26 maggio 2016

Tutti dentro.


- In alto come siamo messi?
- Troppi aerei, signore. Non possiamo alzarci più di così.
- Allora scavate ancora.
- Abbiamo scavato già. Sotto è tutto vuoto, signore.
- E di lato? Di lato è vuoto? Possiamo metterci di lato!
- Nossignore, di lato è tutto pieno.
- Anche a sinistra? E più di lato ancora?
- Spiacente signore, ma sempre più a sinistra siamo arrivati a destra, dall'altra parte. Tutto pieno.
- Mmmh.
- Signo...
- Giovanotto, non voglio sentire niente. Dovete scavare ancora. Non c'è soluzione. Scavate dove tutto è già pieno e costruite dov'è tutto ormai vuoto. Sventrate i palazzi, le case e i centri commerciali e riempiteci le cave e i tunnel.
- Certo signore, come desidera. È solo che potrebbe essere difficile da spiegare, dico alla gente.
- La gente?
- Mi perdoni, ma crederebbero che è soltanto per muovere materiali e uomini, o peggio ancora per fare soldi. Sembrerebbe un lavoro fine a sè stesso.
- E invece è tutt'altro, ragazzo. E tu lo sai bene se lavori qui. Il fine c'è.
- "Non deve esistere più alcun fuori in cui rischiare di trovarsi".
- Esatto.

24 aprile 2016

Disastrologia.


Ariete
È stata una giornata pesante e, arrivato alla fine, sono molte le porte che ti trovi davanti, ma procedi sicuro verso una soltanto. È quella che conosci meglio, quella che hai varcato tante volte, la porta di casa tua. Questa volta però la trovi chiusa a chiave, sbarrata, inaccessibile, tanto che ti insospettisce un pò ti preoccupa. Quella che è sempre stata un’operazione fatta con indifferenza e naturalezza, rientrare a casa, sembra oggi il più difficile dei traguardi. Purtroppo, Ariete, questa volta nessun tentativo di comprensione o accondiscendenza ti aiuterà. Sei costretto ad affrontare la situazione di testa, seguendo la tua dote più caratteristica, e dovrai sfondare quella porta.

Toro
Sono mesi che le stelle cercano di indicarti la strada, che i pianeti e le costellazioni si combinano disegnando il mondo che ti circonda, ma solo adesso, con una porta sfondata alle tue spalle, riesci ad unire tutti i puntini e a capire quanto ultimamente sei stato coglione. Ecco il momento in cui tutto l’universo si rivela ai tuoi occhi, e purtroppo non è un bello spettacolo. Capisci finalmente perchè ti sei sentito stranamente tagliato fuori dalle tue cose, dalle tue relazioni, da casa tua. E lo capisci entrando in camera da letto e trovando Venere in opposizione, che poi si configura con il tuo migliore amico steso sulla tua ragazza. L’amore di cui non hai mai dubitato mai si rivela una grande menzogna e tutto perde di senso, tranne le tue corna, Toro.

Gemelli
La vita è uno specchio, ci fa credere che siamo duplici, che siamo la metà di qualcosa, che viviamo relazioni con persone uguali a noi. Sorridono quando sorridiamo, ci assomigliano, ci sanno guardare negli occhi. È arrivato però il momento in cui ci si rende conto che quelle persone, quelle amicizie e quegli amori sono soltanto una proiezione. Siamo sempre stati soli.

Cancro
La settimana che hai davanti non è cosa da poco, diciamocelo. La tempesta che si abbatte sulla tua vita sentimentale inzuppa pure le vicende lavorative, la famiglia e la salute. Dovresti cercare di mangiare di più, di dormire meglio, di uscire di casa più spesso... ma ti sembra un compito così noioso e difficile che alla fine passi i pomeriggi sul divano col pollice che striscia da solo sul cellulare. Non vuoi vedere nessuno, e quella che ti ripeti essere una corazza, un carapace che ti protegge, è in realtà una malattia.

Leone
Dopo settimane di apatia è arrivato il momento di far vedere al mondo intero di che pasta sei fatto. Ti sei convinto che nella vita non serva davvero coraggio, ma solo dimostrare di averne. Di conseguenza cerchi di curare molto la tua vita sociale: apri anche un account Instagram. Ogni tanto esci per fare il brillante agli eventi a cui avevi detto “Parteciperò”, sorridi, bevi più del solito, ti compri una giacca figa che quando finirà questo periodo non metterai più. Pubblichi post su facebook dicendo che stai per partire, che stai facendo qualcosa di misteriosamente artistico, che hai letto un libro intero, che scrivi per un giornale importante, che hai imparato il jujitsu.
Cambi una foto profilo ogni tre giorni, posti un’immagine della tua scrivania ogni sei ore, ti geolocalizzi ogni sera, metti “Parteciperò” ad eventi in città in cui sai che non andrai mai. Speri che qualcuno reagisca. E alla fine sì, sei diventato effettivamente il re della giungla, anche tu. 

Vergine
Hai appena conosciuto una persona nuova. Forse non sarà quella giusta, ma in questo momento è quello che ti serve: riguadagnare fiducia in sè stessi è un processo che passa dal ricevere fiducia altrui. Le hai raccontato quanto basta per creare intimità, proteggendo però il tuo fascinoso mistero e soprattutto i cazzi tuoi, perchè non hai voglia di condividere certe cose più con nessuno. Cerchi di tornare ad essere emotivamente integro, illibato impenetrato. Ma guardati allo specchio, Vergine, l’imene sentimentale non si può ricostruire. 

Bilancia
Va bene, non tutto il male viene per nuocere. Però sticazzi, fa male, anche se non lo fa apposta! La tua costante ricerca di un equilibrio interiore parte proprio dalla necessità di accettare il dolore, la sofferenza. Sei consapevole di tutto, cerchi la tua misura per il mondo e sebbene sia difficile ti dici che la vita è solo una serie di relazioni tra i suoi elementi, che è tutto bello così, che lo zen, che vaffanculo. Caro Bilancia, in questo momento la tua vita sembra essere un’altalena tra il vedere tutto bellissimo e il vedere tutto una chiavica.
 
Scorpione
La vita è meravigliosa.
 
Sagittario
La vita è una merda.

Capricorno
In un epistolario di affetti (in effetti uno scambio di telegrammi) di metà novecento è stato trovato un dialogo d’amore tra più concisi e ambigui di sempre. Sebbene le speculazioni a riguardo siano state tante, nessuno è mai arrivato ad un’interpretazione certa.
- Ti amerò sempre come se fosse la prima volta.
- Io sempre come se fosse l’ultima.
Ci si è a lungo chiesti se si trattasse di una meravigliosa dichiarazione d’amore o di un presagio di sofferenza. E se in effetti ci sia una reale differenza tra le due cose.
Dal canto tuo, Capricorno, lo zodiaco è ricchissimo di animali con le corna e sembra non ce ne si possa sbarazzare mai. In testa ti girano sempre le stesse domande, come chiunque abbia provato a dare un senso ad una storia d’amore. Lascia perdere.

Acquario
Il mondo fuori è tutto finto, ovattato. Non senti niente per davvero, ti accorgi di vedere le cose che succedono, ma non ne comprendi davvero l’importanza. È come guardare il mondo dal di qua di un vetro. Le flessioni, gli addominali, l’alcool, le scopate sul divano, gli amici di sempre, i sempre degli amici, i nuovi acquisti, le feste, l’insonnia, l’erba, la solitudine, i nuovi amori, i vecchi errori, la corsa, la leggerezza, il lavoro, l’estate.
Il mondo al di là del vetro è terribilmente noioso, sconnesso, inautentico. Eppure, Acquario, è proprio quel vetro che ti tiene integro. Quel filtro, oggi, costituisce anche la tua struttura, la protezione di quello che sei ora. Se te ne liberi per cercare di vedere meglio oltre, rischi di ritrovarti vuoto.

Pesci
Alla fine ce l’hai fatta. Le preoccupazioni che le stelle ti hanno imposto nell’ultimo periodo sembrano essere svanite davvero tutte. L’opposizione di praticamente tutti i pianeti della galassia è ormai un ricordo e il cielo disegna finalmente un’atmosfera di rinascita. Quella stronza si è trasferita a Milano. Non hai paura più di niente e le tue giornate si susseguono sempre più serene, nella consapevolezza che il pericolo e tutto ciò che lo riguarda sono ormai lontani, inaccessibili, innocui. Non ne saprai più niente, e già questo ti rassicura. Ma presta comunque attenzione, Pesci. Nuotare con troppa disinvoltura in un mare che sembra libero da notizie dolorose e inaspettati aggiornamenti dal passato può farti sottovalutare la minaccia più grande per uno come te: la rete.

9 febbraio 2016

Poeti e navigatori.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


Mentre guido cerco di ricordarmi la ragione per la quale sto andando a Castelgrande, il motivo per cui ritardo ancora la mia uscita dalla Basilicata. Non che poi quest’uscita voglia dire molto, è di certo solo una cosa psicologica, catartica, però vuoi mettere, di sti tempi, a trovare una cosa catartica che veramente funziona?
Me lo ricordo quasi subito di che si tratta. Si tratta di stelle. C'è questo posto in cui si dice che di notte c'è il buio vero e puoi vederle come in nessun altro posto, tanto che ci hanno costruito questo grande osservatorio astronomico, a mille e duecento metri di altezza, perché “il contesto ambientale, privo di inquinamento atmosferico e luminoso ha contribuito a creare le condizioni ideali per l’approfondimento dell’astronomia”. Suona detta da un politico, più che da uno scienziato, e difatti è dagli anni sessanta che tutti quanti sono lì a dire che figata ci facciamo il più grande centro astronomico d’Italia, d’Europa o magari d'America. E ce la mettono tutta, ogni giorno, per riempire quelle alture di ricercatori, astronomi e astronauti, ottenendo però a quanto pare tutt’altri risultati.
È successo infatti che mentre gli anni passano e le strade del paese continuano a non riempirsi di scienziati, a Castelgrande nascono e crescono generazioni di poeti e di navigatori abilissimi, che come si sa diventano tali a furia di guardar le stelle.


E quel cielo che non viene quasi mai studiato resta comunque sempre lì a disposizione, istruendo una quantità sempre crescente di innamorati, aspiranti esploratori, cuori infranti, ambiziosi avventurieri e animi sensibili in genere. Dove non è arrivato il progresso, è comunque rimasta la contemplazione. Ed è giusto pensare, ancora una volta, che è il territorio che plasma le persone. E lo fa in silenzio, anche contro il loro volere, prendendosi forse la rivincita per tutte le volte in cui succede il contrario.
Così oggi Castelgrande, comune dell’entroterra montuoso lucano, pur non essendo diventato un centro astronomico di livello internazionale come sperava, può vantare il rinomato Circolo di Vela e Navigazione Astronomica “Amerigo Vespucci”, e la sede dell’Associazione culturale “Lo Spazio Poetico”, dove ci si confronta su composizioni che hanno per temi principali la fuga, l’infinito e l’adolescenza negli anni settanta. Che comunque sono cose.

Chiaramente un posto del genere ti dà molto da pensare. Ad esempio, un luogo così tanto buio di notte sarà assolatissimo di giorno. Magari è una fesseria. Però io ero lì negli stessi giorni in cui l’estate nelle grandi città nutre la frustrazione di chi lavora, in cui i vecchi muoiono di vecchiaia e i telegiornali dicono che è stata l’ondata di caldo. E quindi al sole, un po', ci pensavo.
A dire il vero non sono una persona che lo patisce, il caldo. Tanto che quello enorme, soffocante, che c’era quando sono arrivato me lo ricordo non tanto per il sudore, l’afa e il disagio. Non sono stati quelli a diventare memoria, quanto l’enorme sollievo, quasi incredulo, che ho provato alla domanda: “Robè, te lo vuoi fare un tuffo?”.
Il tipo che incontro a Castelgrande si occupa di tante cose pubbliche in paese, e non è il sindaco. Tra le tante gestisce la piscina, credo comunale, alle porte del centro abitato. E’ un tipo sorridente ed estremamente ospitale, sebbene sia preso da mille pensieri.
Il mare è lontano centinaia di chilometri, guardo alle sue spalle e tutto è celeste e bianco, cemento bagnato e piastrelle lucide, e l’acqua sembra la più fredda di sempre. Certo che lo voglio fare un tuffo, ed è quello che ancora mi ricordo.

Due ore dopo sto seguendo una macchina della polizia municipale che mi fa strada verso una località sperduta e brulla, dove c’è appunto il grande osservatorio.
Quando arriviamo lasciamo le auto e chiedo al vigile che mi ha fatto strada se può raccontarmi un pò la storia di quel posto, per come la conosce. La sua risposta è lenta, cadenzata, forse svogliata, a farmi intendere che in fondo è una storia ovvia, fatta di desideri e di mancanze, di grandi paesaggi e di un progressivo lasciar perdere. Nel frattempo fa scorrere un grande cancello di metallo, e la storia inizia a procedere al di là, attraversando lenta, insieme a lui e me, un piazzale enorme. Poco dopo, quando si apre il portone d’ingresso, i nomi e le inaugurazioni ci precedono all’interno, e mentre camminiamo in grandi corridoi, saliamo scale e accendiamo luci le vicende occupano ogni spazio, prendendo la forma che trovano. Man mano che entriamo nelle stanze la trama inizia a rarefarsi, ripetersi e diluirsi, e i vuoti degli ultimi anni si sovrappongono ai vuoti dei laboratori e degli uffici, arrivando pian piano al telescopio, spento e coperto. A quel punto il vigile se ne va via, nel silenzio che lo ha contraddistinto sempre, lasciandomi lì da solo per tutta la notte.

Immaginavo di poter finalmente vedere il buio vero, in un posto del genere. Di poterne avere paura e magari di volerlo anche fotografare. E mi chiedevo se si può vedere il buio se non si vede niente. Come posso dire di aver visto il buio assoluto senza il sospetto, invece, di non aver visto proprio nulla? Come faccio a distinguere una cosa che si manifesta totalmente indistinguibile? Ah non lo so mica, ma proprio per questo sarà di certo un elemento risolutorio, fonte di serenità e sollievo, angoscia e panico. Sarà sicuramente un buio rivelatore!
Così mi siedo su una di queste panchine messe lì intorno e guardo il tramonto fino alla fine, fino a che non ce n’è più e inizio a sentire freddo. E sto lì a guardarmi intorno, sapendo che dovrebbe proprio succedere qualcosa da un momento all’altro, e invece non succede niente. Il buio arriva e, ancora una volta, mi ci abituo.

2 febbraio 2016

Sigarette Jedi.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


Anche qui, come in tutti i deserti, non sono abituati all’idea del turista. Se arrivi da altrove sei solo un forestiero. Sì, a volte potresti essere plausibilmente un turista con il quale attuare le solite prassi, ma generalmente ci si ferma alla prima impressione. E mi rendo conto che è anche una cosa bella per certi versi, ma per certi altri direi proprio di no.

Lo scenario che mi circonda non potrebbe essere più allucinante. Il sole in certi posti sembra sorgere già a picco, da un momento all’altro, quasi a spaventare chi dorme, più che semplicemente a svegliarlo. Sembra un po' come stare nel primo film di Guerre Stellari, che poi sarebbe quello che è uscito come quarto (da alcuni considerato il quinto, se li conti in equilibrio su una gamba e con le dita nelle narici). Insomma il film dove c’è quel pianeta in cui abita il piccolo Anakin, dove si fanno le gare di astronavi tra la polvere e tutto è arido e ci sono incidenti, corporazioni, schiavisti e silenzio.

La mattina in cui arrivo dormono ancora tutti, è molto presto, mi faccio un giro ed entro a fare colazione nell’unico bar che trovo. È in un caseggiato basso costruito come tutti gli altri, come le case, come la scuola, come il municipio e il supermercato. Ogni edificio è uguale all’altro perchè tutto è stato tirato su in un giorno, quando si decise di evacuare il vecchio insediamento e venire a vivere qui, in un paese che prima non c’era e che a pensarci bene non si può essere sicuri ci sia nemmeno ora.

Avvicinandomi al bancone scopro con grande disappunto che è già finito tutto. Niente cornetti, niente brioches o paste, niente tramezzini, trecce, panini. Niente. Tutto finito, e nemmeno sono le otto di mattina. La mia faccia è inequivocabile: disperazione totale, sconforto senza ritegno. Rifletto e mi persuado che questo paese è così piccolo che i colazionanti al bar si potrebbero contare sulle dita della mano di un bambino, semmai nascesse, e di conseguenza il barista compra solo due o tre cornetti per quei pochi, soliti, avventori. E il forestiero in sovrannumero si muore di fame.
Chiedo affamatissimo se c’è qualcos’altro da mangiare e lui, indicandomi le patatine alla rosa canina e kevlar, mi domanda da dove arrivo. Gli dico che sono partito da Nova Siri, quando ancora era buio. Mentre lo dico, in un bar circondato da chilometri di sabbia e calanchi, mi accorgo che Nova Siri sembra il nome di una stella buona, di un'oasi ospitale attorno alla quale si è radunata la vita e sono nate le nuove colonie di una specie esule. Domando se c’è un altro posto aperto dove posso fare colazione e mi viene detto il nome di un paese che forse nemmeno mi ricordo.

Prendo solo un caffè, mettendo da parte l’appetito enorme che provo ogni volta che mi alzo, e chiedo al barista dove posso comprare le sigarette. Fuori è già caldo, non si muove niente. Il ragazzo dietro il bancone si gira con la faccia sorniona di quello che non si fa fare fesso. La mia evidente sorpresa e il mio irragionevole lutto per la storia dei cornetti devono avergli forse suggerito che non capisco le dinamiche di un posto del genere. Che non so niente di dove mi trovo, e come un bambino in un uno strip club, ho bisogno che mi si spieghi tutto. Mi risponde, rapido e sicuro: “Dal tabaccaio!”
I due o tre uomini che sono nel bar, vestiti da lavoro, e fino a quel momento immersi nei loro schiamazzi, si fermano e lo guardano in silenzio per un tempo lunghissimo. In quel silenzio pure io osservo la sua espressione fissa, compiaciuta e al tempo stesso indulgente.
Il ragazzo mi vede come un Jedi venuto dalle colonie per testare la sua prontezza e la sua logica, per metterlo alla prova. Oppure pensa soltanto alla mia incapacità da straniero di saper accettare la vita in posto così, anche nelle sue manifestazioni più ovvie. Come l’impossibilità di una colazione per tutti, i fantasmi del paese vecchio, o il dover nascere in un luogo che ti ricorderà ogni giorno che non arrivi da lì. E come, chiaramente, la disponibilità delle sigarette dai tabaccai.
Il silenzio si comprime e collassa in un gigantesco clamore, in cui tutti alzano la voce e cominciano a deridere il ragazzo dietro il bancone e la sua ingenuità. Lui all’inizio sorride nella frenesia generale, fino a ché non si accorge che quella nuvola di ingiurie si è gonfiata solo per piovergli addosso, e quasi non capisce.
Il mattino seguente arrivo alle sette meno un quarto e prendo l’unico cornetto alla crema, un cappuccino scuro e mi fumo una sigaretta seduto lì fuori, meditando zitto sul risveglio della forza.

26 gennaio 2016

La cupola.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 


La musica e la voce partono quasi in contemporanea, come un’unica sirena, come il tragico allarme che precede i bombardamenti. Seduto fuori la mia tenda sto lì a non pensare, e il boato mi investe con violenza e di sorpresa.
Dopo qualche notte accampato libero (o abusivo, come vi pare) mi sono fermato in un campeggio qualunque a Metaponto. Tra i tanti ho preso il primo che c'era, volendomi solo stendere e rilassarmi, senza stare a pensare a chi, mentre dormi, può venire a ucciderti, arrestarti o a pisciarti sulla tenda.

E questo mio essere campeggiatore accidentale e improvvisato, in un luogo del genere, si vede. La mia tenda è grande quanto una vasca da bagno al contrario, non ho nemmeno una sedia, o un cavo per stendere il bucato, né tantomeno un bucato da stendere. In effetti sto pagando solo per concedermi due cose che nei giorni precedenti non sono riuscito a fare senza rischiare una denuncia: montare una tenda in una proprietà privata, e farmi un paio di docce come si deve. Il mio essere approssimativo si vede, dicevo, perché sono circondato tutto intorno da un ecosistema di camper ed enormi tendoni per reggimenti che fanno pensare di essere in un insediamento permanente, abitato da gente che sarà in vacanza per sempre in tende che a vederle potrebbero avere addirittura le fondamenta.
Probabilmente, per sentirsi come se fosse davvero la loro seconda casa, i campeggiatori attrezzano e accomodano il proprio alloggio con milioni di gingilli e accessori, tubi e tendine, pentole e bacinelle, sedie pieghevoli e tavoli richiudibili, moquette, amache, materassini, piscine gonfiabili, schermi a led, parabole satellitari, basi di lancio per satelliti televisivi, moduli lunari e supersantos. E così ti ritrovi in un luogo protetto da una cupola enorme, sofisticata e invisibile. Una cupola messa lì a proteggere la routine quotidiana dei campeggiatori da ogni minima infiltrazione, ad evitare ogni fastidiosa variazione alla vita di sempre. Se ci rifletti un secondo, stai zitto e ti guardi intorno, ti accorgi che la cupola rende quell’habitat impermeabile alla vacanza.


Ad ogni modo, mentre sei lì seduto a cercare di vedere questa cupola e di apprezzare la rassicurante tranquillità che ti circonda, parte il rave. La voce è entusiasta e invita la gente ad avvicinarsi, parla a ritmo con la musica finto latinoamericana, e tutto insieme è il rito esplosivo dei balli di gruppo, celebrato ad un volume da conflitto termonucleare.
Mi alzo in piedi e guardo nella direzione da cui proviene il tutto. Non vedo niente e decido di avvicinarmi, convinto che, come al solito, il mio relativismo mi farà giustificare anche questo.
E invece dev’essere successo qualcosa ultimamente, perché quel relativismo a cui sempre mi ero affidato comincia a vacillare, e arrivato di fronte ai balli di gruppo, partecipati esclusivamente da bambine e da qualche over 50, lo sconforto mi prende.
Un semicerchio di famiglie monofiglio stanno sedute a tavolini di plastica vuoti. Il padre al cellulare, il figlio pure, la madre guarda chi balla e muove le spalle, non volendo arrendersi al fatto che anche quest’anno le vacanze non rappresenteranno alcuna rivincita sulla vita (né tantomeno sul resto dell’anno).
Calci e pugni all’aria, piroette e ancheggiamenti, tutto lentissimo. La musica e la voce dell’animatore sono ovattate e indistinguibili. Manca solo che mi si annebbi la vista. Un paio di minuti di realtà in slow-motion valgono come una settimana, così mi giro e mi allontano.

Tornando dalle parti della mia tenda (che quasi devo cercare con le mappe, non riesco mai a ricordarmi dove sia), imbocco uno dei vialetti tra i camper e gli oleandri. È una stradina corta e buia, sicuramente è quella sbagliata, ma non posso ancora dirlo perché non si vede una mazza. Un’unica luce in fondo, sparatissima, permette di distinguere la sagoma di una signora bassina che si avvicina. Come molti, a quell’orario raggiunge la sorgente della musica alle mie spalle, per stare seduta anche lei, con il suo vestito nero a fiori, ad un tavolino di plastica bianca di fronte al bar guardando la gente che balla come se fosse la televisione.
La sagoma della donnina mi si avvicina e sembra non voglia affatto procedere oltre. La osservo camminando sempre più lento, fino a fermarmi nel buio e nella musica lontana. Forse la spaventa trovarsi davanti un tipo minacciosissimo come il sottoscritto, in un vialetto di un campeggio male illuminato. Non faccio in tempo a pensarlo che lei mi smentisce, avvicinandosi sicura e con un sorriso malizioso. La saluto, cercando complicità. Lei mi fa cenno di abbassarmi, come se volesse sussurrarmi all'orecchio qualcosa, e a voce sommessa mi domanda:

- La vuoi anfetamina?

Sgrano gli occhi d’un colpo. Non tanto per poterla vedere meglio, ma piuttosto per metterci dentro tutte le risate che sono costretto a trattenere. Mica puoi scoppiare a ridere in faccia a qualcuno così avanti negli anni. Non si fa. Cerco di guardare brevemente oltre, per capire da dove sta arrivando questa donnina, ma non vedo niente di insolito, ci sono tende e camper al buio, con qualche lampadina accesa all’interno. Un po' oltre si intravede qualche tv accesa e una luce per le zanzare. Poi i pini finiscono e comincia la cupola invisibile. A quel punto inizio a temere di non avere la più pallida idea del posto in cui mi trovo.

- Non sono sicuro di aver capito signora, lei mi sta offrendo delle anfetamine?
- No, che offrendo. Te le vendo!

19 gennaio 2016

Mondo Lepre.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero. 

 
L’altro giorno ad Aliano ero seduto ad un tavolo di plastica messo sul marciapiede, tentando di scrivere una cosa tipo quella che sto scrivendo ora, ma senza riuscirci poi tanto. Un vecchio, accomodatosi lento sulla panchina di fianco, mi guarda e mi chiede una cosa qualunque, tanto per fare conversazione. Naturalmente questa conversazione vuole essere principalmente votata al capire chi io sia, che ci faccio da solo in un luogo di confino, dove vado e soprattutto da dove arrivo.

Evase queste veloci pratiche di presentazione, tocca a lui raccontarsi, e chiaramente non vede l’ora. In un primo momento, pur avendo subito inquadrato il pericolosissimo soggetto, mi soffermo incuriosito e speranzoso. Dopotutto uno che lo fa a fare un viaggio da solo se poi non si mette ad ascoltare un vecchietto che ti vuole dire la sua.
Dopo trenta secondi mi accorgo a) che non stavo capendo assolutamente nulla di quello che diceva; b) che lui non aveva alcun bisogno che io capissi nulla. In realtà il suo non voleva affatto essere un dialogo, e tutto sommato nemmeno un monologo. Erano delle riflessioni e dei ricordi che finalmente poteva richiamare a voce alta, e tanto gli bastava. Se poi io non accennavo la minima intesa poco importava.
Dopo un po' mi stufo di stare lì a guardarlo senza capire niente, e inizio ad annuire abbassando sempre più spesso gli occhi sul mio taccuino, scollegando lentamente l’audio. Ma, proprio mentre comincio a formulare pensieri autonomi e svincolati dalla sua voce, sento delle robe che iniziano ad avere un senso. Succede tutto in pochi istanti, proprio mentre sto perdendo totalmente la concentrazione: la mia mente pesca tra quello che le era arrivato poco prima (e che io onestamente credevo già rimosso), e mette tutto insieme alle ultime frasi. Piano piano mi si forma davanti una storia che probabilmente ha un suo immaginario, coerente e fantastico.

Il buon vecchio mi dice che è stato in Sicilia, da giovane, da soldato. Capisco in qualche modo che si tratta della fine della seconda guerra mondiale, ma lo capisco a fatica. I suoi racconti, probabilmente per via dell’età - che quando è troppa sembra essere di nuovo troppo poca - non pare parlino veramente di conflitto, di fame e di carri armati. La storia che viene fuori è tutta strana, surreale, ambientata in luoghi dai nomi fantasiosi e i cui protagonisti sono persone dalle caratteristiche grottesche. Sembra il Signore degli Anelli, ma senza il minimo senso del tempo. Personaggi amici citati molte volte all’inizio e poi morti - morti in mezzo agli altri, durante vicende poco chiare in villaggi inesistenti - che ritornano in scena come se niente fosse qualche minuto dopo, in quello che secondo il nostro narratore sarebbe l’epilogo. Dico sarebbe perché l’epilogo per certi narratori non arriva mai.
E il contesto di tutte queste trame che si avvicendano è un’estesissima guerra che sembra avvenire altrove. Ma non c’è da stare tranquilli perchè questo attacco e questa liberazione stanno arrivando anche in Sicilia, si avvicinano, si attendono. Una guerra dal cielo, dal mare e dalla terra, che giunge silenziosa ed esplode immediata: l’invasione degli americani. Anzi, scritto grosso e pronunciato lento lento: L’ I N V A S I O N E  D E G L I  A M E R I C A N I !
E queste meravigliose memorie che quel vecchio produce e mi consegna nello stesso momento sono molto più vicine alla guerra dei mondi che non alla storia di quegli anni. A sentire lui lo sbarco in Normandia dev’essere stata come la collisione tra due Soli lontanissimi, uno scontro di cui tutti avevano visto il bagliore e aspettato l’onda d’urto. E i suoi racconti hanno un equilibrio strano, perchè mentre dà forma a questa fantascienza anni '40, mi parla di Zito e Rinaldi, due ragazzi sudici ma buoni spediti come lui alla guerra, e che come lui sembravano essere lì soltanto per vederla arrivare, meravigliarsene e saperla raccontare. Tipo tre hobbit.

Ormai ascolto in silenzio e continuo, questa volta per estasi, a non dare nessun tipo di segnale al mio interlocutore, che intanto prosegue senza problemi ad essere interlocutore solo di se stesso. Se trovassi il modo di inserirmi gli chiederei di più dei luoghi in cui avviene tutto, e soprattutto dei loro nomi, che sono una delle cose che mi fa più sorridere: tutti i posti che cita hanno nomi di boschi elfici. Tutti boschi elfici siciliani, chiaramente. C’è Canicattivi, o Favarava (all’imperfetto). C'è Bellastrada, e soprattutto c’è Mondo Lepre.
Non lo correggo mai, anche perché in una storia del genere non c’è nulla da correggere. Ma lui, in un momento di pausa, mi nota forse scettico e mi dice sospettoso: “Tu non sei pratico della Sicilia, tu non conosci i posti”. Io accenno una risposta timida, che un po’ invece sì, credo di conoscerli, almeno qualcuno.
Lui mi guarda da sopra gli occhiali appoggiati sulla punta del naso e alti sulle orecchie, e con rassegnazione scuote la testa, in silenzio.

12 gennaio 2016

Fantasmi.

Il testo seguente fa parte di "Questo posto non esiste", una serie di brevi diari raccolti a luglio 2015, quando sono uscito pazzo e sono andato in Basilicata a vedere se era vero.


Dicono che Craco sia diventato un paese fantasma da quando è stato lasciato senza vita, abbandonato e cavo. Però non credo di aver capito esattamente quando e da dove siano arrivati gli spettri, la sostanza ectoplasmatica, i Ghost Busters e Slimer; non sono nemmeno sicuro se il suo essere paese fantasma voglia dire che è abitato da fantasmi o se Craco stesso è lo spirito di un paese defunto.
Tutto sommato non è così importante, io ai fantasmi c’ho sempre creduto. In fondo mi pare una cosa ragionevole che quando lasci uno spazio vuoto, quello, per qualche ragione non rimane vuoto per sempre. E Craco, vista l’evacuazione generale, ha iniziato a contrarsi e piegarsi su di sé, tanto per non perdere tempo e riempire quella cavità.
Oggi accedi al paese soltanto se fai un biglietto da dieci euro, che ti dà diritto ad un caschetto giallo e ad una visita guidata di un’oretta in un percorso messo in sicurezza. Oppure, se sei in viaggio da solo, in tenda, se non vuoi sottostare alle regole che il brutto mondo adulto ti impone, e se ti sei convinto di essere onnipotente, puoi sempre aspettare che l’ultima visita finisca, che l’ultimo gruppo torni al tramonto, che tutti se ne vadano a casa, per salire zitto zitto un sentiero che ti è stato indicato da gente del posto conosciuta il giorno stesso, infilandoti sotto una rete che sai di poter sollevare, e arrivare dentro. Tu e il Padreterno, su un picco diroccato in mezzo ad una vallata enorme. Ettari ed ettari di terreno coltivati a solitudine, e quando inizia a calare la notte te ne accorgi subito perché ovunque guardi non c’è niente che provi a contrastarla.

Quando riscendo giù è ormai buio pieno e mi avvicino al furgone dei panini (che si chiama molto trasgressivamente “Panini”) l’unico posto dove c’è qualcuno. È parcheggiato lì ogni giorno, immediatamente fuori dalla zona recintata, fisso nonostante il suo essere un furgone, fregiandosi di costituire l’ultimo baluardo della vita in quel deserto, e in qualche modo di proporre tutto quello che il paese offriva e ormai non offre più. Certo, vedendo “Panini” uno si fa l’idea che anche da vivo il paese non dovesse offrire poi tanto, perchè a parte la porchetta cecoslovacca e i gelati Sammontana, vende solo birra. Però è comunque un posto bello, punto di riferimento delle venticinque persone che abitano nelle palazzine della zona nuova, fuori dal centro storico crollato (i pochi sfollati che non sono evacuati in un nuovo insediamento).

In giornata ho avuto tempo di conoscere diversi soggetti che bazzicano lì intorno. Rocco è un personaggio dall’età indefinibile, con una bandana americana sulla fronte, un codino e una Dreher. Esattamente a metà tra Hulk Hogan e Benny Hill mi dà subito confidenza, malcelando sorpresa e vanità di fronte al mio interesse a ritrarlo. C’è poi il proprietario della magnifica attività, un ragazzo più o meno della mia età, gli occhiali da sole con i brillantini, una maglia rosa e una pettinatura tipo gomorra. È l’imprenditore del posto, il lungimirante uomo d’affari, il monopolista dei bar e della ristorazione che su un furgone fa girare l’economia a Craco. A lavoro non c’è mai. Suo padre è invece sempre lì, con la sua corporatura piccola e nervosa, i suoi occhiali, i baffi grigi e i denti drittissimi, evidentemente non suoi, grandi e un poco gialli. Si dà molto da fare, e parla con un accento del nord che enfatizza un’innata cortesia nei modi. È quello che mi ispira più fiducia e quando devo chiedere qualcosa chiedo a lui. Sembra il più equilibrato, tra tutti, in quel paese che vive solo del suo vuoto, dei panorami che ti fanno sentire lontano e dei continui incidenti stradali su strade inesistenti che ti costringono a rimanerci, lontano.

Quella sera intorno al furgone, mentre Salvo, un ragazzo loquace, alticcio e preso bene, cerca di convincermi a tutti i costi ad andare con lui per una serata indimenticabile; mentre Rocco, già ubriaco, si chiude una mano nella portiera della macchina che non si apre più, restando lì in piedi singhiozzante e immobile; mentre il buio avvolge tutto e “Panini” diventa l’unica ragione per cui essere lontano non significa essere persi, il piccolo uomo con i baffi mi racconta della sua vita passata. E io ripenso ai fantasmi.
Viveva a Torino, c’era rimasto tanti anni per lavorare, e stava bene, fino a quando dei miei paesani lo hanno costretto a fare una cazzata. Gli chiedo chi fossero questi miei paesani, un po' innervosito nel vederlo così sicuro sulle mie origini. E a quanto pare si riferisce a dei miei strettissimi congiunti di Corleone, che avevano trattato poco bene non so se sua madre o sua sorella, o la moglie, o la figlia. Vabbè non mi ricordo, comunque una femmina di primo grado.
Fissandomi con gli occhi ingigantiti dagli occhiali spessi mi dice di un crescendo di provocazioni, dei giorni che si sovrapponevano, della periferia torinese che era tutta aperta, come il far west, e della fabbrica che ti faceva essere un operaio mentre fino a quel momento eri stato solo uno che faticava. E mi racconta della dignità, che è una cosa che senti tu, e del rispetto, che è una cosa che pur dovranno sentire gli altri.
Così un giorno, dopo una discussione in cui questi uomini avevano detto, andandosene, “Poi sempre ti veniamo a prendere”, lui pensò “Ma perchè poi? Risolviamola ora, non voglio stare col pensiero”. E così si videro in un parcheggio, dove lui gli sparò, e nessuno morì.
Ancora oggi mi immagino quella vicenda come un duello, a mezzogiorno, in una zona industriale qualunque fuori città, assolata come se non fosse Torino, con la sirena di una fabbrica che fa da orologio, nessuno che dice una parola, e il primo a sparare è la persona più tranquilla con cui ho passato quella sera.

Mentre quel piccolo uomo mi racconta del carcere e del suo ritorno al sud, Salvo non la smette un secondo di parlarmi, in sottofondo, domandandomi cose e tracciando prospettive fantastiche sull’eventuale serata che avremmo fatto. Si rivolge a me senza sosta, come se non si sia accorto che sto parlando con qualcun altro. È un ragazzo gentile, buono, lasciato solo dalle strade lì intorno che pian piano si sono prese il padre e il fratello. Credo tenti di essere il più accogliente che può, ma risulta goffo e tenero, e quasi confonde la disponibilità con la costrizione. Continua a dirmi che devo bere qualcosa, dai, è sabato sera, che dobbiamo uscire e andare insieme a fare un giro, ho il motorino, ti porto a Metaponto, e le belle foto che potrai mai fare, e l’alba quando saremo tornati, sulla torre di Craco.
Onestamente ancora oggi mi chiedo la ragione del mio rifiuto. Quando in passato mi sono capitate offerte del genere sono quasi sempre andato a vedere. E spesso ne è valsa la pena, trovandomi a fare esperienze non sempre piacevoli, ma ogni volta vere, ogni volta da raccontare. Gli dico che sono in viaggio da tanto e che mi sto dedicando al mio lavoro, al mattino mi sveglio all’alba e sto bene. Non voglio interrompere questo flusso di cose, mi piace restare a lato di tutto, per questa volta. Gli prometto che la prossima tornerò con una testa diversa e ce ne andremo a bere insieme da qualche parte. Lui annuisce in solitudine, deluso, ma senza smettere di sorridermi.

La mattina dopo mi sveglio di nuovo in tenda. L’ho piazzata nel giardino di una palazzina, montata in piena notte, proprio di fronte all’ingresso. Mi avevano detto che lì potevo farlo, che non sarei stato un fastidio per nessuno. Nonostante le rassicurazioni, nel momento di aprirla ero solo, davanti ad un caseggiato popolare, a disagio, fuoriluogo.
Mi sveglio con la sensazione di non sapere davvero cosa ci sia fuori. Ho passato la sera precedente a parlare con una persona probabilmente invisibile e a convincerne un’altra di essere invisibile io stesso. Appena metto la testa fuori Rocco si avvicina, forse stava aspettando lì che mi svegliassi. Lo fisso sorpreso, è molto presto e mi chiedo se sia mai andato a dormire. Si abbassa vicino e mi dice che Salvo ha avuto un incidente in moto mentre tornava a casa quella notte. È in coma.