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28 marzo 2011

bus.


"man: (to himself) I think the bus will turn right, and go to the central station. then I'm gonna take the train to helsingør. (to woman) hello!
woman: hello
man: hello
woman: (just a smile)
man: I'm never going to see my mother and sister again.
woman: that doesn't sound nice
man: yes
woman: so you don't want to see them again
man: no

- pause -

man: is it summer?
woman: you can't really say that it is. it's only just starting to look like spring.
man: well, its just that I didn't know. but now you told me, so now I know."

8 marzo 2011

le porte del cielo.

gli aeroporti sono il posto in cui ci va la gente che vuole volare, e io non ci avevo mai pensato. in effetti spesso capita che ci vada anche chi non vuole volare affatto, magari c’ha paura, ma poi finisce che vola pure lui, insieme a tutti gli altri.
e poi a seconda della parte in cui si entra in un aeroporto si vede tanta gente che si abbraccia e piange. oppure si vede tanta gente che si abbraccia e ride. si vede pure chi si bacia, però generalmente quelli che si baciano piangono tutti, indipendentemente da dove entri.
e poi c’è tanta gente che corre come se gli servisse la rincorsa per decollare o come se fosse inseguita. e allo stesso tempo c’è tanta gente che aspetta le ore senza fare niente, come fosse bloccata che non può uscire, solo aspettare. e dorme sui sedili e sui divani sparsi in mezzo alla gente che corre. e succede tutto insieme nello stesso posto e allora pensi che ognuno c’ha la sua.
e quando entri e vuoi volare vai in un posto dove si prendono tutta la tua roba, tutto quello che sei e che ti porti dietro, e lo mettono via e lo analizzano e lo potrai riavere indietro solo se dio vuole.
quando gli dai tutta la tua roba mi sa che controllano anche un pò chi sei tu, che cosa hai fatto di male in vita tua e se scoprono che sei una persona cattiva non ti fanno volare.
certe persone cattive però non le scoprono subito, e allora fanno degli altri controlli in un altro posto dove ci sono tante guardie che magari ti toccano anche. ti toccano perchè certi peccati sono strani, non si vedono, anche se te li porti addosso. e queste guardie sono quelle che poi per ultime decidono se puoi entrare nel limbo oppure no.
al contrario di quanto molti pensano, il posto sulla terra dove si è più vicini al cielo non è l’himalaya, o il tetto di un grattacielo, o la collina su cui hai appena fatto l’amore. perchè dalla cima dell’himalaya l’unica cosa che puoi fare è scendere, e se sei bravo scendi vivo. e una volta che sei sceso dove vai se vuoi andare più in alto? all’aeroporto, appunto. area imbarchi. e il limbo, insomma, è quella zona in cui si è più vicini al cielo, però ancora non si è in cielo.
e qui è tutto più luminoso, ma per davvero. appena entri vedi queste luci bianche e soffici circondare orologi e anelli e profumi e bottiglie di cognac e sembra proprio che volare sia una cosa molto vicina ai piaceri terreni. e ci puoi trovare la gente che arriva da tanti tempi diversi, ognuno con la sua ora ancora dentro. e questa gente sta seduta a fissare in alto, o a guardare gli altri volare. oppure cammina piano tra le luci bianche o parla al telefono con chi ha appena finito di abbracciare e farsi piangere.
e poi si sentono le voci. tante voci che si susseguono e certe volte si accavallano e parlano tutte lingue diverse. una babele che arriva da qualche parte in alto, non si capisce esattamente da dove, e dice cose che la gente capisce solo a gruppi, a seconda della lingua. e alla fine, poco a poco, capiscono tutti e tutti si muovono.
le voci non smettono mai di parlare e nel limbo la gente non smette mai di entrare, di girare, di aspettare e di avere un pò paura. e tutti che vogliono volare.

7 marzo 2011

on my own.

me ne vado di nuovo come se non fosse successo niente. un abbraccio più stretto del solito e mi tiro la porta dietro.
lo zaino pesa di più di quando sono arrivato, direi molto di più, e qualcosa vorrà pur dire.
norrebro è quella parte di copenhagen dove sembra di stare a berlino anche se io a berlino ci sono solo passato un paio di volte ma erano volte che non c’avevo proprio nessuna voglia di tornare a casa. e a norrebro fa freddo perchè è copenhagen nord. come se non bastasse stare a copenhagen, uno deve stare pure a nord di copenhagen perchè, diciamoci la verità, a nord si vive meglio. fa freddo, il cibo fa schifo, le persone impazziscono quando vedono il sole, però si vive meglio. e questo la gente di copenhagen lo sa, e onestamente lo so pure io e lo potrei giurare. io lo potrei giurare mentre scendo le scale di una casa all’ultimo piano che era pure casa mia. perchè ormai era pure casa mia, come tutte le altre. e tutti vogliono vivere a norrebro che è la zona dove si sparano, quella più giovane, i locali, i cafè, la zona con i laghi, gli artisti e con me che me ne vado da questa città e la gente mi guarda perchè ho freddo e canto e l’ipod e me ne fotto dei ciclisti.
e mi sa che mi prendo un altro anno sabbatico.

17 luglio 2010

freon.

il frigorifero di questa cucina ha sempre fatto un rumore strano. almeno da quando mi sono trasferito qui. è un rumore che non si sente, è qualcosa di flebile e regolare. non è come le sceneggiate che partono di notte nelle cucine estive con le finestre aperte e le tapparelle a metà. questo è un rumore diverso, silenzioso e continuo, il rumore che fa qualcosa che invecchia con dignità. un fremito metallico che si nasconde tutto il giorno dietro la radio, la pioggia perpetua, i passi e le chiacchiere. e soprattutto dietro un aspetto più giovane di quello che è.
oggi pomeriggio sono in cucina da solo, la radio è spenta e ormai ha piovuto tutto il possibile, e sento questo rimescolio faticoso di freon che rivela tutti gli anni passati a vesterbro, copenhagen, in una cucina col pavimento in legno e i fili scoperti. un rumore che è tutte le notti di veglia e di lavoro. tutte le notti in cui era buio e lui era sempre lì, a provvedere alla luce e al ristoro di chi tornava troppo ubriaco per cercarli altrove. tutte le cene di natale e le feste e le birre e la porta che si apriva in ogni momento. tutti gli inquilini e gli ospiti e tutta la noncuranza di chi da sempre ha creduto che la sua presenza fosse scontata, che in ogni cucina c’è un frigorifero bianco. che ogni frigorifero bianco non è molto di più di un armadio qualunque. e, nonostante tutto, è un rumore che non è un brontolio, ma sembra piuttosto un fremito.
a sentirlo, penso che anche i frigoriferi si stancano, che è normale dopo tutti quegli anni a tenersi il freddo dentro, e a tenerselo per qualcun altro.
mi fumo la seconda sigaretta seduto a guardare fuori che non piove più. poi arrivano le quattro che stavo aspettando, poso le chiavi sul tavolo della cucina, mi aggrappo allo zaino ed esco.

questo post è un estratto. e il tipo nella foto si chiama carsten.

19 maggio 2010

mattia questo post non è per te.

succede che tra ventiquattrore sarò già via dalla danimarca. avrò lasciato copenhagen chiudendo il secondo capitolo danese. e succede che lo so che tornerò, ma verosimilmente non sarà così a lungo. quindi, adesso che è davvero fatta, posso dire una cosa. e questa cosa la voglio dire a tutti quelli che non sono venuti a trovarmi in questi mesi, o lo hanno fatto controvoglia, e quindi mi sa che si può facilmente chiudere il cerchio intorno a tutto il mondo a parte mattia. il quale ha persino dormito in quella che sarebbe stata la mia stanza senza saperlo. mattia questo post non è per te, puoi tornare su facebook.
insomma, cari tutti, permettetemi di dirvi che vi siete persi qualcosa di bello non passando da queste parti in questi mesi. che seppure doveste venirci un giorno, a copenhagen, e ve lo auguro, trovereste la sirenetta e i parchi e d’inverno la neve e d’estate i tramonti più belli della tua vita. e ci trovereste sicuramente la birra e le aringhe e le feste e le bionde e il venerdì sera e tutte le biciclette con le piste ciclabili e la metropolitana senza conducente. e ci sarebbero le gite e i viaggi in mezzo e gli amici e l’inglese che diventa. ci ritrovereste senza dubbio christiania e le comunità hippy e le città galleggianti. magari ci sarebbero ancora tutte le redazioni e i photoeditor e i fotografi che partono e arrivano e i freelance italiani che si muoiono di fame e trovereste anche la union dei giornalisti e le press-card. e le mostre e le pubblicazioni e il copenhagen photo festival e le premiazioni. sono sicuro che in mezzo a tutta questa roba ci ritrovereste pure carsten, ma una cosa sicuramente ve la siete persa: il sottoscritto. perchè essere parte, anche per qualche giorno, di una delle esperienze che di più hanno cambiato la vita a qualcuno credo che sia una cosa bella. una cosa che uno non ritrova di nuovo. ed è proprio per questo che io domani mi carico la mia casa sulle spalle, come una tartaruga, e parto per lipsia.

16 maggio 2010

panegirico.

lì davanti a tutti ci arrivo facendomi largo tra le persone e più mi faccio largo più la gente mi guarda e io inizio un pò ad imbarazzarmi. poi stringo la mano a questo ragazzo con la camicia bianca e l’aria simpatica che mi consegna una busta, delle carte e un paio di libri e poi mi guarda in faccia e fa un passo indietro e intorno si fa un pò silenzio. e io guardo solo un attimo la gente in quella stanza e poi riguardo subito il ragazzo e dico: mi dispiace ma non parlo danese, quindi temo di non aver capito una parola a parte il mio nome. come al solito tutto si risolve in una risata generale e rido pure io perchè mi piace fare la parte dell’italiano e il ragazzo con la camicia bianca mi dice: sei il vincitore del terzo premio. e io lo avevo immaginato in effetti. cioè siamo alla premiazione di un concorso organizzato nell’ambito del copenhagen photo festival, ci sono dieci foto esposte, selezionate tra cinquecento, stampate molto bene e molto grandi, una di queste è la mia, vanno premiati i primi tre e io sono il primo che chiamano. insomma in effetti ci ero arrivato anche da solo ma fare la scenetta rompe il ghiaccio, dà soddisfazione e soprattutto vale come cosa detta. nel senso che poi se non dici nient’altro in fondo va bene lo stesso. e infatti io ringrazio very much e mi sto zitto e aspetto che il tipo finisca di tessere le mie lodi e dire di andare a vedere il mio sito che è molto bello e la serie sulla lettonia bla bla e io intanto sorrido e poi annuisco qua e là come se fossi d’accordo. ma in realtà sono d’accordo solo a metà perchè non è possibile che io devo venire qui per mandare una foto a cazzo e ricevere un terzo premio e avere cinquecento stampe fotografiche gratis e la mia foto montata cento per settanta che si vende a mille euro e mi fanno vincere anche se sono uno straniero arrivato l’altroieri. cioè non vale che lo devo fare qui, a milleseicentoventisette chilometri da dove vivevo prima. che senso ha? e poi non vale anche perchè qui vuol dire fare il doppio del lavoro che fa un danese per arrivare allo stesso punto, o sicuramente il doppio delle rinunce. quante stampe fotografiche dovrei vincere ancora per coprire milleseicentoventisette chilometri? non si potrebbe vincere anche in italia? dico solo il premio, senza stampe, che tanto non ci sarebbero chilometri da riempire. solo il premio come soddisfazione, che uno manda le foto, ti telefonano e ti dicono bravo, si’ gruoss.
i biondi sono solo molto gentili, non hanno colpa, anzi nel mio caso hanno solo meriti e quindi mi pare il caso di continuare ad annuire fino alla fine del panegirico. poi ringrazio di nuovo very much e me ne ritorno da dove ero venuto facendomi largo piano piano tra le persone e più mi faccio largo più la gente mi guarda. e penso che due parole avrei potuto pure dirle.

[oh, mi è stato suggerito di chiarire che la foto premiata non è quella in cima al post ma un'altra che non ho messo perchè mi sa che già l'ho utilizzata nel blog. anche se adesso in effetti non la ritrovo. in ogni caso è quella della mia homepage.]

18 aprile 2010

lo spiazzo.


c’è questa zona che la chiamerei industriale, ma di industria c’è poco. diciamo che c’è molto spazio libero per costruirci e infatti ci stanno costruendo. non saprei come si chiama di preciso, questa zona, ma fondamentalmente è a quattro chilometri in bici da casa mia. che se fossero a piedi sarebbero almeno cinque o sei. chi va in macchina sicuramente direbbe che sono un paio. per me sono quattro e io sulla cartina seguo per teglholmens østkaj, ma giusto perchè l’alternativa, teglværsløbet, ha un nome che onestamente non ho capito nemmeno come si pensa.
e c’è il sole e io pedalo un pò controvento e mi avvicino solitario e lento al centro di questo grande spiazzo. mi fermo e mi guardo intorno riprendendo fiato con la bocca aperta, non tanto perchè mi serva, ma più per fare scena. sono pur sempre un solitario in mezzo ad uno spiazzo assolato, mi dico, e nel frattempo mi tolgo le cuffie. e appena mi tolgo le cuffie mi sento un abbaiare che mi arriva da dietro. è un abbaiare talmente insignificante, sebbene faccia intuire un tono intimidatorio da guardia, che nemmeno mi giro. continuo la mia pantomima di ragazzo solitario in mezzo allo spiazzo assolato e ventoso, finisco di cacciarmi l’ipod in tasca e aspetto che questo titano mi giri attorno e mi si metta davanti.
è un cane piccolo bianco e marrone, credo non sia di marca, è sicuramente di qualcuno perchè ha una medaglietta. e abbaia. mentre lui cerca di urlarmi qualcosa di cattivissimo io penso che non mi fa schifo. generalmente i cani piccoli mi sanno di inutilità, nervosismo e micro-machines. e questo qui lo guardo e capisco che è piccolo sì di taglia, ma soprattutto di età. cioè un ragazzetto che appena svezzato gli hanno detto: fai la guardia mi raccomando, e lui: certo, ci penso io! faccio la guardia a tutto e tutti, guardo sempre, guardo pure di notte, pure quando dormo, fidati di me! e da quel momento in poi non è successo niente. tutto ciò che c’era da guardare è rimasto uguale. il barcone dove vive il padrone ha sempre galleggiato, il cantiere più in là ha sempre continuato a fare rumore, e gli hangar davanti casa sono sempre rimasti davanti, molto avanti, anche troppo, per costituire una vera minaccia. finchè una mattina come tante, proprio al centro dello stesso spiazzo assolato e vuoto di sempre, si presenta una figura sconosciuta e temibilissima, un intero esercito di tartari tutto in una sola persona, il sottoscritto.
gli sorrido e gli dico ciao in tono amichevole. ma lui non vuole sembrare amichevole affatto e allora aggiungo: senti mi dispiace ma non mi fai paura, cioè non moltissima, diciamo un pò, il giusto... è che si vede che sei piccolo... si sente dalla voce che sei giovane, non c’hai la voce grossa però fortunatamente nemmeno quella isterica di un chihuaua o dei cani da borsetta. si vede che non sei un cane da borsetta e questo ti dovrebbe fare molto piacere, voglio dire, anche se sei piccolo è solo questione di tempo, poi cresci e di sicuro se ti incontro scappo. anzi te lo prometto. però adesso lasciami stare che rovini la scena dell’uomo solo in uno spiazzo battuto dal vento.
ma mentre io parlo, lui fondamentalmente non mi ascolta, continua ad urlarmi contro: ehi tu cattivaccio vai via! guarda che io non scherzo eh... guarda che io guardo... tu non hai idea di che cosa sono capace io quando guardo! io ti abbaio!
poi, ad un certo punto, proprio quando scendo dalla bici, il piccolo cerbero si zittisce, si mette di tre quarti e fa la faccia di attesa. è una faccia che è difficile da descrivere, diciamo che ha appena finito di promettermi una morte atroce, però evidentemente gli sto simpatico, del tipo io ti ammazzo, però prima giochiamo un pò dai. e allora mi piego un pò e gli dico bello! e lui scatta mettendosi a correre da qualche parte veloce. e io mi apro in un sorriso gigante pensando certo che se questo davvero fa le feste agli intrusi...
e da quel momento ogni passo che faccio lui mi sta dietro. salgo sul barcone, cerco le persone che speravo di trovare, non trovo nessuno, salgo al piano di sopra, mi fumo una sigaretta e gli racconto tutta la mia vita, riscendo e mi faccio un giro. e lui sempre dietro.
e anche quando mi avvio alla bici lui è lì che scodinzola e allora gli dico bob non ci siamo (bob c’è scritto sulla targhetta). io lo so che ti piaccio e ti faccio ridere e puzzo di intruso e ti lancio il bastone che ho preso esattamente davanti a te, praticamente sotto di te, e te lo lancio e tu lo vai a prendere e da quel momento lo consideri come la cosa più preziosa della terra, come se non ne avessi mai visto uno, come se ci fosse solo quello in tutto il mondo, cioè in tutto lo spiazzo. lo so che tu mi vuoi bene e te ne vuoi venire con me ma credimi, non è il caso. qui c’è gente che ha bisogno di te e poi con me ti annoi. io non ho niente da farti guardare. e in più c’ho tante cose da fare. tipo adesso devo tornare a casa e dare un’occhiata a facebook. tu che fai mentre io mi faccio una vita digitale? te lo dico io che fai, mi giri intorno un pò e poi ti stufi, e magari fai la cacca in mezzo alla cucina di carsten. e non saprei nemmeno dove metterti che poi prendo gli aerei, e ti ricordo che tu non sei un cane da borsetta... stattene qui, fidati, che stai sul canale e te ne stai tranquillo. poi tanto qualcuno da abbaiare sempre arriva.

11 aprile 2010

inarrestabile.

credo che stessi ascoltando una canzone a caso degli afterhours con l’ipod messo random. sì in effetti mi ricordo che in quel momento c’era proprio coso che diceva: forse non è proprio legale sai, ma sei bella vestita di lividi. che poi è stata sempre una cosa che mi ha fatto un certo effetto. cioè mi inquieta un pò questa qui coi lividi e lui dice come stai bene così. pur sapendolo che è illegale. e se lo sa vuol dire che è stato lui, perchè poteva dire: sei bella vestita di lividi e non mi devo nemmeno preoccupare perchè sei tu che ti sei buttata sul mio pugno, ripetutamente. e questo non è illegale, che culo, così mi godo i lividi e poi vado a fare aperitivo. e invece no. lui ammette la sua colpevolezza e ci scrive una canzone e la canzone fa successo perchè gli sbagli vanno dichiarati, palesati, pubblicizzati. mica stiamo qui a nasconderci dietro un dito. e tutta questa immersione di pensieri mi avvolgeva ieri notte su vesterbrogade che è uno stradone largo e i palazzi sono un pò alti ed era sabato sera. e per quanto possa essere buia la notte questo stradone si riempie di luci molto metropolitane. ma nel senso buono. cioè non tipo tokio (quante volte l’ho vista tokio di notte...) ma forse un pò più tipo copenhagen. cioè un pò quell’atmosfera di solitudine e casino insieme, che la gente ce n’è tanta, ma è sparsa e c’è molto spazio vuoto e poche macchine, pochissime. cioè sembra uno stradone dei film in cui succede qualcosa all’angolo di una strada, un pò in silenzio e poi vedi i lampeggianti della polizia che dovrebbero comunicare emergenza, attenzione, straordinarietà, e invece sono parte della scena. luci blu che ti aspetti e a cui dopotutto non fai caso.
e visto che io appunto non ci facevo caso per niente il poliziotto mi urla qualcosa in lingua bionda dal finestrino. io mi giro e vedo che c’è questa macchina della polizia che mi ha affiancato, lei sulla strada, io sulla mia pista ciclabile. ho le cuffie nelle orecchie e dico in inglese scusa non parlo biondo, senza smettere di pedalare. e lui, capito che ha a che fare con un immigrato, mi fa cenno di accostare.
la macchina si ferma pochi metri più avanti, lui scende con una torcia in mano e si avvicina. il collega aspetta vicino all’auto. e tutto continua ad essere perfettamente coerente con l’atmosfera generale. sembra un film.
scendi dalla bici. da dove vieni? dall’italia, e sorrido. lui no e prosegue: come sono le regole in italia riguardo ai semafori? (beh, in realtà dipende di quale italia stiamo parlando. recentemente ho guidato a napoli e le assicuro che è divertente come un videogioco. dovrebbe provarlo) oh, il semaforo. sono passato col rosso? sì, e non è tutto. dove sono le sue luci sulla bicicletta? (guardi questa bici me l’ha data un amico che l’ha trovata abbandonata in strada, dice. io l’ho aggiustata proprio ieri cannibalizzandone un’altra presa nel mio cortile. le luci non le ho trovate...) ah, le luci! ma perchè, faccio il finto tonto, sono obbligatorie? certo che sono obbligatorie! è la legge! oh, mi scusi. lei ha perfettamente ragione, ma... ma... sa noi in italia non abbiamo bici. e solo appena ho finito di dirla mi rendo conto di quanto sia grande quella puttanata. il poliziotto mi guarda e pensa saresti addirittura capace di dirmi che in italia non avete ancora inventato la ruota pur di dirmi qualcosa. io lo guardo e penso c’hai proprio preso. poi però aggiungo no no, intendo che ovviamente ce le abbiamo, è solo che non abbiamo un codice così preciso per quanto riguarda le bici... capisce, semafori dedicati, piste ciclabili, rispetto della vita umana...
è molto difficile sentirsi un immigrato, soprattutto quando fai una cazzata. e quando sei un immigrato in un posto dove le volanti ti fermano che sei in bici e sei passato col rosso in una serata vuota, ti trattano come un pazzo contromano in autostrada, chiamerebbero un elicottero di supporto, piazzerebbero cecchini ai semafori, quando sei in un posto così, insomma, le cazzate ti vengono facili.
ammetto la mia colpa, signor poliziotto, faccio come gli afterhours che dicono che sono cattivi. e poi la pubblicizzo, questa colpa, pure su un blog così magari ci guadagno una reputazione da cattivo ragazzo e divento famoso. e tutte le ragazzine vorranno conoscermi perchè io vado contro le regole. signor poliziotto biondo lei ha perfettamente ragione, io sono colpevole. mi faccia la multa se vuole, mi arresti e mi tenga in galera e magari scopra pure che giro con una bici probabilmente rubata. mi arresti se vuole, se ce la fa, se riesce and andare oltre al fatto che io da grande voglio fare il supereroe. faccia il suo lavoro biondo, mi arresti. ma il poliziotto biondo capisce che non può, non adesso, e mi lascia andare. a piedi, ma mi lascia andare.


finchè non avrò un nuovo macbook non sarò in grado di inserire immagini nei post. immagini nuove intendo. roba interessante. ma lo faccio passare per sciopero.

8 aprile 2010

armadio.


eppure quando sono entrato non me lo immaginavo che effettivamente. e invece arriva questo tipo che è il proprietario del negozio. che poi a chiamarlo negozio ce ne vuole, aperto sei ore a settimana, cioè il minimo necessario per evitare di sembrare morti. e arriva questo tipo, che poi lì dentro ci vive perchè nel retro c’è tipo una camera da letto, e io gli dico che sono settimane che passo lì davanti e ci volevo entrare ma era sempre chiuso e lui ride col cappello di lana in testa come se si fosse appena fatto una canna. e in effetti se l’era appena fatta. ma non perchè ci fossero prove che se la fosse fatta in quel momento, piuttosto perchè poi viene fuori che lui è un tipo che si è appena fatto una canna praticamente sempre. uno di quelli che ormai si sveglia così. e io gli dico che mi piacerebbe acquistare dei vinili e che quel posto mi ispira molto e gli chiedo se ha anche roba più recente. e lui mi dice praticamente no, è tutto usato e la maggior parte è musica vecchia. la migliore, aggiunge. e visto che lui aggiunge io sorrido col cappello di lana in testa ad assecondarlo. e poi lui mi chiede se ho un giradischi e io in effetti, gli spiego, il giradischi non ce l’ho. cioè ce l’ho in italia e tecnicamente non è nemmeno il mio, è di mio padre, però a me sta storia di comprarmi i vinili mi prende troppo bene anche se per il momento non so che farci, non saprei nemmeno dove metterli. e forse prima del giradischi dovrei preoccuparmi di avere un armadio e una casa attorno all’armadio nella quale effettivamente potrebbe entrare, perchè no, un giradischi. e mi sento i vinili in questa casa vuota con un armadio e un giradischi e nient’altro, con le pareti ancora vuote che forse di fronte al mare aperto ti senti meno solo. bello no? e lui alza una sorta di tappeto e tira fuori questo vecchio attrezzo pioneer che si vede che non funziona, cioè lo vedrebbe anche mio nipote che non funziona, mio nipote che non ne ha visto nemmeno mai uno funzionante, ma a pensarci nemmeno mai uno in generale. si vede che è un giradischi che arriva dal passato. e capisco che questo passato è così evidente perchè il tappeto che ha sollevato e sotto il quale era nascosto il giradischi non era un vero tappeto, ma era polvere. e con aria benefattrice mi dice ho qualcosa per te, eccolo qui. eccolo lì. sorrido e intanto già penso alle scuse che gli devo appioppare, che non posso comprarlo perchè non saprei come portarmelo in italia, cioè lo dovrei spedire, e poi i vinili li comprerei sì che costano un prezzo ridicolo, però anche quelli è un problema a farli entrare nella valigia. insomma che sono interessato a tutto ciò, ma più in maniera platonica.
poi invece finisce che esco da quel posto col giradischi sotto braccio, perchè voleva essere un regalo. e prometto di tornare presto a comprare i vinili a prezzo ridicolo.
mi ritrovo a pensare ad un modo per risolvere tutte le scuse di prima, scuse che poi non ho usato. giro l’angolo e salgo a casa, dove adesso quello che dovrebbe essere il mio giradischi è sul terzo ripiano di quello che dovrebbe essere il mio armadio.

21 marzo 2010

i giovani imbecilli ignoti.


mi arriva questa cosa che stasera si va, tra italiani, ad una festa che si chiama qualcosa come international fever party. che poi sono tre parole che già mi potrebbero spaventare singolarmente. e ora che ci penso mi spaventano anche in combinazioni di due. poi c’è questa storia delle febbre che va a colpire inconsciamente tutta la mia parte ipocondriaca. che poi è la parte grossa. dall’invito: “what happens when shakira meets madonna, gloria gaynor and cher? when samba from brazil comes after tiesto and abba? when david guetta is blended with gaga and thalia? party!” al di là del più che legittimo interrogativo di chi cazzo siano david guetta, thalia, tiesto e a sto punto pure samba, l’invito si conclude con birra gratis fino alle undici. insomma vado ad una festa con dei presupposti che dio mi perdoni.
il posto e piccolo e vuoto. siamo in pochi, per la maggior parte italiani, spagnoli e sud americani. arriviamo subito alla conclusione che noi latini siamo estremamente attratti dalla scritta gratis. dentro effettivamente si distribuiscono lattine di birra che, se te le porti a casa e poi le riconsegni vuote ai supermercati, ti danno pure una corona ciascuna. non solo è tutto a spese altrui, ma finisce quasi che uno ci guadagna. e mentre rifletto ad alta voce su questa cosa un ragazzo di santa maria capua vetere mi guarda con sguardo complice e io penso che nell’insieme dei latini ci sono sottoinsiemi che vanno oltre la parola gratis e gli dico qualcosa, scimmiottando un accento che purtroppo non è più mio.
e questo posto si inizia a riempire pian piano con gente che si inizia a sciogliere pian piano e a parlare sempre più forte perchè il volume della musica è diventato giovane e questo david guetta mica scherza. allora mi guardo intorno e capisco che sono totalmente fuori posto, come un punk in chiesa, che c’è gente che è evidente che balla solo per produrre sudore da spalmare addosso ad altra gente e creare un precedente e poter dire io ti ho sudato. di gente ne arriva tanta e sebbene i latini siano un’alta percentuale, il resto del mondo non manca. soprattutto europa. area erasmus. e non c’è bisogno che descriva i giovani studenti che riempiono il locale, né tutti i cliché che si consumano durante la serata. forse c’è bisogno però che descriva il fatto che mi sono sentito più grande di una fetta di popolazione che fino a stasera non consideravo più piccola. mi spiego. fino a qualche ora fa c’erano gli adolescenti, gli universitari, i trentenni e poi oltre. io ero negli universitari. direi ad honorem. adesso no, non più. hanno appena messo un confine tra gli universitari fino a venticinque anni e quelli dopo, che però ancora non sono diventati emeriti imbecilli come la maggior parte dei trentenni. sono i giovani imbecilli ignoti. io sto là dentro.
la presa di coscienza mi fa sorridere e prima che me ne renda conto un colombiano mai visto, alto ottanta centimetri, mi presenta un amico suo italiano che fa l’artista, alto due metri più tutto quello che manca al colombiano. e quest’artista è un pittore e io gli chiedo che tipo di cose fa, però la musica è diventata così alta che anche david guetta ne sarebbe infastidito. insomma lui mi risponde ma io non capisco niente a parte le seguenti parole che emergono dal rumore: automatica, inconscio, gestuale, pop, moglie, mostre, cucina, concettuale (il mitico concettuale!), seriale, dipinti, sigaretta. e io dico sì andiamo a fumare che è meglio.
mi dirigo verso l’uscita cercando di farmi sudare il meno possibile ma, proprio mentre sono lì lì per farcela, rientra compatta una mandria di cecoslovacche.

9 marzo 2010

generazione mille euro.


ed è facile rendersi conto di che soglia psicologica sia diventata quella dei mille euro al mese. in un modo o nell’altro. in italia se guadagni mille euro al mese e c’hai venticinque anni stai a posto, sei sistemato. magari non ti puoi fare una famiglia, ma tanto la nostra generazione una famiglia se la farà solo per errore. mille euro al mese si possono considerare un traguardo in italia. se dicessi che gli stessi soldi in danimarca sono un punto di partenza sarei retorico, quindi facciamo che non lo dico.
stamattina quando sono uscito in bicicletta speravo proprio di trovare per terra mille euro al mese. ma non li trovavo allora sono andato dove dovevo andare e ho cercato di convincere qualcuno a farmeli dare. e questo qualcuno era un editor di politiken, il più importante quotidiano danese. e insomma arrivo, mi stampano il badge per entrare e salgo al secondo piano in una parte della redazione che è gigante ed è la parte delle foto. mentre saluto questo editor arriva un altro tipo dalla faccia simpatica e dall’aria rilassata e si dicono due cose nella lingua dei biondi e poi il tipo dall’aria rilassata alza le sopracciglia e serra le labbra e un pò annuisce che lo capisco pure io che voleva dire eh sì.
e questo posto è tutto open space, ma non troppo, diciamo il giusto per fartela prendere bene e quindi c’era quest’atmosfera molto frenetica ma nel senso eccitante del termine. e quando i due hanno finito di ammiccare l’editor mi dice che è un fotografo di staff che è appena tornato dall’iraq. stamattina. e io cerco di capire silenziosamente se ho mai potuto concepire veramente l’espressione fotografo di staff per un quotidiano. cioè nel senso che lo pagate con lo stipendio? e pure che fosse... aspetta un momento... lo mandate in iraq? ma siete sicuri? e la conferenza stampa sui nuovi sacchetti biodegradabili della coop chi la copre? chi cazzo le fa le foto all’addetto stampa della coop seduto ad un tavolo, eh? con tutti i microfoni davanti e la busta vecchia e la busta nuova? chi cazzo chi? dimmelo! incoscienti! sprovveduti! spudorati! in iraq... ma vedi un poco questi... mmm... e quello là è tornato stamattina e c’ha pure tutta la faccia rilassata ma vaffanculo!
e mentre pensavo tutte queste cose incredibili mi premuravo di avere un’espressione pacifica, delicata, in attesa di poter mostrare cosa avevo da mostrare e parlare di quello che ho intenzione di fare, di chi sono, di cosa penso della fotografia sui giornali e che linguaggio di solito utilizzo. e quando lui mi dice veniamo a noi io finalmente gli chiedo me li dai mille euro al mese? e lui mi dice no. fine quel colloquio.
uscito dalla redazione riprendo la bicicletta e mi dirigo verso un ufficio che ha un nome che in biondo vuol dire qualcosa come unione danese dei giornalisti. una sorta di ordine dei giornalisti italiano, ma è privato e non è proprio riservato solo ai giornalisti, ma pure ai fotografi, ai videomaker e ad altre figure professionali di dubbia appartenenza.
uno dei requisiti per entrare a far parte di questa union è aver fatto la scuola che ho fatto io. i ragazzi danesi che l’hanno frequentata per quattro anni ne escono infatti giornalisti e possono accedere a tutte le coccole di questa associazione-sindacato-ordine. e pure io ci voglio accedere a queste coccole, quindi adesso ci vado e ci parlo. io voglio le vostre coccole, ho studiato qui e sono molto simpatico. oltre al fatto che non mi sono mai permesso di buttare una carta per terra. sono italiano, è vero, ma non è colpa mia. e poi le posso assicurare che, al di là di qualche incertezza momentanea che può trasparire all’estero, siamo brava gente. ma dico davvero, lei dovrebbe parlare con mio padre! vedesse che pezzo di pane...
ma prima che potessi dire tutto ciò la tipa mi mette davanti una serie di moduli e io li guardo e lei sorride e io li riguardo e chiedo con questi moduli posso avere mille euro al mese? e lei mi dice che in effetti io dovrei pagare che sono appena arrivato. però pagare poco che sono pur sempre italiano. mica ce ne vogliamo approfittare. e io dico grazie, mi prendo le carte e mi ritiro.
con tutte queste carte mi sento molto più immigrato di quanto non mi sentissi ieri. devo compilare una ventina di pagine per avere assistenza, coperture varie, tasse e codici misti. tutto in lingua bionda. e tutta questa difficoltà ed estraneità non l’avevo proprio percepita nella voce di carsten, che è questo mio amico che ha finito la scuola con me a dicembre. ne parlavamo l’altra sera e mi ha fatto venire la voglia che sembrava tutto facile e celeste. diceva che ancora non ha trovato lavoro e che quindi questa union, della quale fa parte di default, gli fa la coccola più grande che si può ricevere. lo paga, gli dà un sussidio per non fare niente. perchè giustamente sono disoccupato e la vita costa cara. e allora mi dà dei soldi fino a che non ho trovato qualcosa che mi soddisfi, per un periodo di al massimo quattro anni. e intanto se trovo piccoli lavoretti in fondo non conta. e praticamente, tolte le tasse, mi danno mille euro al mese. io mi fermo in mezzo alla strada, lo guardo negli occhi, e ripeto mille euro.

4 marzo 2010

l'orizzonte circolare.


torno a casa ubriaco. eppure c’è qualcosa che dovevo fare. che avevo lasciato sospesa. quello che dovevo scrivere l’ho scritto. quello che dovevo aggiustare l’ho aggiustato. la camera è in disordine ma non va riordinata. gli avanzi li ho mangiati. sono uscito in bicicletta. l’ho legata. ho guardato negli occhi. ho parlato. ho discusso. ho omesso. ho creduto. ho sonno.
allora torno a casa e guardo sempre la ruota davanti. e quando guardo la strada mi accorgo che devo girare e giro. e poi ritorno a guardare la ruota davanti.
quando arrivo a casa ripenso che avevo qualcosa in sospeso. qualcosa che dovevo fare. quello che dovevo scrivere l’ho scritto. ma tutto il resto forse no.

27 febbraio 2010

qui a volersi perdere si fa presto.

 

forse l’ho detto altre volte. ma a me i ritorni non mi piacciono mai. che pure se sto tornando in un posto dove in realtà mi ci sono trasferito da una settimana, quindi si può pure dire che ci sto andando, non tornando, mi sento sempre un pò di merda. non molto. un pò. ed entro in metropolitana e penso che visto che sono stato a londra cinque giorni a far foto, ho seguito una band che non è una band qualunque, sono stato da foto8, sono stato bene da mettersi a piangere, ho un blog, insomma viste tutte queste cose stavo pensando. poi però smetto che ci sono delle bionde sedute e io mi avvicino tanto per farmi ignorare meglio. e loro scendono alla fermata successiva e io mi siedo al posto loro. e riprendo a pensare. mentre cerco di capire quale può essere un buon modo di raccontare la bellezza nel costruire le cose e la bellezza nel veder fare tutto questo salgono altre due bionde che si siedono al sedile di fianco al mio dove trovano uno zaino lasciato lì e mi chiedono pure se è il mio e io mi sveglio dico no. allora la metro riparte e si capisce che è stato lasciato lì proprio da una delle bionde originarie. arriva una tipa che dice qualcosa, forse è il caso di lasciarlo alla prima stazione a qualcuno. che c’è dentro? c’è tutto. dal computer al portafogli. da astucci femmina al passaporto. io guardo tutta la scena e già mi chiedo com’è possibile che la gente perda i passaporti, ma soprattutto i computer... biondi... il tempo di un’altra fermata e arrivano consigli da tutta la carrozza su quale tessera è meglio per rintracciare più velocemente la proprietaria. un tipo si avvicina e dice cose con fare di chi ne capisce. un’altra prende l’iphone e inizia ad appuntarsi cose varie sulla vita privata di questa. le due bionde che hanno trovato lo zaino intanto chiamano un centralino per farsi dire qual’è il numero corrispondente all’indirizzo. lo trovano. inizio ad essere sconcertato per tanto senso civico. quasi quasi ho paura. alla terza fermata, un attimo prima che le ragazze contattassero la famiglia della sventurata entra al volo un tipo della metropolitana. con la divisa e tutto il resto. ha l’aria di avere fretta, deve fare presto per riuscire ad uscire senza intralciare il normale scorrere di un treno senza conducente. entra guardandosi intorno, fissa lo zaino, ci si dirige e dice è questo lo zaino che è stato smarrito? le ragazze lo guardano e dicono meno male che sei arrivato che stavamo chiamando. sì è questo. il tipo prende lo zaino ed esce veloce. e a quel punto tutta la gente si rilassa e ciò che era perso è stato ritrovato e le bionde riprendono la loro conversazione senza commenti. poi una di loro mi fissa e io mi rendo conto di avere una faccia tipo totem della guerra. quelli paurosi e impauriti. ero tipo pietrificato, allora poi mi sciolgo e penso che io c’ho provato a pensare a qualcosa nel frattempo. a concentrarmi su qualcosa di londra. ma proprio no. l’unica cosa che mi veniva in mente è che pure io volevo perdermi. così. tanto per stare al centro dell’attenzione.

20 febbraio 2010

presumibilmente a roma.


la maggior parte della comunità di fotografi danesi entra tutta in una stanza. un loft, grande e alla moda. sono lì per un incontro, di quelli che si fanno spesso e il loft è di un collettivo e i collettivi si invitano a vicenda e fanno le serate. così, gratis. per il gusto di farle. e c’è un proiettore e i fotografi fanno vedere i loro lavori su haiti. ed è più o meno ciò a cui darò vita io presumibilmente a roma. e in una stanza ci sono gli aspiranti e gli aspirati. e gli aspirati non si fanno pagare, stanno lì ad ascoltare. e in questo posto la comunità di fotografi danese condivide le idee e i lavori e le domande e i consigli. e poi iniziano a bere birra e io ero l’unico non danese della serata che quasi mi sentivo un privilegiato.
e mentre mi privilegiavo incontro persone che avevo conosciuto ad aarhus tra cui laerke che è questa ragazza bionda quasi bianca e parliamo tutta la sera e adesso che ti sei trasferito ci dobbiamo vedere assolutamente, che io sto facendo uno stage bellissimo, che non capisco l’italia, che belle le tue foto. e io le dico che è troppo bionda per stasera.
poi mi faccio un pò di cazzi miei e raggiungo uno dei padroni di casa. mentre parliamo lui viene chiamato da un gruppetto di persone e mi dice andiamo a vedere. e c’è quest’altro biondo che visto che è l’una di notte sta un pò ubriaco come tutti. ma non proprio troppo. c’ha l’iphone in mano e poi mi spigano velocemente che è appena diventato padre. cioè proprio in quel momento. di due gemelli. e sull’iphone c’è la foto di uno dei due. allora non so se si fanno le congratulazioni, gli auguri, ci si rompe una bottiglia di birra in testa, non so come funziona qui in danimarca. insomma per dire qualcosa di intelligente chiedo dove siano questi gemellini. nel senso che mi immagino che questo magari è un fotografo potente che vive dall’altro lato del mondo e lui mi risponde all’ospedale e gli chiedo sì ma dove e lui mi risponde all’ospedale di schschaschagn, qui a copenhagen. e io lo devo aver guardato un pò sorpreso perchè quasi a giustificarsi mi dice che è lontano e lui sta in bici.
a quel punto faccio un passo indietro e tutti continuano a sfotterlo in danese e lui sorride moltissimo, è contento. e mentre tutto ciò accade sono in un angolo e penso a quanto io possa essere provinciale. tanto per cominciare non ho un iphone. e poi mi preoccupo di troppe cose inutili. tipo vedere la foto anche dell’altro figlio. ho capito che sono gemelli, ma magari so curioso, magari insieme. non puoi dire a tutti sono diventato padre di due gemelli, questo è uno e basta così che tanto l’altro è uguale. e poi sto fatto che la tipa partorisce e lui sta in un loft della stessa città con tutta una serie di amici suoi a mangiare patatine pure mi puzza un pò. non so perchè, ma sento che c’è qualcosa che non va...
ad un certo punto mentre qualcuno a preso una bottiglia da stappare mi si avvicina una ragazza e capisce che sono un pò sorpreso dal tutto. dice che mi vuole spiegare. ah ecco! lo sapevo, c’è una spiegazione! e ovviamente è proprio una ragazza che si premura di difendere quel briciolo di romanticismo che mancava alla storia. dev’essere chiaro che c’è una ragione superiore per cui la vita che sboccia non sia stata debitamente assistita da colui che ha messo l’amore nel caldo grembo di lei. inizia a spiegare e intanto cadono petali di rosa dal soffitto. in realtà lei non è sua moglie. ok. loro sono solo amici. ok. ma si volevano molto bene. ok. cioè più che bene, tipo amore platonico. ok. allora lei voleva un figlio da lui. ok. ma lui non ci voleva fare sesso. ok. quindi hanno fatto questo figlio con l’inseminazione artificiale. ok. ed è per questo che lui non è lì in questo momento. ok... volevo essere sicura che ti fosse chiaro, mi dice aprendosi in un sorriso. ti avevo visto un pò sorpreso prima... eh, sì in effetti non capivo. ma se lo sapevo da subito che si trattava di inseminazione artificiale mica ci stavo a pensare tanto... e io che mi aspettavo chissà quale strana storia. a questo punto ha fatto bene a rimanere nel loft. anche io ci sarei rimasto se mi fossero nati due gemelli da una cara amica con la quale non mi sono mai nemmeno coricato sul divano. figurati. però credo che sarei stato un filo meno romantico. sorridete troppo voi danesi.

19 febbraio 2010

una pianta chiamata magari.

in camera mia tra le varie "facilities" c'è anche una lampada verticale un pò bianca. direi bianca del tutto. non avendo uno scanner ma avendo diverse pellicole mi è venuta la bella idea di utilizzarla per farci i provini. fotografare e invertire. certo lo scanner fa meno ridere, ma questo, d'altra parte, può essere un brillante argomento di conversazione.


c’è questa cosa del termosifone. che qui, in camera mia, è lungo quasi tutta una parete. e, per la verità, anche la mia camera è lunga quasi tutta una parete. ma l’altra parete, non quella del termosifone. poi ad un certo punto quest’altra parete finisce, proprio quando stavi per dire ecco la mia camera. evidentemente qualcuno ha deciso che questa stanza non doveva essere una cosa compiuta e l’ha fatta venir fuori da quello che era un’altra cosa, da un corridoio, da un soggiorno, da un ingresso, un solaio, un ripostiglio, un atrio o da una casa a fianco. e l’ha fatta venir fuori senza fine. incompleta. proprio troncata così, con un termosifone da una parte che sembra si sia preso tutto, ma in fondo lui è sempre stato lì. è una camera chiusa da mura sottili e da una porta senza chiave. si sente tutto. la prima mattina mi sono svegliato che avevo sentito tutta la conversazione di quelli di sopra. non era un litigio, ma mi sembrava parlassero l’uno dell’altra. credo di aver sentito anche quando si indicavano. ha una finestra che si apre in sei punti ma senza una tenda. sul muro di sinistra c’era gesù cristo e carsten ne andava tanto fiero dicendo che era un antico dipinto. gli ho detto che io in realtà non sono cattolico e lui mi ha risposto che non è un dipinto cattolico. e io gli ho detto c’è gesù cristo, sta risorgendo. ci sono due spaventatissimi sotto di lui che sicuramente hanno fatto sesso prematrimoniale. non lo voglio. se ci tieni è meglio che lo metti in camera tua insieme a tutta una serie di altre fesserie. pian piano sto liberando la stanza, non che mi serva più spazio ma non c’è l’armadio e quindi per principio voglio spazi vuoti dove portare caos. una cosa che ho lasciato è una piantina mezza secca sul davanzale. mendica acqua e io non gliene ho data fino a stamattina. selezione naturale cara piantina, ho pensato. poi oggi mi ha fatto pena come i cani al canile che poi muoiono di noia e la selezione naturale una cippa. e ho pensato che magari questa cosa brutta che esce dal vaso con foglie tipo bamboo ma pettinate all’anna oxa prima maniera, insomma questa piantina potrebbe pure starmi simpatica. magari è un segno. magari vuol dire che in mezzo a tutta questa polvere io posso prendermi cura di qualcosa di vivo e sentirmene gratificato. magari mi ha aspettato e rappresenta il finalmente sei arrivato adesso vedi di non mandare tutto a puttane pure qua. magari è una pianta sacra. magari c’ha il karma, il chakra, il kama, il sutra. il sushi. magari se la faccio riprendere e germogliare anche tutto quello che faccio qui germoglia. magari la salvo dalla siccità degli interni danesi e dall’arroganza dei loro termosifoni. magari posso utilizzare tutto ciò come brillante argomento di conversazione. magari no.