9 giugno 2015

Ho scritto un libro.


L’altra sera è successo che si è inaugurata una mostra in una galleria di Palermo. Se fosse bella o meno non si può dire, almeno non su questo blog, perché la mostra è la mia e questo blog pure. E poi mi si direbbe che sono egocentrico e narciso.
Tra i diversi cliché simpatici che si consumano quando succede una roba del genere c’è un episodio che ormai si ripropone spesso, e al quale non so mai bene come reagire. Qualcuno arriva e mi fa i complimenti per le foto, e poi mi guarda con gli occhi che brillano pronti ad esplodere un gigantesco però.
Però la scrittura dovresti considerarla Boccaccì! Perché non scrivi più spesso? Che a fotografare fotografi bene, sì, bravo, però datti alla scrittura. Perché non scrivi un libro, due libri, una quadrilogia, un dodecaedro, una cosa a piacere?

E tutto questo è certamente una cosa bella. Il fatto però è che io non riesco mai a non pensare alla logica delle "braccia rubate all’agricoltura" (in una versione del tipo: “Fotografie. Pensieri rubati alla letteratura”). E tutto sommato in quest’ottica sembra mi venga meglio quello che faccio per diletto che quello che faccio per professione. Tipo Fabio Volo, che in effetti di professione non fa niente e quindi fa sempre meglio tutto il resto.

Comunque alla fine io dico grazie, che ci sto pensando a scrivere un libro, che forse lo scrivo proprio sui complimenti alle attività collaterali. Perché questi complimenti io li apprezzo molto, sono gratis e poi, diciamoci la verità, sono la vera ragione per cui ogni tanto scrivo. Essendo io effettivamente egocentrico e narciso, se la gente non mi dicesse “Quanto sei bravo che scrivi e per di più ci racconti i divertentissimi fatti tuoi” io non scriverei niente.

Ecco. Adesso ho appena deciso che lo scrivo quel libro. Però non quello sulle attività collaterali, che mi sa difficile, scrivo un romanzo, di avventura. Anzi no, un romanzo d’amore, che mi viene meglio e poi tira sempre di più. Una storia d’amore dove il protagonista è una cipolla. Meglio, il protagonista è un foglio di carta che si innamora di un altro foglio di carta a cui però non dice niente per quasi tutto il romanzo. Non tanto perché sia timido, ma perché i fogli bianchi non sanno parlare, e perciò si sta zitto. L’altro foglio di carta, a cui devo trovare il modo di dare le caratteristiche del personaggio femminile - poi ci penso - ha un sacco di pieghe lungo il corpo. E se ne sta in cima ad una pila di carta da riuso che c’è a lato della scrivania, ferita da queste pieghe dritte e lunghe, attraversata da verticali e diagonali che non arrivano più a nessuna punta. Ok, già sto perdendo il controllo di questa storia che finirà da sola in un libro per bambini. Comunque, il foglio di carta bianco protagonista, liscio e innamorato, sente che le vuole dire quanto è bella, però non ci riesce perché è vuoto, non ha parole da nessuna parte, e non ha storie da raccontare. La guarda e basta. E dall’altra parte il foglio di carta femmina vorrebbe non dire nulla - perché lei sì che è timida e traumatizzata - ma non può nascondersi. Le pieghe raccontano delle sue avventure da origami, del suo essere diventata per un po' qualcosa di più di quello che credeva di essere. E poi del suo aver fallito una piega diagonale ed essere tornata foglio, in una forma piatta che ormai vede immobile e quindi vana.
E così il tempo passa e i due fogli stanno lì a guardarsi, da una parte all’altra, ognuno nel suo silenzio inutile, a riconoscersi e a non fare altro.
E a questo punto del libro c’è tutta una riflessione lunghissima su quanto per un foglio bianco le cose superficiali siano al tempo stesse quelle più vere e profonde, perché il dentro e il fuori sono così vicini che finiscono per essere praticamente la stessa cosa. Se sei un foglio bianco e qualcuno ti scrive una parola sopra, in realtà te la sta anche scrivendo dentro. E questo naturalmente vale anche per le pieghe, che non sono solo cicatrici, ma lesioni profonde che sembra non si raddrizzino mai.
E mentre c’è tutto questo panegirico molto Fabio Volo, arriva l’essere umano che prende il foglio liscio innamorato e ci scrive con una penna blu “Niente da fare, si è otturato di nuovo il cesso e fa paura come sempre. Usa l’altro bagno!” e lo appoggia di nuovo sulla scrivania mentre cerca il nastro adesivo per attaccarlo sulle mattonelle.
Nonostante il romanticismo venga violentemente seppellito da questo episodio, il foglio bianco è contentissimo, anche perché non è più bianco. Adesso finalmente ha una storia, e delle parole che può prendere e scegliere, tagliandole e cucendole per dire milioni di cose. Beh, forse milioni proprio no, però gli prende comunque benissimo. Si mette di impegno e le prova tutte: le vuole dire che i fogli di carta piegati sono fortunati, perché inclini a diventare supereroi. Si possono ripiegare di nuovo, e le stesse pieghe che non hanno funzionato per un origami possono funzionare per qualcos’altro. E magari un giorno si ritrova ad essere chessò, un aeroplano - che poi è chiaramente il sogno di tutti i fogli di carta - e a quel punto altro che immobilismo e vacuità.
Però è difficile da dire. Se il nostro eroe mezzo muto fosse stato usato per appunti di poesia, o per una fotocopia di una pagina di un libro sarebbe stato subito, e invece gli è toccato il linguaggio stretto di una comunicazione di servizio.
In ogni caso ad un certo punto sorride, le si avvicina affannato, e con grande orgoglio le dice tutto quello che riesce: “Niente paura, si è sempre altro. Si è sempre di nuovo.”
E poi niente, mi sa che finisce così.

(L’ho appena riletto, magari scrivo quello sulla cipolla).

2 maggio 2015

Il diritto al dovere.


Il concerto del primo maggio è una cosa in cui trovi tanti motivi di interesse quando hai ventanni, poi crescendo te ne frega sempre meno di andare in una piazza grande quanto il paesino da cui sei partito, ma con molti più gomiti e ginocchia, a farti una reputazione online sdraiato sul tuo zaino. Però io al concertone di piazza San Giovanni non c’ero mai stato, lo avevo sempre soltanto visto in televisione, immaginando l’incommensurabile divertimento che mi stavo perdendo. Quindi quest’anno, trovandomi a Roma pochi giorni prima del mio trentunesimo compleanno, ho pensato che almeno un quarto d’ora ce lo dovevo passare. Tanto per dire che ci sono stato entro i trentanni, e quindi prima che finisce l’adolescenza.

Visto che quando vai al concerto del primo maggio non è che puoi pretendere di vedertelo veramente il concerto, mi sono messo in mezzo alla gente a fare più o meno quello che facevano tutti, cioè niente. La maggior parte delle persone però era totalmente ubriaca, o in qualche caso sotto chetamina, ed è riuscita a passare un piacevole pomeriggio di svago, dimenticandosi di questo enorme niente a forma di piazza San Giovanni tutt'intorno.
E sono stato benissimo, non tanto perché mi sono tolto un peso, ma soprattutto perché a me non fare niente mi piace proprio tanto. Io ci passerei le giornate a non fare niente, e in effetti ce ne passo molte, solo che poi arriva sempre quello che ti chiede che stai facendo in questo periodo e a te ti prende male e ti metti a riflettere sul senso del lavoro oggi e su quanto non c'hai voglia di condividerlo.

Mi sa che il concetto di lavoro per come ce l’abbiamo adesso, e per come tentiamo di difenderlo, arriva dal fatto che è una cosa di cui abbiamo avuto bisogno per la nostra autodeterminazione, per definirci di fronte agli altri e di fronte a noi stessi. Il lavoro è stato uno strumento che, oltre ad altre robe ovvie, ha permesso alle persone di poter essere riconosciuti in un ruolo, economico e soprattutto sociale.
Un mezzo insomma, e forse nulla di più, perché l’individuo c’era anche prima e dopo il lavoro che faceva. Questo prima e questo dopo erano però robe complesse, personali, difficili da spiegare alla società, dure da inserire in un sistema, e quindi giustamente si è usato il lavoro come veicolo. Così si trovava un senso e un’appartenenza.
Oggi mi sembra però che ci affanniamo a difendere il diritto ad un lavoro che non è più niente del genere, un lavoro che si è trasformato da tramite a traguardo, da strumento ad obiettivo di quell’autodeterminazione che dicevo.
Detto in altre parole, il lavoro oggi non contribuisce più a definire la mia vita, ma al contrario è la mia vita che viene spesa a definire il mio lavoro e il mio ruolo.

Quello che poteva e doveva essere considerato come un diritto all’esserci e all’essere riconosciuti, ad edificare una propria individualità nei confronti di un sistema, sembra essere stato trasformato in diritto allo scomparire, all’essere moltitudine, diritto al venire finalmente “assorbiti” da un’economia.
E poi dice che uno si incazza.

Perciò, forse, è il caso di riflettere di più sulle ragioni per cui è importante difendere il lavoro oggi (sì, è sempre importante) e cercare di riconoscere le varie occasioni in cui ci stiamo facendo fessi da soli.
Facciamo un esempio stupido e poi basta. Prendiamo una coppia di fidanzati dove si esce ogni tanto separatamente, ognuno con i propri amici, in autonomia e con serenità. È una cosa che ci sta, anzi è proprio una cosa giusta, che rinforza il rapporto (il quale in effetti dovrebbe essere un’unione di due individualità distinte, ognuna con le sue esigenze da tenere vive). E questo diritto ad avere i propri spazi è una cosa sana, da difendere. Poi dopo qualche anno, per varie ragioni di cui nemmeno ci si rende conto, in questa coppia si arriva alla situazione paradossale per cui si sta il più lontano possibile, non ci si vede mai, non ci si chiama mai e figurati se si esce insieme, tutto per paura di violare quel diritto all’indipendenza. Si sacrifica così il senso di tutta un’unione - di cui si fa pur sempre ancora parte - in funzione di ciò (il farsi i fatti propri, in questo esempio) che era solo un modo per stare bene insieme e che è diventato così il contenitore di tutto.

- Partita a PES?
- Ma la tua ragazza?
- È a casa, credo.
- Ah, vivete sempre lì?
- No, abbiamo deciso di vivere in case diverse. Io mi prendo il Barcellona.
- E perchè, andava male?
- No andava bene, ma ci amiamo un sacco, e quindi dobbiamo stare lontani. Ce le hai le birre?
- In frigo. Ma vi vedete spesso comunque?
- Mmm, in effetti no. È un rapporto a cui teniamo molto, quindi ci vediamo il meno possibile, sai.
- Già. Ma stasera magari per la cena con gli altri la puoi chiamare se vuoi.
- Guarda ti ringrazio, ma non vorrei pressarla. Messi Messi Messi!
- Pressarla?
- Eh, cioè sai quelle cose per la nostra libertà. Sono diritti che dobbiamo tenerci stretti. Che come si fa ad avere un rapporto senza essere autonomi?
- Capisco. Ma, scusa, l'amore lo fate ogni tanto?
- Ogni tanto, sì, certo. Ci masturbiamo uno di fronte all'altra.
- Bello.
- Sì, abbastanza. Messi gooool!

E il diritto all'indipendenza all'interno della coppia si è trasformato in diritto a non viversi più la coppia manco per sbaglio.

Vabbè, se c’avete trentanni e non siete mai stati al concertone del primo maggio, sappiate che tutto sommato è ok, ma non è questa gran cosa. Festeggiare il lavoro è bello, però celebrare il non fare niente è certamente meglio.

30 marzo 2015

Il rischio degli altri.



Da grande voglio fare il disastro aereo, così tutti avranno paura di me.

Che fare il pilota, è vero, non è cosa da tutti, ma poi non è nemmeno così impossibile. Basta vederci bene, non essere troppo alto, non essere troppo povero, non soffrire di vertigini (e poi puoi avere paura degli squali, quello non conta, e io ho da sempre paura degli squali). Per fare il disastro aereo, invece, ci vuole un qualcosa in più. Solo in pochi ce la fanno, pochissimi consapevolmente.

Prima da grande volevo fare l’ufo, che comunque si tratta di volare e di mettere paura, però poi ho capito che molta gente non mi avrebbe mai creduto. E io invece voglio essere riconosciuto, voglio lasciare le prove. E anche quando non si dovesse trovare niente dell’aereo e dei passeggeri, almeno ci sarebbe l'evidenza che prima qualcosa c’era, e adesso non c’è più.
Voglio essere immaginato e voglio trovare spazio nel sonno delle persone, che alla fine finiscono per non dormire, sapendo che un rischio c’è. Da grande voglio fare il rischio degli altri, quello che quando devi prendere una decisione ci metti più tempo perché ci vuoi pensare. Ecco, io voglio essere quel tempo lì in mezzo, quello che non sai se partire o no. Se ci vuole più coraggio a partire o a restare. La domanda classica e banale a cui nessuno sembra possa rispondere perché poi dipende. E invece non dipende, ci vuole più coraggio a partire; ma il punto è che non vuol dire, per questo, che partire sia meglio. Ci vuole anche più coraggio ad abbracciare un cactus che a non farlo, e magari è pure una bella esperienza. Ma non per forza, diciamocelo. A volte si sta meglio lontani dai cactus.
Da grande voglio fare il cactus pieno d’acqua, voglio fare la pianta nel deserto, e il deserto attorno alle città. E tutti avranno timore di uscire dalla città perché non si sa cosa si trova in quel deserto lì fuori. Quelli che ci sono stati e che sono tornati dicono che non c’è niente, ed è per questo che fa paura. Da grande voglio fare la paura di quando non c’è niente.
Diranno che sarò stato egoista, depresso, malato. Già me lo immagino, diranno un gesto inspiegabile, fuori da ogni controllo, fuori dal sistema. Si diranno increduli, che era tutta la vita che studiavo per imparare a volare. E invece io era tutta la vita che cercavo solo di capire per bene come cadere.

5 marzo 2015

Il tennis, American Sniper e la mafia.


Che non sia più la trilogia de Il Padrino e compagnia bella a rappresentare la mafia contemporanea lo sapevamo. Ma in questi giorni sembra sempre di più che la criminalità organizzata che fa base in Sicilia - e che non è solo siciliana - attinga, nella costruzione del proprio immaginario, alla cultura pop più generalista, ai consumi culturali di questi anni. Le vicende degli ultimi giorni, infatti, hanno riferimenti che sembrano presi da un sommario di Wired, o de Il Post, o da una home page di un social network a caso.

Piccola premessa. Nino Di Matteo, magistrato palermitano e pubblico ministero nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, si trova a investire tutto il proprio tempo, la propria sicurezza e, in larga parte anche la propria privacy nel lavorare a questo dibattimento che, per intenderci, è uno dei più pesanti che la Repubblica Italiana si trova a dover sostenere - e fronteggiare, a quanto pare - da quando è stata inventata. Vista la delicatezza di tutta questa storia, viste le sue competenze, e soprattutto visto il numero infinito di merde e piedi altrui disseminati ovunque - che come ci si muove si pesta qualcosa - Nino Di Matteo è in cima alla lista di quelli da ammazzare. Lo vogliono fare fuori perché sta portando avanti un procedimento in cui si tenta di dimostrare che lo Stato è sceso, o salito, a patti con la mafia (a grandi linee nel periodo in cui la mafia metteva le bombe). Un procedimento in cui si tenta di dimostrare che ci sono state, e in effetti continuano ad esserci, parti delle istituzioni, uomini di stato, carabinieri, servizi, e forze eversive di varia genesi che hanno ben pensato di compromettere la democrazia in cui tutta questa nostra Storia nazionale ha sempre creduto di iscriversi. Insomma se questo processo va avanti e si risolve con delle condanne, lo Stato Italiano non ci fa una bella figura. E questo è un aspetto piuttosto cruciale. La mafia, tutto sommato, non è quella che ne uscirebbe peggio da questa cosa. Certo, perderebbe riferimenti nel cuore del governo e dell’amministrazione pubblica, insieme alla possibilità di muoversi come crede, ma di certo non perderebbe la faccia. Alla mafia che gliene frega se poi si dice che ha collaborato con lo Stato Italiano?

- Totò!
- Eh.
- Qua dicono che hai collaborato con lo Stato! Dice la Repubblica Italiana, dice!
- Non ne so niente.
- Che li hai ricattati, che c’hai fatto cambiare le leggi, e gli ha dato pure a mangiare!
- No a tutti, però. A qualcuno.
- Totò
- Eh.
- Ti devo fare i complimenti.
- Ti ringrazio, una soddisfazione ogni tanto.
- Saluti.
- Saluti.

È lo Stato che non può permettere una cosa del genere, perché una verità di questo tipo sgretolerebbe completamente le basi delle sue istituzioni. E così, permaloso e lungimirante come ogni Stato con la mafia dentro, tenta di risolvere le cose prima che diventino problemi, o quantomeno ci prova, facendosi aiutare appena è possibile dagli amici che già c’hanno le mani sporche.
Nino di Matteo sta diventando un problema, e così si ritrova a dover fronteggiare un progetto di attentato alla sua vita in stato molto avanzato. Non vado nei dettagli, che tanto si trovano sui giornali. Però riporto gli ingredienti, che sono la cosa importante se dovete preparare un revival del ‘92:

• 150 kg di tritolo arrivati a Palermo (bagnateli con un panno caldo e nascondeteli)
• Kalashnikov e bazooka a Roma (in un cestino da picnic, per una romantica sorpresa al Pigneto)
• 2 scorte di protezione con mezzi blindati e gruppi speciali
• 1 cecchino (uno a persona)

Come dicevo all’inizio sembra che tutte queste vicende si stiano manifestando in una cornice dai riferimenti insolitamente pop. La criminalità organizzata secondo me si è stancata di fare la criminalità organizzata. E per quello che le è possibile tenta di ammazzare persone e corrompere lo Stato dando sfogo ai bisogni che la timeline di Facebook le propone, e al dilagante desiderio di essere come tutti. Gomorra e la violenza non vanno più di moda come una volta; oggi c’è il tennis, c’è la Playstation 4, ci sono il cinema di Clint Eastwood regista e la serie House of Cards. Il mafioso di oggi ama Wes Anderson.

Qualche giorno fa presso i campi del Tennis Club 2 di Palermo si è tenuta una delle partite più interessanti del Sicilia National Open. Il tennis è uno degli sport che è tornato più in voga negli ultimi anni, insieme al rugby, al ciclismo e al cake design. Tutti sport minori e anticonformisti, di cui parlare a quelle cene dove parlare di calcio è mediocre, senza accorgersi che comunque si sta passando la serata a parlare di sport.
Ed è proprio il tennis a rappresentare al meglio le vicende che ormai da decenni hanno luogo nell’isola più grande che c’è in questo mare. Nino Di Matteo arriva sulla terra rossa circondato dalla sua squadra (che come vedremo presto non è nemmeno la sua), pronto ad affrontare l’ennesima partita di un torneo che difficilmente arriverà ad una finale, ma che sicuramente è già entrato nella Grande Slam.
Anche in questo incontro le regole e la configurazione sono le stesse che già abbiamo visto in tutto il Sicilia National Open. Di Matteo gioca un singolare, dall’altra parte della rete giocano in doppio. Gli avversari insomma sono due, sono in squadra insieme, si alternano alla battuta e si danno poca confidenza, come tutti i tennisti che giocano insieme da lunga data. Anche per questa partita, come per tutto il resto del torneo, si segue il sistema del così detto “Ma mi pigghi pu culu?” secondo il quale la squadra avversaria ci mette pure l’arbitro, i commissari di linea e i raccattapalle. E assegna a Di Matteo anche l’allenatore, il preparatore atletico, il massaggiatore e il campo dove allenarsi.
Insomma la partita è difficile e delicata, ma il magistrato a quanto pare ci sa fare, è un giocatore di un certo livello. E allora la coppia stato-mafia alla fine di un tie-break molto impegnativo pensa bene che forse è proprio arrivato il momento di un placcaggio, di un calcio volante sulla rete, o di un gancio sotto la cintura; di un fallo tattico insomma. E visto che il tennis non prevede contatto fisico, assume un cecchino.

Ultimamente sui tetti di Palermo pare si apposti un uomo dalle sorprendenti abilità balistiche e dalla vista acutissima. Un uomo che gira col fucile di precisione anche quando va in farmacia o al mercato, e che per questo in città passa tranquillamente inosservato. Un uomo silenzioso e preciso, che agisce all’ombra dei suoi, ma che al tempo stesso li protegge, gli permette di procedere nella loro missione di difesa dello status quo, eliminando ogni minaccia dall’alto. Una sorta di omologo di Chris Kyle, il protagonista eroe di American Sniper, con l’unica differenza che Chris Kyle è stato un marine pluridecorato e probabilmente il cecchino di Palermo pure.

In effetti, pur ragionando sulla storia che la mafia si sta sdoganando dalle vecchie immagini e i vecchi comportamenti, pur accettando il fatto che si ispiri sempre di più ai consumi culturali del quarantenne italiano medio, che voglia votare PD e voglia assolutamente andare dalla Bignardi, pur accettando che si sia fatto un profilo su Runtastic e l’abbonamento a Internazionale, a me qualche dubbio sul cecchino mi rimane. American Sniper non si diventa così facilmente, è una cosa sofisticata, non basta la cazzimma di Scarface. Insomma, vabbè che sei mafioso e sei cresciuto con GTA Brancaccio - al netto della Playstation - dove sicuramente non ti è mancata familiarità con le armi, però per fare il cecchino con un fucile di precisione un po' di addestramento serio ce lo devi avere. Cioè magari se ci pensi bene, tu cecchino sui tetti di Palermo che vuoi sparare ad un magistrato a 800 metri, forse una scuola di tiratori scelti l’hai fatta da qualche parte. Dai, dici la verità.

13 gennaio 2015

Charlie non fa surf.


Nelle ultime ore, come ormai spesso accade quando succede qualcosa di grosso su internet, si è sentito di vicende piuttosto singolari. Molti degli uffici anagrafici in Italia e all’estero sono sommersi di richieste di cambio nome e comprensibilmente non ce la fanno a soddisfarle tutte. Tantissimi cittadini, insoddisfatti e irritati, scendono perciò in strada e manifestano la propria nuova identità settimanale sventolando piccoli cartelli col proprio nome. In Francia si parla addirittura di milioni di persone, con milioni di fogli in una mano e milioni di matite nell’altra, che civilmente dimostrano il loro supporto alle cartolerie di Parigi. La maggior parte, a quanto pare soprattutto qui da noi, impossibilitata a scendere in strada perché comunque il culo è sempre un po' pesante, si rivolge all’altro anagrafe, facebook, che ha sempre funzionato in maniera più efficiente e veloce, risolvendo lì tutti i propri problemi. Si cambia nome e si cambia volto e si è finalmente, anche per questa settimana, tutti uguali. 

Mentre cerco di capire se mi si nota di più essendo Charlie o non essendolo, mi torna continuamente in testa che io questo Charlie l’ho già sentito. Prima dei fatti di Parigi, che tutto sommato non mi hanno sorpreso più di tanto, Charlie era già saltato fuori, con un ruolo più o meno simile, sebbene in contesti diversi. Senza sapere bene perché, e senza indagare a fondo, mi viene da pensare che Charlie è sempre stato uno che ha preso legnate, spesso da qualcuno più grosso o più bullo, e altrettanto spesso in maniera ingiustificata. E poi alla fine qualcuno muore.

Tipo quella volta che il tenente colonnello Kilgore ordina una bella spruzzata di napalm nei pressi del fiume Mekong, in Vietnam, per fare fuori il Charlie di turno. In questo caso Charlie era l’abbreviazione di Victor Charlie (che nell’alfabeto militare che tutti noi utilizziamo quando giochiamo coi walkie talkie sta per VC, ovvero Viet Cong).
Adesso. La ragione principale per cui gli americani hanno fatto la guerra in Vietnam - ormai è storia, e soprattutto è cinema - consisteva nel fatto che Charlie non faceva surf. Questo è il centro di tutto.
I vietnamiti, a differenza dei soldati americani, non apprezzavano le fantastiche onde che si alzano sul delta del Mekong e quindi non meritavano di occupare il villaggio sulle sue sponde. Charlie non fa surf? Non vede il senso di libertà che si ha cavalcando le onde? Non dà valore ad una cosa così bella, così essenziale, così pura? Non apprezza quello che invece è naturale e doveroso apprezzare, e che io voglio potermi godere dove mi pare? Allora vado e gli rompo il culo.

Non so se si tratti di una scelta sensata, ma certamente mi pare legittima. Ognuno si può sentire infastidito da quello che vuole. E fondamentalmente viviamo in un mondo che, al di là delle regole scritte che si è dato (che in fondo serviranno solo a far bella figura quando arriveranno gli alieni e ci chiederanno come gestiamo le cose qui da noi), ci permette di risolvere la maggior parte dei fastidi, delle noie e delle controversie nella maniera che ci sembra più opportuna.

Charlie Brown, un’altro Charlie appunto, subiva la propria incapacità di essere veramente bambino. Gli altri personaggi si prendevano gioco di lui, del suo non saper giocare a baseball e del suo non saper far volare gli aquiloni. Con l’autostima sotto i piedi Charlie Brown non ha mai veramente imparato a fare il bambino allegro e vivace, ma è andato avanti facendosi domande sul mondo e sul futuro. Al di là della grande empatia - che ci sta tutta, lo ammetto - del forza Charlie Brown, siamo tutti con te, siamo tutti come te, il ragazzo le ha sempre prese. E le ha sempre prese per non aver saputo aderire al suo ruolo, al suo modello sociale. Se i Peanuts non fossero un fumetto positivo, romantico e piacevole (cosa che per fortuna sono), le vicende di Charlie Brown si concluderebbero in un albo dove lui impazzisce, prende un fucile da un genitore qualunque, e mette in scena una cosa tipo strage di Colombine in vignette quadrate. È Charlie, è un bambino disadattato, preso in giro dal mondo, non sa usare un aquilone figuriamoci se sa fare surf, è normale perciò che anche in questa storia deve morire qualcuno.

Infine, tanto per dirselo. Se è vero che il mondo a cui apparteniamo ha individuato dei nemici là fuori - e li ha individuati già da tempo, trattandoli come tali in vari modi, compresa una selezione di bombe dalla scorsa collezione autunno/inverno (e forse anche dalla precedente primavera/estate, che era in saldo) - non vedo qual’è la sorpresa nello scoprire che certe cose avvengono in entrambe le direzioni.
Forse è difficile giustificare il terrore e i morti sotto casa, proprio in quel nido di valori e sicurezza che tanto ci affanniamo a proteggere. Ma stiamo subendo anche qualcos’altro, ugualmente difficile da giustificare, che influenza il nostro ecosistema ben più delle minacce esterne. Nell’esigenza di identificare un avversario altrove, un rivale non surfista, non abbiamo potuto evitare di diventare noi stessi degli oppositori, perché non ci sono nemici a senso unico. Dobbiamo considerare che anche noi siamo i nemici di qualcuno. In questo senso sì, siamo tutti Charlie, e nessuno di noi fa surf.



5 dicembre 2014

Far alzare gli F-16 via radio.

- Pronto, parlo con Boccaccino?
- Sì, sono io.
- Ciao Roberto, sono Alessandro Magno, il photoeditor di Mazinga Magazine per cui hai fatto il location scouting. Ti volevo dire che i sopralluoghi che ci hai mandato sono perfetti, grazie. E ottimo lavoro anche con tutte le informazioni che ci hai fatto avere.
- Bene sono contento.
- Di conseguenza, dopo questa fase iniziale abbiamo deciso di andare avanti e far partire effettivamente la cosa.
- Mh-mh…
- E volevamo sapere, visto che hai lavorato così bene, se potevi darci una mano anche per tutto il resto. Insomma capire se sei interessato e se sei la persona giusta. A livello di assistenza generale, logistica, luce, spostamenti, telecomunicazioni, energia. Cose così.
- Io ho solo una laurea triennale... Ma certamente sono l'uomo giusto!
- Puoi procurarci anche del materiale?
- Nessun problema. Senti, non voglio assolutamente andare contro la tua simpaticissima riservatezza teutonica, ma credi che mi puoi dire, vagamente, che cosa dobbiamo fotografare?
- La produzione fotografica è segreta, però paghiamo bene.
- Ah ottimo. Perchè io ho fatto delle produzioni fotografiche bellissime e non lo sa nessuno. Sono proprio nella nazionale di produzioni fotografiche segrete.
- Perfetto. Ti do qualche dettaglio in più allora.
- No, dai. Sei sicuro?
- Scattiamo in Sicilia.
- Naaaa! Proprio nel posto in cui ho fatto i sopralluoghi… che storia incredibile!
- Un pilota molto famoso. Ormai un’icona mondiale.
- Tom Cruise?
- No, intendevo un pilota vero, di macchine, di Formula1.
- Ahhh certo, Formula1! Quella che io seguo sempre. Sono un grandissimo appassionato di Formula1, io.
- Sì, bene. Noi fotografiamo il pilota della RedBull.
- Ma perchè adesso guidano pure le lattine? No aspè, scusa, tu sei Alessandro Magno, lavori per Mazinga Magazine, e vi mettete a fotografare le automobili lattine? E le Ferrari? E le Mclaren? E Hakkinen? Chi è questo qui?
- È il terzo pilota al mondo.
- Ah. È un pilota d’esperienza…
- C’ha 25 anni.
- Giusto. Ed è pure ricco magari…
- Guarda, quest’estate ha perso il cellulare. E per essere sicuro di ritrovarlo si è comprato il quartiere dove stava in quel momento. Con tutta la gente dentro. Non li ha fatti uscire per tre giorni.
- E poi l’ha trovato?
- Pare di no. Quindi sta pensando di comprarsi la Apple.
- Infatti. Pure io una volta ho perso il cellulare in un bar, e mi sono comprato una birra. Comunque non ce l’ho proprio presente questo tipo che guida le lattine. Ma il fotografo lo posso fare io?
- Sei americano? Hai sessant’anni? Porti i pantaloni attillati? Dici fucking yeah molto spesso?
- Non sono veramente americano originale, ma per il resto non ci sono problemi, fucking yeah!
- E allora no, mi spiace. Perchè qui c’è scritto che il fotografo è americano. A te però sicuramente ti diamo i walkie-talkie.
- I walkie-talkie?
- Sì, le radio…
- E perchè non l’hai detto subito?! Io è da che ho sei anni che voglio lavorare con i walkie-talkie!
- Perfetto, perchè dobbiamo chiudere la strada e ci serve poter comunicare con facilità e chiarez…
- Cazzo cazzo ma è un sogno. Cioè io devo lavorare con le radio e parlare in americano?
- Si certo. Però ti raccomando, perchè tu poi devi gestire un po' tutti i movimenti. E c’è l’automobile che è molto veloce, è da gara e…
- Tango Tango! Here Zulu. Do you copy?
- Roberto...
- Tango, we have a situation here!
- Ma che dici? Di che situazione stai parlando?
- Clear the road, now! I want nobody in sight!
- Sì capisco, probabilmente qualcosa del genere, però prima devi essere sicuro che…
- Zulu we’re ready to run! Road neat and clean! I repeat, ready to run!
- Ma che stai dicendo?
- Copy that! Engines all on, start in five seconds!
- Five seconds?
- Four… three.. two..
- ...
- One! Take off! F-16 in flight! Target engaging in 2 minutes!
- Oddio.
- Delta do you copy? Fireoff! Fire off!
- Hai finito?
- Yes sir! Mission accomplished, sir! U-HA!






6 novembre 2014

Vivere per sempre.


Subito cantiere. Primo restringimento di carreggiata, si procede su una sola corsia.

Fuori l’autogrill di Tarsia, sull’autostrada A3, ci sono due giovani armeni - 26 anni che sembrano 30 - che fumano e telefonano. Sono in piedi all’entrata, vicino ad un contenitore di cemento per l’immondizia. Dalla porta a vetri esce un ragazzo alto con gli occhiali - 27 anni che sembrano 27 - che si guarda intorno cercandomi. È un soldato dell’esercito, che torna a casa a Torre Annunziata, in licenza. Io intanto chiudo il bagagliaio della mia macchina parcheggiata male, dove ci sono due zaini piccoli, un borsone verde militare e la mia roba, li guardo, e ci infiliamo tutti e quattro in macchina, senza dire molto.
Ci siamo conosciuti tutti un paio di ore prima.

- L’Italia è il paese europeo dove è più facile avere i documenti, non c’è paragone. Se arrivi e chiedi i documenti in Germania è difficilissimo, anche in Francia. In Italia è molto più semplice, perché in Italia c’è il business con gli immigrati. Tutti questi barconi che arrivano li potrebbero fermare se non li vogliono, e invece li vogliono, perché l’Europa dà tanti tanti soldi. Io sono rifugiato, qui non è stato difficile. Però volevo stare a Firenze, e invece ci hanno mandato tutti a Roccella Ionica.

- Sì tu dici che forse non dovremmo essere con l'esercito in tutti questi posti. Il problema è che l’Italia fa parte della Nato, e dell’Onu, e quindi deve garantire un certo quantitativo di risorse e di uomini. Li deve impiegare, li deve occupare. Mica si può tirare indietro.

Mezzo pesante davanti, macchine in coda. Non ci sono molti cantieri, ma molti camion. E tutto intorno è la guerra fredda. Il far vedere che ci si arma sempre di più, che non si sta fermi mai, che si lavora senza sosta per un cemento che cresce e che si impone su altro cemento. Senza mai un traguardo vero. E nonostante tutto quel metallo, ogni cemento appare sempre più disarmato.

- Succede che tu vuoi andare in Germania, ma in Germania non ci puoi andare, allora vai in Italia, che non fa tanti problemi. E ti prendono in asilo e ti fanno fare un progetto. Solo che il progetto in Italia dura un anno e io come faccio a integrarmi in un anno che ancora non so parlare italiano? In Germania questi progetti per i rifugiati durano dieci anni, sempre che ti prendono. Non finiscono prima, non ti lasciano a spasso prima di dieci anni.
E l’Italia che fa, dà i documenti a tutti, facile, tu stai qui un anno e poi loro ti dicono vai, sei pronto. E tu infatti sei pronto ad andare in Germania, dove volevi andare. Che adesso c’hai pure i documenti buoni per andare dove vuoi. Questo paese lo sa che siamo buoni per prendere i soldi dall’Europa, però poi in effetti non aiuta veramente. Infatti perché io non so che fare e adesso prendo la mia famiglia e ce ne stiamo andando via.

- Le operazioni come Strade Sicure, sul territorio italiano, servono. Per esempio a Messina. C’è il tribunale, dove ci sono anche processi di un certo tipo, e quindi si tratta di un posto delicato, e noi siamo anche lì. Che tanti anni fa ci hanno trovato una bomba prima di un processo. Quindi.

Viadotto alto. Provo a guardare, altissimo. 

- No no, non andiamo in Gemania. L’Europa non è un buon posto dove andare. L’Europa è solo un grande problema. Nel mondo se tu vuoi andare via dal tuo paese ci sono solo tre posti dove puoi andare: il Canada, l’America e l’Australia. In Europa ci metti troppo tempo per integrarti, troppi anni per capire come fare. In America, se sei un poco fortunato, fai molto prima.

- Ma quindi tu insegni pure?
- Eh sì ogni tanto insegno, tra un paio di settimane sono a Milano per un paio di lezioni.
- E che insegni?
- Insegno fotografia, però questi ragazzi già sanno fare le foto. Cioè io non gli insegno la tecnica, non gli insegno ad usare la macchinetta fotografica. Insomma non è tanto una lezione su “come” si fanno le foto, ma piuttosto su…
- No aspe'. Perché come si fanno le foto? Ci stanno pure le lezioni? Non basta ammaccare il bottone sulla macchinetta? Che ci sta da sapere?
- …
- Eh?
- Vabbè, sai. Sì spesso basta che premi e quella scatta, e magari la foto esce pure bene. Però in generale è meglio sapere come funziona, in modo tale che puoi intervenire meglio su quello che stai facendo. È come per te, che sei soldato e c’hai il fucile.
- Sì
- Tu basta che tiri il grilletto e quello spara. E magari se sei fortunato ammazzi pure qualcuno subito. Però la fortuna non basta sempre. Cioè tu lo sai come funziona un fucile dentro, ve lo insegnano com’è fatto, che succede, come lo devi regolare, come lo devi puntare. Magari non ti serve tutto sempre, però è utile saperlo.
- Sì sì! Che poi se si blocca lo devi sapere che devi fare.
- Appunto.
- E quindi tu questo ci vai a insegnare a Milano?
- No.

- In Cina e Brasile? No. Io penso che sono posti in cui è difficile essere straniero. Noi andiamo a Los Angeles. In America ci sono due milioni di armeni. E io non voglio andare in un posto dove sono solo. Non ci faccio niente in un posto dove sono solo e ci metto tanto a diventare, come l’Europa. Io prendo mia moglie e i miei due figli e andiamo a Los Angeles.

Inizia a piovere di nuovo, ma poco. Ad un certo punto sembra che la strada sia molto più calcestruzzo che asfalto. Poi smette.

- Roberto, sei stanco? Vuoi il cambio?
- No, grazie. Mi sono fatto così tanta caffeina che credo vivrò per sempre.