30 marzo 2015

Il rischio degli altri.



Da grande voglio fare il disastro aereo, così tutti avranno paura di me.

Che fare il pilota, è vero, non è cosa da tutti, ma poi non è nemmeno così impossibile. Basta vederci bene, non essere troppo alto, non essere troppo povero, non soffrire di vertigini (e poi puoi avere paura degli squali, quello non conta, e io ho da sempre paura degli squali). Per fare il disastro aereo, invece, ci vuole un qualcosa in più. Solo in pochi ce la fanno, pochissimi consapevolmente.

Prima da grande volevo fare l’ufo, che comunque si tratta di volare e di mettere paura, però poi ho capito che molta gente non mi avrebbe mai creduto. E io invece voglio essere riconosciuto, voglio lasciare le prove. E anche quando non si dovesse trovare niente dell’aereo e dei passeggeri, almeno ci sarebbe l'evidenza che prima qualcosa c’era, e adesso non c’è più.
Voglio essere immaginato e voglio trovare spazio nel sonno delle persone, che alla fine finiscono per non dormire, sapendo che un rischio c’è. Da grande voglio fare il rischio degli altri, quello che quando devi prendere una decisione ci metti più tempo perché ci vuoi pensare. Ecco, io voglio essere quel tempo lì in mezzo, quello che non sai se partire o no. Se ci vuole più coraggio a partire o a restare. La domanda classica e banale a cui nessuno sembra possa rispondere perché poi dipende. E invece non dipende, ci vuole più coraggio a partire; ma il punto è che non vuol dire, per questo, che partire sia meglio. Ci vuole anche più coraggio ad abbracciare un cactus che a non farlo, e magari è pure una bella esperienza. Ma non per forza, diciamocelo. A volte si sta meglio lontani dai cactus.
Da grande voglio fare il cactus pieno d’acqua, voglio fare la pianta nel deserto, e il deserto attorno alle città. E tutti avranno timore di uscire dalla città perché non si sa cosa si trova in quel deserto lì fuori. Quelli che ci sono stati e che sono tornati dicono che non c’è niente, ed è per questo che fa paura. Da grande voglio fare la paura di quando non c’è niente.
Diranno che sarò stato egoista, depresso, malato. Già me lo immagino, diranno un gesto inspiegabile, fuori da ogni controllo, fuori dal sistema. Si diranno increduli, che era tutta la vita che studiavo per imparare a volare. E invece io era tutta la vita che cercavo solo di capire per bene come cadere.

5 marzo 2015

Il tennis, American Sniper e la mafia.


Che non sia più la trilogia de Il Padrino e compagnia bella a rappresentare la mafia contemporanea lo sapevamo. Ma in questi giorni sembra sempre di più che la criminalità organizzata che fa base in Sicilia - e che non è solo siciliana - attinga, nella costruzione del proprio immaginario, alla cultura pop più generalista, ai consumi culturali di questi anni. Le vicende degli ultimi giorni, infatti, hanno riferimenti che sembrano presi da un sommario di Wired, o de Il Post, o da una home page di un social network a caso.

Piccola premessa. Nino Di Matteo, magistrato palermitano e pubblico ministero nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, si trova a investire tutto il proprio tempo, la propria sicurezza e, in larga parte anche la propria privacy nel lavorare a questo dibattimento che, per intenderci, è uno dei più pesanti che la Repubblica Italiana si trova a dover sostenere - e fronteggiare, a quanto pare - da quando è stata inventata. Vista la delicatezza di tutta questa storia, viste le sue competenze, e soprattutto visto il numero infinito di merde e piedi altrui disseminati ovunque - che come ci si muove si pesta qualcosa - Nino Di Matteo è in cima alla lista di quelli da ammazzare. Lo vogliono fare fuori perché sta portando avanti un procedimento in cui si tenta di dimostrare che lo Stato è sceso, o salito, a patti con la mafia (a grandi linee nel periodo in cui la mafia metteva le bombe). Un procedimento in cui si tenta di dimostrare che ci sono state, e in effetti continuano ad esserci, parti delle istituzioni, uomini di stato, carabinieri, servizi, e forze eversive di varia genesi che hanno ben pensato di compromettere la democrazia in cui tutta questa nostra Storia nazionale ha sempre creduto di iscriversi. Insomma se questo processo va avanti e si risolve con delle condanne, lo Stato Italiano non ci fa una bella figura. E questo è un aspetto piuttosto cruciale. La mafia, tutto sommato, non è quella che ne uscirebbe peggio da questa cosa. Certo, perderebbe riferimenti nel cuore del governo e dell’amministrazione pubblica, insieme alla possibilità di muoversi come crede, ma di certo non perderebbe la faccia. Alla mafia che gliene frega se poi si dice che ha collaborato con lo Stato Italiano?

- Totò!
- Eh.
- Qua dicono che hai collaborato con lo Stato! Dice la Repubblica Italiana, dice!
- Non ne so niente.
- Che li hai ricattati, che c’hai fatto cambiare le leggi, e gli ha dato pure a mangiare!
- No a tutti, però. A qualcuno.
- Totò
- Eh.
- Ti devo fare i complimenti.
- Ti ringrazio, una soddisfazione ogni tanto.
- Saluti.
- Saluti.

È lo Stato che non può permettere una cosa del genere, perché una verità di questo tipo sgretolerebbe completamente le basi delle sue istituzioni. E così, permaloso e lungimirante come ogni Stato con la mafia dentro, tenta di risolvere le cose prima che diventino problemi, o quantomeno ci prova, facendosi aiutare appena è possibile dagli amici che già c’hanno le mani sporche.
Nino di Matteo sta diventando un problema, e così si ritrova a dover fronteggiare un progetto di attentato alla sua vita in stato molto avanzato. Non vado nei dettagli, che tanto si trovano sui giornali. Però riporto gli ingredienti, che sono la cosa importante se dovete preparare un revival del ‘92:

• 150 kg di tritolo arrivati a Palermo (bagnateli con un panno caldo e nascondeteli)
• Kalashnikov e bazooka a Roma (in un cestino da picnic, per una romantica sorpresa al Pigneto)
• 2 scorte di protezione con mezzi blindati e gruppi speciali
• 1 cecchino (uno a persona)

Come dicevo all’inizio sembra che tutte queste vicende si stiano manifestando in una cornice dai riferimenti insolitamente pop. La criminalità organizzata secondo me si è stancata di fare la criminalità organizzata. E per quello che le è possibile tenta di ammazzare persone e corrompere lo Stato dando sfogo ai bisogni che la timeline di Facebook le propone, e al dilagante desiderio di essere come tutti. Gomorra e la violenza non vanno più di moda come una volta; oggi c’è il tennis, c’è la Playstation 4, ci sono il cinema di Clint Eastwood regista e la serie House of Cards. Il mafioso di oggi ama Wes Anderson.

Qualche giorno fa presso i campi del Tennis Club 2 di Palermo si è tenuta una delle partite più interessanti del Sicilia National Open. Il tennis è uno degli sport che è tornato più in voga negli ultimi anni, insieme al rugby, al ciclismo e al cake design. Tutti sport minori e anticonformisti, di cui parlare a quelle cene dove parlare di calcio è mediocre, senza accorgersi che comunque si sta passando la serata a parlare di sport.
Ed è proprio il tennis a rappresentare al meglio le vicende che ormai da decenni hanno luogo nell’isola più grande che c’è in questo mare. Nino Di Matteo arriva sulla terra rossa circondato dalla sua squadra (che come vedremo presto non è nemmeno la sua), pronto ad affrontare l’ennesima partita di un torneo che difficilmente arriverà ad una finale, ma che sicuramente è già entrato nella Grande Slam.
Anche in questo incontro le regole e la configurazione sono le stesse che già abbiamo visto in tutto il Sicilia National Open. Di Matteo gioca un singolare, dall’altra parte della rete giocano in doppio. Gli avversari insomma sono due, sono in squadra insieme, si alternano alla battuta e si danno poca confidenza, come tutti i tennisti che giocano insieme da lunga data. Anche per questa partita, come per tutto il resto del torneo, si segue il sistema del così detto “Ma mi pigghi pu culu?” secondo il quale la squadra avversaria ci mette pure l’arbitro, i commissari di linea e i raccattapalle. E assegna a Di Matteo anche l’allenatore, il preparatore atletico, il massaggiatore e il campo dove allenarsi.
Insomma la partita è difficile e delicata, ma il magistrato a quanto pare ci sa fare, è un giocatore di un certo livello. E allora la coppia stato-mafia alla fine di un tie-break molto impegnativo pensa bene che forse è proprio arrivato il momento di un placcaggio, di un calcio volante sulla rete, o di un gancio sotto la cintura; di un fallo tattico insomma. E visto che il tennis non prevede contatto fisico, assume un cecchino.

Ultimamente sui tetti di Palermo pare si apposti un uomo dalle sorprendenti abilità balistiche e dalla vista acutissima. Un uomo che gira col fucile di precisione anche quando va in farmacia o al mercato, e che per questo in città passa tranquillamente inosservato. Un uomo silenzioso e preciso, che agisce all’ombra dei suoi, ma che al tempo stesso li protegge, gli permette di procedere nella loro missione di difesa dello status quo, eliminando ogni minaccia dall’alto. Una sorta di omologo di Chris Kyle, il protagonista eroe di American Sniper, con l’unica differenza che Chris Kyle è stato un marine pluridecorato e probabilmente il cecchino di Palermo pure.

In effetti, pur ragionando sulla storia che la mafia si sta sdoganando dalle vecchie immagini e i vecchi comportamenti, pur accettando il fatto che si ispiri sempre di più ai consumi culturali del quarantenne italiano medio, che voglia votare PD e voglia assolutamente andare dalla Bignardi, pur accettando che si sia fatto un profilo su Runtastic e l’abbonamento a Internazionale, a me qualche dubbio sul cecchino mi rimane. American Sniper non si diventa così facilmente, è una cosa sofisticata, non basta la cazzimma di Scarface. Insomma, vabbè che sei mafioso e sei cresciuto con GTA Brancaccio - al netto della Playstation - dove sicuramente non ti è mancata familiarità con le armi, però per fare il cecchino con un fucile di precisione un po' di addestramento serio ce lo devi avere. Cioè magari se ci pensi bene, tu cecchino sui tetti di Palermo che vuoi sparare ad un magistrato a 800 metri, forse una scuola di tiratori scelti l’hai fatta da qualche parte. Dai, dici la verità.

13 gennaio 2015

Charlie non fa surf.


Nelle ultime ore, come ormai spesso accade quando succede qualcosa di grosso su internet, si è sentito di vicende piuttosto singolari. Molti degli uffici anagrafici in Italia e all’estero sono sommersi di richieste di cambio nome e comprensibilmente non ce la fanno a soddisfarle tutte. Tantissimi cittadini, insoddisfatti e irritati, scendono perciò in strada e manifestano la propria nuova identità settimanale sventolando piccoli cartelli col proprio nome. In Francia si parla addirittura di milioni di persone, con milioni di fogli in una mano e milioni di matite nell’altra, che civilmente dimostrano il loro supporto alle cartolerie di Parigi. La maggior parte, a quanto pare soprattutto qui da noi, impossibilitata a scendere in strada perché comunque il culo è sempre un po' pesante, si rivolge all’altro anagrafe, facebook, che ha sempre funzionato in maniera più efficiente e veloce, risolvendo lì tutti i propri problemi. Si cambia nome e si cambia volto e si è finalmente, anche per questa settimana, tutti uguali. 

Mentre cerco di capire se mi si nota di più essendo Charlie o non essendolo, mi torna continuamente in testa che io questo Charlie l’ho già sentito. Prima dei fatti di Parigi, che tutto sommato non mi hanno sorpreso più di tanto, Charlie era già saltato fuori, con un ruolo più o meno simile, sebbene in contesti diversi. Senza sapere bene perché, e senza indagare a fondo, mi viene da pensare che Charlie è sempre stato uno che ha preso legnate, spesso da qualcuno più grosso o più bullo, e altrettanto spesso in maniera ingiustificata. E poi alla fine qualcuno muore.

Tipo quella volta che il tenente colonnello Kilgore ordina una bella spruzzata di napalm nei pressi del fiume Mekong, in Vietnam, per fare fuori il Charlie di turno. In questo caso Charlie era l’abbreviazione di Victor Charlie (che nell’alfabeto militare che tutti noi utilizziamo quando giochiamo coi walkie talkie sta per VC, ovvero Viet Cong).
Adesso. La ragione principale per cui gli americani hanno fatto la guerra in Vietnam - ormai è storia, e soprattutto è cinema - consisteva nel fatto che Charlie non faceva surf. Questo è il centro di tutto.
I vietnamiti, a differenza dei soldati americani, non apprezzavano le fantastiche onde che si alzano sul delta del Mekong e quindi non meritavano di occupare il villaggio sulle sue sponde. Charlie non fa surf? Non vede il senso di libertà che si ha cavalcando le onde? Non dà valore ad una cosa così bella, così essenziale, così pura? Non apprezza quello che invece è naturale e doveroso apprezzare, e che io voglio potermi godere dove mi pare? Allora vado e gli rompo il culo.

Non so se si tratti di una scelta sensata, ma certamente mi pare legittima. Ognuno si può sentire infastidito da quello che vuole. E fondamentalmente viviamo in un mondo che, al di là delle regole scritte che si è dato (che in fondo serviranno solo a far bella figura quando arriveranno gli alieni e ci chiederanno come gestiamo le cose qui da noi), ci permette di risolvere la maggior parte dei fastidi, delle noie e delle controversie nella maniera che ci sembra più opportuna.

Charlie Brown, un’altro Charlie appunto, subiva la propria incapacità di essere veramente bambino. Gli altri personaggi si prendevano gioco di lui, del suo non saper giocare a baseball e del suo non saper far volare gli aquiloni. Con l’autostima sotto i piedi Charlie Brown non ha mai veramente imparato a fare il bambino allegro e vivace, ma è andato avanti facendosi domande sul mondo e sul futuro. Al di là della grande empatia - che ci sta tutta, lo ammetto - del forza Charlie Brown, siamo tutti con te, siamo tutti come te, il ragazzo le ha sempre prese. E le ha sempre prese per non aver saputo aderire al suo ruolo, al suo modello sociale. Se i Peanuts non fossero un fumetto positivo, romantico e piacevole (cosa che per fortuna sono), le vicende di Charlie Brown si concluderebbero in un albo dove lui impazzisce, prende un fucile da un genitore qualunque, e mette in scena una cosa tipo strage di Colombine in vignette quadrate. È Charlie, è un bambino disadattato, preso in giro dal mondo, non sa usare un aquilone figuriamoci se sa fare surf, è normale perciò che anche in questa storia deve morire qualcuno.

Infine, tanto per dirselo. Se è vero che il mondo a cui apparteniamo ha individuato dei nemici là fuori - e li ha individuati già da tempo, trattandoli come tali in vari modi, compresa una selezione di bombe dalla scorsa collezione autunno/inverno (e forse anche dalla precedente primavera/estate, che era in saldo) - non vedo qual’è la sorpresa nello scoprire che certe cose avvengono in entrambe le direzioni.
Forse è difficile giustificare il terrore e i morti sotto casa, proprio in quel nido di valori e sicurezza che tanto ci affanniamo a proteggere. Ma stiamo subendo anche qualcos’altro, ugualmente difficile da giustificare, che influenza il nostro ecosistema ben più delle minacce esterne. Nell’esigenza di identificare un avversario altrove, un rivale non surfista, non abbiamo potuto evitare di diventare noi stessi degli oppositori, perché non ci sono nemici a senso unico. Dobbiamo considerare che anche noi siamo i nemici di qualcuno. In questo senso sì, siamo tutti Charlie, e nessuno di noi fa surf.



5 dicembre 2014

Far alzare gli F-16 via radio.

- Pronto, parlo con Boccaccino?
- Sì, sono io.
- Ciao Roberto, sono Alessandro Magno, il photoeditor di Mazinga Magazine per cui hai fatto il location scouting. Ti volevo dire che i sopralluoghi che ci hai mandato sono perfetti, grazie. E ottimo lavoro anche con tutte le informazioni che ci hai fatto avere.
- Bene sono contento.
- Di conseguenza, dopo questa fase iniziale abbiamo deciso di andare avanti e far partire effettivamente la cosa.
- Mh-mh…
- E volevamo sapere, visto che hai lavorato così bene, se potevi darci una mano anche per tutto il resto. Insomma capire se sei interessato e se sei la persona giusta. A livello di assistenza generale, logistica, luce, spostamenti, telecomunicazioni, energia. Cose così.
- Io ho solo una laurea triennale... Ma certamente sono l'uomo giusto!
- Puoi procurarci anche del materiale?
- Nessun problema. Senti, non voglio assolutamente andare contro la tua simpaticissima riservatezza teutonica, ma credi che mi puoi dire, vagamente, che cosa dobbiamo fotografare?
- La produzione fotografica è segreta, però paghiamo bene.
- Ah ottimo. Perchè io ho fatto delle produzioni fotografiche bellissime e non lo sa nessuno. Sono proprio nella nazionale di produzioni fotografiche segrete.
- Perfetto. Ti do qualche dettaglio in più allora.
- No, dai. Sei sicuro?
- Scattiamo in Sicilia.
- Naaaa! Proprio nel posto in cui ho fatto i sopralluoghi… che storia incredibile!
- Un pilota molto famoso. Ormai un’icona mondiale.
- Tom Cruise?
- No, intendevo un pilota vero, di macchine, di Formula1.
- Ahhh certo, Formula1! Quella che io seguo sempre. Sono un grandissimo appassionato di Formula1, io.
- Sì, bene. Noi fotografiamo il pilota della RedBull.
- Ma perchè adesso guidano pure le lattine? No aspè, scusa, tu sei Alessandro Magno, lavori per Mazinga Magazine, e vi mettete a fotografare le automobili lattine? E le Ferrari? E le Mclaren? E Hakkinen? Chi è questo qui?
- È il terzo pilota al mondo.
- Ah. È un pilota d’esperienza…
- C’ha 25 anni.
- Giusto. Ed è pure ricco magari…
- Guarda, quest’estate ha perso il cellulare. E per essere sicuro di ritrovarlo si è comprato il quartiere dove stava in quel momento. Con tutta la gente dentro. Non li ha fatti uscire per tre giorni.
- E poi l’ha trovato?
- Pare di no. Quindi sta pensando di comprarsi la Apple.
- Infatti. Pure io una volta ho perso il cellulare in un bar, e mi sono comprato una birra. Comunque non ce l’ho proprio presente questo tipo che guida le lattine. Ma il fotografo lo posso fare io?
- Sei americano? Hai sessant’anni? Porti i pantaloni attillati? Dici fucking yeah molto spesso?
- Non sono veramente americano originale, ma per il resto non ci sono problemi, fucking yeah!
- E allora no, mi spiace. Perchè qui c’è scritto che il fotografo è americano. A te però sicuramente ti diamo i walkie-talkie.
- I walkie-talkie?
- Sì, le radio…
- E perchè non l’hai detto subito?! Io è da che ho sei anni che voglio lavorare con i walkie-talkie!
- Perfetto, perchè dobbiamo chiudere la strada e ci serve poter comunicare con facilità e chiarez…
- Cazzo cazzo ma è un sogno. Cioè io devo lavorare con le radio e parlare in americano?
- Si certo. Però ti raccomando, perchè tu poi devi gestire un po' tutti i movimenti. E c’è l’automobile che è molto veloce, è da gara e…
- Tango Tango! Here Zulu. Do you copy?
- Roberto...
- Tango, we have a situation here!
- Ma che dici? Di che situazione stai parlando?
- Clear the road, now! I want nobody in sight!
- Sì capisco, probabilmente qualcosa del genere, però prima devi essere sicuro che…
- Zulu we’re ready to run! Road neat and clean! I repeat, ready to run!
- Ma che stai dicendo?
- Copy that! Engines all on, start in five seconds!
- Five seconds?
- Four… three.. two..
- ...
- One! Take off! F-16 in flight! Target engaging in 2 minutes!
- Oddio.
- Delta do you copy? Fireoff! Fire off!
- Hai finito?
- Yes sir! Mission accomplished, sir! U-HA!






6 novembre 2014

Vivere per sempre.


Subito cantiere. Primo restringimento di carreggiata, si procede su una sola corsia.

Fuori l’autogrill di Tarsia, sull’autostrada A3, ci sono due giovani armeni - 26 anni che sembrano 30 - che fumano e telefonano. Sono in piedi all’entrata, vicino ad un contenitore di cemento per l’immondizia. Dalla porta a vetri esce un ragazzo alto con gli occhiali - 27 anni che sembrano 27 - che si guarda intorno cercandomi. È un soldato dell’esercito, che torna a casa a Torre Annunziata, in licenza. Io intanto chiudo il bagagliaio della mia macchina parcheggiata male, dove ci sono due zaini piccoli, un borsone verde militare e la mia roba, li guardo, e ci infiliamo tutti e quattro in macchina, senza dire molto.
Ci siamo conosciuti tutti un paio di ore prima.

- L’Italia è il paese europeo dove è più facile avere i documenti, non c’è paragone. Se arrivi e chiedi i documenti in Germania è difficilissimo, anche in Francia. In Italia è molto più semplice, perché in Italia c’è il business con gli immigrati. Tutti questi barconi che arrivano li potrebbero fermare se non li vogliono, e invece li vogliono, perché l’Europa dà tanti tanti soldi. Io sono rifugiato, qui non è stato difficile. Però volevo stare a Firenze, e invece ci hanno mandato tutti a Roccella Ionica.

- Sì tu dici che forse non dovremmo essere con l'esercito in tutti questi posti. Il problema è che l’Italia fa parte della Nato, e dell’Onu, e quindi deve garantire un certo quantitativo di risorse e di uomini. Li deve impiegare, li deve occupare. Mica si può tirare indietro.

Mezzo pesante davanti, macchine in coda. Non ci sono molti cantieri, ma molti camion. E tutto intorno è la guerra fredda. Il far vedere che ci si arma sempre di più, che non si sta fermi mai, che si lavora senza sosta per un cemento che cresce e che si impone su altro cemento. Senza mai un traguardo vero. E nonostante tutto quel metallo, ogni cemento appare sempre più disarmato.

- Succede che tu vuoi andare in Germania, ma in Germania non ci puoi andare, allora vai in Italia, che non fa tanti problemi. E ti prendono in asilo e ti fanno fare un progetto. Solo che il progetto in Italia dura un anno e io come faccio a integrarmi in un anno che ancora non so parlare italiano? In Germania questi progetti per i rifugiati durano dieci anni, sempre che ti prendono. Non finiscono prima, non ti lasciano a spasso prima di dieci anni.
E l’Italia che fa, dà i documenti a tutti, facile, tu stai qui un anno e poi loro ti dicono vai, sei pronto. E tu infatti sei pronto ad andare in Germania, dove volevi andare. Che adesso c’hai pure i documenti buoni per andare dove vuoi. Questo paese lo sa che siamo buoni per prendere i soldi dall’Europa, però poi in effetti non aiuta veramente. Infatti perché io non so che fare e adesso prendo la mia famiglia e ce ne stiamo andando via.

- Le operazioni come Strade Sicure, sul territorio italiano, servono. Per esempio a Messina. C’è il tribunale, dove ci sono anche processi di un certo tipo, e quindi si tratta di un posto delicato, e noi siamo anche lì. Che tanti anni fa ci hanno trovato una bomba prima di un processo. Quindi.

Viadotto alto. Provo a guardare, altissimo. 

- No no, non andiamo in Gemania. L’Europa non è un buon posto dove andare. L’Europa è solo un grande problema. Nel mondo se tu vuoi andare via dal tuo paese ci sono solo tre posti dove puoi andare: il Canada, l’America e l’Australia. In Europa ci metti troppo tempo per integrarti, troppi anni per capire come fare. In America, se sei un poco fortunato, fai molto prima.

- Ma quindi tu insegni pure?
- Eh sì ogni tanto insegno, tra un paio di settimane sono a Milano per un paio di lezioni.
- E che insegni?
- Insegno fotografia, però questi ragazzi già sanno fare le foto. Cioè io non gli insegno la tecnica, non gli insegno ad usare la macchinetta fotografica. Insomma non è tanto una lezione su “come” si fanno le foto, ma piuttosto su…
- No aspe'. Perché come si fanno le foto? Ci stanno pure le lezioni? Non basta ammaccare il bottone sulla macchinetta? Che ci sta da sapere?
- …
- Eh?
- Vabbè, sai. Sì spesso basta che premi e quella scatta, e magari la foto esce pure bene. Però in generale è meglio sapere come funziona, in modo tale che puoi intervenire meglio su quello che stai facendo. È come per te, che sei soldato e c’hai il fucile.
- Sì
- Tu basta che tiri il grilletto e quello spara. E magari se sei fortunato ammazzi pure qualcuno subito. Però la fortuna non basta sempre. Cioè tu lo sai come funziona un fucile dentro, ve lo insegnano com’è fatto, che succede, come lo devi regolare, come lo devi puntare. Magari non ti serve tutto sempre, però è utile saperlo.
- Sì sì! Che poi se si blocca lo devi sapere che devi fare.
- Appunto.
- E quindi tu questo ci vai a insegnare a Milano?
- No.

- In Cina e Brasile? No. Io penso che sono posti in cui è difficile essere straniero. Noi andiamo a Los Angeles. In America ci sono due milioni di armeni. E io non voglio andare in un posto dove sono solo. Non ci faccio niente in un posto dove sono solo e ci metto tanto a diventare, come l’Europa. Io prendo mia moglie e i miei due figli e andiamo a Los Angeles.

Inizia a piovere di nuovo, ma poco. Ad un certo punto sembra che la strada sia molto più calcestruzzo che asfalto. Poi smette.

- Roberto, sei stanco? Vuoi il cambio?
- No, grazie. Mi sono fatto così tanta caffeina che credo vivrò per sempre.

22 ottobre 2014

Lady Gaga, i gattini e Photos for Fridges.


Anche se non è mia abitudine usare questo blog per promuovere esplicitamente le cose che faccio, mi sa che stavolta è il caso di dirvi di andare a dare un’occhiata qui: photosforfridges.tumblr.com.

Questo che leggete è un post insolito (e sperimentale) anche per un altro motivo. Mi è stato detto che per raggiungere più pubblico devi far credere a Google, e di conseguenza alla gente che lo usa, cioè tutti, che stai proprio parlando di quello che loro stanno cercando. Ovviamente non è che puoi fare un elenco di parole chiave popolari a caso, ma le devi inserire in un discorso più o meno compiuto, perché sennò i lettori se ne accorgono subito, se ne accorge subito Google, e secondo me se ne accorge subito anche il nuovo video shock di Miley Cyrus.
Tornando comunque al punto di oggi, è successo che ho questa grande quantità di foto accumulate negli ultimi anni. Sto parlando di stampe (piccole, ma anche di medie dimensioni) che ho prodotto per mille ragioni diverse: provinature, piccoli portfolio da mandare a concorsi o application, stampe per editing, test-print in generale. Si tratta di immagini che in diversi casi sono state stampate anche molto bene, su carta bella, come il nuovo iPhone 6 al prezzo più basso.

Le stampe arrivano da lavori che sono usciti in più contesti, che in qualche caso mi hanno portato gratificazione e sempre dei riscontri (vedi X-Factor 2014). Lo hanno fatto comunque nel loro complesso, come corpi di lavori coesi e unici. Quando metti insieme una serie fotografica, una ricerca sulle immagini, parti in qualche modo da un’idea, da un qualcosa che vuoi sviluppare, e inizi a raccogliere materiale (le fotografie, appunto). Le immagini sono generalmente, quindi, i contenuti di questa ricerca. Ecco - lasciando perdere per un attimo la ricetta del light cheescake - l’idea è quella di pensare alle fotografie non solo come contenuti, come qualcosa che ha senso “dentro”, e di far uscire questi contenuti dal loro contenitore, sia esso la scatola in cui fisicamente si trovano adesso, sia esso il progetto o la serie a cui appartengono. Mi piace molto la possibilità che ad ogni immagine venga attribuito un po' un nuovo ruolo ed è per questo che ho deciso di spedire, a chiunque lo voglia, una di quelle stampe, in maniera assolutamente gratuita. Come le insostituibili coccole di gattini tenerissimi su youtube.

I dettagli li trovate tutti sul sito, l’importante è che poi, ovunque voi abitiate, quando vi arriva la foto mi fate sapere che fine gli avete fatto fare. Così siamo tutti contenti. Tipo Lady Gaga.

16 agosto 2014

Agosto.


Agosto è un’eccezione. Torna tutti gli anni, mentre tu sei lì in estate ed è fine luglio e da un giorno all’altro eccolo là. E tutti gli anni si interrompe il mondo per come va di solito e la quotidianità si capovolge, le virtù diventano vizi, i difetti pregi, e ogni cosa è frattura e paradosso.
Tutto quello che sembra succedere ad agosto, a pensarci bene, è quasi una concessione che ci facciamo, una digressione in quello che stavamo dicendo nel frattempo, un andare a comprare le sigarette e poi non scappare per sempre.

Agosto è un’eccezione per tante ragioni. Tanto per cominciare, le ferie. Quel contenitore chiuso, limitato e necessario nel quale finalmente. Come se tutto il resto dell’anno non potesse essere mai finalmente. Le ferie sono finalmente, mercoledì mattina non è finalmente, di solito. Finalmente non sto più in città, in ufficio, a casa, finalmente è diverso. Finalmente ad agosto si può dare vita a qualcosa che non era possibile negli altri mesi perché si era troppo occupati a guadagnarsele, le ferie. Che detta così fa un po' ridere. E anche detta in qualunque altro modo. E nuvole di lavoratori (o di legittimamente disoccupati) si spostano perché hanno la possibilità di fare quello che sentono (o sembra sentano) di voler fare davvero. Che poi è quasi sempre qualcosa di diverso da ciò con cui si preoccupano di riempire, appassionatamente, i giorni di tutto il resto dell’anno. E quindi niente, abbiamo bisogno di darci un momento specifico e chiuso da riempire con una grande pausa. Ci prendiamo tre settimane di sospensione dai nostri doveri coscienti che chi non lavora non fa l’amore (mentre almeno così sì, lo si può fare, l’amore, per tre settimane intere all’anno).

Ad agosto se rimani in città trovi parcheggio sotto casa e di notte in TV passano dei film bellissimi. Ad agosto ci si rilassa, e ci si rilassa per forza. Non si può fare altro che vivere in vacanza. Chi vive lavorando ad agosto è un’eccezione ulteriore, perché l’attività principale delle persone, quella che le unisce, le raccoglie e le indirizza (insomma quella che durante l’anno è rappresentata dal lavoro) diventa la negazione del lavoro.

Ad agosto si fanno molte foto perché, quasi automaticamente, si attribuisce ai giorni il valore di essere ricordati. E così componiamo album in cui la nostra vita è costituita quasi solo di compleanni, natali, e agosti. Ricorderemo di aver vissuto la maggior parte della nostra vita in vacanza, il che mi sembra comunque una cosa bella.

Agosto è un’eccezione anche perché si va in posti dove non avresti mai veramente il coraggio di vivere. Tesoro, immagina ad averci una casa qui. Proprio qui, su quest’isola lontana. Immaginati il mare, tesoro, la tranquillità, la bella vita. Cara, me la immagino vuota, la casa. Perché noi abitiamo sulla Prenestina e tua figlia va in una scuola che hai scelto tu perché le altre ti sembravano piene di figli di cafoni che non sanno parlare italiano, e tu lavori, ringraziandiddio, come dipendente del comune di Fiumicino dopo che ti sei trasferita a Roma apposta perché è la capitale e il futuro è la grande città, e la Feltrinelli il sabato pomeriggio e il cinema a quattro euro, e lavorare e crescere una famiglia a Sora non è possibile, che mondo è. Cara, sentimi, qui a Ustica tu non ci vuoi vivere, e non iniziare a rompere il cazzo.
La gente abbandona le città, che si spopolano, e riempie luoghi ameni e lontani che solitamente sono vuoti, isole, campagne, laghi, montagne, deserti. Oppure succede una cosa ancora più buffa. E cioè che evacuiamo tutti le nostre case, abbassiamo tutte le tapparelle e chiudiamo il gas, fuggendo da quello che è l’ultimo posto in cui si potrebbe mai pensare di passare le ferie. E arriviamo piacevolmente in un’altra città (desiderata da mesi e perciò bellissima), magari una capitale altrui, dove troviamo anche lì tutte le tapparelle abbassate e i rubinetti del gas chiusi per ferie. Una città da cui sono tutti fuggiti per andare a vedere questa meraviglia esotica che è il posto da cui veniamo noi.

Ad agosto andiamo in giro vestiti in maniera improbabile, che saremmo fuori luogo ovunque, ma tanto noi fortunatamente siamo altrove. e poi sembra che si leggano molti più libri, e penso che sia l’unico mese in cui si vendano quotidiani e riviste, e che si mangi tutti improvvisamente molto meglio.

L’amore. L’amore estivo è esso stesso una categoria a parte nella grande fucina delle storie d’amore. È tipo l’abbronzatura, ti scotti all’inizio, ti inizia a prendere bene e ti senti bello, anche se in fondo lo sai che non arriverà a natale. È un amore che ti ci butti e che cresce senza attriti e senza pesi, senza la paura del futuro. Forse non dura, ma almeno hai capito perché durano gli altri.

E viviamo in questa dimensione provvisoria e anomala che, indipendentemente dalle cose che accadono, ha il grande compito di farci vedere la differenza e darci la possibilità di dimostrare a noi stessi che non siamo quella roba lì (senza nemmeno sapere esattamente a che roba lì facciamo riferimento, se agli undici mesi precedenti o se a quello che stiamo facendo prima di settembre). L’importante è sentire una distanza da qualcosa, e agosto credo serva a quello.

Ci spostiamo tutti insieme, in grandi migrazioni circolari che durano quello che basta per averne nostalgia appena si torna. Quello che succede, succede per un po'. Non che non sia vero, ma poi passa. Partiamo e torniamo riempiendo aerei, navi, treni e soprattutto parentesi, manifestando così il significato più vero di quello che siamo ad agosto, passeggeri.