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5 marzo 2015

Il tennis, American Sniper e la mafia.


Che non sia più la trilogia de Il Padrino e compagnia bella a rappresentare la mafia contemporanea lo sapevamo. Ma in questi giorni sembra sempre di più che la criminalità organizzata che fa base in Sicilia - e che non è solo siciliana - attinga, nella costruzione del proprio immaginario, alla cultura pop più generalista, ai consumi culturali di questi anni. Le vicende degli ultimi giorni, infatti, hanno riferimenti che sembrano presi da un sommario di Wired, o de Il Post, o da una home page di un social network a caso.

Piccola premessa. Nino Di Matteo, magistrato palermitano e pubblico ministero nel processo sulla trattativa Stato-Mafia, si trova a investire tutto il proprio tempo, la propria sicurezza e, in larga parte anche la propria privacy nel lavorare a questo dibattimento che, per intenderci, è uno dei più pesanti che la Repubblica Italiana si trova a dover sostenere - e fronteggiare, a quanto pare - da quando è stata inventata. Vista la delicatezza di tutta questa storia, viste le sue competenze, e soprattutto visto il numero infinito di merde e piedi altrui disseminati ovunque - che come ci si muove si pesta qualcosa - Nino Di Matteo è in cima alla lista di quelli da ammazzare. Lo vogliono fare fuori perché sta portando avanti un procedimento in cui si tenta di dimostrare che lo Stato è sceso, o salito, a patti con la mafia (a grandi linee nel periodo in cui la mafia metteva le bombe). Un procedimento in cui si tenta di dimostrare che ci sono state, e in effetti continuano ad esserci, parti delle istituzioni, uomini di stato, carabinieri, servizi, e forze eversive di varia genesi che hanno ben pensato di compromettere la democrazia in cui tutta questa nostra Storia nazionale ha sempre creduto di iscriversi. Insomma se questo processo va avanti e si risolve con delle condanne, lo Stato Italiano non ci fa una bella figura. E questo è un aspetto piuttosto cruciale. La mafia, tutto sommato, non è quella che ne uscirebbe peggio da questa cosa. Certo, perderebbe riferimenti nel cuore del governo e dell’amministrazione pubblica, insieme alla possibilità di muoversi come crede, ma di certo non perderebbe la faccia. Alla mafia che gliene frega se poi si dice che ha collaborato con lo Stato Italiano?

- Totò!
- Eh.
- Qua dicono che hai collaborato con lo Stato! Dice la Repubblica Italiana, dice!
- Non ne so niente.
- Che li hai ricattati, che c’hai fatto cambiare le leggi, e gli ha dato pure a mangiare!
- No a tutti, però. A qualcuno.
- Totò
- Eh.
- Ti devo fare i complimenti.
- Ti ringrazio, una soddisfazione ogni tanto.
- Saluti.
- Saluti.

È lo Stato che non può permettere una cosa del genere, perché una verità di questo tipo sgretolerebbe completamente le basi delle sue istituzioni. E così, permaloso e lungimirante come ogni Stato con la mafia dentro, tenta di risolvere le cose prima che diventino problemi, o quantomeno ci prova, facendosi aiutare appena è possibile dagli amici che già c’hanno le mani sporche.
Nino di Matteo sta diventando un problema, e così si ritrova a dover fronteggiare un progetto di attentato alla sua vita in stato molto avanzato. Non vado nei dettagli, che tanto si trovano sui giornali. Però riporto gli ingredienti, che sono la cosa importante se dovete preparare un revival del ‘92:

• 150 kg di tritolo arrivati a Palermo (bagnateli con un panno caldo e nascondeteli)
• Kalashnikov e bazooka a Roma (in un cestino da picnic, per una romantica sorpresa al Pigneto)
• 2 scorte di protezione con mezzi blindati e gruppi speciali
• 1 cecchino (uno a persona)

Come dicevo all’inizio sembra che tutte queste vicende si stiano manifestando in una cornice dai riferimenti insolitamente pop. La criminalità organizzata secondo me si è stancata di fare la criminalità organizzata. E per quello che le è possibile tenta di ammazzare persone e corrompere lo Stato dando sfogo ai bisogni che la timeline di Facebook le propone, e al dilagante desiderio di essere come tutti. Gomorra e la violenza non vanno più di moda come una volta; oggi c’è il tennis, c’è la Playstation 4, ci sono il cinema di Clint Eastwood regista e la serie House of Cards. Il mafioso di oggi ama Wes Anderson.

Qualche giorno fa presso i campi del Tennis Club 2 di Palermo si è tenuta una delle partite più interessanti del Sicilia National Open. Il tennis è uno degli sport che è tornato più in voga negli ultimi anni, insieme al rugby, al ciclismo e al cake design. Tutti sport minori e anticonformisti, di cui parlare a quelle cene dove parlare di calcio è mediocre, senza accorgersi che comunque si sta passando la serata a parlare di sport.
Ed è proprio il tennis a rappresentare al meglio le vicende che ormai da decenni hanno luogo nell’isola più grande che c’è in questo mare. Nino Di Matteo arriva sulla terra rossa circondato dalla sua squadra (che come vedremo presto non è nemmeno la sua), pronto ad affrontare l’ennesima partita di un torneo che difficilmente arriverà ad una finale, ma che sicuramente è già entrato nella Grande Slam.
Anche in questo incontro le regole e la configurazione sono le stesse che già abbiamo visto in tutto il Sicilia National Open. Di Matteo gioca un singolare, dall’altra parte della rete giocano in doppio. Gli avversari insomma sono due, sono in squadra insieme, si alternano alla battuta e si danno poca confidenza, come tutti i tennisti che giocano insieme da lunga data. Anche per questa partita, come per tutto il resto del torneo, si segue il sistema del così detto “Ma mi pigghi pu culu?” secondo il quale la squadra avversaria ci mette pure l’arbitro, i commissari di linea e i raccattapalle. E assegna a Di Matteo anche l’allenatore, il preparatore atletico, il massaggiatore e il campo dove allenarsi.
Insomma la partita è difficile e delicata, ma il magistrato a quanto pare ci sa fare, è un giocatore di un certo livello. E allora la coppia stato-mafia alla fine di un tie-break molto impegnativo pensa bene che forse è proprio arrivato il momento di un placcaggio, di un calcio volante sulla rete, o di un gancio sotto la cintura; di un fallo tattico insomma. E visto che il tennis non prevede contatto fisico, assume un cecchino.

Ultimamente sui tetti di Palermo pare si apposti un uomo dalle sorprendenti abilità balistiche e dalla vista acutissima. Un uomo che gira col fucile di precisione anche quando va in farmacia o al mercato, e che per questo in città passa tranquillamente inosservato. Un uomo silenzioso e preciso, che agisce all’ombra dei suoi, ma che al tempo stesso li protegge, gli permette di procedere nella loro missione di difesa dello status quo, eliminando ogni minaccia dall’alto. Una sorta di omologo di Chris Kyle, il protagonista eroe di American Sniper, con l’unica differenza che Chris Kyle è stato un marine pluridecorato e probabilmente il cecchino di Palermo pure.

In effetti, pur ragionando sulla storia che la mafia si sta sdoganando dalle vecchie immagini e i vecchi comportamenti, pur accettando il fatto che si ispiri sempre di più ai consumi culturali del quarantenne italiano medio, che voglia votare PD e voglia assolutamente andare dalla Bignardi, pur accettando che si sia fatto un profilo su Runtastic e l’abbonamento a Internazionale, a me qualche dubbio sul cecchino mi rimane. American Sniper non si diventa così facilmente, è una cosa sofisticata, non basta la cazzimma di Scarface. Insomma, vabbè che sei mafioso e sei cresciuto con GTA Brancaccio - al netto della Playstation - dove sicuramente non ti è mancata familiarità con le armi, però per fare il cecchino con un fucile di precisione un po' di addestramento serio ce lo devi avere. Cioè magari se ci pensi bene, tu cecchino sui tetti di Palermo che vuoi sparare ad un magistrato a 800 metri, forse una scuola di tiratori scelti l’hai fatta da qualche parte. Dai, dici la verità.

28 maggio 2014

Una moltitudine di poche parole.


A ventidue anni parto per Milano e comincio lo stage in questo posto costruito con le fotografie, in questa città costruita con le forme, e appena arrivo tutto mi sembra superficie. Il posto dove lavoro è una grande agenzia di fotogiornalismo, un mondo sconosciuto e perciò entusiasmante, pieno di gente che incontri in pausa pranzo e parla di cose che non sai e che puoi imparare solo pian piano. E quando non è pausa pranzo si lavora e si parla di cose che non sai e che devi imparare veloce veloce. Lì imparo anche il nome delle cose che mi circondano, tutte con la s: scighera, schiscetta, sciura.

Una mattina, dopo forse un mese che sono lì, arriva uno stagista nuovo. Lo vedo altissimo e biondissimo, con gli occhi chiarissimi. Forse non erano nemmeno così chiari, ma io lo vedo proprio vichingo. Ok, questo ha vinto, penso. Se è vera la storia che in queste situazioni bisogna farsi vedere, competere per emergere, lui è già lì, è finita. Sembra il giovane Thor e io a confronto Lello Arena.
La storia non è vera e la competizione non c’è, meno male. Il ruolo che abbiamo ci porta a stare insieme spesso e scopriamo subito che stiamo bene l'un con l'altro. Mi prende in giro che non so pronunciare la z di alcune parole (tipo zanzara o calzino, non l'ho mai capito), e io a lui, che parla come una pubblicità di Radio Nord Giovane. Raga, stizza, bella, sbatti, benza. Già dai primi giorni ci raccontiamo quanto siano forti alcuni dei lavori che vediamo in quel posto, e quanto potrebbero essere migliori altri. E in quel pensarli migliori, in quel confidarci che potremmo forse immaginarli diversi, più belli, diamo vita senza dircelo ad una consapevolezza, un percorso. Ne iniziamo a parlare tanto, anche se non abbiamo ancora né l'esperienza, né gli strumenti per capire veramente come fare. E quindi spesso sono poche parole, ma tantissime lo stesso. Una moltitudine di poche parole su come faremmo e come faremo fotografia.

Nelle pause pranzo andiamo a mangiare in un parchetto, che a pensarci oggi è solo una serie di aiuole che si intrecciano non lontano dall’agenzia, e un giorno lui mi chiede se conosco Don McCullin. Io rispondo boh, forse. E lui mi dice eh boh pure io, però ho trovato la sua biografia da qualche parte e ho cominciato a leggerla. Per giorni continua a parlarmene, ad ogni pausa pranzo, mentre facciamo strada verso il parchetto, quando siamo lì e mentre torniamo indietro. Mi dice di quanto siano incredibili le sue foto e di quanto, forse ancora di più, le esperienze che ha fatto per scattarle. Ascolto e inizio a pensare che non si tratta di qualcosa di così forte per me, la missione del fotogiornalista io non la vivo, non la sento in quel modo lì. E penso anche, senza dirglielo, che è un ragazzo troppo alla mano, troppo simpatico, per voler fare veramente certe cose. Cioè dai siamo qui che ci diciamo un sacco di cazzate e scherziamo e ci troviamo bene, davvero avresti voglia di seguire quella strada? Qualche anno dopo, così come mi rendo conto che Milano esiste anche oltre la sua superficie, capisco che per fare fotografia di conflitto non devi necessariamente essere uno stronzo. E quindi la risposta a quella domanda sarebbe stata sì, e sarebbe stata certamente la risposta giusta.

Andy e io passiamo un bel po' di tempo insieme quella primavera. Vediamo insieme le mostre e i festival di fotografia, e quando è maggio pieno andiamo a Pianello Valtidone, un posto lontano anni luce da Milano, nonostante ci si arrivi in poco più di un’ora. Mi sembra che mi ci porta proprio lui lì, dice andiamo a vedere che c’è Alex Majoli che sta mettendo su qualcosa. E quando arriviamo c’è effettivamente Alex Majoli che, altissimo, sta mettendo un sacco di roba nella sua vecchissima mercedes, e c’è anche un altro tipo che non so ancora chi è. È altissimo pure lui. A vederli tutti e tre insieme sono tutti altissimi, sul serio. Penso cazzo, Lello Arena. Majoli sta partendo per andare a Cannes, al festival del cinema, per un commissionato lì, a fotografare non so cosa. Ad un certo punto molla quello che sta facendo e si siede su una sedia di plastica in mezzo all’asfalto che c’è davanti a questa sorta di officina vuota, o rimessa o open space. Parliamo insieme di un po' di cose, di quello che vogliamo fare, di quello che è necessario e di quello che sembra giusto. Lui è un tipo strano e carismatico, con le idee chiare. Ci dice roba che sembra presuntuosa e provocatoria e che solo dopo qualche tempo capiremo essere la verità.

Finita la primavera io e Andy iniziamo a vederci più di rado. Lo stage finisce e noi prendiamo strade che pian piano si separano e ci portano a sentirci sempre meno e a rivederci poi solo per caso. Lui continuerà a frequentare e vivere quel posto, mettendo su uno dei collettivi più belli.

Quell’estate finiscono un po' di cose di cui mi accorgo, ma finisce soprattutto qualcosa di cui non mi accorgerò fino all’altro giorno. Quell’estate finisce l’inizio. Il primo passo, il primo pezzetto di una strada che poi si continua altrove, distanti, ognuno giustamente e serenamente per sé. Finisce quel momento in cui vuoi capire la direzione, scegliere sempre di più chi stai diventando e di che cosa vorrai entusiasmarti di lì a qualche anno. Tutto questo finisce lì, e diventa memoria. Ed è bello averlo condiviso con qualcuno che è poi diventato un grande fotogiornalista per davvero.

26 marzo 2012

amore mio di provincia.


sono andato a roma per smettere un’altra volta di fumare.
il secondo giorno è stato un pò brutto. ero agitato e masticavo gomme. guardatemi, sono sceso dal tram e non mi sono acceso una sigaretta. ehi, sono qui all’aperitivo con una rappresentativa fotografica romana e rimango dentro il locale a non pensare a ciò che tutti stanno facendo sul marciapiede fuori. i miei amici sono in ritardo, non mi fumo alcuna sigaretta. bevo alcol, bevo caffè, mangio un gelato al pistacchio buonissimo poi mi metto al sole e non succede niente. intrattengo conversazioni che mi prendono molto e nemmeno una sigaretta.
e poi il giorno dopo mi sveglio che puzzo di fumo. penso com’è possibile, che c’ho avuto sì una notte agitata però non mi sono alzato mica per fumare, mica a sti livelli. alito nelle mani e sento che in realtà sul serio non ho fumato, anche se mi verrebbe di dire dì sì. e in effetti mi ricordo che ero in questo autogrill piuttosto affollato dove forse decido di consumare qualcosa, quando ad un certo punto tutti si accomodano a vari tavoli spuntati a caso, oppure su vari tappeti in terra, e anche io. e gli afterhours cominciano il loro concerto. più che un concerto era tipo un set acustico e c’era anche un ospite molto importante che cantava ma non me lo ricordo chi era. e io ero molto nervoso, seduto al tavolo, e scrivevo tantissimo, in maniera cattiva su un quaderno, mi ci accanivo su questa pagina e scrivevo in corsivo cose inutili che non avevano significato, e che in realtà non decifravo nemmeno, ma di sicuro volevano dire qualcosa. scrivevo e fumavo, fino a che non mi hanno iniziato a guardare storto un pò tutti, che eravamo pur sempre in un autogrill, e negli autogrill è vietato fumare.
il giorno dopo ho visto la mostra di veronica daltri, amore mio di provincia, e ho pensato subito che non stavo pensando niente. cioè io ero lì e non lo sapevo che dovevo pensare. stavo solo bene, anche se un pò in stato di shock, e affamato. ecco questo è un lavoro che ti affama, le ho detto. mi hai affamato. e forse non basta mangiarne, vuoi esserne proprio sazio, e con quel lavoro non lo sei mai perchè è tutto immaginario e non si tocca e sei in un posto che non esiste e poi ti accorgi che è l’italia. e ne vuoi di più, ancora di più, perchè non basta quello che c’è. allora forse fumare davvero non mi serve così tanto, se basta andare ad una mostra per sentire la mancanza di qualcosa, per sentire un vuoto dentro. che prima non pensavo neanche di avercela una parte del genere dentro da dover riempire. è come se ti aggiungessero un pezzo che ti incompleta. come a quindici anni con la nicotina. e stavo lì a farmi domande in silenzio e a sentire questa insoddisfazione crescere, a voler vedere di più, a voler possederne un pò e a farmi capace che non c’era un punto a cui arrivare per andare a capo. e subito mi è venuto da dire da dire che amore mio di provincia, quello che ho visto io, è qualcosa che ti lascia a mezzo fiato, e l’altro mezzo pare proprio che non lo recuperi più. insomma è insoddisfacente, e lo è nel senso più bello possibile.

6 settembre 2010

rimmel.


ieri notte è finita che stavamo entrando a roma in panda e dovevamo essere intorno a settebagni quando rocco mi dice che una volta aveva fatto una cassetta solo con questa canzone tutto il tempo.
e l’autostrada era dietro, le macchine poche, le luci sempre di più e insomma era esattamente quel momento quando stai tornando a casa, ma non ci sei ancora davvero, in cui realizzi che stai in viaggio dalle sette della mattina. sempre in camper e poi un pò in panda.
come quella volta che sei andato a perpignan alla sagra della fotografia seguendo tutto il flusso che va lì perchè bisogna fare un pò di networking. quella volta in cui hai finito per ubriacarti tutte le sere e tutte le mattine ti sei ripromesso di lavorare almeno oggi. quella volta in cui sei stato un sacco con i terraproject - e meno male che ti hanno ospitato loro, bravi ragazzi - che a passarci in camper quattro giorni hai capito davvero il significato dell’espressione “l’amicizia raddoppia le gioie, dimezza i dolori e tutta insieme al chiuso puzza”. quella volta in cui hai rincontrato diego e mi ha fatto ridere esattamente come due mesi fà andando ad arles...

{a questo punto è il caso di aprire un piccolo siparietto, e le parentesi graffe mi sembrano le più indicate. ho conosciuto diego in qualche modo per email, mi sa tramite esther. a proposito facciamo che anche diego ha un nome in codice che poi magari se la prende, chiamiamolo che ne so, orlando. sì, orlando, personaggio della letteratura seria, uomo di grande fascino dalla storia tormentata che non ho mai saputo. quello là, suona bene. vabbè ci siamo conosciuti da lontano e poi la prima volta che ci siamo visti eravamo a malpensa. lui mi si avvicina e queste sono esattamente le prime parole che mi dice: “ciao sono orlando e voglio finire anche io su bloggaccino”. io gli ho fatto un sorriso gigante perchè tra l’altro eravamo in aeroporto. e mi sono quasi sentito come uno famoso in aeroporto che viene fermato tipo “ehi! ma tu sei”. perchè gli aeroporti sono pieni di queste cose. anche se poi in realtà lui non è che mi ha fermato, avevamo un appuntamento. ed è pure arrivato tardi. io alla fine non ho scritto niente che mi sentivo gli occhi addosso e ho una animo timido e riservato. adesso a perpignan ci rivediamo per la seconda volta e io dico “ciao orlando” e lui dice: “ciao roberto, io voglio sempre finire su bloggaccino”. e pure stavolta mi ha fatto sorridere perchè tra l’altro eravamo in una piazza stracolma di gente estremamente più famosa di tutti, anche di loro stessi. sicuramente più famosa di me. in quel momento, dopo essermi sentito dire una frase così, se ci fosse stato uno come paolo pellegrin davanti a me lo avrei guardato dritto negli occhi con uno sguardo orgoglioso ed eloquente del tipo “ehi… le tuo foto costeranno pure quanto una golf, ma mi sa che stasera non hai raccolto molti complimenti sul tuo blog personale con non più di trenta lettori come quello del sottoscritto”. e invece paolo pellegrin stava alla mia destra, direi un pò defilato, quindi ciccia. fine del siparietto}

...quella volta in cui per farti una doccia chiedi il favore ad anna visto che hai un problema con il bagno del camper, abitato da un mostro che uccide. e quando entri nella sua camera d’albergo è tutto bellissimo e tutto in disordine che tanto per lei paga la nikon.
quella volta in cui fai un pomeriggio di fila per incontrare tutto le monde magazine, e parli con tutti, e tutti fanno la faccia interessata e poi ti dicono di andarli a trovare a parigi e tu ancora non hai capito che vuol dire.
quella volta che tutto questo networking di prima finisce per essere un grande circo del quale credi veramente di volere far parte finchè finalmente non sei a settebagni e ascolti rimmel due volte e la seconda la canti a tratti.

24 giugno 2010

hannover, il cielo cade.

l'altra sera ero a cena a napoli. c’ero andato per la presentazione di un libro (nella fattispecie “lidia, il cielo cade” di maurizio cogliandro, edizioni postcart. un libro fotografico con il titolo più bello della storia del rock. le foto pure belle. la stampa ottima. e la prova che documentare può voler dire pure mettersi di fronte ad uno stato d’animo. mettercisi di fronte fino a che non è finita. e poi tornare a casa con le mani sudate infilate in tasca. e ho fatto pure pubblicità. ciao maurizio).
e insomma dopo la presentazione del libro andiamo a mangiarci una gloriosissima pizza con eleonora e peppe. che peppe vive a napoli e ormai tutte le volte che vado a napoli ci andiamo a mangiare la pizza e a prendere un amaro averna. e io praticamente di napoli ho visto solo via dei tribunali. ma mi fa piacere che peppe viva a napoli così io tutte le volte che ci vado lo vado a trovare e tutte le volte che vado a trovare peppe vado pure a napoli. insomma magari sono due cose che funzionano bene solo insieme.
e peppe mi chiede com’è hannover. e me lo chiede così, in pizzeria, appena abbiamo finito di apparecchiarci la tavola da soli. e io lo guardo e dico boh e lui ride e io dico forse è meglio che chiedi ad eleonora perchè io hannover in effetti non l’ho vista proprio.

11 giugno 2010

tra l'altro il motorino elettrico.

perchè picchio c’ha ventotto anni. perchè la pensa come me, almeno a grandi linee. a grandi linee giuste.
perchè arrivo, lo chiamo e mi fa sto dormendo è questa l’ora di arrivare che è quasi mezzanotte? e invece era fuori a bere e siamo andati insieme ad una festa a lettere piena di gente giovane e disinibita. e lui era vicino a dove usciva la musica e io invece più lontano dove la musica arriva ma puoi anche parlare con una sua amica riguardo a chi si è. provando a spiegarselo a vicenda.
perchè con picchio arrivo pensando che la giornata è finita e poi facciamo le ore piccole. che secondo me arriviamo pure a fare le ore medie senza problemi. sperando che i miei studenti non leggano, dovendo io essere un personaggio autorevole e responsabile. un docente, insomma.
perchè picchio ha un motorino elettrico. perchè vive in centro a firenze in una casa col terrazzo. e inizio a pensare che il terrazzo è davvero molto comune tra certe persone fotografiche e forse quasi mi serve, come la sciarpina.
perchè picchio secondo me su questo terrazzo dice cose interessanti e butta l’acqua sulle piante.
perchè crede nella rete che non vuol dire pensare tutti uguale, ma saperlo che non si pensa tutti uguale, tenerlo presente. e restare collegati, agendo pure insieme, magari. e vuol dire tante altre cose in cui la parte centrale sono la condivisione e l’identità. ma questo lo dico io.
perchè in casa tiene appese un pò di sue foto grandi. e io no. ma nel senso che non mi piace appendere le mie foto. magari solo quella che ho fatto al lago con le luci. tutto sommato quella la posso appendere. adesso la appendo.
perchè picchio mi ha messo a dormire in una stanza che è lo studio ed è pieno di libri e coperte e il letto è pure comodo. perchè mi prende in giro appena mi vede per le cose che scrivo su questo blog. perchè picchio legge questo blog.

9 giugno 2010

un attimo nella città eterna.

- ma allora davvero hai un fiore rosso tra i capelli...
- certo, te l’avevo detto.
chiudo la portiera e mentre mi allaccio la cintura cerco di contraccambiare un sorriso che mi arriva grande e colorato come una torta di compleanno quando sei piccolo. io un sorriso così mi sa che non lo so fare, allora ne faccio uno a caso. e lei guida spedita portandoci lontano da termini.
- senti io prima di andare a casa devo passare da mail boxes che devo spedire due cose…
- ma figurati nessun problema. io in fondo sono qui solo per incontrarti e passare un pò di tempo insieme. ma tu di dove sei? da quanto tempo sei qui? com’è roma?
- fantastica. ora come ora non la lascerei mai. dico proprio a livello umano. ecco, questa signora vuole morire.
- perchè sai io stavo pensando che forse adesso una casa me la potevo trovare qui, cioè una base. io non lo so com’è roma, ma a me piacerebbe fare le cose per bene, anche se in italia tutti dicono italia italia, ma non come ai mondiali capisci? dicono italia espirando piano, come a dire piove, mi segui? però basta anche con questa storia che piove, no? cioè va bene che quest’anno l’inverno è stato lungo, ma io credo molto nel cambiamento. dico cambiamento come evoluzione in genere… e l’evoluzione sta molto nel capire quello che si ha, perchè bisogna partire da qualcosa, e conoscere e accettare i propri punti di partenza, ma si fa per andare avanti. e poi secondo me è importante lavorare con altra gente, intendo a contatto, condividere, collaborare. secondo te un’agenzia? tu come la vedi? e la contrasto? che ne pensi?
- siamo arrivati, che fai scendi?
- boh, non lo so, scendo?
- scendi scendi.
il mail boxes è chiuso e apre dopo mezz’ora e allora esther si attacca alla porta a vetri e inizia a fare due occhi da cucciolo nel canile e poi ci aprono con la faccia di chi ha finito i croccantini e lei dice che deve fare due spedizioni velocissime e ci fanno entrare.
- questo va a milano e quest’altro a parigi per piacere. caffè, birra o vino?
- direi birra. birra.
- allora ci fermiamo sotto casa e le compriamo.
e arriviamo al pigneto col sole e prendiamo due birre ghiacciate e una pizzetta e saliamo a casa sua che è grande esattamente come casa mia, direi abbastanza grande, arredata un pò più new age della mia, incasinata probabilmente la metà della mia, con un terrazzo come quello che c’è fuori casa mia. io però casa ancora la devo prendere.
e adesso la parte di dialogo, dico quella scritta, finisce. perchè non mi ricordo bene quello che ci siamo detti. no, non è vero, me lo ricordo benissimo ma non so bravo con certe cose. perchè quello che vale la pena dire è che io su quel divano mi fumo le sigarette e ascolto. e ascolto veramente. non come quando si fa finta di ascoltare e poi in mezzo si dice “certo”, così ogni tanto e intanto si aspetta il proprio turno per dire qualcosa. insomma io ascolto e penso e bevo la peroni ghiacciata. e sembra che quella peroni io la butti su altro ghiaccio dentro e piano piano tutto si scioglie lentamente. e tutto si scioglie a causa di roma. roma che ti lascia il caldo addosso, il caldo colorato e appiccicoso, il sudore che sa di benzina, la pelle lucida di metropolitana. tutta una serie di cose che diventano meravigliose e acquistano senso perchè iniziano a trasformarti in un bicchiere con la condensa attorno e il freddo dentro. il freddo perchè è piacevole e il caldo per tenerlo sotto controllo. insomma onestamente un pò mi emoziono e poi lei mi dice vieni qui che mi devi dare un parere su questo multimedia e io le dico che la musica non mi piace e forse dovrebbe usare altro e lei lo usa altro e non mi piace lo stesso allora poi parliamo un pò di musica e lei mi fa ascoltare michael cashmore e un pò mi emoziono di nuovo. allora mi dice prima di andartene devi dare un’occhiata a queste foto, mettiamoci in terrazzo. e mi dice che ne ha parlato tanto con antoine d’agata e io penso cazzo e dico perchè non mi fai un riassunto considerato che io sono boccaccino. intanto scorro le stampe che sono qualcosa di bello e lei mi fa questo riassunto e io non la guardo in faccia perchè guardo le foto e lì per lì non dico niente. ma perchè che devo dire? io ci metto un pò a pensare le cose da dire, sono uno lento a capire a metabolizzare tutto. io ti amo lo dico tardi. e pure ti odio. poi piano piano mi convinco e capisco di più che c’ho in testa e poi magari provo a dire qualcosa di intelligente. insomma magari c’ho pure un pò di ansia da prestazione ora che ci penso. quelle foto le ha viste tutto il mondo che conta e fondamentalmente sono anche il prodotto di una vicinanza con antoine d’agata. non è che arrivo io dopo i discorsi di d’agata e dico solo: uau. pare brutto. anche perchè non è uau e basta, è qualcosa che io ho sempre pensato fosse propria di altri, fosse altrove, fosse un linguaggio stampato sui libri e basta, un movimento personale che ti viene mostrato senza codice, senza la possibilità di fare altro che apprezzarlo, senza viverlo. e invece quel qualcosa io ce l’avevo di fianco rannicchiata su una sedia di plastica da giardino. un pò mi emoziono per la terza volta e lei mi sa che lo capisce. mi fa un sorriso che mi arriva grande e colorato come il regalo dopo la torta e io ne faccio uno sempre a caso. ma stavolta diverso da quello di prima.

4 aprile 2010

pasqualmente.


ciao roberto,

in questa ridente mattinata primaverile pre-pasqua io sto a roma. da sola, perchè ho una faccia che non ho voglia di portare in giro, tantomeno di presentarla ai miei e a mia nonna di 95 anni che vorrei che quando mi vede pensasse: che fiore di nipote e non oddio cosa le hanno fatto. ho una faccia decisamente storta. le cose non vanno, come si dice. che poi non ho mai capito dove dovrebbero andare. dovrei essere felice e contenta, sto facendo un corporate che darà da mangiare per 4 mesi, ho vinto il worldpress una volta e ho fatto anche il masterclass joop swart. posso finalmente rispondere alla domanda fatidica: cosa fai nella vita? e dire: la fotografa, e tutti fanno: oooooh. come dice una persona a me molto vicina, dovrei camminare sulle teste degli altri. ma io lo vedo un pò complicato, anche perchè stamattina già non mi reggo bene neanche su un pavimento di finto marmo anni 60.
ma soprattutto, perchè diavolo ti sto scrivendo tutto questo? ecco, lo so. stamattina l'ho passata a leggere il tuo blog e mi sono molto divertita. sono una maniaca lettrice e mi piace molto come scrivi e cosa scrivi.
e mentre aspetto che la mia faccia si riallinei secondo una simmetria divina, continuo a leggere ancora un pò.

pasqualmente,
esther (nome che non è quello vero, come si dice? pseudonimo. ndr.)


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ciao esther (sempre non esther. ndr.),

io stamattina sono a benevento, dove sono nato e cresciuto, e dove torno ogni tanto a ricordarmi perchè non ci vivo più. mi sono svegliato tardi con la stessa faccia di tutte le mattine quando sei andato a letto alle quattro. i nonni li ho finiti tutti. con l’ultimo, prima che morisse, ho un pò barato, ma a fin di bene: gli ho detto che mi avevano preso a fare il ferroviere. lo vedevo, siciliano di due generazioni fa, che non riusciva a realizzare davvero suo nipote disoccupato; perchè se non lavori come ferroviere, impiegato o carabiniere sei inequivocabilmente disoccupato. e quando gli ho detto che andavo a lavorare sui treni lui si è illuminato e poi pure io.
adesso quando uno mi chiede che lavoro faccio rispondo fotografo. ma lo intendo come verbo*, non come appellativo, nel senso faccio foto. che fai? beh, (io) fotografo... che a dirla tutta non so se è davvero un lavoro. intendo quando tu fai qualcosa che sì, ti piace, che ritieni sia bello, qualcosa in cui davvero credi. quando porti avanti qualcosa che ti muove dentro e con la quale cerchi di muovere quelli intorno a te, qualcosa per la quale ti sacrifichi, ma per la quale quello che ti torna non è quasi mai davvero concreto. e prosegui nell’eterna speranza di arrivare ad una certa pace e soddisfazione finale. non credo sia lavoro. a pensarci bene dev’essere religione.

non sai che piacere mi fa immaginare qualcuno che, di sabato mattina, da solo, a roma, va leggendosi le mie stupidaggini. qualcuno che si è svegliato storto con la primavera che arriva e le cose che sembrano non andare bene. è un’immaginazione molto suggestiva e mi fa sorridere.
non so se dovresti essere contenta, personalmente non ti conosco molto (ecco, non ti conosco per niente), ma magari potresti. nel senso che hai diverse ragioni per esserlo. io non so nemmeno cos’è un corporate. se ne ho fatto qualcuno in passato non me ne sono accorto.
spero che quello di cui non sei così soddisfatta possa andare meglio. in fondo la primavera che arriva io l’ho sempre vista un pò come il pomeriggio. non necessariamente sabato pomeriggio, ma forse preferibilmente. come atmosfera dico. e nei pomeriggi, di solito, le cose si aggiustano.
non so se fumi, ma nel caso accenditi una sigaretta mentre leggi, per piacere, che aumenti la suggestione e mi fai contento.

un abbraccio,
roberto


* vedi anche "fotografo è un verbo".

1 marzo 2010

ti amo this harmony.


due o tre volte nella vita mi è capitato di sentirmi veramente felice per qualcosa in cui io c’entravo poco o niente. una di queste volte si chiama this harmony.
this harmony è un progetto musicale che mi passa davanti da ormai diversi anni e al quale ho avuto modo di partecipare in maniera collaterale, per quello che so fare io, un pò per caso un pò per culo. che più o meno è la stessa cosa.
e il perchè di tutta questa felicità non sta tanto nel fatto che posso più o meno aver collaborato ad un progetto del genere e quindi sentirmi parte di qualcosa (punto comunque determinante, lavorare sempre da solo e su me stesso stanca). direi invece che tutto deriva dal fatto che this harmony racchiude in sé tutto quello che poi effettivamente esprime. intendo dire che io tutte quelle cose belle che vengono fuori sul palco (o dallo stereo per i meno fortunati) le ho vissute veramente. io il terzo frammento del notturno credo davvero di sapere che vuol dire. cioè lo so da dove è venuto fuori, da cosa è nato. ma soprattutto io il terzo frammento del notturno l’ho vissuto. non sto dicendo che sono l’unico, e nemmeno me ne frega niente. in fondo la mia felicità non dipende da quanti utilizzano lo stesso modo per trovarla. non è tanto per suonare, tanto per comporre, tanto per ascoltare. parlo di un gruppo di persone che, piano piano, è riuscito ad armonizzare sé stesso, a dare una forma vera e coerente a molto di quello che conta. e io a londra sono stato così bene perchè ho sentito quella musica tutte le sere, ho trascorso con quelle persone tutti i giorni e non ho capito la differenza.
il mio compito doveva essere quello di fare un pò l’artista. cioè stare lì ed essere ispirato e fare foto che poi restituissero tutto. bella vita. io le foto non le ho viste ancora che non mi voglio intossicare con questo computer. per una prova piccola tipo quella sopra ci vuole un quarto d’ora. so che sono belle. ma come al solito so pure che non basta.
e questo fatto che non basta è stato al centro di molti discorsi degli ultimi giorni. dico non basta in senso lato. questa voglia di andare un pò oltre, ma poi nemmeno tanto poco. perchè lo sappiamo quanto possiamo andare oltre. e trovare qualcosa di nuovo e più bello. e come mi è stato detto il giorno prima di partire: ormai non può più andare male, che non si può tornare indietro.
this harmony è un progetto in divenire. che poi è anche il miglior augurio che mi sento di fargli.

14 ottobre 2009

scusa calvino.


la fotografia non ha molto a che fare con il cervello. è una questione di stomaco. non date troppe spiegazioni, ponete domande e lasciate all’osservatore le risposte. io non voglio le risposte, voglio usare la mia fantasia per arrivarci. siate primitivi quando fotografate. pensate ai vostri bisogni primari.
quanto avrei voluto dirgli che io dei miei bisogni c’ho fatto una filosofia.
anders petersen è svedese, un nome un brivido, una leggenda della fotografia internazionale che ha iniziato a materializzarsi ieri mattina nell’aula 806, dipartimento di fotografia, danish school of journalism, poco dopo che il sottoscritto si fosse chiesto chi cazzo fosse mai quel nome sul programma.
c’ha la fama di essere un tipo strano, diretto, con richieste un pò assurde. appena arrivato chiede a noi che cosa mai ci facesse lui lì, nel senso se sapevamo qualcosa del workshop, cosa avremmo dovuto fare. qualcuno risponde che nessuno ci ha detto niente e lui dice shit. e dopo che ha detto shit inizia a raccogliere le idee e parte questa settimana con lui. e questo percorso che sto facendo mi sconvolge sempre di più perchè è una montagna russa che dopo anni passati a credere di fare bene, a crescere, ad accumulare tecnica e sentimento arriva il momento di togliere tutto. alleggerire tutto. essenziali. lui pare ci tenga a lavorare sul linguaggio. voi non avete bisogno di una storia, avete bisogno di voi stessi. partire da dentro e mostrare voi nelle foto sennò non valete niente. e io penso ancora una volta a calvino che lo volevo conoscere, che è morto a siena dopo essere nato a cuba. ma uno come calvino che è nato a cuba e ha insegnato in america, che andava a parigi ed era amico di che guevara, per morire a siena vuol dire proprio che lo ha fatto apposta per essere incontrato. che ci voleva ad andare a siena in ospedale a trovarlo? almeno ai funerali... forse ci voleva più di un anno di età. scusa calvino, perdonami, ma non ce l’ho fatta...
e oggi anders petersen ci congeda dicendo che dobbiamo trovare qualcosa di noi che faccia da trampolino per iniziare a scattare. scattare intimamente. un esempio possono essere le nostre paure. cosa vi fa paura? ecco per domani portatemi delle foto di ciò che vi spaventa. io penso che sono le quattro di pomeriggio, che la danimarca chiude alle sei e che la mia paura in quel momento è non riuscire a fare nulla per il giorno dopo. magari dovrei fargli una foto a lui ma non mi pare il caso. allora, appurato con gli altri che fare foto ai serpenti, agli squali e ai ragni è quanto mai fuori luogo per questo tipo di workshop, ci ingegniamo a trovare una soluzione. poi mi ricordo che io c’ho paura delle malattie e allora vado all’ospedale. e già che ci sono vedo pure dove sta, tanto per stare tranquillo.
naturalmente all’ospedale mi dicono che non si può fare. non posso arrivare alle cinque di sera e voler fare foto alla gente malata. e io gli spiego che sono uno studente e ci vogliono mettere alla prova per vedere se riusciamo a portare a casa le foto in tempo, che in fondo mi servono solo per la scuola. e il tipo si intenerisce, fa la faccia collaborativa e mi dice ancora no. allora io faccio la faccia di uno nei guai e inizio a trattare e le trattative finiscono con io che posso fare le foto all’emergency room ma senza assolutamente fotografare i pazienti. in fondo sono contento. magari nel casino qualcosa di buono sempre la faccio e nessuno avrà modo di starmi dietro.
l’emergency room del principale ospedale di aarhus (300mila persone più tutti i paesini vicini) per le successive due ore è deserta e quieta come un asilo di notte. qui nessuno si fa male. a parte una signora che stava lì da un pò e un’altra con una cosa al polso. non dico una rissa, un omicidio, ma un cazzarola di incidente stradale!
insomma si fa tardi, io inizio a credere di avere tutte le malattie che ho potuto vedere ma molto più gravi (cioè dolore a entrambi i polsi), questi mi iniziano a guardare storto e sono costretto a ritirarmi con qualche ritratto di medici cattivi e paurosissimi (!?), un paio di dettagli di sale operatorie assolutamente inutilizzate (da anni in danimarca la gente si fa male su appuntamento), e qualche foto di interni.
in ogni caso ho barato. non me lo avrebbero sicuramente permesso, ma non conta: sarei dovuto andare al reparto malattie infettive. ddddhhhh...

9 ottobre 2009

senza un tavolo l'inglese non lo imparerai mai.


domani voglio dormire per un anno. la gente continua a chiedersi se ha finito e io ho finito e forse sono il primo. la noiosità di billund ha finalmente portato i suoi frutti, regalandomi un vantaggio che ho potuto sfruttare malamente, ma senza comunque arrivare con l’acqua alla gola. mancano addirittura sette ore!
dall’ultima volta ho passato il mio tempo a scuola, giorno e notte con tutti gli altri a fare vita sociale nelle aule computer, a lavorare, ad andare al discount e poi mangiare a scuola che non sarebbe nemmeno permesso da che si sono inventati l’influenza maiala. una volta abbiamo pure ordinato la pizza. e quando vuoi fumare chiedi chi vuole fumare, ti fai un gruppetto di tre persone e esci fuori dalla finestra. ma prima ti metti il cappotto. e nel corridoio sul pavimento ci sono tutte stampe di prova che qualcuno c’ha bisogno di vederle stampate le foto per fare l’editing. e non si torna a casa la sera se non ci hai gli occhi rossi e te ne vai che sono le quattro giusto perchè non te ne vuoi andare all’alba. poi in realtà oggi mi sono messo la svegli tardi che volevo dormire e sono venuto a scuola all’ora di pranzo per completare questa cazzo di relazione. che poi si chiama report. e a me tutte le volta mi viene in mente la gabanelli. che poi la gabanelli la dovrebbe proprio leggere questa mia fantastica relazione. questo mio contestualizzare e descrivere il lavoro. questo mio elencare fonti. questo valutare punti di forza e debolezza. questo mio difendere le scelte fatte.
piccoli estratti dal report finale: “i liked this experience very much”, “it was difficult”, e gli intramontabili “the pen is on the table” e “the cat is under the table”. perchè se non c’hai un tavolo l’inglese non lo imparerai mai. e allora adesso che torno in italia la prima cosa che faccio è comprarmi un tavolo, e lo metto proprio al centro di casa mia (naturalmente saltando tutti i passaggi intermedi). e mi auguro che le persone comprino sempre più tavoli, che possano capire, che in fondo quanto costa un tavolo? va bene pure uno ikea. poi magari mentre torni raccogli pure un gatto da in mezzo alla strada e hai fatto. non siate miopi, italiani! pensate ai vostri figli che l’inglese è una cosa importante. oggi come oggi.
e qui c’è martin accanto a me che mi vede che ho finito e sorride. e lui ieri notte non c’ha proprio pensato di andarsene a dormire. sta lavorando da più di trentasei ore. fuori la porta c’è un cinese affacciato che lo guarda invidioso. sta facendo un gran lavoro. martin, dico, non il cinese. lo apprezzo tantissimo. gli ho già chiesto se poi mi dà il video che me lo riguardo a casa e imparo. e lui ha detto di sì perchè oltre ad essere bravo è molto buono con me e mi insegna le cose e prova sempre a capire quello che gli voglio chiedere. ed è pure bello. e ha fatto questo progetto su se stesso che quando era piccolo piccolo è stato adottato e adesso che c’ha trentanni (li ha fatti proprio l’altro giorno) ha deciso di andare a cercare la vera mamma che lo ha abbandonato (anche se lui dice biological mother e real mother. quindi la vera mamma è la seconda). e in realtà ancora non l’ha incontrata però questo progetto parla del suo volere cercarla, di quello che succede quando inizia a farlo e ci sono le foto di quando era piccolo e poi un sacco di video. quasi tutti video. ha fatto praticamente un cortometraggio di mezzora. e ci sono delle cose che a me non mi vengono in mente finchè non le vedo fatte dagli altri e sono così belle. come le foto di henrik, il finlandese. non ci sta niente da fare. se i neri c’hanno la musica nel sangue i biondi nel sangue c’hanno la fotografia. io mi sa che nel sangue non c’ho molto altro che sangue. le analisi dicono che sta tutto nella norma e se c'avessi un pò di fotografia si vedrebbe. ma i valori sono tutti regolari. che sarò pure in salute, ma preferirei che mi dicessero guarda il tuo sangue è pieno di fotografia, potresti morire di fotografia, dobbiamo intervenire. e io direi che è sempre meglio che morire di vecchiaia.

27 settembre 2009

saviano, come fai?


ma tu lo sai, roberto saviano, che la tua è una vita coraggiosa? che io ti assomiglio molto, dicono, ma io una vita come la tua non ce la farei a farla? io non so come fai ad alzarti tutte le mattine e a guardarti allo specchio. io capisco che ti assomiglio, ma io mi sento diverso, non credo di avere il coraggio che c’hai tu. certo c’è tanta gente nelle tue stesse condizioni e dev’essere una vita difficile per tutti, ma io proprio no. cioè se un giorno dovessi andarci vicino credo che la mia scelta sarebbe un’altra. se ci dovessi mai andare vicino come te ci darei un taglio. subito e definitivo. come fai a guardarti allo specchio quando ti lavi i denti? come fai a vederti sulle copertine? dev’essere pesante... me lo immagino il peso che ti porti addosso. c’hai trentanni! certo che a trentanni si è uomini, ma in italia anche no! così rischi di essere vecchio e non saperlo! sono sicuro che se avessi potuto avresti scelto un’altra strada, ma sei ancora in tempo per fare qualcosa. nessuno ti biasimerebbe, ne sono convinto. io credo che la gente capirebbe e ti appoggerebbe nella tua decisione. come fai a guardarti allo specchio mentre ti lavi le mani dopo che hai fatto la cacca? sentimi a me. tagliati i capelli. completamente. fidati che stai meglio.

27 agosto 2009

una panchina bianca.

lo sapevo che sarebbe successo. che sarebbe stato solo una questione di tempo. ma è normale, quando uno è lontano da casa certe cose possono capitare. spesso capitano. e a me è capitato. mi sono innamorato di nuovo. questa volta è danese, 34 anni portati benissimo. si chiama david hogsholt che dicono sia famoso. poi sono andato a vedere su google e mi sono convinto pure io che è famoso. poi ho guardato il suo sito e ho capito pure perchè. oggi pomeriggio è stato il mio turno per un one to one, cioè un’oretta faccia a faccia in cui gli facevo vedere le foto e lui mi diceva quanto sono bravo ma fino ad un certo punto. che forse mi devo sporcare un pò di più e cercare la foto meno precisa ma più emozionante e mentre lo diceva io mi emozionavo davvero come se ce l’avessi avuta davanti la foto che non avevo fatto. perchè io quella foto la voglio fare veramente. e intanto capivo di nuovo che i giornali ti rovinano gli occhi e inizi a pensare a campare e inizi a pensare ai giornali e inizi a scattare per i giornali che non scatti più con la pancia ma con la testa, se va bene, sennò col culo. e questa cosa oltre che capirla me la devo assolutamente ricordare. e io alla fine gli ho detto grazie. ma non mi ero ancora reso conto di nulla. cioè, avevo passato con lui un’oretta piacevole, durante questi giorni le sue lezioni sono state molto interessanti, ma al di là di una stima e di un apprezzamento professionale nulla. o forse già c’era il seme di qualcosa di cui mi sono accorto solo più tardi. non so.
ma poi stasera siamo andati tutti a casa di carsten, che è questo mio amico danese, che ha cucinato le lasagne (...), le insalate danesi molto buone e pure il pane fatto da lui molto buono soprattutto col burro salato molto buono del nord. è stata tipo una festa/cena in piedi come si fa nelle case degli studenti. però essendo tutti fotografi ad un certo punto uno a preso una yashica biottica e ci siamo fatti un ritratto tutti insieme. e poi un altro a preso una canon e faceva qualche foto bella e poi ne parlavamo. ad un certo punto ero in soggiorno e la discussione è finita sui poliziotti o le forze dell’ordine o le forze armate che in alcune situazioni, tipo dimostrazioni in piazza, luoghi sensibili in paesi sensibili, genocidi, guerra intensa e cattivissima decidono di prenderti le schede o di cancellarti le foto o ti arrestano o comunque si mettono a fare bordello perchè fai le foto. visto che la mia unica esperienza fotografica con le forze dell’ordine è stata quando uno a roma mi ha chiesto di fargli una foto (tra l’altro con la sua macchinetta) con il vigile urbano - mi sa che erano amici e si erano rincontrati - decido di glissare la conversazione e me ne vado di là dove c’era un libro di fotografia che girava tra la gente nella stanza e io non credevo che potessero esistere cene del genere. e mentre ero sul divano e crogiolarmi in questo mondo fatato david mi lancia addosso la canon di carsten dalla quale aveva preso un obiettivo e ritorna alla finestra alla quale era affacciato. del tipo tieni sta macchina non ho tempo di spiegarti. dopo un pò che lo osservo sporto per metà fuori dal palazzo, gli vado a chiedere cosa avesse visto. e lui mostrandomi il dorso della sua macchinetta mi dice una panchina bianca. semplicemente. e ancora una volta amore.

ho aspettato tutto il giorno di avere un immagine della festa di ieri da inserire nel post (è per questo che è stato pubblicato così tardi). ma carsten si è dimenticato. quindi ho scelto una foto qualunque.

13 febbraio 2009

confusioni.

la giuria di questa edizione del world press photo dev'essersi confusa... non ho vinto nemmeno un premio. ieri mattina alle 11 ero lì pronto a scoprirmi tra i vincitori, ma purtroppo il mio nome non c'era. spero che sia accorgano dell'errore quanto prima.

il primo premio assoluto è andato a anthony suau per time con una foto che all'inizio non capivo perchè il primo premio assoluto. dopo dieci minuti ancora non capivo. e allora mi sono andato a vedere la presidentessa di giuria che spiega la decisione che ha portato 13 persone a scartare millemila foto ed ellegere quella lì.
ed è emerso che il tutto è molto meno superficiale di quello che credevo. quella foto rappresenta perfettamente il momento storico che attraversiamo: un poliziotto che, pistola alla mano, entra in una casa americana sequestrata a causa di un muto insoluto per controllare che sia effettivamente libera. e sembra una foto di guerra. quindi la crisi economica che ci entra in casa armata e molto più forte di quello che crediamo, prepotentemente spezza la nostra sicurezza e la nostra libertà in nome della legge. (almeno qui in italia -grazieaddio- ci sono politici competenti che ci tranquillizzano e rassicurano in continuazione invitando ad investire e continuare a consumare).

tutti gli altri premi sono andati a lavori più o meno validi e ho capito che la cosa più difficile è riuscire a passare le prime selezioni, la scrematura totale in cui vanno nel cestino migliaia di lavori validi insieme ad una serie di tentativi sprovveduti. bisogna avere molto culo per passare quella selezione. dopo di che il grosso è fatto. il 2009 sarà una buona occasione per creare un lavoro bello, di rilevanza internazionale, che possibilmente includa almeno un disgraziato tra i soggetti.

ma le cose si fanno poco alla volta. a piccoli passi. nei prossimi mesi mi concentrerò a far confondere altre giurie internazionali. ma più piccole.

29 dicembre 2008

due candeline oggi.

dieci foto e/o autori che in qualche modo vanno a comporre una mia non classifica sull'anno appena trascorso. in quanto non classifica non ci sono vincitori ma solo selezionati. selezionati forse troppo velocemente dimenticando il resto del mondo. alcune foto vogliono solo essere un richiamo ad un lavoro ben più ampio che fortunatamente non entra in una foto.
credo che nessuna di questa foto sia stata scattata nel 2008. ma in fondo non sono mai stata una persona attuale.

paolo pellegrin. un punto di riferimento sempre molto.

giovanni del brenna.

luigi mastromarino. uno in ascesa. (ma questa foto gli ho detto di farla io...)

davide liguori che non fa il fotografo di professione. ma sto ritratto è impressionante. e rimane tale.

pieter ten hoopen. sicuramente la migliore scoperta (mia) dell'ultimo periodo.

matt eich. giovane americano di 22 anni che fotografa esattamente come vorrei fare io nel 2010, soltanto che io un pò meno bravo mi accontento.

justin jin. uno che vive tra la russia e tutto quello che c'è a destra. ha raccontato (anche) i cinesi che fanno i jeans.

alessandro rizzi.

lorenzo cicconi massi. con questa foto vince il world press photo di un paio di anni fa. cinesi che palleggiano. fotografa solo in bianco e nero, ma nel senso che non usa nemmeno i grigi. e non sto scherzando.

brent stirton. world press photo pure lui. semplice semplice.

31 maggio 2008

venerando venerandi


insomma arrivo carico di belle speranze, entro a mac@work a milano, e dico ma c'è qualcosa su neooffice giusto? e quella mi dice sì sì al piano di sotto e io emozionato scendo le scale. davanti a me un piccolo bunker con uno che parla in americano in piedi dietro una scrivania, un tizio al suo fianco che lo aiuta a parlare in americano tre persone davanti a loro, due più indietro che fanno finta di ascoltare ma intanto chattano col portatile aperto e un tizio con una videocamera su un cavalletto. e venerandi dove diavolo è? no no no. deve esserci. mi affaccio in una stanzetta adiacente ma c'è solo uno con gli occhiali che aggiusta un macbook pro. sti cazzo di intel non fanno altro che rompersi. e comunque non era venerandi.
mi siedo su un divano e ascolto il tizio che parla in americano e mi guarda fisso perchè evidentemente sembro interessato, quando in realtà di neooffice non credo di aver visto nemmeno l'icona. se devo scrivere qualcosa mi sta benissimo anche textedit. e poi del suo americano non ci capisco una mazza. però mi fa simpatia perchè c'ha i baffoni e i capelli lunghi e si vede che mangia big mac e ha il cofanetto di guerre stellari.
insomma mentre sto lì a chiedermi come mai ancora non è successo niente di emozionante succede qualcosa. arriva venerandi. arriva venerandi al rallentatore. camicia bianca, un pò bagnato dalla pioggia entra nel bunker si siede all'ultima fila di fianco al divano dove ero io, tira fuori il fido powerbook da una borsa minuscola lo apre che era solo in stop e si mette a scrivere. incredibilmente scrive senza guardare i tasti ma solo lo schermo come fanno i veri supereroi! dal vivo sembra addirittura più giovane che in foto o in video. sicuramente sembra più giovane di me.
ad un certo punto quello di neooffice smette di parlare in americano e l'atmosfera dà l'idea che c'è una pausa oppure che nessuno ha più niente da dire e venerandi si alza e io pure e dico fabrizio ciao roberto piacere e lui mi guarda all'inizio come a dire ahh ciao roberto! ma poi gli spiego che non ci conosciamo e sembra più tranquillo.
insomma gli chiedo di autografarmi il libro se mi ci scrive così e colà che lo seguo spesso che mi piace molto quello che fa, il tutto cercando di essere il meno adolescente possibile. ma ci riesco poco. dopo di che firmato il libro mi accorgo che non scappa, che non si aggrega altre persone del web e del mondo mac, che non va a fare pubbliche relazioni con gente più o meno interessante. sta lì e io penso no. non l'avevo previsto. e adesso che cazzo gli dico? non mi sono preparato niente di intelligente. poi fortunatamente inizia a parlare lui come se fosse un'intervista e io penso meglio così. e vai di macintosh e di vita vissuta, mi fa vedere il suo powerbook, parliamo del suo lavoro e dell'editoria italiana, dei mac storici messi in cantina ma che non si buttano mai mai, di figlio numero uno e delle storie che cambiano e alla fine mi dice che mi devo sbrigare a fare dei figli.
i miei timori di un venerandi acido, spocchioso e antipatico svaniscono quasi del tutto, ma sono ancora emozionato. in verità terrorizzato da quello che potrà scrivere su quest'incontro. perchè lo so che scriverà qualcosa. e magari mi sputtana pure perchè in fondo è davvero acido, spocchioso e antipatico e io ero un pò imbarazzato e sottomesso.
e invece davvero non lo è. e pare che mi abbia considerato anche un "tipo intelligente". evidentemente dalla montatura degli occhiali, perchè non credo di averne dato altra dimostrazione...
adesso mi rimane solo da incontrare roberto baggio.

6 maggio 2008

al quorum non si comanda

ho deciso che una volta ogni dieci farò un post in cui analizzerò il mondo che mi circonda dal punto di vista dell'arte, dei costumi e delle tradizioni culinarie del mio popolo. ma non è questo il caso. stavolta voglio riportare quello che ha scritto qualcuno sulla Süddeutsche Zeitung (si vede che sono troppo cosmopolita?).

"il comunismo italiano è morto. alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile sono scomparsi da entrambi rami del parlamento gli ultimi eredi di uno dei più grandi partiti comunisti. dal punto di vista politico non c'è niente di cui rammaricarsi. rifondazione comunista, per esempio, era diventata da tempo un gruppetto litigioso che cercava di assicurasi la sua sfera d'influenza nel sistema politico usando l'arma del ricatto. ma in italia il comunismo non era solo politica, rappresentava un'intera cultura. basti pensare alle feste dell'unità, dove scrittori, attori e registi partecipavano ai dibattiti sui temi più scottanti. quasi tutto quello che è stato prodotto dalla cultura italiana nel dopoguerra proveniva dalla cultura comunista: il neorealismo nel cinema e nella letteratura (e in fotografia, aggiungerei io...) come le tragedie in bianco e nero di vittorio de sica e roberto rossellini, l'arte narrativa di cesare pavese, il lirismo francescano (?) di pierpaolo pasolini. tutto questo non ci sarebbe stato senza l'ideologia comunista, che fu altrettanto efficace nel campo scientifico, in cui dominava la cultira cattolica.
è finita un epoca. non ci sono più la spinta idealistica che ha caratterizzato l'italia fin dal risorgimento nè la convinzione di poter cambiare le cose con la politica. disincanto e cinismo sono i valori che dominano di fronte alle montagne di rifiuti. oggi la cultura italiana, soprattutto se confrontata con quella degli anni d'oro del comunismo sembra morta. e anche questo è un problema politico."

insomma una manciata di cose vere e un paio di cazzate. però in ogni caso mi ha soddisfatto e rallegrato. soprattutto dopo avere seguito "in giro per la rete" accesi dibattiti sul comunismo all'italiana. per fortuna ci sono i tedeschi che non sono sloveni.
al quorum non si comanda, ma almeno ci sia concessa l'amarezza...

2 maggio 2008

il cielo di radicchio

pizzo mi ha fatto vedere il sito di uno che fai i paesaggi con la frutta e la verdura. ASSOLUTAMENTE INCREDIBILE!
a proposito... è un fotografo!

carl warner (andate su fotographics...)

un video su youtube a riguardo.

12 aprile 2008

the wasted years

a firenze ho conosciuto davide regoli. parlando del più e del più viene fuori che ha fatto questo progetto con francesco tommasi sul rollerblading. i pattini insomma. quelli che ci fanno le malattie. si tratta di un progetto multimediale, libro più dvd. tutto interamente autoprodotto. mi porta sul sito e poi mi mostra la pubblicazione. autoprodotto? no...
e invece sì. a dimostrazione del fatto che basta qualche lira (in realtà poco più di qualcuna...), buone idee e determinazione per fare qualcosa di bello. o anche qualcosa di brutto. l'importante è saperlo prima. anche se hai solo 23 anni.
il progetto si chiama "wasted years - gli anni sprecati" e ha avuto subito riconoscimenti e apprezzamenti anche a livello nazionale (vince un premio al lucca digital photo fest, mi sa nel 2006, forse 2007. qualcuno controlli.).
il libro è davvero un bel prodotto. le foto (molte scattate in analogico - ormai addirittura) sono proprio belle. e pure un bell'editing! bel racconto e bello stile. insomma da vedere e da complimentarsi. il video non l'ho ancora visto, ma sono curioso, il trailer sembra molto interessante.
libro e dvd sono in vendita come unico prodotto (e qui scatta pure la pubblicità). se qualcuno dovesse averci voglia metto qui sotto i loro contatti.
c'è qualcosa di più. non basta accennare al progetto, alle foto, all'approfondimento e all'assenza di una superficialità che spesso può inquinare certi lavori... non basta su questo blog.
chiudo perciò con un finale del cazzo. che gli "anni sprecati" su quattro ruote in linea non sono poi anni a caso, perciò mi interessano ancora di più. che si tratta proprio di quegli anni lì... quando alla fine tutto è sprecato e poco è importante. quando il pomeriggio vorresti non finisse mai. quando gli amici sono tutto e basta. quando ti vai a cercare un posto lontano. quando è primavera e ti senti più libero di quello che dicono.


9 febbraio 2008

chi è giovane lo fa vedere

tim hetherington ha vinto il world press photo 2007 con la foto sul soldato inglese sfinito dalla guerra in afghanistan. tutto il web ne parla, ormai è un fenomeno mediatico, quindi se vi interessa potete andarvi a vedere foto e resto in qualunque altro blog. io non ne parlerò.
voglio invece parlare di mediastorm.org. non troppo. soltanto dicendo che è il futuro del fotogiornalismo. un futuro che è già presente in america e in italia quasi quasi no (siamo un paese di vecchi dentro, fuori, in mezzo).
ero molto scettico quando ne ho sentito parlare per la prima volta. tradizionalista. e invece mi sono completamente ricreduto. i prodotti multimediali che ci sono su mediastorm sono davvero un passo avanti nel fotogiornalismo, quello che ci voleva per svecchiare un pò questo mestiere, dargli una veste nuova, e magari risollevarlo dal punto di vista editoriale. i reportage acquistano una terza dimensione (forse anche una quarta) e ti entrano molto più dentro.
ci sono grandi nomi che pubblicano su mediastorm, ma storie anche più facili, ma sempre molto ben raccontate. un esempio: love in the first person, una storia semplice, ma alla fine davvero d'effetto (quando il fotogiornalismo te lo fai in casa...). bravi melissa e - soprattutto - matt eich! chi è giovane lo fa vedere.