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18 ottobre 2010

my name is tanino.

certe volte è necessario che la gente capisca. se alla fine di tutto questo avete capito tutto, ma non avete capito perché, allora è il caso che andate a dare un'occhiata qui.

Thanks to everyone for the comments. If there is something I consider important in this job (or pastime, as many of you prefer…) it is the chance to share ideas, advices, suggestions and critiques. I do believe that sharing is one of the most effective factors which help me to improve and to grow.

This is the second time i write this reply. Ten minutes ago I was trying to justify myself for the choices taken, but I realized this is not the case. I don’t think I have.

Ritdiena is a project started from me, from my facing the future, from my lack of answers, from my being part of a stuck generation. I always find myself talking with my contemporaries about what is going to be, about the best decisions to take, about our worries becoming adult people.
I perfectly know that this kind of attitude has been experienced by every generation. Basically everybody in his twenties has been uncertain of his own future and has felt a bit lost. But anyway I’m experiencing that right know and when I heard of the Latvian crisis, so sudden and so strong, I immediately thought about the youngsters and about what that change could have caused inside them. I found a real and evident story where my point of view of the matter could have been actual and where I could have felt deeply involved.

Future is just a concept, it doesn’t exist. Everything has still to happen. The future exists just in the perception we can have of it. And if this perception, these insights, get damaged or get changed, also the future itself will do the same.
And that’s why I meant to give prominence and importance to something which is often intangible like the feelings and the outlooks. They are the base where all our choices start from and on which we build ourselves as individual, as society and as country.

It’s evident that a project like this is quite ambitious and it can be hard to show something you can just feel. But my experience there was very intense, I think I got part of their private life, at least for a while. And I believe that if you look at the whole selection, without focusing on every single image or trying to analyze every option, maybe you can see in the end the atmosphere I breathed and I tried to restore.

9 marzo 2010

generazione mille euro.


ed è facile rendersi conto di che soglia psicologica sia diventata quella dei mille euro al mese. in un modo o nell’altro. in italia se guadagni mille euro al mese e c’hai venticinque anni stai a posto, sei sistemato. magari non ti puoi fare una famiglia, ma tanto la nostra generazione una famiglia se la farà solo per errore. mille euro al mese si possono considerare un traguardo in italia. se dicessi che gli stessi soldi in danimarca sono un punto di partenza sarei retorico, quindi facciamo che non lo dico.
stamattina quando sono uscito in bicicletta speravo proprio di trovare per terra mille euro al mese. ma non li trovavo allora sono andato dove dovevo andare e ho cercato di convincere qualcuno a farmeli dare. e questo qualcuno era un editor di politiken, il più importante quotidiano danese. e insomma arrivo, mi stampano il badge per entrare e salgo al secondo piano in una parte della redazione che è gigante ed è la parte delle foto. mentre saluto questo editor arriva un altro tipo dalla faccia simpatica e dall’aria rilassata e si dicono due cose nella lingua dei biondi e poi il tipo dall’aria rilassata alza le sopracciglia e serra le labbra e un pò annuisce che lo capisco pure io che voleva dire eh sì.
e questo posto è tutto open space, ma non troppo, diciamo il giusto per fartela prendere bene e quindi c’era quest’atmosfera molto frenetica ma nel senso eccitante del termine. e quando i due hanno finito di ammiccare l’editor mi dice che è un fotografo di staff che è appena tornato dall’iraq. stamattina. e io cerco di capire silenziosamente se ho mai potuto concepire veramente l’espressione fotografo di staff per un quotidiano. cioè nel senso che lo pagate con lo stipendio? e pure che fosse... aspetta un momento... lo mandate in iraq? ma siete sicuri? e la conferenza stampa sui nuovi sacchetti biodegradabili della coop chi la copre? chi cazzo le fa le foto all’addetto stampa della coop seduto ad un tavolo, eh? con tutti i microfoni davanti e la busta vecchia e la busta nuova? chi cazzo chi? dimmelo! incoscienti! sprovveduti! spudorati! in iraq... ma vedi un poco questi... mmm... e quello là è tornato stamattina e c’ha pure tutta la faccia rilassata ma vaffanculo!
e mentre pensavo tutte queste cose incredibili mi premuravo di avere un’espressione pacifica, delicata, in attesa di poter mostrare cosa avevo da mostrare e parlare di quello che ho intenzione di fare, di chi sono, di cosa penso della fotografia sui giornali e che linguaggio di solito utilizzo. e quando lui mi dice veniamo a noi io finalmente gli chiedo me li dai mille euro al mese? e lui mi dice no. fine quel colloquio.
uscito dalla redazione riprendo la bicicletta e mi dirigo verso un ufficio che ha un nome che in biondo vuol dire qualcosa come unione danese dei giornalisti. una sorta di ordine dei giornalisti italiano, ma è privato e non è proprio riservato solo ai giornalisti, ma pure ai fotografi, ai videomaker e ad altre figure professionali di dubbia appartenenza.
uno dei requisiti per entrare a far parte di questa union è aver fatto la scuola che ho fatto io. i ragazzi danesi che l’hanno frequentata per quattro anni ne escono infatti giornalisti e possono accedere a tutte le coccole di questa associazione-sindacato-ordine. e pure io ci voglio accedere a queste coccole, quindi adesso ci vado e ci parlo. io voglio le vostre coccole, ho studiato qui e sono molto simpatico. oltre al fatto che non mi sono mai permesso di buttare una carta per terra. sono italiano, è vero, ma non è colpa mia. e poi le posso assicurare che, al di là di qualche incertezza momentanea che può trasparire all’estero, siamo brava gente. ma dico davvero, lei dovrebbe parlare con mio padre! vedesse che pezzo di pane...
ma prima che potessi dire tutto ciò la tipa mi mette davanti una serie di moduli e io li guardo e lei sorride e io li riguardo e chiedo con questi moduli posso avere mille euro al mese? e lei mi dice che in effetti io dovrei pagare che sono appena arrivato. però pagare poco che sono pur sempre italiano. mica ce ne vogliamo approfittare. e io dico grazie, mi prendo le carte e mi ritiro.
con tutte queste carte mi sento molto più immigrato di quanto non mi sentissi ieri. devo compilare una ventina di pagine per avere assistenza, coperture varie, tasse e codici misti. tutto in lingua bionda. e tutta questa difficoltà ed estraneità non l’avevo proprio percepita nella voce di carsten, che è questo mio amico che ha finito la scuola con me a dicembre. ne parlavamo l’altra sera e mi ha fatto venire la voglia che sembrava tutto facile e celeste. diceva che ancora non ha trovato lavoro e che quindi questa union, della quale fa parte di default, gli fa la coccola più grande che si può ricevere. lo paga, gli dà un sussidio per non fare niente. perchè giustamente sono disoccupato e la vita costa cara. e allora mi dà dei soldi fino a che non ho trovato qualcosa che mi soddisfi, per un periodo di al massimo quattro anni. e intanto se trovo piccoli lavoretti in fondo non conta. e praticamente, tolte le tasse, mi danno mille euro al mese. io mi fermo in mezzo alla strada, lo guardo negli occhi, e ripeto mille euro.

27 dicembre 2009

vernel.


mi leggo il retro della confezione del vernel perchè io in certi momenti devo leggere ed è successo che in realtà manco mi dovevo sedere, poi ho pensato che magari potevo rimanere piacevolmente sorpreso e allora mi sono seduto. però non mi ero portato, naturalmente, nessun libro o rivista e allora questa volta, nella varietà di bagnoschiuma, ammorbidenti, saponi intimi e shampoo è capitato vernel. e il vernel oggi nel retro della confezione parla di un sacco di cose diverse, ma poco di come si lavano i panni. quella storia la liquida subito, butta un misurino nella lavatrice e tanti saluti, cominciando poi tutto un’illustrazione di quanto questo nuovo vernel sia buono per l’ambiente. ed è così buono per tutta una serie di ragioni estremamente convincenti se le leggi di fronte allo scaffale dei casalinghi. qualcosa del tipo vernel è più amico dell’ambiente perchè riduce le emissioni di co2 grazie ad una migliore efficienza nei trasporti. non era proprio così ma non mi va di tornare a vedere. il punto è che è una frase dove ci sono in mezzo un sacco di parole chiave tipo ambiente, emissioni di co2, efficienza, che giustamente sono sufficienti a convincere mia madre al supermercato. sempre se le legge. ma purtroppo, a mio avviso, non sono abbastanza precise per un lettore che ha tempo da perdere sulla tazza del cesso. e mi chiedo se quelle cose di solito fanno effetto pure su di me. e mi rispondo francamente di sì. e poi mi fa tristezza che ormai tutti ce lo scrivono sul retro che sono ancora più amici dell’ambiente. più di quando o più di chi non ha poi molta importanza. l’importante è esserci. è quasi una legge non scritta e mi vengono in mente altri tempi, qualche hanno fa, quando non c’erano tutte queste fregnacce ambientaliste e io mi concentravo sulla composizione dei detersivi o dei saponi e via dicendo. e tutti dicevano, senza troppo scalpore, che dentro al vernel di turno c’era sempre meno del cinque per cento di tensioattivi ionici. ah, i tensioattivi ionici, che dopo un pò li andavo a cercare ovunque, sempre senza sapere cosa fossero, e sempre vedendo se erano meno del cinque per cento. così, tanto per sentirmi tranquillo. devono fare molto male questi tensioattivi ionici, pensavo, visto che lo scrivono piccolo senza clamore. meno male che ce ne mettono solo meno del cinque per cento. e poco fa guardo sul retro vernel e vedo che sono scomparsi, sostituiti dai tensioattivi cationici, sempre meno del cinque percento. e chi sono questi? come si permettono? chi li conosce? e allora ho pensato che devono essere qualcosa che fa consumare meno benzina ai camion che li trasporta, visto il papiello dell’etichetta. magari sono stati costretti a sostituirli ai veterani ionici solo per poi poter scrivere tutta una serie di cose banali sulla sostenibilità che nemmeno il tg5. e a me chi ci pensa? un pò ci rimango male, è come se fosse finita un’era e mi sento tradito dall’industria chimica. un’industria chimica che al giorno d’oggi si preoccupa solo del vil denaro senza minimamente pensare a quei consumatori che cercano la sicurezza nella routine. ci vorrà del tempo ad abituarmi. e poi, poco prima di realizzare che per stasera niente e che magari domani mattina, mi viene in mente antonio ranaudo che sicuramente lo sa che sono i tensioattivi ionici e perchè arriva sempre una mattina che il progresso ti ha rovinato la giornata. forse è proprio lui stesso un lobbista dei tensioattivi cationici, anche se sono convinto che non lo fa con cattiveria, voglio continuare a considerarlo una brava persona.
io me li immagino questi del progresso. dicono vabbè la gente dopo un pò capisce, se lo dimentica il cucciolone a tre gusti, le musicassette o i macintosh col powerpc, si abitua. e la gente poi effettivamente si abitua.

ps: non mi sono mai preoccupato di andare a scoprire cosa siano, anzi oramai fossero, i tensioattivi ionici. e, per piacere, non voglio saperlo.

8 dicembre 2009

thinkpad


39 ore che non dormivo. poi ho dormito. e stamattina mi sono svegliato che ero a copenhagen e mi sono reso conto che è quasi finita. studio matto e disperatissimo. il piccolo leopardi beneventano. ma ho consegnato tutto. il lavoro è bello e si chiama domani in lettone. e adesso mi posso godere la nullafacenza, che poi vuol dire lavorare ma con calma. se vedo obama gli faccio una foto, se non lo vedo forse è perche la sera prima ho fatto tardi e va bene lo stesso. mattia arriva tra un quarto d'ora alla stazione e io dovrei muovermi. ma questo computer della press room è troppo bello. ti fa proprio venire la voglia di scriverci. anche se vado di fretta e non mi posso concentrare a scrivere cose belle. però è un thinkpad e io ciò un debole per i thinkpad. adesso scrivo parole a caso. parole che leggo in giro. tanto per usarlo ancora un pò. info. lenovo. meet. broadcasting. conference. media center. people. sto cercando una parola italiana ma non la trovo. vabbè mattia, arrivo.

5 dicembre 2009

il litro e i biscotti.


ottimamente mi risveglio da mesi bui e me ne accorgo perchè il taccuino dove scrivo è quasi finito, è sporco e consumato. non è una moleskine da cassetto insomma. e me ne accorgo perchè sul mio taccuino ci sono due adesivi, uno avanti e uno dietro. me ne accorgo perchè è un taccuino invidiabile. io lo invidierei se non fosse mio, e invece è mio, ci scrivo io, e quindi invece di invidiarlo posso risparmiare tempo per invidiare altre cose. e mi accorgo pure che il mio modo di misurare la felicità potrebbe essere questo. quanto è diventato bello il mio taccuino. non dico, ovviamente, che la sua estetica sia la mia fonte di felicità. è piuttosto il mio metro. anzi più che metro è quella cosa che misura il volume, la capacità, che credo si chiami proprio litro. tutto sta a vedere quanto è pieno.
sul blog, onestamente, ci scrivo perchè la gente mi dice di farlo, mi dice che sono bravo, mi fa i complimenti. e io gradisco molto i complimenti e dall’alto della mia vanità continuo a scriverci per averne ulteriori. come i cani e i biscotti per cani. il taccuino in questione però funziona diversamente, qui nessuno mi fa i complimenti. anche se, a dirla tutta, il suo essere bello folto è pure merito di quei biscotti.

27 novembre 2009

caffè e maionese.


caro eroinomane, non lo so bene come funziona con l’eroina, ma la mattina dopo che ti sei fatto una sauna non ti svegli manco a cannonate. passi una notte di un sonno profondo profondo che non sogni niente perchè non c’hai la forza manco per fare quello. devi dormire. e i tuoi muscoli sono talmente rilassati che poi quando le cannonate arrivano veramente la mattina alle otto le tue orecchie le sentono ma i tuoi muscoli proprio non se ne fottono. e poi le sente anche il tuo cervello, caro eroinomane, e le traduce pure perchè sono in un’altra lingua, e nel mio caso la traduzione arriva tardi, arrivano prima queste parole incomprensibili, arrivano piano piano, soffici soffici, tutte sfocate. e poi uno dei cannonieri mi scuote fisicamente e si attiva pure la parte che traduce e finalmente sento roberto sei il ragazzo più lento del mondo. allora chiamo a raccolta tutte le mie energie che sono due (giusto per fare il plurale, perchè in realtà era una sola e pure gracilina) e mi alzo e non ci capisco niente e allora vado al piano di sotto a fare colazione e gli altri mi seguono e mi precedono.
in lettonia ho assolutamente messo da parte la dieta vegetariana. è troppo difficile. oltre che estremamente stupido rinunciare a mangiarsi un cervo. insomma mi piace entrare a contatto il più possibile con la cultura culinaria di un luogo. non perdersi niente. ma io la mattina alle otto maionese e caffè assieme proprio non li tollero. non ce la posso fare. e questi altri sotto con pani imburrati, formaggi della sera prima, salsicce di facocero e soprattutto karums, cioè una sorta di formaggini con attorno uno strato di cioccolata che me li hanno fatti provare entusiasti il primo giorno. e pure io ero entusiasta. e il sapore è buono. solo che è come addentare un tocco di mascarpone. però meno leggero. insomma mi bevo un caffè e mi faccio pane e marmellata. un poco finalmente mi arripiglio e le mie energie si moltiplicano, pronte per la giornata che viene.
janis e compagnia bella hanno intenzione di fare geocaching. è una specie di gioco, ma loro lo chiamano sport, che quando me l’hanno raccontato ho detto ah bello, come si fa con i neonati. in pratica tramite un navigatore gps e alcune fugaci istruzioni che puoi trovare online devi arrivare in un determinato punto del pianeta, che può essere interessante per qualunque motivo (in realtà può anche non esserlo) e lì trovi una scatoletta con una sorta di tesoro la cui parte principale è un bloc notes e una matita dove scrivere il tuo nome. generalmente queste scatolette sono ben nascoste e non è facile trovarle. possono essere ovunque, in mezzo al bosco, in una casa abbandonata, su un belvedere, vicino ad un museo in città, oppure in un vecchio hangar sotterraneo mezzo allagato per il lancio di missili sovietici a lungo raggio (fichissimo, ho visto le foto), ovunque. insomma all’inizio ero scettico, ma poi ho deciso che questo sarà il mio nuovo chiodo fisso per quando recupero la toyota. troppo bello. cioè tu segui questo gps e ti vai a sperdere con la macchina (fin dove ce la fai, poi a piedi) nei posti più assurdi dove qualche altro fulminato è andato a nascondere il traguardo prima di te e ha messo le coordinate su internet.
la zona nord di liepaja si chiama karosta ed è un quartiere che durante l’occupazione sovietica era totalmente precluso alla popolazione civile. ci stavano i militari. abbiamo cominciato la giornata da quell’area lì, sulla costa. paesaggi della madonna. prima guidi con la macchina in tutti questi boschi fino ad arrivare quasi alla fine degli alberi, poi ti fermi che c’è troppo fango e vai a piedi e arrivi a queste spiagge enormi di sabbia di scogli e di alberi dietro. e sembra di stare in normandia dopo lo sbarco: decine di costruzioni militari abbandonate e preda delle onde baltiche che si sono mangiate le fondamenta e tutto è piegato verso il mare. e l’accesso è difficile e buio e tirano fuori le luci che si mettono in testa e dentro si scivola e non si è capito come diavolo ci siamo finiti lì che siamo cinque persone a cinque chilometri dal più vicino essere umano e a sessantanni dal 2009. non ci resta che piangere. ma è bellissimo e ridiamo. tutto non è così pericoloso e arduo come dovrebbe essere. alla fine troviamo questa scatoletta e uscire è anche più difficile che entrare e ritorniamo alla macchina che sta in mezzo a tutti questi alberi bruciati dal mare e dal vento e io penso che finalmente ho una ragione valida e inattaccabile per comprare la panda 4x4.

25 novembre 2009

forse sono gay.


liepaja è una ridente cittadina sulla costa occidentale lettone. si affaccia sul mar baltico, sente freddo e torna dentro. ci siamo arrivati ieri sera dopo un viaggio di più di tre ore in macchina. siamo ospiti di amici di famiglia di oskars (con la s. ma almeno prima della s c’è oskar e non jani) che in realtà nessuno conosce a parte lui, quindi manco mi sento troppo a disagio. appena arriviamo cena a tavola, che naturalmente è molto più a buffet di quello che ci si aspetti. un sacco di roba ma te la prendi tu, passami quello, quell’altro, tieni questo qua. questi amici di famiglia c’hanno una bella casa, se la passano bene, e l’atmosfera è strana. cioè la cena da un lato sembra tutta abbottonata, perchè evidentemente nessuno conosce nessuno, dall’altro ha degli aspetti di informalità che non capisco. cioè già il fatto che oskars chiede a questi amici dei suoi genitori di ospitarci per un giorno e questi non solo ci ospitano ma ci mettono a disposizione tutti i benefici che può offrire una casa del genere (tra un pò ci arrivo...), ma in più tutti gli atteggiamenti reciproci sono così strani che ci faccio la figura di merda più grossa del baltico. almeno in questo viaggio. a tavola mangiamo e i ragazzi aprono le birre che avevamo comprato poco prima. ognuno la sua. penso che cosa strana, siamo ospiti evvabbè che non approfittiamo, ma pare proprio brutto che uno si apre la birra individuale e non dice niente a nessuno. nonostante le perplessità prendo pure io la birra mia e vedo che in questo clima amichevole la gente usa aprire le bottiglie col proprio accendino, ad esempio. che informalità, mi piacciono queste cene. spizzicare, ascoltare la gente che parla lettone e aprire le birre come capita. adesso pure io apro la mia, non ho un accendino sotto mano, poco male, faccio col retro della forchetta. a quel punto janis mi guarda con una faccia che non dimenticherò mai. un pò rideva e un pò imprecava. del tipo che cazzo stai facendo? incredulo. la faccia era la stessa di quella che avrebbe fatto se avessi iniziato a orinare sul divano. a quel punto mi guardano anche gli altri perplessi e io un pò mi emoziono e la birra esce tutta fuori perchè era agitata. a coronare un momento di gloria. e tutto, come nelle migliori figure di merda si svolge al rallentatore, in modo che te lo godi meglio. rido perchè la situazione è incredibile. dopo che la gente si apre le birre che si è portato da casa con l’accendino, ad una cena piena di roba ma dove non esiste un tovagliolo. nel senso che non li comprano proprio, forse manco li vendono, e perciò la gente è costretta a pulirsi la bocca con la mano. in una cena dove per fare il carino dico che è tutto squisito e ringrazio e il grazie lo prendono quasi per un insulto, dove tutti parlano dei cazzi propri senza preoccuparsi nemmeno di sapere chi è quel terrone lì di fianco, in una cena del genere tutti si fermano un attimo, ricordandosi improvvisamente di essere perbenisti, per inorridire di fronte allo stesso terrone che stava solamente aprendo una birra che nemmeno voleva, ma non c’era nient’altro da bere a tavola. manco un bicchiere d’acqua. cazzo.
il fatto è che tutto ciò mi fa troppo ridere, perchè io in fondo non c’ho capito niente fino alla fine. fatto sta che dopo una cena abbondante, anche se mi sento di dire un pò breve (siamo stati a tavola non più di un quarto d’ora), ci fanno accomodare in una sorta di dependance. divani, camino spento, tavolini, ancora cibo, ancora birre, freccette, giuochi vari, sauna adiacente. sauna adiacente? sì sì si sta riscaldando...
e mentre stravaccato sul divanetto della depandance degli amici di famiglia di oskars mi sollazzo con tutta una serie di stuzzichini e tre diverse birre locali penso che tutto sommato io qui ci sono venuto per lavorare. e se è vero che non sono molto soddisfatto riguardo a quello che sto facendo dal punto di vista fotografico, è pur vero che dei lati positivi in questa esperienza ci sono comunque.
e poi ce la sauna che sono novanta gradi e la cosa è che dentro non si respira. però è bellissimo e sono nudo e poi oskars butta l’acqua sulle pietre e fa immediatamente più caldo ancora e la cosa divertente è che io non sudo. cioè sudo molto poco paragonato ai litri di sali minerali e tossine che vengono fuori dalla pelle dei miei amici. conveniamo tutti che visto che sono terrone sopporto meglio il caldo. e poi oskars mi dice stenditi che ti frusto. e io ero nudo e rido perchè le battute con allusioni sessuali fanno sempre ridere, soprattutto tra maschi un pò alticci. e nudi. e pure lui ride e poi dice stenditi sulla pancia e tira fuori da un angolo una specie di mazzo di fiori senza fiori e pieno di foglie di un albero lettone. lo bagna e lo passa sulle pietre, poi si gira e mi dice ancora qua stai? muoviti! io mi muovo e inizia questa cosa sadica che consiste letteralmente nel percuotere il dorso di un uomo adulto, nel caso specifico io, con un fascio di frasche baltiche preriscaldate. una cosa vera mente di dubbio gusto. vagamente omosessuale e contraria al buon costume. tutto sommato evitabile perchè non strettamente necessaria. una cosa imbarazzante e un pò dolorosa. una cosa bellissima. meravigliosa e piacevole. che ti senti tutto questo bosco sopra la schiena che ti rinfresca e ti riscalda allo stesso tempo e pensi forse è effettivamente un pò da gay, ma ti piace. forse sono gay che sto così rilassato in compagnia di uomini nudi e sudati che mi frustano. forse sono gay che non provo vergogna nemmeno a farlo a mia volta. forse è colpa della temperatura alta, che sudi e ti disinibisci. forse non sono sempre gay. forse sono un gay solo con un caldo del genere. sono un gay a novanta gradi. no, direi di no. che brutta immagine...
e quando esco fuori dicono che mi devo fare una doccia fredda, ma io c’ho paura. potrei morirne. però me la faccio uguale che non voglio morire a novantanni di fronte alla televisione nel buio. e quando ti fai la doccia fredda oppure esci nudo che fuori ci sono tre gradi (testato la volta dopo...) è come l’eroina. credo. il bacio di dio. mille lame di piacere che ti attraversano il corpo. eroinomani, fatevi le saune che al limite morite di pressione bassa. e fa bene anche alla pelle.

23 novembre 2009

nuovo post!


un post inaspettato per far sorridere un paio di persone...

22 novembre 2009

tirare a campare.


quando torno al mercato quello grande vado dritto al negozio di dimitri. mi avvicino solamente e sento una voce da dentro che urla amichevolmente il mio nome. roberto! vodka! e io ripeto vodka... sia chiaro non è ubriaco perchè è domenica e dice che ha esagerato i giorni prima quindi adesso non beve. è solo ospitale. e assieme alla vodka mi porta pure degli spicchi di mandarino e un cioccolatino. e poi mi chiede che vuoi? e parla inglese molto peggio dell’altra volta, anzi parla quasi solo russo, ogni tanto inglese e gesti e soprattutto disegni. forse questo fine settimana ha davvero esagerato con la vodka...
gli dico che passavo di lì e volevo salutarlo e che poi ero andato al mercato perchè cercavo un cappello tipo di pelliccia, tipo colbacco, che lo devo regalare. lui fa il solito disegnino di sicurezza dopo di che diventa tutto serio che quasi mi spavento e dice seguimi. evidentemente quella è la sua faccia da affari. insomma andiamo da un amico suo che però è chiuso e che mi avrebbe fatto il prezzo migliore del mercato e poi lo seguo in altre bancarelle dove mi propongono questi cappelloni che poi in realtà nemmeno mi piacciono tanto per prezzi tutto sommato alti. ok è sempre un cappello di pelliccia, ma io sto pur sempre nel retro mercato di riga. non fa niente, ci devo pensare, forse costa troppo, non è per me, magari non piace, ok gli faccio una foto e torno domani, ok sicuramente. e me ne torno al negozio di utensili e materiali di dimitri dove entra un sacco di gente, più o meno lo conoscono tutti e ci mettiamo un pò a chiacchiera (si fa per dire).
dopo poco tra gli altri entra uno con una busta e dimitri mi dice che quel tizio mi vuole vendere un cappello come lo voglio io. controllo ed è tipo quello che cercavo. dice che vuole 3 lats. meno di 5 euro. riguardo il cappello per vedere se è sporco di sangue ma è limpido, come nuovo. peccato che è piccolo, cioè a me non mi entra nemmeno per sbaglio, però 3 lats... al limite me lo rivendo su ebay. affare fatto. cinque minuti dopo dimitri risponde al telefono e c’è uno che mi vuole vendere dei jeans a dieci euro, però lui stesso dice no. dimitri c’ha la faccia da sempliciotto, ma è un signore. e poi onestamente di jeans ce ne ho pure troppi, fossero sigarette... ma certo, roberto, my firend! sigarette russe, winston light, 10 lats 10 pacchi... torna domani ti accompagno io... signore un corno.
la cosa divertente è che tutta sta gente che entra e che esce, i clienti intendo, non quelli che cercano di vendermi la figlia strabica, tutta sta gente non compra mai niente, entra, saluta, chiacchiera, sorride, mangia cioccolatini e il povero dimitri tira a campare. allora dopo un pò che stavo lì e stringevo mani e facevo qualche foto, mosso a compassione e carico di gratitudine per l’ospitalità e il cappello stretto ma economico, mi giro sorpreso verso uno scaffale e dico con la voce piena di interesse dimitri dimitri! che cel’hai uno di questi più piccolo? e indico una lima per affilare i coltelli. è esattamente identica a una che ho già, anzi in realtà ce ne ho due. ma faccio quello che finalmente ne ha trovata una nella sua vita e come avrei potuto fare senza una lima per coltelli in lettonia. lui mi guarda e dice perchè una più piccola? questa è perfetta, la migliore di tutte, se ti serve più piccola la puoi sempre spezzare. allora mi hai convinto dimitri, se quella lì è la migliore di tutte me la compro. ottanta centesimi e venti te li regalo che qui sono ricco.
e tutti vissero felici e contenti.

pigiama.


quando devo fumare funziona generalmente così. vado all’ingresso mi metto le scarpe e il giubbotto, controllo se c’ho tutto mentre mi affaccio nella stanza di fronte dove c’è il fratello di janis di cui non ricordo il nome (perchè non si chiama janis). gli sorrido e dico che scendo giù a fumarmi una sigaretta. e lui con elegante fare lettone mi sorride e non dice niente ma dalla faccia sembra voler dire “e sti cazzi?”. qui la gente quando esce di casa nessuno lo sa. non si avvertono. ti ritrovi solo tutto d’un tratto e non sai perchè. quasi ci rimani male. in ogni caso sti cazzi. esco sul pianerottolo e mi infilo le cuffie e scelgo la canzone della sigaretta, solitamente una cosa tranquilla e quando arrivo al portone la faccio partire. esco fuori che mi aspetto sempre meno freddo di quello che fa e passo cinque minuti così, senza fare niente, nel bel mezzo di riga. la strada è centralissima e generalmente ci passa un sacco di gente. e non sento niente a parte einaudi o max gazzè o i tortoise ed è bellissimo perchè sono completamente fuori contesto. riga non è assolutamente una città caotica, sicuramente non è caotica per quello che lo intendo io. non mi sembra frenetica, ma comunque di fronte a barona iela 11 di gente ce ne passa un sacco per andare a fare le cose da un’altra parte. magari lì a fianco. e sono due giorni che per me non cambia niente, solo la musica. è una routine bellissima. tutto il mondo cambia attorno però. esco dal portone sempre con lo stesso giubbotto, gli stessi vestiti, la stesse sigarette e passo fuori sempre gli stessi cinque minuti. che però sono sempre diversi perchè il venerdì mattina è come te lo immagini però quando scendi giù il sabato sera c’è solo gente che è uscita a divertirsi e ti guarda e non capisce. chi è che bighellona in un angolo, da solo, con l’aria tranquilla, che è quasi notte fonda? per capirsi è come se scendessi in pigiama. mi sento come in pigiama. e la gente che fa caso a me un pò mi guarda come uno in pigiama. che sono fuori ma non sono veramente uscito. sto sempre nella mia dimensione da appartemento e da pigrizia e da computer, anche se al momento sono su un marciapiede. e poi la sigaretta finisce sempre prima della canzone.

21 novembre 2009

baci e abbracci.


stasera ho rinunciato ad andare all’ennesima festa che questa volta però era su una barca quindi l’atmosfera poteva essere figa. in realtà non era una barca figa, era un barcone che è un locale con sotto l’acqua. l’acqua del fiume.
insomma ci ho rinunciato per senso del dovere. che mi sono ricordato che il 30 scade il premio canon e lo devo vincere anche quest’anno. e stamattina mi sono alzato presto per fare le foto a uno che gliele potevo pure non fare e poi nel pomeriggio mi sono accorto che ho finito tutto lo spazio digitale a mia disposizione e allora ho detto vado da mediaworld e mi compro un disco esterno. uno di quelli piccoli va benissimo. e allora chiedo dov’è mediaworld e janis non lo sa. piccola parentesi. questo janis non è lo janis che mi ha ospitato fino a ieri, è un altro. qui il sessanta percento della popolazione maschile si chiama janis. fa ridere. non sono abituato a chiamare tutti janis e a parlare di janis con janis. senti janis mi ha detto janis di parlare con te riguardo alla cena da janis. chiamo anche janis? esilarante. ora che ci penso per anni non ho avuto difficoltà a chiamare tutto il mondo antonio. e non mi sembrava nemmeno tanto strano. forse perchè è naturale che tutti si chiamano antonio. cioè antonio è un nome comune, facile, popolare. mica janis. fine piccola parentesi.
insomma janis mi dice che non sa dov’è mediaworld e io naturalmente me lo aspettavo che qui non c’era mediaworld. allora magari ce n’è un altro che si chiama col nome loro. e lui mi dice che in effetti i negozi di elettronica sono chiusi tutti ultimamente. io deglutisco. poi mi dice che sicuramente c’è qualcosa in qualche centro commerciale. e io vado al centro commerciale e chiedo in giro e una si spaventa che parlo inglese e poi dice quarto piano e io corro su al quarto piano e finalmente rideglutisco che nel frattempo non mi veniva. mi libero la gola e chiedo al commesso. il negozio è tipo un tabaccaio e c’hanno tre hard disk. io compro quello di mezzo perchè quello più economico costa tremila lire di meno ed è un aggeggio del 1998. quindi a occhio e croce è da 500 mb. uno per chilo.
e questo è quanto. non è successo niente di più. non sono andato alla festa per lavorare. mi sono perso qualcosa. sicuramente un bel post.

ah, questa è l’ultima foto della nottata. quanto è bella. sembra una cartolina. baci e abbracci.

20 novembre 2009

poi si vede.


ho iniziato con molta calma l’editing. però questa volta molta calma non ce l’ho. sono nervoso e ogni foto che mi metto a capire mi incazzo e se penso a quello che mi aspetta mi incazzo sempre di più. e non posso nemmeno fumare che nella casa dove sto adesso per fumare devo scendere in strada e allora mi passa la voglia. e c’ho qualche appuntamento e qualche festa e qualche persona da fargli le foto in famiglia, con la bambina piccola, e nessuno lavora, e lui pendola e lei gioca a tennis. ma ho superato la metà del mio tempo qui. il 29 me ne parto e ciò vuol dire che sono sulla strada del non me ne frega più niente. voglio il passo successivo. e il passo successivo è chiudermi in casa al computer e fare uscire qualcosa che abbia un senso. assolutamente. adesso vado a fare la spesa, mi compro delle sigarette che non fumerò, annullo tutto quello che ho pensato di fare nei prossimi giorni (a parte le gite) e ci do dentro che un senso lo trovo. come lo imposto sto lavoro? che gli dico? nel senso, davide monteleone che ne pensa della vita? lui come fa? quanto ci pensa? gli vengono i sensi di colpa? quando capisce che ha finito? crede che si possa essere veramente soddisfatti? parte e fa foto che tanto poi si vede oppure prima si vede? e se non si vede? a me non si vede niente. mi devo chiudere in casa. fortunatamente in questa casa c’avevano una stanza in più e adesso ci vivo io. assieme allo scorso trasloco. so simpatici però c’hanno la carta igenica gialla.

16 novembre 2009

lo stolto guarda il dito.


sono le dieci di mattina e apri gli occhi per la prima volta e allo stesso tempo abbassi la coperta che c’hai fin su la testa e sei completamente avvolto da luce. a riga c’è il sole. quello giallo quasi bianco della domenica mattina di inverno. e sei enormemente sorpreso. molto più sopreso di quando due giorni prima aprendo gli occhi ha visto che fuori era tutto bianco. e visto che dormi in soggiorno non è solo un modo di dire. non hai bisogno di alzarti, andare alla finestra, aprirla e guardare fuori. nel soggiorno in cui dormi tu c’è una parete che è tutta vetro senza niente. e quindi la mattina entra tutta quanta dentro casa. qualunque sia il tempo fuori. e tu lo vedi dal divano su cui dormi, basta aprire gli occhi, tirare giù la coperta quanto basta e forse girare un pò la testa. e insomma sono le dieci e c’è un sole bellissimo che è ancora molto basso. chiudi gli occhi rialzi la coperta e bestemmi mentalmente perchè è la prima volta che vedi il sole in lettonia e te la perderai per dormire. sai che potresti fare delle belle foto lì fuori. che il sole è basso, che la luce è diversa. ma c’hai sonno perchè sei andato a dormire da tre ore e mezza. dopo tutto il giorno fuori casa e tutta la notte pure. come se avessi avuto ventanni. poi dormi ancora e ti svegli a mezzogiorno e mezza ora locale grazie alla sveglia del telefono. e ti chiedi a che serve mettere la sveglia a mezzogiorno e mezza. ti rispondi che c’hai da fare nel pomeriggio. ti chiedi se c’hai voglia. ti rispondi che sono giorni che stai facendo la vita da debosciato ma di foto belle ne sentiamo tutti la mancanza e senza foto belle non si lavora e chi non lavora non fa l’amore. se vuoi fare l’amore ti devi alzare. e visto che tu in genere vuoi fare l’amore vai in cucina e fai colazione e pensi che c’è gente che di professione fa l’amore e appena ha finito si siede e aspetta che collassi tutto l’assunto di cui sopra.
allora poi esci con calma e inizi a fare le foto al sole che se ne sta andando. e vedi un bambino che indica qualcosa ad una finestra di un palazzo vicino, non so bene cosa, un palloncino, un gatto suicida, qualcosa, e il padre che non se lo fila per niente che lo tira per la mano libera. e pensi che la gente che indica con stupore le cose tu la apprezzi. soprattutto se sono bambini. poi non è detto che la gente indichi sempre le cose giuste, ma ti fa tenerezza, ti interessa, ti incuriosisce. la gente dico, non la roba indicata. allora quando torni a casa ti metti a cercare foto di indici che poi in effetti non dovresti sentirti troppo intelligente a pensare a ste cose che poi arriva il saggio e indica la luna.

14 novembre 2009

camicie a quadri dirigenziali.


qualcuno quando sente parlare di camicie di flanella aperte ancora ride. forse non ha tutti i torti visto che c’è qualcun altro che ancora se le mette. le camicie di flanella a quadri aperte su una maglietta e sotto i jeans sono camicie come tutte le altre. infatti c’hanno i bottoni. le avranno inventate per stare un pò più caldi, come i cappelli di lana invece che quelli da signori che non ti coprono le orecchie. e credo di poter dire con sicurezza che in un armadio gli altri vestiti non la trattano male la camicia di flanella. ognuno ha il suo posto a questo mondo e finchè tieni ordinato l’armadio quelli dentro si rispettano l’un l’altro. e pure la camicia di flanella c’ha un suo ripiano, una sua dignità. io è qualche tempo che un’armadio non ce l’ho e questo ha evidentemente creato degli squilibri nella percezione interna ed esterna del mio guardaroba.
allora succede che le camicie di flanella a quadri aperte su una maglietta siano considerate l’ennesima prova che uno non riesce a scordarsi che è cresciuto negli anni novanta e un pò dopo (nel mio caso la crescita è finita nel 1997). e a un certo punto qualcuno decide che si possono usare quelle camicione come fossero giacche. cioè in pratica le eleva a livello superiore, passano di scaffale. e nell’armadio tutti a vociare... c’è chi vuole usurpare il ruolo che spetta di diritto a qualcun altro... cafoni arricchiti... la classe non è acqua. ma nessuno ha mai pensato di dare alle suddette una valenza effettivamente formale. quando mai. mica si vuole essere formali. quando mai. è solo per cambiare aria. non è detto che si fa bella figura sempre allo stesso modo. soprattutto se non parliamo di vestiti. fatto sta che in breve tempo le giacche, quelle che sono lì da tutta l’eternità, grazie a interventi lobbistici e puntando su un’opinione pubblica accondiscendente allo status quo, riconquistano senza troppa fatica il loro posto nell’armadio. o meglio non devono più condividerlo con nessuno. a parte le cravatte e le camicie dell’anta a fianco. possono stare tranquille che nessuno le sposta almeno per la prossima eternità. che le cose sicure non si cambiano. e quello che c’è da un sacco di tempo dà sicurezza. non si cambia e non cambia.
qui a riga non ho visto nessuno con una camicia di flanella a quadri. questo mi induce a due riflessioni. la prima è che i lettoni hanno caldo. nel senso che vedo i miei amici uscire con maglietta, felpone imbottito e giacchetta a vento leggera primaverile. io invece c'ho sessantuno strati aggiuntivi. la seconda è che hanno poca voglia di uscire dalla crisi.

12 novembre 2009

parental advisory.


la metà della popolazione lettone dicono abiti a riga e molta della popolazione lettone che non abita a riga ci va a lavorare. allora quando janis mi ha detto se volevo andare a casa sua a sigulda dove vivono e lavorano i suoi genitori io ho detto subito sì e ci ho passato gli ultimi due giorni.
prima di accettare la sua proposta mi sono accuratamente premurato di prendermi uno dei più potenti colpi di freddo della mia vita. non ho idea di come abbia fatto ma il secondo giorno in lettonia è cominciato che ho aperto gli occhi e nemmeno riuscivo a muovermi per il dolore alle ossa, la tosse, il mal di testa il sudore freddo e i brividi e ciao mamma. che poi figurati se mi devo fare i problemi che non posso scrivere sul blog che mi sono preso la febbre perchè lo legge mia madre e poi crede che io sia morto. lo devo scrivere sopra: parental advisory - non leggete che poi vi preoccupate e vi stressate.
insomma vado a sigulda dove la prima cosa che faccio appena arrivo è scaricare un furgone bianco pieno di piante di mele. una quarantina di futuri alberi di mele. poi entro in casa e bevo otto tisane in un pomeriggio che la mamma di janis produce mele e vive nel freddo mortale da nove generazioni e conosce perfettamente ogni foglia secca e le proprietà che essa infonde nell’acqua calda, considerando ovviamente anche tutte le varie combinazioni. non parla inglese ma lo capisce bene e, analizzati tutti i miei sintomi, mi da del tè lipton. quello della pubblicità con l’etichetta gialla. nel pomeriggio imploro medicine chimiche e finalmente inizio a guarire. al di là del fatto che la loro ospitalità è incredibilmente diversa da quella che un meridionale possa mai aspettarsi (al punto che mi prendono in giro perchè ringrazio troppo), sono stati due giorni da segnare sul calendario delle belle esperienze. mi sono trovato in un luogo piccolo dove la gente è felice perchè non vive a riga ma non ci vive troppo lontano, dove nella maggior parte delle case la prima stanza, dove ci si leva le scarpe, ha un tappeto sporco di fango, dove dentro fa caldo caldo e fuori ci sono un sacco di laghi dove la gente va a pescare e soprattutto boschi. tanti boschi che pare che sembra abbiano tirato a caso: facciamo una nuova cittadina nel bosco più o meno in mezzo agli alberi. ci sono riusciti e a casa loro si mangia sempre cervo, cinghiale, alce, trota, qualcosa tipo luccio e altre bestie che onestamente non ho capito. sulla scia delle precedenti direi aquila e lupo, ma mi paiono azzardati. e se vai alle feste di onomastico sono tipo cene, dove tutti hanno preparato cose buonissime e c’è pure un tacchino con la frutta dentro. però nessuno si siede attorno ad un tavolo e a quel punto realizzi che, cazzo, questi non c’hanno i tavoli. cioè hanno tavoli da salotto alcuni anche da cucina, ma non ci si siedono attorno, credo li usino come appoggio generico e per imparare l’inglese. mangiano un pò dove capita e quando capita. e in questo posto pieno di nebbia perchè è autunno e d’autunno è così, la gente può vivere felice, nonostante la crisi, coltivando mele che poi finiscono nei succhi di frutta a mela e banana coop. e questo non vuol dire che vivere di povertà e di essenzialità è una cosa meravigliosa e guardate come sono agricoli e a contatto con la natura e come sono felici. prima di tutto crepi l’essenzialità, sauna e tv satellitare ovunque, e poi la questione non è tanto che vivono felici, quanto che, da come mi è sembrato di capire, vivono soddisfatti. se a janis gli chiedi che vuole fare da grande (che da queste parti, visto che ha 23 anni, significa l’anno prossimo) lui ti risponde che magari si vuole costruire una casa tra sigulda e cesis e portare avanti l’attività di famiglia, magari sperimentando altre vie. tipo adesso stanno iniziando a fare il vino. con le mele. e io ho chiesto ma vino vino o tipo liquore? no no, vino vino. mi sono messo a ridere e mi sa che si è risentito. e poi c’è la nonnina sovietica, che è quella nella foto, che essendo io straniero a cominciato a parlarmi in russo perchè se è possibile che qualcuno non conosce il lettone è assolutamente fuori discussione che esistano individui al mondo che non conoscano il russo. lingua universale che esprime tutto ciò che c’è da esprimere, divulga tutto ciò che c’è da divulgare, insegna tutto ciò che c’è da insegnare, educa, impone, reclama, zittisce. e io mi ritrovo in cucina a parlarle in italiano. nel sistema russocentrico della nonna di janis l’inglese è solo una periferia dell’impero al pari dell’italiano. a sto punto parlo in italiano che coordino meglio i mimi e la gestualità. una volta tanto where is the rubbish? e addò stà a munnezz’? sono equivalenti. dopo un poco sembra che capisca e invece no. però poi penso che facciamo ridere e allora rido.

9 novembre 2009

dimitri. tsk!


poi prometto che un post decente lo faccio ma adesso c'ho sonno e domani devo andare in ambasciata che mi aspettano. mi sento uno del milleottocento a dire che mi aspettano in ambaciata a riga. del tipo che arrivo e dico buongiorno ambasciatore, cosa ne pensa degli ultimi sviluppi del congresso di vienna?
fatto sta che non ho molto tempo e quindi posto solo la foto di janis che è il ragazzo lettone che mi sta ospitando.
ah no, però avevo detto ad annamaria che le finivo di raccontare la storia dei russi. insomma annamarì, facciamo presto che poi l'ambasciatore si irrita. stavo al mercato di riga, quello centrale, grande e mezzo all'aperto e mezzo al chiuso. quello che è praticamente la porta di un quartiere quasi completamento russo. e mi stavo facendo un giro e vendevano un sacco di cose e poi il mercato finisce ma la strada continua e ci sono tutta una serie di baracche di legno che sarebbero come negozietti barra bancarelle che però sono quasi tutti chiusi. fanno un pò gruppo a se e io mi ci infilo dentro e non c'è praticamente nessuno allora vado avanti e faccio qualche foto sparsa. oggi ho fatto un pò di foto da turista, ma va bene così annamarì, in fondo è domenica e sono arrivato ieri. e tra queste foto da turista, fatte così un pò da lontano, ce n'è una che prende una signora che sta comprando qualcosa a una delle due baracche aperte. è tipo a venti metri da me. però visto che non c'è quasi nessuno mi nota subito e con aria aggressiva e seccata mi inizia a dire un sacco di cose in russo di cui io capisco solo qualcosa tipo fotografiert. e capisco pure la faccia che sembrava un wrestler con un fazzoletto in testa. e dopo che mi ripete due tre volte questa cosa con fotografiert dice niet e sta zitta. e a quel punto capisco che forse è arrivato quel punto della conversazione in cui ci si aspetta una risposta dall'altra parte. quindi fondamentelmente faccio la faccia da triglia e inizio ad azzardare un i don't know vattelappesca sapendo perfettamente che non avrebbe mai capito niente. e in quel momento arriva un altro russo da dietro che era il proprietario di quell'altra casetta di legno aperta e sorridente mi dice di raggiungerlo, di andare a fare foto da lui e intanto tranquillizza la simpaticissima.
è un ragazzo, c'ha 29 anni, una moglie un bambino, un pò di debiti e quel negozio di utensili e materiali. tipo ferramenta. è tanto simpatico e ospitale e mi dice che è un lettone russo. non poteva che chiamarsi dimitri. a volte, annamarì, penso che questi sceneggiatori della mia vita c'abbiano proprio poca fantasia. dimitri.
insomma mi offre una caramella con l'aragosta sulla carta e dell'uvetta ricoperta di cioccolato. dice che adriano celentano è il migliore del mondo e io naturalmente sono d'accordo. con l'inglese se la cava, ci aiutiamo a gesti ma più o meno ce la facciamo. naturalmente mi offre della vodka però sono costretto a rifiutare. ci sono solo due bicchierini uno è il suo e il secondo è di un altro amico suo barra cliente che è lì e mi guarda parlandomi sempre più spesso in russo. è completamente ubriaco. e si starnutisce addosso mentre beve una cosa calda e a me mi fa un pò schifo e quindi l'idea di bere vodka nel bicchiere suo mi fa passare la voglia.
la cosa divertente è che a questo secondo tipo russo non gliene frega niente che non so la sua lingua. mi fa un sacco di domande guardandomi in faccia e dimitri traduce piano piano, poi ci sono cose che non mi sa tradurre allora prende un libro e poi riparla in russo con l'amico suo. io inizio a capire ma mi sto zitto che voglio vedere gli sviluppi della cosa. allora il russo ubriaco si illumina, si fa dare carta e penna e mi scrive due parole sul foglio. in russo! e dimitri si mette a ridere e poi inizia a fare una specie di grafico. insomma questo tipo era un soldato evidentemente assassino e crudele e fascista sovietico. voleva sapere da quante generazioni io ero italiano, se sono un italiano puro e soprattutto quanti italiani puri ci sono nel mio paese. di quelli però non mischiati con altre razze. gli ho detto che non lo sapevo proprio però ho visto che ci stava rimanendo molto male, allora ho detto ottanta percento. vai tranquillo. amaci. siamo tutti puri. mio nonno era siciliano che tecnicamente vuol dire italia, ma non so se quel russo ha mai visto un siciliano nato nel 1918. c'è da fare confusione.
poi dimitri mi chiede io che ci faccio al calar del sole in quel mercato e allora capisco che è arrivato il momento di andare via, saluto caramente, prometto di tornare nei prossimi giorni e prima di uscire scopro che pure l'ex soldato ubriaco si chiama dimitri. però variante greca, la pronuncia è demetriis. questi sceneggiatori che si arrampicano sugli specchi...
vabbè qui alla fine ho perso un sacco di tempo, annamarì, altro che facciamo presto. insomma torno a casa e c'ho la tosse perchè fa freddo. però il miele è buonissimo. se domani all'ambasciata mi fanno storie per il ritardo ti ci faccio parlare a te.