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9 giugno 2015

Ho scritto un libro.


L’altra sera è successo che si è inaugurata una mostra in una galleria di Palermo. Se fosse bella o meno non si può dire, almeno non su questo blog, perché la mostra è la mia e questo blog pure. E poi mi si direbbe che sono egocentrico e narciso.
Tra i diversi cliché simpatici che si consumano quando succede una roba del genere c’è un episodio che ormai si ripropone spesso, e al quale non so mai bene come reagire. Qualcuno arriva e mi fa i complimenti per le foto, e poi mi guarda con gli occhi che brillano pronti ad esplodere un gigantesco però.
Però la scrittura dovresti considerarla Boccaccì! Perché non scrivi più spesso? Che a fotografare fotografi bene, sì, bravo, però datti alla scrittura. Perché non scrivi un libro, due libri, una quadrilogia, un dodecaedro, una cosa a piacere?

E tutto questo è certamente una cosa bella. Il fatto però è che io non riesco mai a non pensare alla logica delle "braccia rubate all’agricoltura" (in una versione del tipo: “Fotografie. Pensieri rubati alla letteratura”). E tutto sommato in quest’ottica sembra mi venga meglio quello che faccio per diletto che quello che faccio per professione. Tipo Fabio Volo, che in effetti di professione non fa niente e quindi fa sempre meglio tutto il resto.

Comunque alla fine io dico grazie, che ci sto pensando a scrivere un libro, che forse lo scrivo proprio sui complimenti alle attività collaterali. Perché questi complimenti io li apprezzo molto, sono gratis e poi, diciamoci la verità, sono la vera ragione per cui ogni tanto scrivo. Essendo io effettivamente egocentrico e narciso, se la gente non mi dicesse “Quanto sei bravo che scrivi e per di più ci racconti i divertentissimi fatti tuoi” io non scriverei niente.

Ecco. Adesso ho appena deciso che lo scrivo quel libro. Però non quello sulle attività collaterali, che mi sa difficile, scrivo un romanzo, di avventura. Anzi no, un romanzo d’amore, che mi viene meglio e poi tira sempre di più. Una storia d’amore dove il protagonista è una cipolla. Meglio, il protagonista è un foglio di carta che si innamora di un altro foglio di carta a cui però non dice niente per quasi tutto il romanzo. Non tanto perché sia timido, ma perché i fogli bianchi non sanno parlare, e perciò si sta zitto. L’altro foglio di carta, a cui devo trovare il modo di dare le caratteristiche del personaggio femminile - poi ci penso - ha un sacco di pieghe lungo il corpo. E se ne sta in cima ad una pila di carta da riuso che c’è a lato della scrivania, ferita da queste pieghe dritte e lunghe, attraversata da verticali e diagonali che non arrivano più a nessuna punta. Ok, già sto perdendo il controllo di questa storia che finirà da sola in un libro per bambini. Comunque, il foglio di carta bianco protagonista, liscio e innamorato, sente che le vuole dire quanto è bella, però non ci riesce perché è vuoto, non ha parole da nessuna parte, e non ha storie da raccontare. La guarda e basta. E dall’altra parte il foglio di carta femmina vorrebbe non dire nulla - perché lei sì che è timida e traumatizzata - ma non può nascondersi. Le pieghe raccontano delle sue avventure da origami, del suo essere diventata per un po' qualcosa di più di quello che credeva di essere. E poi del suo aver fallito una piega diagonale ed essere tornata foglio, in una forma piatta che ormai vede immobile e quindi vana.
E così il tempo passa e i due fogli stanno lì a guardarsi, da una parte all’altra, ognuno nel suo silenzio inutile, a riconoscersi e a non fare altro.
E a questo punto del libro c’è tutta una riflessione lunghissima su quanto per un foglio bianco le cose superficiali siano al tempo stesse quelle più vere e profonde, perché il dentro e il fuori sono così vicini che finiscono per essere praticamente la stessa cosa. Se sei un foglio bianco e qualcuno ti scrive una parola sopra, in realtà te la sta anche scrivendo dentro. E questo naturalmente vale anche per le pieghe, che non sono solo cicatrici, ma lesioni profonde che sembra non si raddrizzino mai.
E mentre c’è tutto questo panegirico molto Fabio Volo, arriva l’essere umano che prende il foglio liscio innamorato e ci scrive con una penna blu “Niente da fare, si è otturato di nuovo il cesso e fa paura come sempre. Usa l’altro bagno!” e lo appoggia di nuovo sulla scrivania mentre cerca il nastro adesivo per attaccarlo sulle mattonelle.
Nonostante il romanticismo venga violentemente seppellito da questo episodio, il foglio bianco è contentissimo, anche perché non è più bianco. Adesso finalmente ha una storia, e delle parole che può prendere e scegliere, tagliandole e cucendole per dire milioni di cose. Beh, forse milioni proprio no, però gli prende comunque benissimo. Si mette di impegno e le prova tutte: le vuole dire che i fogli di carta piegati sono fortunati, perché inclini a diventare supereroi. Si possono ripiegare di nuovo, e le stesse pieghe che non hanno funzionato per un origami possono funzionare per qualcos’altro. E magari un giorno si ritrova ad essere chessò, un aeroplano - che poi è chiaramente il sogno di tutti i fogli di carta - e a quel punto altro che immobilismo e vacuità.
Però è difficile da dire. Se il nostro eroe mezzo muto fosse stato usato per appunti di poesia, o per una fotocopia di una pagina di un libro sarebbe stato subito, e invece gli è toccato il linguaggio stretto di una comunicazione di servizio.
In ogni caso ad un certo punto sorride, le si avvicina affannato, e con grande orgoglio le dice tutto quello che riesce: “Niente paura, si è sempre altro. Si è sempre di nuovo.”
E poi niente, mi sa che finisce così.

(L’ho appena riletto, magari scrivo quello sulla cipolla).

2 maggio 2015

Il diritto al dovere.


Il concerto del primo maggio è una cosa in cui trovi tanti motivi di interesse quando hai ventanni, poi crescendo te ne frega sempre meno di andare in una piazza grande quanto il paesino da cui sei partito, ma con molti più gomiti e ginocchia, a farti una reputazione online sdraiato sul tuo zaino. Però io al concertone di piazza San Giovanni non c’ero mai stato, lo avevo sempre soltanto visto in televisione, immaginando l’incommensurabile divertimento che mi stavo perdendo. Quindi quest’anno, trovandomi a Roma pochi giorni prima del mio trentunesimo compleanno, ho pensato che almeno un quarto d’ora ce lo dovevo passare. Tanto per dire che ci sono stato entro i trentanni, e quindi prima della fine dell’adolescenza.

Visto che quando vai al concerto del primo maggio non è che puoi pretendere di vedertelo veramente il concerto, mi sono messo in mezzo alla gente a fare più o meno quello che facevano tutti, cioè niente. La maggior parte delle persone però era totalmente ubriaca, o in qualche caso sotto chetamina, ed è riuscita a passare un piacevole pomeriggio di svago, dimenticandosi di questo enorme niente a forma di piazza San Giovanni tutt'intorno.
E sono stato benissimo, non tanto perché mi sono tolto un peso, ma soprattutto perché a me non fare niente mi piace proprio tanto. Io ci passerei le giornate a non fare niente, e in effetti ce ne passo molte, solo che poi arriva sempre quello che ti chiede che stai facendo in questo periodo e a te ti prende male e ti metti a riflettere sul senso del lavoro oggi e su quanto non c'hai voglia di condividerlo.

Mi sa che il concetto di lavoro per come ce l’abbiamo adesso, e per come tentiamo di difenderlo, arriva dal fatto che è una cosa di cui abbiamo avuto bisogno per la nostra autodeterminazione, per definirci di fronte agli altri e di fronte a noi stessi. Il lavoro è stato uno strumento che, oltre ad altre robe ovvie, ha permesso alle persone di poter essere riconosciuti in un ruolo, economico e soprattutto sociale.
Un mezzo insomma, e forse nulla di più, perché l’individuo c’era anche prima e dopo il lavoro che faceva. Questo prima e questo dopo erano però robe complesse, personali, difficili da spiegare alla società, dure da inserire in un sistema, e quindi giustamente si è usato il lavoro come veicolo. Così si trovava un senso e un’appartenenza.
Oggi mi sembra però che ci affanniamo a difendere il diritto ad un lavoro che non è più niente del genere, un lavoro che si è trasformato da tramite a traguardo, da strumento ad obiettivo di quell’autodeterminazione che dicevo.
Detto in altre parole, il lavoro oggi non contribuisce più a definire la mia vita, ma al contrario è la mia vita che viene spesa a definire il mio lavoro e il mio ruolo.

Quello che poteva e doveva essere considerato come un diritto all’esserci e all’essere riconosciuti, ad edificare una propria individualità nei confronti di un sistema, sembra essere stato trasformato in diritto allo scomparire, all’essere moltitudine, diritto al venire finalmente “assorbiti” da un’economia.
E poi dice che uno si incazza.

Perciò, forse, è il caso di riflettere di più sulle ragioni per cui è importante difendere il lavoro oggi (sì, è sempre importante) e cercare di riconoscere le varie occasioni in cui ci stiamo facendo fessi da soli.
Facciamo un esempio stupido e poi basta. Prendiamo una coppia di fidanzati dove si esce ogni tanto separatamente, ognuno con i propri amici, in autonomia e con serenità. È una cosa che ci sta, anzi è proprio una cosa giusta, che rinforza il rapporto (il quale in effetti dovrebbe essere un’unione di due individualità distinte, ognuna con le sue esigenze da tenere vive). E questo diritto ad avere i propri spazi è una cosa sana, da difendere. Poi dopo qualche anno, per varie ragioni di cui nemmeno ci si rende conto, in questa coppia si arriva alla situazione paradossale per cui si sta il più lontano possibile, non ci si vede mai, non ci si chiama mai e figurati se si esce insieme, tutto per paura di violare quel diritto all’indipendenza. Si sacrifica così il senso di tutta un’unione - di cui si fa pur sempre ancora parte - in funzione di quello che era solo un modo per stare bene insieme (il farsi i fatti propri, in questo esempio) e che è diventato così l'unica regola per tutto.

- Partita a PES?
- Ma la tua ragazza?
- È a casa, credo.
- Ah, vivete sempre lì?
- No, abbiamo deciso di vivere in case diverse. Io mi prendo il Barcellona.
- E perchè, andava male?
- No andava bene, ma ci amiamo un sacco, e quindi dobbiamo stare lontani. Ce le hai le birre?
- In frigo. Ma vi vedete spesso comunque?
- Mmm, in effetti no. È un rapporto a cui teniamo molto, quindi ci vediamo il meno possibile, sai.
- Già. Ma stasera magari per la cena con gli altri la puoi chiamare se vuoi.
- Guarda ti ringrazio, ma non vorrei pressarla. Messi Messi Messi!
- Pressarla?
- Eh, cioè sai quelle cose per la nostra libertà. Sono diritti che dobbiamo tenerci stretti. Che come si fa ad avere un rapporto senza essere autonomi?
- Capisco. Ma, scusa, l'amore lo fate ogni tanto?
- Ogni tanto, sì, certo. Ci masturbiamo uno di fronte all'altra.
- Bello.
- Sì, abbastanza. Messi gooool!

E il diritto all'indipendenza all'interno della coppia si è trasformato in diritto a non viversi più la coppia manco per sbaglio.

Vabbè, se c’avete trentanni e non siete mai stati al concertone del primo maggio, sappiate che tutto sommato è ok, ma non è questa gran cosa. Festeggiare il lavoro è bello, però celebrare il non fare niente è certamente meglio.

6 ottobre 2013

Þingeyri.


A Þingeyri non ci sono ragazzi sopra i quindici anni. Non ce n’è nemmeno uno. La ragione è precisa, ed è la stessa per cui il paese è ancora popolato, nonostante tutto, dai ragazzini sotto i quindici anni: la scuola.
Lassù la scuola primaria si prende i bambini biondi a 5 anni e li restituisce mezzi adolescenti. A sedici anni comincia un’altra scuola, quella dei grandi, quella che fai vivendo in uno studentato lontano da casa, perché Þingeyri è troppo lontana. Così a sedici anni i ragazzi se ne vanno e difficilmente ritornano.
È un momento preciso, un piccolo balzo verso l’esterno, che in tante altre occasioni e in tanti altri luoghi può essere viziato e diluito da un anno sabbatico, da un vediamo come si mettono le cose qui e poi decido. A Þingeyri invece lo sai che a sedici anni non sarai più lì, perché funziona così, la scuola è fatta così e ha i suoi tempi, e tu con lei. Se cresci a Þingeyri diventi grande altrove.
E questo limite così netto tra infanzia e tutto il resto, tra nido e resto del mondo creava un tensione troppo forte per lasciarla perdere. Così, (come ho già detto meglio qui) mi sono andato a cercare il più grande tra i ragazzini, quello che si trova più vicino a quel limite, a quella frontiera. Il quindicenne che è al suo ultimo anno da bambino, e che dalla prossima estate sarà tra quelli che a Þingeyri non ci sono più, diventando anche lui parte die quell'assenza.

A Þingeyri non ci sono attrezzature, non ci sono mezzi. Voglio stampare fotografie grandi un metro per un metro e mezzo e il plotter più vicino è presumibilmente ad Amsterdam. Così mi guardo intorno e vedo una stampante in una casa, una stampante A4 in una casa grande come un A2. Niente inchiostro, però c’è mezza risma di fogli.
Il giorno dopo c’è una macchina che va a Ísafjörður, un posto a cinquanta chilometri di distanza che, oltre ad avere un nome che si fa fatica pure a pensarlo, ha anche una cartoleria. Mi infilo in quella macchina e vado bellamente a comprare una cartuccia di nero per la stampante e della colla stick. Scopro che in certi posti del mondo un chilo di salmone affumicato costa di gran lunga meno di un tubetto di colla stick, sul quale però - per fortuna, bisogna ammetterlo - ci sono dei simpatici pupazzetti di qualche cartone animato di cui mi riprometto di diventare fan a breve.
A sera torno nella caffetteria di Þingeyri, un piccolo fabbricato di cent’anni fa che ci fa un po' da campo base, accendo la stampante e le faccio sputare settantadue fogli bianchi e neri. Li numero, li guardo, mi fumo una sigaretta, e inizio ad incollarli piano piano, cercando di evitare il panico. Incredibilmente riesco a non sbagliare mai e vengono fuori due stampe da un metro per un metro e mezzo sulla via principale del paese. Amsterdam non sei nessuno.

A Þingeyri non ci sono immagini. Non ci sono cartelloni pubblicitari, non ci sono vetrine di negozi (in effetti non ci sono affatto negozi) dalle quali si affacciano sagome di modelli o di fesserie.
In un posto del genere l’assenza di immagini ha certamente ragione d’essere ma rendere quelle strade il teatro di loro stesse è una tentazione troppo forte, e così mi convinco che sarà lì che esporrò quel poco che ho fatto. L’intenzione è quella di attaccare le foto sulle case,  lungo la via che attraversa il paese, ma la pioggia permanente e la diffidenza della gente sono due buone ragioni per pensare che stampe così grandi e fragili non resterebbero appese a lungo. E finisce che uso i finestroni della caffetteria come fossero cornici sulla strada principale. Nessuno si ferma a guardare, ma tutti il giorno dopo mi sorridono.

Þingeyri è un luogo di assenze. Ma nonostante manchino persone, cose e immagini, Þingeyri resta un luogo, anche solo per il fatto che quelle assenze si avvertono, si vedono. Se sentiamo la mancanza di qualcosa (così pure quando quella cosa la desideriamo) vuol dire che quella cosa esiste, così come esiste Þingeyri. Ed esiste proprio intorno alle cose che non ci sono, un centimetro più avanti e più indietro, un attimo prima e un attimo dopo. 
È sul limite tra assenza e presenza che mi è sembrato bello poter lavorare, su quel momento e su quel punto in cui pieni e vuoti si definiscono a vicenda, perché si toccano. Raccontare quello che manca mostrando l’ultimo pezzo di quello che c’è.

La piccola esperienza che ne è venuta fuori è esistita solo perché esiste Þingeyri, nei suoi ragazzini all’ultimo anno, nei suoi fogli di carta A4 e nelle sue finestre sulla strada. Tutti elementi che costituiscono il contenuto, la forma e lo spazio di un lavoro che forse ha senso solo lì e che altrove scompare. Un lavoro che disegna contorni per mostrare il vuoto che questi contengono.

18 settembre 2013

vichinghi postmoderni.


Quando accendo il cellulare mi arriva un messaggio che dice “Sai che l’aeroporto in cui sei atterrato non è lo stesso da cui partiamo domattina?”. No, non lo so. È l’una di notte, sto aspettando la valigia rossa sul nastro e il mio piano di passare la notte su qualche panchina lì accanto va a puttane senza lasciarmi nemmeno il tempo di cambiare idea.
Agli arrivi mi dicono che sta partendo l’ultimo bus per la città, dico che devo raggiungere l’altro aeroporto, qualunque esso sia. Mi rispondono che a quest’ora è chiuso, però lì vicino c’è la stazione che è sempre aperta e che posso aspettare lì fino all’alba. Nella stazione? Siamo sicuri? E poi come ci arrivo in questo eventuale altro aeroporto? Signore, mi dispiace ma deve andare, il bus sta aspettando solo lei.
Piove forte e arrivo alla stazione, che poi è un terminal degli autobus. Mi aspettavo i treni e mi devo convincere che i treni in questo posto non ci sono mai stati. Niente rivoluzione industriale, qui sono passati dai vichinghi direttamente al postmoderno. La rivoluzione industriale qui ci è arrivata così tardi che non era nemmeno più rivoluzione. E più ci penso e meno mi è chiaro se questi hanno capito tutto o non hanno capito niente.
La stazione degli autobus è un posto pieno di gente che dorme dove può - nonostante l’evidente e inopportuno cartello “non dormire” - aspettando che apra l’altro aeroporto, ovunque esso sia.

La mattina dopo riusciamo ad atterrare in un posto che Punta Raisi sembra l’aeroporto di Los Angeles e subito dopo di noi atterra una tempesta.

Ho una stanza al primo piano di una casa fatta di legno e di lamiera. Nella stanza accanto c’è Yoko, una ragazza giapponese. Sono solo dieci minuti che ci conosciamo e fondamentalmente, stanchi come siamo, non abbiamo una mazza da dirci. È una situazione in cui il silenzio non spaventerebbe, è previsto, o almeno prevedibile. Nonostante ciò lei riesce a stare talmente tanto zitta, a mantenere un silenzio talmente profondo, da farmi subito sospettare che non avrebbe detto assolutamente nulla per tutto il nostro tempo lì. Le nostre stanze sono le uniche che affacciano dal lato dove finisce il paese, sul cimitero.

Il giorno successivo mi sveglio prima degli altri e trovo Yoko fuori la porta di ingresso che fuma. Mi dice che la notte prima ha visto un fantasma in camera sua. Io le sorrido e lei mi dice tante cose tutte insieme, rompendo il silenzio e le mie convinzioni. Dice che è tanto tempo che non ne vedeva uno, che da bambina era una cosa frequente. Dice che si è spaventata molto, che non sapeva cosa fare e che ha pensato anche di venirmi a svegliare. Smetto di sorriderle.
Quel giorno a casa nostra se ne va la corrente, niente luce. Poi si rompe l’impianto d’acqua calda, niente docce e niente riscaldamento. Poi, a sera, la porta della stanza di Yoko non si chiude più a chiave, inspiegabilmente. Prima di andare a dormire vado da Yoko e la minaccio.

Dopo un paio di giorni decido che non posso stare fermo in quel posto per così tanto, c’è troppo vuoto intorno per non colmarlo. Prendo una bicicletta ed esco dal paese per l’unica strada lungo il fiordo. Pedalo tantissimo su una bicicletta che è fatta per l’off-road, bellissima, ma praticamente immobile su una strada asfaltata. Così dopo poco decido di fare un minimo di fuori strada pure io e scelgo un discesone sul lato della montagna. La bicicletta in effetti va molto meglio, va da dio, velocissima, solo che io mi caco sotto e torno sulla strada normale.
Il bisogno di andare a vedere che c’è oltre non lo soddisfo mai. Pedalo forse per venti chilometri, passando per posti pieni di elfi e troll, cavalli e corvi, cicoria e mirtilli, meraviglie mai viste, ma non arrivo mai da nessuna parte. Mi persuado che non ci sono altri posti in cui poter arrivare, mi giro in un posto qualunque sulla strada e torno indietro.

Il paesino che ci ospita conta poco più di duecento persone, una pompa di benzina, una scuola, una chiesa, una banca aperta solo di lunedì, un’officina, un porto, una piscina bella calda, un capannone dove lavorano il pesce, una caffetteria e un’ambulanza. E poi case, di legno e di lamiera. Se devi fare spesa ti fai cinquanta chilometri.
Scopro presto che la fascia di età 15-30 è completamente assente, non esiste. E con lei non esiste l’inconsapevolezza su cui, a quell’età, si costruiscono personalità ancora vuote ed enormi, sovradimensionate (o le si prendono in prestito da qualcun altro aspettando il tempo giusto per restituirle). Non esistono quelli che sanno di non essere più bambini ma ancora non hanno idea di cos’altro siano. Non esiste nessuno che abbia la necessità di scappare altrove, indipendentemente da dove è nato, e indipendentemente da dove sia altrove. Insomma non esiste un cazzo di dubbio, in questo posto. Decido di non crederci e inizio a lavorare.

Cerco il ragazzino più grande di tutti, quello che se si guarda alle spalle vede solo gente più piccola, e se guarda avanti non vede nessuno. Cerco quello che è l’ultimo inverno in cui si è bambini, che l’anno prossimo cambia tutto, che la scuola finisce e me ne vado da un’altra parte.

Dopo un po' lo trovo, a scuola. Sa di essere il fonzie, forte in quel piccolo mondo, ma non abbastanza per tutto il resto. Così quando mi vede si ripara tra i suoi amici e non dice molto. Ha una maglietta del Barcellona, una moto da cross, ed è innamorato perso di una ragazza che, già si vede, un giorno gli farà del male.

3 giugno 2013

sto cercando di smettere di fumare poco.


Ho iniziato a fumare, come credo la maggior parte delle persone, per un problema di età. Avere quindici anni, diciamoci la verità, è sempre stato problematico. E non voglio dire che i quindici anni siano di per loro una cosa brutta, assolutamente. Dico solo che lo è averceli.

Io ce li avevo nel 1999, e in particolar modo ce li ho avuti durante l’estate di quell’anno, quando la mia ragazza del tempo mi lasciò. A Benevento non c’era molto da fare avendoci quindici anni nel 1999, nemmeno d’estate. Al di là di radunarsi per strada senza motivo, correre in motorino e cercare di crescere in fretta e in silenzio, l’unica cosa che potevi fare era innamorarti perdutamente di qualcuna. Così mi innamorai in anticipo, che stava ancora finendo l’inverno, e fu la prima volta. Fu bellissimo, immaginavo che saremmo stati insieme per anni nutrendoci solo del nostro imperituro amore, e che avremmo campato allevando farfalle nei rispettivi stomaci.
All’inizio di quell’estate lei fu così cortese da aspettare che partissi in vacanza con i miei per potermi lasciare al telefono, dicendomi che era stata con un altro, e forse ci stava ancora. Fu bruttissimo, eravamo stati insieme per mesi e non me l’aveva mai data nemmeno una volta. In quel momento fu come se tutte le farfalle che c’avevo nello stomaco si fossero trasformate in calabroni. Nemmeno api, che uno almeno poi cresce e diventa apicoltore comunista, calabroni.

Così, qualche tempo dopo, l’11 agosto di quell’anno, fumai la mia prima sigaretta. Eravamo a casa mia, la mia famiglia era via da qualche parte e io ero rimasto in città, a casa da solo per qualche giorno. Avevamo organizzato un piccolo “incontro festivo”, come direbbe mio padre, tra i soliti amici di sempre del momento. Quel giorno me lo ricordo che eravamo in pochi e che faceva caldissimo, che c’era l’eclissi totale di sole e che non ci sarebbe stata per tantissimo altro tempo. Si vedeva dall’Italia, ed era un evento unico, soprattutto perché significava che finalmente anche a Benevento succedeva qualcosa d’estate.
Mi ricordo che c’era pure lei e mi ricordo che il tabacco mi dava alla testa e mi faceva mancare il fiato. Il corpo allarmato mi dava segnali, mi diceva attento che è un veleno, e io rispondevo che a saperlo prima pure lei mi faceva girare la testa e mi toglieva il respiro.
È stata la mia scusa. A pensarci ora avrebbe potuto essere qualunque altra cosa e il mal d’amore non c’entrava niente, che fosse per quello a quest’ora saremmo tutti eroinomani. In fondo cercavo soltanto, in qualche modo, di lasciarmi definitivamente l’infanzia alle spalle. Fumavo credendo di reagire, di riempire un vuoto, di rimediare ad una debolezza (che poi era solo la debolezza di non fumare). Cercavo un modo convincente per accettare il fatto che stavo crescendo. E fumare forse mi pareva la strada giusta per accorciare i tempi, diventare grande e mettere da parte le domande. Sono diventato un po' più grande perché fumo (e non per tutto il resto).

Adesso c’ho quasi il doppio degli anni, nessuna ragazza mi ha lasciato di recente, la prossima eclissi totale pare sarà il 3 settembre 2081 e nel frattempo cerco di fumare ogni giorno un po' di più. Così, per non sbagliare.

4 febbraio 2013

Svegliami.



Sabato pomeriggio mio zio mi chiama e mi dice che il giorno dopo devo lavorare. Io sospiro, come tutte le volte. Lui dall’altra parte se ne accorge e, come tutte le volte, mi dice “Ragazzo, chi non lavora non fa l’amore…”, come se avesse appena detto una frase di Aldo Moro. Mi dà appuntamento alle dieci e mezza, dice di salutare i miei e riaggancia.

Mio zio ha una agenzia di onoranze funebri, e ci tiene a chiamarle così e in nessun altro modo, perché quando dici pompe alla gente gli brillano sempre un po' gli occhi. Non mi chiama spesso, di solito lo fa solo quando manca qualcuno dei suoi. E anche in quel caso non lo fa volentieri. Credo mi chiami solo perché sono a spasso e mia madre è preoccupata. E io accetto solo perché mia madre è preoccupata e io voglio continuare a stare a spasso per tutto il resto del tempo. Così mi tappo il naso per qualche ora, e faccio finta davanti a tutti di aver accettato l’abitudine che ha la gente di morire in continuazione.

Quando arrivo al mattino capisco che due di quelli che lavorano con mio zio, padre e figlio, ad un certo punto se ne devono andare, perché a mezzogiorno si sposa la cugina o non so chi, nella chiesa del paese accanto. E così fanno quello che devono fino al funerale, e poi se ne scappano di corsa al matrimonio, e fortuna loro che il vestito buono già ce l’hanno addosso. Al cimitero il morto ce lo porto io.
Mio zio mi dice che devo stare attento e guidare pianissimo, che l’ultima volta andavo troppo veloce, che la gente deve poter piangere senza preoccuparsi del morto che scappa, che ci vuole rispetto per il dolore delle persone. Dice che lui questa volta sarà dietro il carro a camminare in mezzo a tutti gli altri perché il tipo che è morto era il fratello di uno che lavora a Roma, il portaborse di uno stronzo qualunque. Dice proprio così.

In chiesa c’è tutto il paese e io mi metto fuori a fumare. Cerco un angolo all’ombra, non soltanto perché è agosto e si muore di caldo, ma soprattutto perché è agosto e mi sento un imbecille vestito così, e all’ombra mi pare di nascondermi.

Guido coi finestrini chiusi, quaranta gradi fuori e dieci dentro. Il cimitero sarà a nemmeno due chilometri, che però a questa velocità sembrano trenta.
Mentre mettevano la bara in macchina, fuori dalla chiesa, ho visto una mia amica che non piangeva. Aveva tutti intorno ma riusciva comunque a tenersi sola. Facevamo le medie insieme. Il tipo che è morto era suo padre, stava svuotando il capanno da roba vecchia quando sono usciti fuori una trentina di calabroni. Pare fosse allergico.
Non la vedevo da anni, era abbronzata e i capelli erano più chiari di come mi ricordavo. Le ho fatto un cenno con la mano, da lontano, e da dietro gli occhiali scuri un po' le ho guardato le tette. Lei ha risposto senza dire niente. I funerali ti mettono a nudo più dell’estate intorno, ti mostrano fragile e ti costringono a chiedere conforto anche se non vuoi. Mi sa che lei lo aveva capito e non reagiva a niente. Non era dolore, era sgomento, nel vedere che i funerali si fanno ai morti per i vivi. Credo che nessun morto abbia mai tratto alcuna utilità o piacere dal proprio funerale. È una di quelle cose che servono alla città intorno per entrarti in casa e dirti non ti preoccupare tanto ci sono io, adesso puoi piangere, oppure adesso puoi crescere, o adesso puoi essere finalmente felice. Sono riti che la società organizza per sé stessa, e chi sta in mezzo - non importa se col vestito scuro o con l’abito bianco - diventa strumento, pretesto.
Nello specchietto vedo una serie di donne vestite di nero con la bocca aperta, circondate da uomini che sudano, tra cui mio zio. Pregano e piangono ma resta tutto fuori da questa macchina, dentro non si sente niente, a parte il freddo dell’aria condizionata. Metto una mano sotto al sedile del passeggero e tiro fuori l’ipod.
Mi infilo un solo auricolare e metto a caso una selezione che avevo fatto chissà quando. Parte quell’album dei CCCP che non mi ha mai convinto, ma dove c’è la canzone che è sempre stata la più bella di tutte. E intanto penso a che rumore possono fare trenta calabroni quando sai di essere solo ad agosto.

Non alzo troppo il volume, quasi con la paura che da fuori sentano, e butto ancora un occhio allo specchietto. La fila di gente scura è sempre lì, e in mezzo ci vedo pure la mia amica. È senza occhiali da sole e muove le labbra come tutti gli altri ma fuori tempo rispetto al gruppo, senza guardare né in basso né in cielo. Guarda dritto verso di me, occhi fissi, come se volesse entrare in macchina piano piano, dove c’è finalmente freddo, lasciare fuori il caldo torrido del funerale, l’afa della compassione.
La fisso anche io, tanto la strada fuori è dritta e ferma. Tutto intorno è completamente giallo. Lei continua a muovere le labbra e mi sembra quasi che ce l’abbia con me. E alla fine della prima strofa diventa chiaro, me ne accorgo davvero e per un momento ho i brividi. Alzo la musica per ascoltare meglio le parole e mi giro verso di lei per leggergliele sulla bocca. “E non c’è modo di fuggire. Svegliami, svegliami, svegliami.”

20 gennaio 2013

colapesce.



Se n’era accorto che stava diventando grande. E non solo perché ormai la gente lo fermava per strada a dirgli che si era fatto un giovanotto, che ormai era lui l’uomo di casa, che doveva badare a sua madre e che era tempo di mettere la testa a posto. Se n’era accorto soprattutto perché non gli andava di fare niente. Non più e non ancora. Non gli andava più di giocare sulla spiaggia come i picciriddi e non gli andava ancora di andare a lavorare in mare come i pescatori, come era suo padre.
Gli piaceva tutto il resto, tutto quello che sta in mezzo, tra le onde a riva e le reti delle barche a largo. E come glielo spieghi alla gente per strada che quello che sta lì in mezzo non è vuoto, non è tempo perso. Come glielo spieghi che in mezzo al mare si perde di tutto, ma mai tempo. Così non diceva niente a nessuno, ma lo sapeva che la testa ce l’aveva già a posto lì dov’era. E spesso era sott’acqua.
Nuotava sempre Cola, nuotava al mattino e alla sera, nuotava con le sarde e con i delfini, tra le alghe e in mezzo alle correnti, e conosceva più mare che terraferma. 
Ogni sera tornava a casa in silenzio.
- Tutto il giorno a mare! A nuotare dietro alle sirene! E io qui a patire la paura che il mare ti si prende pure a te! Torni muto e pure a mani vuote, che tuo padre almeno du pisci li portava… Bravo stai muto, che così addivenni nu pisci pure tu. E poi vero arriva il giorno che il mare ti si piglia.
Così urlava la madre di Cola, tutte le sere, che ormai nemmeno lei sapeva perché, sempre uguale, sempre al vento. Finchè una volta il vento stette a sentire.
Una mattina Cola se ne andò da quella casa e decise che non sarebbe più tornato, così che la madre si sarebbe potuta disperare per un figlio perso, piuttosto che per uno in casa.
Crescere era sicuramente una bella cosa, lui c’era in mezzo e gli piaceva anche molto, solo che poi alla fine uno diventa cresciuto e smette. E ogni volta che si smette di fare una cosa bella è sempre un peccato. E poi a quel punto ci sono pure le responsabilità e il tuo posto e i tuoi compiti, e visto che la vita si trasforma in un barile di necessità, il mare diventa soltanto un secchio di soluzioni. E forse perciò sembra che le storie di tutta quella gente di terraferma che vive di mare debbano essere sempre un poco tristi, perchè alla fine quelle sono vite che trovano il senso da qualche altra parte, non a mare. E il mare finisce ad essere solo un luogo che si usa, si scava, si naviga, si conosce, si attraversa ma non si vive mai. Perchè nel frattempo si vive in terraferma, pensava.
E Colapesce non è che voleva vivere a metà e, visto che il mare era il posto dove passava la maggior parte delle sue giornate, decise di andarci a abitare.
Le stagioni cambiavano e non c’erano onde che lo stancassero. Nessuno a terraferma lo rivide più e i pochi che riuscivano ad avvistarlo erano i marinai e i pescatori che, quando possibile, si fermavano anche a domandargli consiglio. La lingua della gente di mare è la stessa in ogni porto, e così pescherecci e bastimenti portarono la storia di Colapesce su ogni costa, come il vento ci porta il sale.

Quando arrivò in Sicilia con la sua nave, anche il Re fu raggiunto dalla voce di quel ragazzo che nuotava sempre e non parlava mai. E perciò, essendo uomo di grande cultura e amore per il mondo, e essendo in quei giorni soprattutto annoiato, ordinò di portare Colapesce al suo cospetto.
Dopo giorni di ricerche nei mari di tutta la Sicilia finalmente un pescatore lo trovò:
- Colapesce! Colapesce!
- Che c’è?
- C’è il Re! Ti vuole incontrare! Subito! Al porto!
- Io a terraferma non ci voglio andare.
- Il re è sulla sua nave, non ci devi tornare a terra… lo incontri sulla nave! Amunì!

Sulla nave il Re lo aspettava seduto al centro del ponte che, da quando la nave era ormeggiata, era stato coperto di tappeti, così che Sua Maestà non calpestasse ciò che di solito calpestavano i piedi del mozzo. Colapesce salì a bordo coperto di sale e di acqua e fu portato davanti al Re che il mare ancora gli scendeva da ogni parte e sembrava non smettere mai.
- Colapesce! Mi dicono che tu vivi il mondo del mare come io quello della terra… - disse il re.
- No, vossignoria, io non posso dire di essere il re di niente. Il mare non è mio.
- Ma si dice che passi il tuo tempo col capo sott’acqua, che nuoti con le ninfee e le oceanine, che non temi le onde e le burrasche, che scompari per giorni senza che nessuno ti veda riemergere.
- Nuotare mi prìa.
- Allora nuoterai per Sua Maestà. Nuoterai tutt’intorno alla Sicilia scendendo dove il mare è più profondo e al tuo ritorno riferirai del tuo viaggio a me che ne voglio conoscere.

Colapesce volle ubbidire - se quella di ubbidire può essere davvero una scelta - perché pensò che non aveva mai raccontato il mare a nessuno, che tutti dicevano di conoscerlo già, e se ad ascoltare voleva essere proprio il re forse un motivo c’era.

Dopo qualche tempo Colapesce tornò sulla nave, salì a bordo grondando ancora più acqua della prima volta e disse al sovrano del suo viaggio. Disse delle enormi valli e delle montagne che si estendevano sott’acqua come fossero state sotto il cielo, disse degli animali incredibili che aveva visto sul fondo, disse delle acque freddissime e sempre più blu, delle balene, dei relitti e delle tre colonne.
- Quali tre colonne?
- Maestà, la Sicilia s’appoggia in capo a tre colonne, che vanno giù profonde fino a dove nemmeno la luce scende più.
- Allora tu andrai lì a vedere dove arrivano queste colonne, più a fondo di sempre, e tornerai a riferirmene.
- Ma Sua Maestà capirà bene che è molto pericoloso scendere così a fondo, dove anche i raggi del sole arrivano stanchi.

Ma il Re era il Re, e non esisteva replica ai suoi ordini. Così i marinai lo presero, che ancora spandeva acqua su tutta la tappezzeria, e lo ributtarono da dove era venuto.

Colapesce fu di ritorno dopo molti giorni, tanto che si iniziò a pensare fossero troppi, ma tornò. Molti dei marinai urlarono e risero e applaudirono quando lo videro salire a bordo, ansiosi di ascoltare le sue parole, tanto da non sembrare quelli che lo avevano gettato fuori bordo per ordini a cui non si risponde.
Arrivò davanti al Re completamente coperto di mare, che continuava a scendergli addosso senza fine e senza fine inondava il ponte.
- Maestà, a lungo nuotai per il fondo di quei mari che sembrano non averne. Ma sotto Capofaro non scesi. In un momento era tutto fumo e calore e la colonna su cui poggia Messina sembra tutto un fuoco di vulcano.
Il Re stette in silenzio prima di parlare. Un silenzio che era sicuramente pieno di qualcosa, ma nessuno avrebbe saputo dire se a riempirlo fossero i suoi pensieri, oppure solo il desiderio di far attendere le sue parole, di appesantirle.
- Il mio amore per questa terra e per la conoscenza mi tormenta. - silenzio.
- Essere uomini di cultura è un peso, è una condanna! - silenzio.
- Io devo sapere Colapesce, non posso fermarmi qui. E quindi tu tornerai dove non sei stato per raccontarmi dell’origine di quel fuoco! Capisci no?
Colapesce non capiva, ma non se ne preoccupava più di tanto e restava in silenzio per non turbare ancora di più l'animo sensibile del Re.
- Tu non ti arrendi né alle correnti né alle maree Colapesce! Nuoti e ti immergi senza paura di venire inghiottito. Eppure il mare non si sente mai sfidato da te… - silenzio.
- Maestà, la paura del mare ce l’ha chi lo naviga. Quelli che, vuoti, lo spingono in basso per galleggiarci sopra. Chi invece ci vuole nuotare a fondo, di mare dev’essere pieno.
E così, senza smettere mai di sgocciolare, salì sul parapetto e si rituffò a capofitto in acqua. I marinai si sporsero subito, ma riuscirono a vedere solo un pò di schiuma sull’acqua. Le onde se la portarono via subito, cancellando ogni memoria di quel tuffo. Intorno tutto dondolava piano e in silenzio.

Dopo quel tuffo Colapesce non riemerse mai più. Una volta sceso nel punto più profondo sotto il mare di Messina si accorse che il fuoco arrivava dal vulcano Mungibeddu e che la Sicilia stava crollando su quella colonna persa e disfatta.
E lui, che non si era preso mai una responsabilità, decise di prendersene solo una, solo quella lì, per non voler tutte le altre.

Così ancora oggi la colonna che regge la Sicilia sotto Messina è tenuta in piedi dalle spalle di un ragazzo che tutti vedevano già uomo, ma che pur di non diventarlo mai scelse, alla fine, di essere pesce.

16 maggio 2012

Cercavo Caterina.


era gennaio e cadevano le bombe, ma nessuno le sentiva veramente. non facevano rumore. ogni tanto vedevi da lontano le luci, i bagliori, però quasi non ci facevi caso.

anni dopo l’hanno chiamata rivoluzione, ironicamente, come quella che fa la terra intorno al sole. un giro lungo e lontano che poi torna sempre. adesso le strade sono vuote, la gente lavora, e appena torna a casa inizia a desiderare.
oggi votano tutti in massa, l’astensionismo è quasi a zero, il sistema si alimenta con la sua stessa necessità di essere legittimato. la gente non vuole vivere al margine, e mentre una volta la forza centripeta erano i consumi, oggi lo è la partecipazione. le persone scelgono di partecipare, prendere parte a idee e movimenti che nessuno ha mai veramente creato, sceglie la convinzione, ad ogni costo, di essere artefice del proprio destino.
all'inizio del secolo i social network, internet, quelle reti che si sono dimostrate sempre più tali senza mai diventare vere comunità, ci hanno resi tutti partecipanti. la consapevolezza e il nuovo senso civico, le petizioni online, le occupazioni su twitter, tutto è diventato sempre più necessario, sempre più richiesto. e così sono riusciti a toglierci il vero diritto a partecipare alla vita pubblica, che poi vuol dire crearla, nel modo più mancino, trasformandolo silenziosamente in un bisogno da soddisfare. un altro.

scendo dalla vespa e mi fanno male le gambe come se fossi arrivato di corsa. sono giorni che fa il freddo di metà febbraio, quello dei telegiornali e degli innamorati. in strada non c’è nessuno, e anche se ci fosse non saprebbe che fare. sono tutti in casa a non guardare la televisione e a non fare l’amore, aspettando soltanto che l’inverno passi. ogni anno è la stessa storia, tutti aspettano la fine dell’inverno come fosse la fine di un coprifuoco, o di una quarantena, di una cosa che ti costringe in casa e che quando è finito ti senti finalmente libero di ritornare normale, di recuperare tutto quello che hai lasciato quando a settembre.
il palazzo è uno di quelli costruiti molto prima che inventassero il mio quartiere. diceva mio padre che non si può inventare un intero quartiere, così dal nulla. un quartiere non si decide. perchè è come se decidi di inventarti una barzelletta. poi finisce che fa pena, non viene una cosa bella. mio padre non aveva un gran senso dell’umorismo e credo non ne capiva molto di come si fa una città. però era custode al cimitero monumentale, quindi ho sempre pensato che di pena e di bellezza qualcosa ne sapeva.

arrivo al portone con una nuvola di fiato bianco tutta attorno alla faccia. faccio un respiro di quelli grossi e lo trattengo fino a che non mi risponde qualcuno.
- sì, salve. cercavo caterina.
mi avvicino con la faccia alla voce che non esce dal citofono e sbatto il casco al muro. ce l’ho ancora in testa e nemmeno lo so.
- chi la cerca?
- hmm, sono... alessandro... un amico dell’università...
non è vero niente. non mi sono iscritto all’università che non ci credo. non mi chiamo nemmeno alessandro. e io e caterina non siamo mai stati amici.
- dice che ora scende… alessandro…
- grazie! buonase… buongiorno!
- buongiorno...

mi allontano dal portone e penso che sto aspettando una ragazza con la quale farò l’amore. mi chiedo cosa dovrei provare in quel momento perchè onestamente non lo so. non è una cosa che si sceglie e nemmeno si decide. ma noi l’abbiamo fatto, ci siamo scelti e abbiamo deciso che avremmo fatto l’amore. e questo atto di forza si è trasformato in una cosa delicata che non starà mai in equilibrio su niente. è come tenere una saponetta mai usata tra le mani bagnate, come ti muovi la sciupi. cerco di guardare da un’altra parte e butto gli occhi sul palazzo di fronte, sulle bandiere tricolore, sui portoni chiusi e i manifesti mezzi strappati ai muri, sulle strisce pedonali di una strada dove non passano più macchine da anni. mi affaccio al bar lì affianco per vedere se hanno le sigarette. dicono che non ce le hanno. mentre esco vedo uno in ciabatte che ordina un tramezzino da cinquemila lire e un succo di pomodoro. senza limone per piacere. certe volte fanno pena pure le barzellette originali, penso.

- ma che sei scemo che dici a mia madre che ti chiami alessandro?
sorride che quasi chiude gli occhi mentre si caccia in testa un cappello di lana e io finalmente mi ricordo la sua faccia perchè la vedo.
diceva mio padre che pure i ricordi si consumano a usarli, come fossero cartoline, e se ti concentri troppo su un’immagine poi perdi tutti dettagli, e quel ricordo diventa sempre più semplice e opaco, con i bordi tutti smangiucchiati. e così pure per le facce delle persone, che se ci pensi sempre poi non lo sai più come sono fatte veramente. è per questo, diceva mio padre, che sulle tombe c’hanno messo le fotografie.
- ehi.
- guarda che mia madre sa tutto, gliel’ho detto…
- sa tutto? che le hai detto?
- che andavamo a fare l’amore. e che non ti chiami alessandro…
- uh.
- è tutto ok, tranquillo.

e così da quel posto tutto ad ovest ce ne saliamo su a nord e caterina non dice niente e io nemmeno. più mi allontano da casa sua più si moltiplicano i minuti in silenzio. febbraio è un mese di periferia, il mese più dimesso di tutti. a febbraio sembra che non succeda mai niente, e invece è solo che non si vede. tutto succede al chiuso. caterina non ha paura della vespa ma si tiene stretta a me lo stesso, con una guancia appoggiata sulle spalle come a dire siamo già tutto questo. a pensarci bene caterina non ha paura di niente.
mentre costeggiamo il parco rallento un pò e tutto si fa meno rumoroso così che possiamo ascoltare dirci cose piccole, ma alla fine non diciamo niente e c'è un semaforo rosso.
io mi giro con la testa di lato, come se la volessi guardare, ma non così tanto da guardarla davvero. lei scioglie le braccia attorno alla mia pancia, scende dalla vespa e mi si mette di fianco, in piedi.
io la guardo e sorrido. sta per scattare il verde e mi bacia. tutti zitti.

vivo in un appartamento di due stanze con l’impianto elettrico da rifare. in una ci vive antonino. siamo venuti a milano insieme dopo il liceo. lui voleva fare medicina, poi si è iscritto ad economia, e dopo due esami mai passati si è messo a scrivere. adesso collabora con una rivista e scrive di libri che non ha mai letto. e comunque, da che è iniziata la rivoluzione, a casa non c’è mai.
la rivoluzione ce l’hanno fatta in casa, così che oggi scegliamo tutti i giorni di accoglierla, di farla nostra, di farla crescere e di proteggerla. va bene qualunque cosa, non importa cosa, purché continuiamo ad avere la possibilità di votare, di lavorare, di esercitare la nostra volontà in una forma qualunque. la possibilità di dire sì, questo l’ho scelto io. eccomi, sono io il re.
non ci siamo mai accorti della necessità, della costrizione a dire quel sì. della possibilità di parlare che s’impone sul diritto a negare.

la cucina c’ha pure un divano e abbastanza spazio per viverci. però ci ho vissuto troppo negli ultimi giorni e adesso è tutto un casino. mentre mi tolgo la sciarpa faccio un po' finta di niente e dico che è meglio se andiamo di là. caterina non si guarda intorno e mi segue.
in camera mia c’è lo stereo acceso da quando sono uscito quella mattina, su una radio di musica qualunque, e quando entriamo penso ok, questa canzone me la ricorderò per il resto della vita. magari la odierò per il resto della vita, però insomma, in un modo o nell’altro, me la ritroverò tatuata nella parte del cervello dove si fanno gli incubi e i sogni. e quando a cinquantanni avrò una crisi di mezza età sarà questo ciò che rimpiangerò.
- pensi davvero di arrivare a cinquantanni?
- cosa?
caterina è alla finestra. la apre e si affaccia giù. poi si gira e mi guarda negli occhi.
- stavo pensando, tu davvero ci vuoi arrivare a cinquantanni?
- beh, non mi sembra una pessima idea...
- scemo, dico seriamente... non ti spaventa che poi a cinquantanni si ferma tutto? certo a quell'età non si è davvero vecchi però si è fermato tutto di sicuro. non si cambia più. rimani quello che sei arrivato ad essere in quel momento...
- mmm. allora bisogna fare in modo di diventare qualcosa di bello entro i quarantanove. anzi proprio ai quarantanove, che tanto prima non serve a niente, possiamo sempre ancora cambiare, e ci possiamo divertire ad essere tutto il resto…
caterina sorride veramente e poi mi bacia di nuovo. lo sa che ho capito e mentre mi bacia un po' piange, con gli occhi chiusi.
restiamo così abbracciati per un sacco di tempo, davanti alla finestra aperta, e io guardo la strada giù e penso che la neve di quel gennaio se n’è andata ma le impronte sono rimaste tutte.
diceva mio padre che la neve è una cosa misteriosa e non ci si deve mai fidare, perché non ti fa riconoscere più niente, nasconde la verità e poi ti fa cadere. ma alla fine lui ci sperava sempre nella neve, perché in fondo, diceva, è l’unica cosa che fa cambiare il mondo in una notte.

27 novembre 2010

e buonanotte pure stamattina.

ci sono cose che non si fanno. una volta, da bambino, ho preso mia sorella per i piedi e l’ho fatta cadere con la testa per terra e le è venuto un bernoccolo che lei dice ancora si vede. le è venuto subito, istantaneamente, roba che quando mia madre l’ha alzata da terra già ce l’aveva, gigantesco al lato della fronte. vista la caduta mia madre si è talmente spaventata che l’ha portata dal medico del piano di sopra, aspettando addirittura una buona mezzora prima di riempirmi di mazzate.
un’altra volta, da bambino, ho rubato delle gomme da masticare in un supermercato e le ho nascoste sotto il materasso. poi pare che me le sia dimenticate lì sotto e sono saltate fuori solo in primavera quando mia madre ha fatto le pulizie grosse. mi ha chiesto che cosa fossero quelle gomme e io le ho risposto che me le aveva comprate papà. mio padre dal canto suo ha detto pure che era vero. non tanto per darmi ragione, quanto perchè non si ricordava e, dopotutto, poteva essere pure successo. mia madre l'ha guardato con biasimo, come quando tornavamo io, lui e mia sorella dalla spesa del sabato. perchè mio padre non è mai stato capace a fare la spesa, ma visto che il sabato non lavorava andavamo tutti e tre al supermercato mentre mia madre si godeva le uniche due ore della settimana in cui non c’era nessuno che le chiedesse niente. si tornava sempre orgogliosi con buste piene di bagnoschiuma, scottex, cioccolate, merendine, deodoranti, un paio di bottiglie di vino, giornali e topolini e soprattutto coca-cola. ma, nonostante l’orgoglio e la convinzione di aver fatto una spesa giusta e sostanziosa, mia madre aveva sempre di che lamentarsi, accusando papà di spendere un sacco di soldi per cose inutili e che non è che ci potevamo mangiare i bagnoschiuma e i cotton fioc.
sempre da bambino una volta ho dato una ginocchiata in mezzo alle gambe ad un mio compagno di scuola, valerio, che saluto con affetto. non mi ricordo perchè, però mi ricordo che poi lui si è messo a piangere tanto che quasi mi mettevo a piangere pure io. e stato quello il momento in cui mi sono sentito sulla pelle quella roba del non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te stesso.

adesso, io lo so che dovrei continuare col post e la sua naturalezza, ma c’è qualcosa che devo dire in proposito. la frase precedente, come pure “ama il prossimo tuo come te stesso” sono consigli, mi sento di dire, un pò superati. entrambi si basano infatti sulla considerazione e l’amore che si ha di se stessi. il metro di tutto siamo noi stessi. l’io al centro del mondo, essendo l’unica cosa che davvero conosciamo senza filtri. giustissimo. però si dà per scontato che ogni individuo ami in qualche modo se stesso e non vorrebbe mai subire il male, per mano sua o di terzi. al di là del fatto che è un pò triste pensare all’amore per il resto del mondo soltanto come emulazione di uno prodotto e consumato senza che possa nemmeno uscire fuori un attimo a vedere com’è… mi sembra pure che bisognerebbe considerare che esistono anche gli emo e i sadomasochisti. e onestamente non so se mi vorrei trovare bloccato in un ascensore con un emo e un masochista che vogliono farmi sentire quanto amano se stessi o quanto farebbero al prossimo soltanto quello che sarebbero tanto contenti di subire. quindi io riformulerei la cosa tipo “ama il prossimo tuo con buon senso”. che mi pare meglio.

detto questo possiamo tornare al post interrotto, nel quale elencavo due o tre cose che non si dovrebbero fare e che io invece ho fatto, da bambino.
e poi, da fotografo, una volta sono entrato in una stanza d’albergo dalla finestra. e ci sono pure uscito se è per questo.
nel pulmino ci entrano otto persone e noi siamo giusto otto e quando il concerto è finito e pure il dopoconcerto è finito decidiamo che è il caso di andare a dormire. ci fermiamo in un motel e bennett dice:
- roberto noi di solito prendiamo una sola stanza e ci infiliamo dentro tutti. per te va bene?
- non vedo qual è il problema.
- potrebbe non essere molto comodo.
- l’ultimo anno ho dormito più per terra o su un divano che in un letto vero, mi sa che mi ci sto abituando.
- ok, allora tu dormi per terra.
lui e un altro vanno a prenotare la stanza e noi si rimane in sei nel pulmino parcheggiato e due minuti dopo sento alex che fa non è possibile! siamo di fronte alla nostra camera! che culo! e intanto michael salta fuori dalla finestra al piano terra e ci viene incontro.
- ma di solito entrate sempre dalla finestra?
- no! questa è la prima volta! di solito usiamo le porte sul retro, tanto non le controlla nessuno…
- ah. le mitiche porte sul retro. in effetti quelle non le controlla nessuno mai, hai ragione. penso che ogni criminale americano che si rispetti è tale perchè avete le porte sul retro. in italia farebbero solo una serie di figuracce credendo di scappare e infilandosi nello sgabbuzzino o fuori al balcone.
- come dici tu. in ogni caso quella finestra è troppo invitante. cioè è proprio lì di fronte, stiamo comunque facendo qualcosa di illegale, tanto vale farla per bene.
- mi pare inattaccabile.
quella notte abbiamo dormito in otto in una stanza per due. un sacco di cuscini e coperte, per fortuna, anche perchè la band se li porta da casa per dormirci in viaggio.
dopo qualche ora ci si sveglia uno ad uno, si fa la doccia uno ad uno, ci si veste uno ad uno e si esce dalla stanza per andare a fare colazione sempre uno alla volta. mentre mi mangio una cosa che per comodità chiamo pane burro e marmellata mi chiedo come diavolo sia possibile che questi dormono di continuo tutti in una stanza e nessuno se ne accorge mai.
- ci hanno scoperti.
- chi?
- la tipa delle pulizie, quando uno di noi usciva deve aver visto la gente stesa per terra e poi ha parlato con will.
- e l’uscita sul retro?
- hanno il numero della mia carta di credito.
- mmm. mortacci loro.
- ti ricordo che questa conversazione è avvenuta in inglese e non è che adesso ti fai prendere la mano e mi dici cose intraducibili
- ah scusa. to their dead ones?
- senti torniamo in camera, vediamo che dicono gli altri.
gli altri non dicono niente, perchè mentre noi entriamo dalla porta l’ultimo esce dalla finestra e in quell’istante vengono beccati da uno che si affretta verso il furgone lì di fronte con un foglio in mano e urlando cose incomprensibilmente chiare.
ci nascondiamo dietro le tende e non possiamo fare a meno di sghignazzare vedendo tutti gli altri a capo chino prendersi una cazziata da uno che adesso rivendica anche il cuscino di michael sembra molto incattivito perchè pensa che quel cuscino sia dell’albergo e che sia stato rubato. mmm. incattivito è male.
la porta si spalanca ed entra una che sembra non vederci e la prima cosa che fa è controllare che ci siano tutti i cuscini. questa cosa è surreale. perchè preoccuparsi dei cuscini? che cos’hanno di così importante? forse perchè se manca qualcosa nella stanza potete provare che c’è stato un furto mentre non potrete mai provare che abbiamo dormito in otto lì dentro? ah sì? ah sì.
michael si affaccia nella stanza dalla finestra.
- uscite! ora! dalla finestra! chiamano la polizia!
- michael che dici?
- sì svelti, ce ne dobbiamo andare!
io mi giro e guardo bennett che ha intavolato un’interessantissima conversazione con la tipa su qualcosa di inerente a come una figura di merda può trasformarsi in un pasticcio.
lo guardo ma lui non guarda me. guardo la tipa. guardo michael che fa cenno di andare. riguardo la tipa e nel mio sguardo ci sono tutte le parole che non le ho mai più detto. cara signora io lo so che lei è qui e mi sta guardando ed è molto da maleducati fare una cosa del genere, quello che sto per fare io intendo. ma lei capisce che se adesso io non salto da quella finestra, gettando prima il mio zaino fuori, e poi raggiungendo il furgone correndo al rallentatore, insomma lei capisce che potrei rimpiangerlo per il resto della mia vita. nessuno ha rubato niente glielo assicuro. bennett adesso le compone una canzone su i suoi occhi che mi guardano increduli mentre mi avvio e poi si sistemerà tutto. mi perdoni, ma devo scappare.

15 novembre 2010

millenovecentonovantacinque.

esco dalla metropolitana in un posto a brooklyn che pure la metropolitana stessa non a capito che ci passa a a fare. devo raggiungere un locale dove ci sarà il concerto di una band a cui devo fare delle foto. sto posto sembra introvabile perchè, come capisco solo poi, è una delle mille realtà di brooklyn che non esiste. cioè non so bene se è occupato, ma credo di sì, fatto sta che da fuori non capisci nemmeno bene che è un luogo.
e mentre sono lì in strada, in piedi di fronte a questo qualcosa, domandandomi a cosa stessi davanti, mi passa accanto un tipo alto due metri, magrissimo, uscito direttamente dal millenovecentonovantacinque.
- sai come si entra?
- non ne ho idea.
- comunque mi sa che io vi devo fare le foto.
- oh, fico. per il resto del tour?
- vi avanza un posto?
- certo.

il resto del tour è una settimana. cinque date fino a memphis. se davvero parto sarà tra qualche ora. e se davvero torno poi vi dico.

6 aprile 2010

il sonno dei giusti.

foto di antonio zagarese

ad aprile la gente si laurea. mattia sta avanti e si è laureato a fine marzo. e io ero lì a fare finta di supportarlo, quando poi mattia lo sa che io sono contrario a certe pratiche ventenni. come laurearsi appunto. e lo dico per esperienza. lui mi è stato a sentire per un pò, dilungandosi finchè ha potuto, diluendo tutto quello che era possibile. poi le dinamiche sociali hanno vinto. però hai tenuto duro mattì. più a lungo di tutti. e per questo ti apprezzo. buttati sul letto, non pensare a niente se non a quello che è stato. a quello che sei riuscito. sentiti finalmente leggero e fatti un sonno.

1 aprile 2010

mirabella nord.


credo di essere stato a cena con l’unica archeologa che va nei posti del mondo a scavare per trovare l’archeologia sotto terra. cioè lei davvero va nei deserti col fazzoletto in testa e scopre la preistoria e tutti sono contenti e poi arrivano i nazisti coi carriarmati che si vogliono rubare tutto ma poi per fortuna in una scena d’azione muoiono tutti in delle trappole egizie che risparmiano solo i buoni. cioè esiste certa gente. ed è pure italiana. parte, scava, si diverte, percepisce dei soldi, e prima che finisce di parlare io mi sono già finito la pizza e allora capisco che è il mio turno e penso che io una volta ho trovato un orologio rotto per terra e l’ho lasciato lì. che non sia mai i nazisti. poi mi mangio pure un altro quarto di pizza suo, che sennò si butta.
fuori dalla pizzeria io dico che ti va di fare, così per dire che ti va di fare. e lei risponde vediamo se riusciamo a trovare un posto che vende birre analcoliche (stasera, per motivi diversi, entrambi non possiamo bere alcol). e io le rispondo che è impossibile. che se pure è vera la leggenda delle birre analcoliche non esiste nessuna leggenda sui posti che le vendono a benevento. nel senso che non esistono nemmeno nella fantasia. è tempo perso. ma va bene, ci sto, però chiedi tu che io mi vergogno.
dopo diversi prevedibilissimi fallimenti sono illuminato dall’idea dell’anno. dove possiamo trovare delle birre analcoliche di mercoledì notte? dov’è che le ho viste in vendita? perchè lo so che le ho viste. di notte. io che faccio di notte? dormo. oppure? viaggio in macchina. bravo! e quando sei stanco? mi fermo a comprare una redbull all... ehi! ho trovato! senti questa, le dico mentre rientra in macchina, andiamo all’autogrill. lì ce le hanno di sicuro. tu c’hai da fare? no. perfetto. l’idea dell’anno.
quindi cerchiamo di capire se l’autogrill più vicino si trovi verso napoli o verso bari. lei tira fuori dalla borsa un cellulare contemporaneo e inizia a cercare la soluzione, che però tarda ad arrivare. e perciò io tiro fuori il mio atlante stradale deagostini di dodici anni fa e lei dice, sorridente e carica di meraviglia, un atlante stradale? e io ripenso al fatto che ho sempre a che fare con un’archeologa. è normale che si entusiasmi. le mappe deagostini non ci sono dell’aiuto sperato. anzi, a dirla tutta, io non ci speravo affatto. perchè in questo modo mi sento libero di dire a voce alta, dopo averlo aspettato a lungo, all’avventura! e ovviamente gli elementi notte, macchina a benzina, autostrada, provincia dell’italia inutile, due venticinquenni, autogrill, nessun piano, quattro anni che non ci si vede, sono tutti elementi che mi fanno pensare a quanto sia generazionale a volte. naturalmente con orgoglio.
all’avventura vuol dire sostanzialmente che si arriva a castel del lago, si prende il biglietto dell’autostrada, si ferma la macchina in mezzo alle due strisce bianche invalicabili poco dopo il casello, si scende dall’auto dicendo mi scuseresti solo un istante, si corre in mezzo al piazzale per chiedere informazioni all’omino nella casetta che dice bari, si torna in macchina dove lei dice quel camion è passato molto vicino e tu dici oh, si va verso bari, dopo sette chilometri si arriva all’area di servizio mirabella sud. buonasera, noi cercavamo delle birre analcoliche. chi cercate voi? grazie, arrivederci.
ma non perdiamo tutte le speranze che c’è ancora un’opportunità. nel tornare indietro passiamo ovviamente per la gemella di mirabella sud, guardacaso mirabella nord. ed è qui che finalmente perdiamo tutte le speranze. e io glielo volevo quasi dire alla signora triste del bar. tanto per cominciare credo proprio sia illegale non avere birre analcoliche in un’area di servizio. capisce, può essere pericoloso che magari gli automobilisti siano costretti ad ubriacarsi per colpa sua. tutto questo incide sul bilancio sanitario italiano. senza contare quella pubblicità orribile di fisichella che dice beviti la birra senza alcol nelle aree di servizio e io arrivo qui imbottito di antibiotici e lei mi dice che fisichella si sbagliava. lei ha idea che è mercoledì notte e ci troviamo in una provincia dell’italia inutile e noi due abbiamo venticinque anni e stiamo cercando delle birre analcoliche? che già di per sè è una cosa triste, figuriamoci se non la possiamo nemmeno vivere come un’avventura generazionale. dove le mettiamo le avventure generazionali signora?
ma la povera signora in fondo non ha molta colpa e sono convinto che una birra analcolica non avrebbe poi cambiato di molto la serata. compriamo una fanta, una cocacola e torniamo in macchina, nel parcheggio deserto, alla luce dei neon.

21 marzo 2010

i giovani imbecilli ignoti.


mi arriva questa cosa che stasera si va, tra italiani, ad una festa che si chiama qualcosa come international fever party. che poi sono tre parole che già mi potrebbero spaventare singolarmente. e ora che ci penso mi spaventano anche in combinazioni di due. poi c’è questa storia delle febbre che va a colpire inconsciamente tutta la mia parte ipocondriaca. che poi è la parte grossa. dall’invito: “what happens when shakira meets madonna, gloria gaynor and cher? when samba from brazil comes after tiesto and abba? when david guetta is blended with gaga and thalia? party!” al di là del più che legittimo interrogativo di chi cazzo siano david guetta, thalia, tiesto e a sto punto pure samba, l’invito si conclude con birra gratis fino alle undici. insomma vado ad una festa con dei presupposti che dio mi perdoni.
il posto e piccolo e vuoto. siamo in pochi, per la maggior parte italiani, spagnoli e sud americani. arriviamo subito alla conclusione che noi latini siamo estremamente attratti dalla scritta gratis. dentro effettivamente si distribuiscono lattine di birra che, se te le porti a casa e poi le riconsegni vuote ai supermercati, ti danno pure una corona ciascuna. non solo è tutto a spese altrui, ma finisce quasi che uno ci guadagna. e mentre rifletto ad alta voce su questa cosa un ragazzo di santa maria capua vetere mi guarda con sguardo complice e io penso che nell’insieme dei latini ci sono sottoinsiemi che vanno oltre la parola gratis e gli dico qualcosa, scimmiottando un accento che purtroppo non è più mio.
e questo posto si inizia a riempire pian piano con gente che si inizia a sciogliere pian piano e a parlare sempre più forte perchè il volume della musica è diventato giovane e questo david guetta mica scherza. allora mi guardo intorno e capisco che sono totalmente fuori posto, come un punk in chiesa, che c’è gente che è evidente che balla solo per produrre sudore da spalmare addosso ad altra gente e creare un precedente e poter dire io ti ho sudato. di gente ne arriva tanta e sebbene i latini siano un’alta percentuale, il resto del mondo non manca. soprattutto europa. area erasmus. e non c’è bisogno che descriva i giovani studenti che riempiono il locale, né tutti i cliché che si consumano durante la serata. forse c’è bisogno però che descriva il fatto che mi sono sentito più grande di una fetta di popolazione che fino a stasera non consideravo più piccola. mi spiego. fino a qualche ora fa c’erano gli adolescenti, gli universitari, i trentenni e poi oltre. io ero negli universitari. direi ad honorem. adesso no, non più. hanno appena messo un confine tra gli universitari fino a venticinque anni e quelli dopo, che però ancora non sono diventati emeriti imbecilli come la maggior parte dei trentenni. sono i giovani imbecilli ignoti. io sto là dentro.
la presa di coscienza mi fa sorridere e prima che me ne renda conto un colombiano mai visto, alto ottanta centimetri, mi presenta un amico suo italiano che fa l’artista, alto due metri più tutto quello che manca al colombiano. e quest’artista è un pittore e io gli chiedo che tipo di cose fa, però la musica è diventata così alta che anche david guetta ne sarebbe infastidito. insomma lui mi risponde ma io non capisco niente a parte le seguenti parole che emergono dal rumore: automatica, inconscio, gestuale, pop, moglie, mostre, cucina, concettuale (il mitico concettuale!), seriale, dipinti, sigaretta. e io dico sì andiamo a fumare che è meglio.
mi dirigo verso l’uscita cercando di farmi sudare il meno possibile ma, proprio mentre sono lì lì per farcela, rientra compatta una mandria di cecoslovacche.

9 marzo 2010

generazione mille euro.


ed è facile rendersi conto di che soglia psicologica sia diventata quella dei mille euro al mese. in un modo o nell’altro. in italia se guadagni mille euro al mese e c’hai venticinque anni stai a posto, sei sistemato. magari non ti puoi fare una famiglia, ma tanto la nostra generazione una famiglia se la farà solo per errore. mille euro al mese si possono considerare un traguardo in italia. se dicessi che gli stessi soldi in danimarca sono un punto di partenza sarei retorico, quindi facciamo che non lo dico.
stamattina quando sono uscito in bicicletta speravo proprio di trovare per terra mille euro al mese. ma non li trovavo allora sono andato dove dovevo andare e ho cercato di convincere qualcuno a farmeli dare. e questo qualcuno era un editor di politiken, il più importante quotidiano danese. e insomma arrivo, mi stampano il badge per entrare e salgo al secondo piano in una parte della redazione che è gigante ed è la parte delle foto. mentre saluto questo editor arriva un altro tipo dalla faccia simpatica e dall’aria rilassata e si dicono due cose nella lingua dei biondi e poi il tipo dall’aria rilassata alza le sopracciglia e serra le labbra e un pò annuisce che lo capisco pure io che voleva dire eh sì.
e questo posto è tutto open space, ma non troppo, diciamo il giusto per fartela prendere bene e quindi c’era quest’atmosfera molto frenetica ma nel senso eccitante del termine. e quando i due hanno finito di ammiccare l’editor mi dice che è un fotografo di staff che è appena tornato dall’iraq. stamattina. e io cerco di capire silenziosamente se ho mai potuto concepire veramente l’espressione fotografo di staff per un quotidiano. cioè nel senso che lo pagate con lo stipendio? e pure che fosse... aspetta un momento... lo mandate in iraq? ma siete sicuri? e la conferenza stampa sui nuovi sacchetti biodegradabili della coop chi la copre? chi cazzo le fa le foto all’addetto stampa della coop seduto ad un tavolo, eh? con tutti i microfoni davanti e la busta vecchia e la busta nuova? chi cazzo chi? dimmelo! incoscienti! sprovveduti! spudorati! in iraq... ma vedi un poco questi... mmm... e quello là è tornato stamattina e c’ha pure tutta la faccia rilassata ma vaffanculo!
e mentre pensavo tutte queste cose incredibili mi premuravo di avere un’espressione pacifica, delicata, in attesa di poter mostrare cosa avevo da mostrare e parlare di quello che ho intenzione di fare, di chi sono, di cosa penso della fotografia sui giornali e che linguaggio di solito utilizzo. e quando lui mi dice veniamo a noi io finalmente gli chiedo me li dai mille euro al mese? e lui mi dice no. fine quel colloquio.
uscito dalla redazione riprendo la bicicletta e mi dirigo verso un ufficio che ha un nome che in biondo vuol dire qualcosa come unione danese dei giornalisti. una sorta di ordine dei giornalisti italiano, ma è privato e non è proprio riservato solo ai giornalisti, ma pure ai fotografi, ai videomaker e ad altre figure professionali di dubbia appartenenza.
uno dei requisiti per entrare a far parte di questa union è aver fatto la scuola che ho fatto io. i ragazzi danesi che l’hanno frequentata per quattro anni ne escono infatti giornalisti e possono accedere a tutte le coccole di questa associazione-sindacato-ordine. e pure io ci voglio accedere a queste coccole, quindi adesso ci vado e ci parlo. io voglio le vostre coccole, ho studiato qui e sono molto simpatico. oltre al fatto che non mi sono mai permesso di buttare una carta per terra. sono italiano, è vero, ma non è colpa mia. e poi le posso assicurare che, al di là di qualche incertezza momentanea che può trasparire all’estero, siamo brava gente. ma dico davvero, lei dovrebbe parlare con mio padre! vedesse che pezzo di pane...
ma prima che potessi dire tutto ciò la tipa mi mette davanti una serie di moduli e io li guardo e lei sorride e io li riguardo e chiedo con questi moduli posso avere mille euro al mese? e lei mi dice che in effetti io dovrei pagare che sono appena arrivato. però pagare poco che sono pur sempre italiano. mica ce ne vogliamo approfittare. e io dico grazie, mi prendo le carte e mi ritiro.
con tutte queste carte mi sento molto più immigrato di quanto non mi sentissi ieri. devo compilare una ventina di pagine per avere assistenza, coperture varie, tasse e codici misti. tutto in lingua bionda. e tutta questa difficoltà ed estraneità non l’avevo proprio percepita nella voce di carsten, che è questo mio amico che ha finito la scuola con me a dicembre. ne parlavamo l’altra sera e mi ha fatto venire la voglia che sembrava tutto facile e celeste. diceva che ancora non ha trovato lavoro e che quindi questa union, della quale fa parte di default, gli fa la coccola più grande che si può ricevere. lo paga, gli dà un sussidio per non fare niente. perchè giustamente sono disoccupato e la vita costa cara. e allora mi dà dei soldi fino a che non ho trovato qualcosa che mi soddisfi, per un periodo di al massimo quattro anni. e intanto se trovo piccoli lavoretti in fondo non conta. e praticamente, tolte le tasse, mi danno mille euro al mese. io mi fermo in mezzo alla strada, lo guardo negli occhi, e ripeto mille euro.

4 marzo 2010

l'orizzonte circolare.


torno a casa ubriaco. eppure c’è qualcosa che dovevo fare. che avevo lasciato sospesa. quello che dovevo scrivere l’ho scritto. quello che dovevo aggiustare l’ho aggiustato. la camera è in disordine ma non va riordinata. gli avanzi li ho mangiati. sono uscito in bicicletta. l’ho legata. ho guardato negli occhi. ho parlato. ho discusso. ho omesso. ho creduto. ho sonno.
allora torno a casa e guardo sempre la ruota davanti. e quando guardo la strada mi accorgo che devo girare e giro. e poi ritorno a guardare la ruota davanti.
quando arrivo a casa ripenso che avevo qualcosa in sospeso. qualcosa che dovevo fare. quello che dovevo scrivere l’ho scritto. ma tutto il resto forse no.

14 febbraio 2010

centottanta abbondanti.


e rendersi conto, alla vigilia di un’ulteriore partenza, che si va avanti a scuse. ogni scelta è così poco chiara che potrebbe essere dettata soltanto da un secondo fine. e rendersi conto che questo secondo fine non è poi secondo a nessuno. e mentre ce ne si rende conto si tira il freno a mano e la panda fa centottanta gradi sulla neve. così dolcemente che sembra tutto sotto controllo.

27 dicembre 2009

vernel.


mi leggo il retro della confezione del vernel perchè io in certi momenti devo leggere ed è successo che in realtà manco mi dovevo sedere, poi ho pensato che magari potevo rimanere piacevolmente sorpreso e allora mi sono seduto. però non mi ero portato, naturalmente, nessun libro o rivista e allora questa volta, nella varietà di bagnoschiuma, ammorbidenti, saponi intimi e shampoo è capitato vernel. e il vernel oggi nel retro della confezione parla di un sacco di cose diverse, ma poco di come si lavano i panni. quella storia la liquida subito, butta un misurino nella lavatrice e tanti saluti, cominciando poi tutto un’illustrazione di quanto questo nuovo vernel sia buono per l’ambiente. ed è così buono per tutta una serie di ragioni estremamente convincenti se le leggi di fronte allo scaffale dei casalinghi. qualcosa del tipo vernel è più amico dell’ambiente perchè riduce le emissioni di co2 grazie ad una migliore efficienza nei trasporti. non era proprio così ma non mi va di tornare a vedere. il punto è che è una frase dove ci sono in mezzo un sacco di parole chiave tipo ambiente, emissioni di co2, efficienza, che giustamente sono sufficienti a convincere mia madre al supermercato. sempre se le legge. ma purtroppo, a mio avviso, non sono abbastanza precise per un lettore che ha tempo da perdere sulla tazza del cesso. e mi chiedo se quelle cose di solito fanno effetto pure su di me. e mi rispondo francamente di sì. e poi mi fa tristezza che ormai tutti ce lo scrivono sul retro che sono ancora più amici dell’ambiente. più di quando o più di chi non ha poi molta importanza. l’importante è esserci. è quasi una legge non scritta e mi vengono in mente altri tempi, qualche hanno fa, quando non c’erano tutte queste fregnacce ambientaliste e io mi concentravo sulla composizione dei detersivi o dei saponi e via dicendo. e tutti dicevano, senza troppo scalpore, che dentro al vernel di turno c’era sempre meno del cinque per cento di tensioattivi ionici. ah, i tensioattivi ionici, che dopo un pò li andavo a cercare ovunque, sempre senza sapere cosa fossero, e sempre vedendo se erano meno del cinque per cento. così, tanto per sentirmi tranquillo. devono fare molto male questi tensioattivi ionici, pensavo, visto che lo scrivono piccolo senza clamore. meno male che ce ne mettono solo meno del cinque per cento. e poco fa guardo sul retro vernel e vedo che sono scomparsi, sostituiti dai tensioattivi cationici, sempre meno del cinque percento. e chi sono questi? come si permettono? chi li conosce? e allora ho pensato che devono essere qualcosa che fa consumare meno benzina ai camion che li trasporta, visto il papiello dell’etichetta. magari sono stati costretti a sostituirli ai veterani ionici solo per poi poter scrivere tutta una serie di cose banali sulla sostenibilità che nemmeno il tg5. e a me chi ci pensa? un pò ci rimango male, è come se fosse finita un’era e mi sento tradito dall’industria chimica. un’industria chimica che al giorno d’oggi si preoccupa solo del vil denaro senza minimamente pensare a quei consumatori che cercano la sicurezza nella routine. ci vorrà del tempo ad abituarmi. e poi, poco prima di realizzare che per stasera niente e che magari domani mattina, mi viene in mente antonio ranaudo che sicuramente lo sa che sono i tensioattivi ionici e perchè arriva sempre una mattina che il progresso ti ha rovinato la giornata. forse è proprio lui stesso un lobbista dei tensioattivi cationici, anche se sono convinto che non lo fa con cattiveria, voglio continuare a considerarlo una brava persona.
io me li immagino questi del progresso. dicono vabbè la gente dopo un pò capisce, se lo dimentica il cucciolone a tre gusti, le musicassette o i macintosh col powerpc, si abitua. e la gente poi effettivamente si abitua.

ps: non mi sono mai preoccupato di andare a scoprire cosa siano, anzi oramai fossero, i tensioattivi ionici. e, per piacere, non voglio saperlo.