce senza attriti e senza pesi, senza la paura del futuro. Forse non dura, ma almeno hai capito perché durano gli altri.

E viviamo in questa dimensione provvisoria e anomala che, indipendentemente dalle cose che accadono, ha il grande compito di farci vedere la differenza e darci la possibilità di dimostrare a noi stessi che non siamo quella roba lì (senza nemmeno sapere esattamente a che roba lì facciamo riferimento, se agli undici mesi precedenti o se a quello che stiamo facendo prima di settembre). L’importante è sentire una distanza da qualcosa, e agosto credo serva a quello.

Ci spostiamo tutti insieme, in grandi migrazioni circolari che durano quello che basta per averne nostalgia appena si torna. Quello che succede, succede per un pò. Non che non sia vero, ma poi passa. Partiamo e torniamo riempiendo aerei, navi, treni e soprattutto parentesi, manifestando così il significato più vero di quello che siamo ad agosto, passeggeri.

26 luglio 2014

Vivo al di sopra delle mie possibilità.


Sono rimaste sole nella vita, si accompagnano l’una all’altra e si sostengono a vicenda come tutte le zitelle di quartiere.
Le mie possibilità si lamentano che quando faccio l’amore loro sentono tutto. Si lamentano che non devo mettere la lavatrice ad ora di cena, che è quando guardano il telegiornale e do fastidio. Che torno a casa troppo tardi e quando salgo le scale di notte faccio rumore. Si lamentano che potrei fare molto di più e allo stesso tempo che faccio più di quello che potrei.

- E poi giovanotto lei quando fuma sul balcone ci fa cadere tutta la cenere sui panni stesi, e anche quella volta che ha fatto la cena in terrazza con tutta quella gente, ne vogliamo parlare? I suoi amici sono dei barbari, giovanotto!
Dicono così, ogni volta che le incontro sotto casa. Io faccio quello gentile, ma tutto sommato mi rendo conto che le ignoro, e se ne rendono conto pure loro. Alla fine ci vogliamo bene così, loro cercano di farsi sentire e basta, che forse nessuno in vita loro le hai mai ascoltate per davvero. Tutti devono essere andati sempre oltre, le hanno tenute in considerazione solo per poterle superare, per avere un riferimento da ignorare, una regola da dimenticare. E così io me le immagino piene, in fondo, di rassegnazione e rammarico.
- Io le do un consiglio, anzi glielo diamo tutte quante insieme questo consiglio, giovanotto. Si renda conto che non può continuare così, ci stia a sentire. Noi la sentiamo che si sveglia tardi e non va mai a dormire, la sentiamo che ancora non ha messo la testa a posto, giovanotto.
- Dal piano di sotto?
- Dal piano di sotto si sente tutto, e noi la sentiamo che non sta lavorando.
- Mi sentite che non sto lavorando?
- È inutile che fa quella faccia, lo diciamo per il suo bene. Lavorare è un dovere, e si fa in un modo preciso, non come a lei. Non si lavora senza uno stipendio, senza un posto di lavoro e senza ferie. Se lei non si può prendere delle ferie vuol dire che è sempre al lavoro, oppure che in ferie ci vive.
- Ma vedete, io non credo di voler lavorare per potermi prendere delle ferie.
- Ecco, appunto! che ci fa qui a Palermo?
- L’erasmus.
- Faccia poco lo spiritoso, guardi che mia cugina ha studiato latino pure lei, e adesso fa l’insegnante al nord, non è che è venuta in Sicilia. Che il latino in Sicilia non si può fare. Comunque adesso telefoniamo all’amministratore e gli spieghiamo di queste sue abitudini ursus, così vediamo che dice lui. Vediamo che cosa ne pensa di tutta questa gioventù di oggi che abita ai piani di sopra, senza cura e senza rispetto.

Sono discorsi che vanno avanti da sempre, e fortunatamente in questo palazzo non c’è nessun amministratore.

22 luglio 2014

Verde sangue.


All’inizio del nuovo secolo, prima della nuova grande depressione, fui invitato a lavorare su un nuovo repertorio di immagini che potesse raccontare la città di Milano. Scelsi, insieme ai miei collaboratori, di partire dai luoghi comuni (intesi sia come spazi che come pregiudizi), dalla loro base di verità e da tutto quello che su di essa viene edificato, e di addentrarmi in ciò che ci sembrava un tema lontano dall’immaginario della città: il verde pubblico.
A quel tempo, infatti, era difficile che il sentir nominare Milano portasse a pensare al verde e ai parchi, ai boschi e ai campi. Venivano alla mente semmai immagini di aiuole e giardini, magari ben curati, ma pur sempre inserite in un tessuto iconografico fitto di industria, moda, pubblicità, televisione, finanza, cemento, nebbia.

Frequentando la città in primavera e portando avanti le nostre ricerche per tutta l’estate successiva, ci accorgemmo presto che i parchi e i giardini avrebbero dovuto partecipare, per almeno due buone ragioni, a quell’immaginario da cui erano sempre stati esclusi.
Da un lato di parchi e spazi verdi a Milano ce n’erano parecchi e a volte di molto grandi, a circondare la struttura della città in un anello perimetrale, ma anche ad abitarne il nucleo nei suoi interstizi. La mappa di quel territorio iniziò ad apparirci come una cellula, avvolta da una membrana verde, labilissima e forse discontinua, nel cui interno trovavano spazio vescicole e mitocondri dello stesso colore, quasi persi in un quel plasma di aperitivi, design e calcestruzzo in cui erano immersi.
La seconda buona ragione - e questa risulterà essere nodo cruciale, come confermarono poi i fatti accaduti successivamente  - era il fatto che il verde pubblico costituiva lo strumento per lo sviluppo di quello che fu uno degli elementi più fortemente caratterizzanti dell’identità milanese - e conseguentemente di ogni esperienza che si potesse vivere in quella città. I parchi, i giardini e affini erano difatti degli enormi e prolificissimi allevamenti di zanzare.
Nella cintura perimetrale si sviluppavano aree verdi, zone umide, rigoli, stagni e laghetti. L’idroscalo, quello che grotteschamente si era sempre chiamato il mare dei milanesi, si rivelò essere con gli anni il più prolifico incubatore di zanzare del paese. Così la membrana non era lì a proteggere da ciò che c’era fuori, ma a rinchiudere ciò che conteneva. Come una grande mangiatoia al centro di un recinto serve ad abbeverare vacche e vitelli che vi ingrassano intorno, così Milano soddisfaceva la sete dei miliardi di zanzare che trovavano nido e rifugio sul suo perimetro, crescendo e si moltiplicandosi.

Milano non sarebbe quella che è oggi senza il verde che l’ha circondata.

Proseguimmo con le nostre ricerche, semplicemente visive, inutilmente estetiche, infilandoci al tempo stesso, e di certo inconsapevolmente, in quella che gli anni successivi è diventata la storia dell’evoluzione.
La conferma, traumatica e vera, che i parchi erano lì non per le persone ma per le zanzare, è stata scoprire pochi anni dopo il ruolo della società SC Johnson & Son nelle decisioni urbanistiche della città. Ne iniziarono a parlare i giornali e la televisione. A Milano non erano il Comune, la Provincia o la Regione a decidere le sorti della mappa urbana, bensì la multinazionale dell’industria chimica che produce l’Autan. Fu lei che più o meno segretamente finanziò lo sviluppo di tutti i parchi e i corsi d’acqua della città. E fu lei che ebbe bisogno sempre di allevamenti nuovi e fertili.
Inizialmente, quando la cosa venne fuori, passò come una semplice strategia per poter vendere di più, per incrementare i profitti grazie ad una domanda sempre crescente. Più zanzare, più morsi più Autan. 
Qualche tempo dopo i fatti di cronaca portarono alla luce una verità nuova, più fredda e più nitida. Lo scopo non era tanto quello di vendere di più per far più soldi, quanto quello di poter condurre una ricerca scientifica a dir poco controversa con continui ed efficaci test sul campo.
L’Autan funzionava un po’ come un vaccino, portando chi ne faceva uso (e con l’andare del tempo sempre più abuso) ad assumere una piccola dose di quello che si tentava di sconfiggere. Un po' di veleno ogni giorno ci rendeva immuni da se stesso. E così più cercavamo di liberarci delle zanzare e della loro fastidiosa emofagia, più in realtà ci avvicinavamo ad esse lentamente, accogliendo la loro sete nei nostri geni.

C’erano prove che la SC Johnson & Son produsse e diffuse Autan per anni, convincendo i primi complottisti che fosse l’esigenza di profitto immediato a rendere i parchi enormi allevamenti. Ma ciò che c’era dietro nascondeva ragioni che ancora oggi, dopo decenni, non sono state del tutto chiarite. Sappiamo che Autan era un piano evoluzionista, che vedeva nel progresso biologico la chiave di volta del potere e della salvezza della specie. Sappiamo che era un progetto pilota condotto da un piccolo nucleo di ricerca, in origine segreto, i cui risultati furono ben più grandi di quelli che avrebbe saputo gestire. Sappiamo che a Milano le persone utilizzarono sempre più Autan, parallelamente alla crescita del numero di zanzare intorno alla città, diventando ogni giorno più simili a chi cercavano di allontanare, e assorbendo sempre di più ciò che volevano vincere, la sete di sangue.

Quando in un agosto di qualche anno dopo ci fu il primo caso di morso alla gola, a Porta Genova, tutto ci sembrò impossibile da credere, e sempre più chiaro. Ci parve ovvio, era nell’aria da tempo in una città come quella. A Milano c’erano i vampiri, e fu questo il più bel luogo comune da cui non riuscimmo mai ad uscire.

28 maggio 2014

Una moltitudine di poche parole.


A ventidue anni parto per Milano e comincio lo stage in questo posto costruito con le fotografie, in questa città costruita con le forme, e appena arrivo tutto mi sembra superficie. Il posto dove lavoro è una grande agenzia di fotogiornalismo, un mondo sconosciuto e perciò entusiasmante, pieno di gente che incontri in pausa pranzo e parla di cose che non sai e che puoi imparare solo pian piano. E quando non è pausa pranzo si lavora e si parla di cose che non sai e che devi imparare veloce veloce. Lì imparo anche il nome delle cose che mi circondano, tutte con la s: scighera, schiscetta, sciura.

Una mattina, dopo forse un mese che sono lì, arriva uno stagista nuovo. Lo vedo altissimo e biondissimo, con gli occhi chiarissimi. Forse non erano nemmeno così chiari, ma io lo vedo proprio vichingo. Ok, questo ha vinto, penso. Se è vera la storia che in queste situazioni bisogna farsi vedere, competere per emergere, lui è già lì, è finita. Sembra il giovane Thor e io a confronto Lello Arena.
La storia non è vera e la competizione non c’è, meno male. Il ruolo che abbiamo ci porta a stare insieme spesso e scopriamo subito che stiamo bene l'un con l'altro. Mi prende in giro che non so pronunciare la z di alcune parole (tipo zanzara o calzino, non l'ho mai capito), e io a lui, che parla come una pubblicità di Radio Nord Giovane. Raga, stizza, bella, sbatti, benza. Già dai primi giorni ci raccontiamo quanto siano forti alcuni dei lavori che vediamo in quel posto, e quanto potrebbero essere migliori altri. E in quel pensarli migliori, in quel confidarci che potremmo forse immaginarli diversi, più belli, diamo vita senza dircelo ad una consapevolezza, un percorso. Ne iniziamo a parlare tanto, anche se non abbiamo ancora né l'esperienza, né gli strumenti per capire veramente come fare. E quindi spesso sono poche parole, ma tantissime lo stesso. Una moltitudine di poche parole su come faremmo e come faremo fotografia.

Nelle pause pranzo andiamo a mangiare in un parchetto, che a pensarci oggi è solo una serie di aiuole che si intrecciano non lontano dall’agenzia, e un giorno lui mi chiede se conosco Don McCullin. Io rispondo boh, forse. E lui mi dice eh boh pure io, però ho trovato la sua biografia da qualche parte e ho cominciato a leggerla. Per giorni continua a parlarmene, ad ogni pausa pranzo, mentre facciamo strada verso il parchetto, quando siamo lì e mentre torniamo indietro. Mi dice di quanto siano incredibili le sue foto e di quanto, forse ancora di più, le esperienze che ha fatto per scattarle. Ascolto e inizio a pensare che non si tratta di qualcosa di così forte per me, la missione del fotogiornalista io non la vivo, non la sento in quel modo lì. E penso anche, senza dirglielo, che è un ragazzo troppo alla mano, troppo simpatico, per voler fare veramente certe cose. Cioè dai siamo qui che ci diciamo un sacco di cazzate e scherziamo e ci troviamo bene, davvero avresti voglia di seguire quella strada? Qualche anno dopo, così come mi rendo conto che Milano esiste anche oltre la sua superficie, capisco che per fare fotografia di conflitto non devi necessariamente essere uno stronzo. E quindi la risposta a quella domanda sarebbe stata sì, e sarebbe stata certamente la risposta giusta.

Andy e io passiamo un bel pò di tempo insieme quella primavera. Vediamo insieme le mostre e i festival di fotografia, e quando è maggio pieno andiamo a Pianello Valtidone, un posto lontano anni luce da Milano, nonostante ci si arrivi in poco più di un’ora. Mi sembra che mi ci porta proprio lui lì, dice andiamo a vedere che c’è Alex Majoli che sta mettendo su qualcosa. E quando arriviamo c’è effettivamente Alex Majoli che, altissimo, sta mettendo un sacco di roba nella sua vecchissima mercedes, e c’è anche un altro tipo che non so ancora chi è. È altissimo pure lui. A vederli tutti e tre insieme sono tutti altissimi, sul serio. Penso cazzo, Lello Arena. Majoli sta partendo per andare a Cannes, al festival del cinema, per un commissionato lì, a fotografare non so cosa. Ad un certo punto molla quello che sta facendo e si siede su una sedia di plastica in mezzo all’asfalto che c’è davanti a questa sorta di officina vuota, o rimessa o open space. Parliamo insieme di un pò di cose, di quello che vogliamo fare, di quello che è necessario e di quello che sembra giusto. Lui è un tipo strano e carismatico, con le idee chiare. Ci dice roba che sembra presuntuosa e provocatoria e che solo dopo qualche tempo capiremo essere la verità.

Finita la primavera io e Andy iniziamo a vederci più di rado. Lo stage finisce e noi prendiamo strade che pian piano si separano e ci portano a sentirci sempre meno e a rivederci poi solo per caso. Lui continuerà a frequentare e vivere quel posto, mettendo su uno dei collettivi più belli.

Quell’estate finiscono un pò di cose di cui mi accorgo, ma finisce soprattutto qualcosa di cui non mi accorgerò fino all’altro giorno. Quell’estate finisce l’inizio. Il primo passo, il primo pezzetto di una strada che poi si continua altrove, distanti, ognuno giustamente e serenamente per sé. Finisce quel momento in cui vuoi capire la direzione, scegliere sempre di più chi stai diventando e di che cosa vorrai entusiasmarti di lì a qualche anno. Tutto questo finisce lì, e diventa memoria. Ed è bello averlo condiviso con qualcuno che è poi diventato un grande fotogiornalista per davvero.

08 aprile 2014

Palermo / Palermo, solo andata.


L’aereo decolla in orario, sono le otto di mattina e io mi sono svegliato alle cinque. Non so bene per quale ragione, ma quella mattina decido di non bere caffè prima dell’arrivo a Napoli, forse per non rovinarmi il sonno in volo. E quindi niente caffè. Tanto, penso, arrivo a Napoli alle nove e faccio colazione con un cornetto cremamarena. Già me la pregusto e dico vabbè dai, niente caffè per il momento, e mi infilo nell’aereo subito subito, come a voler accelerare i tempi, prendo posto e quello parte.
Dopo una mezzora di volo mi sveglio e penso cazzo mi sono svegliato. Ho pure sacrificato una colazione e nemmeno riesco a dormire come si deve; poi finisce che arrivo a Napoli stanco, pranzo in famiglia e mi alzo da tavola catatonico, mi metto in macchina per andare a L’Aquila e mi viene sonno. Così penso che va a finire, ma non va così.
Infatti mentre mi struggo per il caffè che sarebbe potuto essere, mi accorgo che il mio risveglio apparentemente inspiegato era dovuto a delle virate un pò importanti che l’aereo stava facendo. Così importanti che inizio a chiedermi se il pilota sia a conoscenza della rotta. Per andare a Napoli basta che vai sempre dritto, lo sanno tutti, e non finisce di pensarlo che il pilota risponde:

“Signori passeggeri, è il comandante che vi parla. Abbiamo riscontrato un malfunzionamento al velivolo che ci costringe a tornare indietro e atterrare a Palermo. Sono davvero spiacente, una volta atterrati cercheremo di risolvere il problema quanto prima e di portarvi a Napoli nel più breve tempo possibile”.

Già quando parla il comandante uno un pò si caca sotto a prescindere, diciamoci la verità. Ma la paura in effetti non era tanta, piuttosto era tanto lo sconforto per essersi alzati presto, per aver preso un aereo, per aver effettivamente volato, e per trovarsi alla fine di nuovo al punto di partenza senza aver risolto nulla. E ancora siamo a metà storia.

A questo punto cominciano ore infinite che nessuno vorrebbe vivere, figuriamoci se le vuole sentire raccontate. Una mattinata ad aspettare notizie sull’aereo rotto, sul tecnico che lo deve aggiustare, su un altro velivolo che deve arrivare sailcazzo da dove a prenderci e portarci a Napoli, e l’assistenza e i rimborsi, e andiamo a fumare al di là dei controlli di sicurezza prendendoci due tumori alla volta (uno con le sigarette, l'altro con i continui raggi x), e i documenti, il tentativo di andarsene, e poi l’epopea che ognuno di noi ha affrontato e la vita che ti aspetta arrivato a destinazione. Un CPT insomma.

Alle tredici si riparte, finalmente. L’aereo nuovo non è arrivato ma il tecnico ha aggiustato quello vecchio, ha firmato i documenti giusti e ha detto che mi posso andare a prendere sto cazzo di caffè a Capodichino (che nel frattempo, per principio, ancora non mi sono preso).
Decolliamo in mezzo ai sorrisi, al maltempo e alle prese in giro all’equipaggio. Gli assistenti di volo sono gli stessi, il pilota è cambiato, che a quanto pare quello di prima c’aveva da fare. C’è un tipo seduto dietro di me che quasi vuole aprire la cassata che ha con sé, per celebrare la convivialità che si è creata tra tutti. Poi non lo fa, che tanto tra un’ora se la mangia a Napoli con gli amici suoi.
Mi metto le cuffie con della musica qualunque e penso che a sera racconterò a tutti questa cosa. Non provo nemmeno a dormire, e passa mezzora. L’aereo vira a destra un pò. Poi di nuovo e non si raddrizza. Mi tolgo le cuffie e guardo fuori, poi cerco con gli occhi il tipo incravattato che all’inizio ci aveva fatto il balletto di emergenza.
A quel punto si sente la voce. È un altro pilota, parla in inglese, la maggior parte della gente non afferra subito le parole, ma tutti insieme capiamo immediatamente il senso.

“Ragazzi sono il comandante, quello nuovo. E mi sa che sono pure l’unica cosa nuova di questo aereo. Si è scassato un’altra volta. Veramente. Mi dispiace un sacco ma se non torniamo a Palermo poi se la pigliano con me. Non mi pare niente di grave, però una grattata di coglioni io me la farei comunque.”

Brusio. Silenzio.
Non so bene come reagire, sembra un incubo a spirale, mi guardo intorno e vedo che non lo sa nessuno. Ci dicono che è un guasto all’impianto di aerazione, insomma niente di pericoloso secondo loro. A me invece viene subito pensare che l’aerazione è una cosa fondamentale per un aereo, almeno quanto la navigazione lo sia per le navi, e la trazione per i treni. Senza l’aerazione che aereo è? Sono le basi della fisica meccanica. Ad ogni azione corrisponde un’aerazione. L’aerazione è il discrimine tra la vita e la morte, se sei in cielo l’aerazione è dio. Cerco proprio di avere una crisi di panico, ma sfortunatamente per questo blog non ci riesco.
Ma ti pare che ci mettono sullo stesso aereo con lo stesso difetto? E poi sto tecnico chi l’ha chiamato, ma chi è? Non c’è nessun tecnico, ecco la verità, nessuno c’ha messo le mani secondo me. Ci hanno dato un altro pilota apposta, sperando che non si accorgesse di niente. Magari speravano si facesse tutto il viaggio senza notare la spia rossa col teschio che lampeggiava sul cruscotto, e invece alla fine se n’è accorto e fa una manovra di atterraggio che ci fa essere a Punta Raisi in dieci minuti. Scende talmente tanto veloce che l’unica cosa che mi mantiene alla poltrona è la cintura di sicurezza. Si capisce che il pilota c’ha fretta di tornare a terra, non fa niente il maltempo, i vuoti d’aria, l’aerazione, la cassata, il caffè non preso. Dobbiamo tornare subito.

In generale a bordo ci sono lamentele contenute, sorprendentemente. All’inizio credo sia perchè l’aereo è pieno di gente (napoletani e palermitani) che ha fatto dell’ineluttabilità la base di una vita serena, una sorta di zen impanato e fritto. Come si dice “siamo sotto il cielo”. Ma qui non vale, sotto il cielo non ci siamo più; adesso, una volta tanto, ci stiamo proprio in mezzo a quel cielo, e qui evidentemente l’ineluttabilità non basta. Credo che inizi a prevalere piano piano la paura che tutto questa situazione sia qualcosa da risolvere al più presto, e quindi è meglio se per il momento si fa come dicono loro, poi appena stiamo coi piedi per terra facciamo come diciamo noi. Quindi poche lamentele, chi ha qualcosa da dire non lo fa, trasformando tutto in rancore da tirare fuori al momento giusto - poco dopo, in aeroporto, dove tutta la vernacolarità del mediterraneo prenderà forma - quando qualcuno chiamerà la stampa e qualcun altro la polizia.

Il 6 aprile è stato il quinto anniversario del terremoto di L’Aquila e pensavo fosse giusto andarci. È una città che ho conosciuto negli ultimi anni perché ci ho lavorato, iniziando una ricerca che forse non ho ancora finito. Mi ci sento legato e tenuto a distanza allo stesso tempo, come se fossi stato preso con quegli attrezzi che si usano per catturare i cani pazzi. Quei cosi con un’asta e un cappio in cima che quando ti prendono non ti permettono più di scappare, ma nemmeno di avvicinarti.

E così finisce che il 5 aprile passo una giornata a collezionare decolli e atterraggi di emergenza, voli che partono senza arrivare mai, e a non poggiare i piedi su nessun’altra terra che non sia quella di Sicilia. E a non bere mai caffè. Comincio a pensare che a L’Aquila non ci arriverò mai.