29 ottobre 2013

moriremo pazzi.


- Maestro!
- Dove?
- Maestro, è un piacere incontrarla così!
- Dice a me?
- Dico a lei, maestro! Ho appena visto le sue opere nella sala di là, sono assolutamente stupefacenti. Lei diventerà certamente qualcuno.
- Mi scusi, io ho ottantatre anni, forse intanto muoio.
- Esatto! E non appena muore noi diventeremo qualcuni.
- Qualcuni?
- Noi.
- Noi... Ma che cosa ha visto nella sala di là?
- Ah, meraviglie maestro! Le sue opere sono esattamente il frutto dell’incoscienza artistica, del recupero delle sue urgenze infantili, del suo digiuno d’arte, dell’inconsapevolezza e della sua assenza a sè stesso. Oltre a costituire, soprattutto, la manifestazione del suo morbo.
- No aspetti, che morbo?
- L’Alzheimer!
- Dio santo, ma io non ho l’Alzheimer!
- Eh, ma avrà notato che ultimamente è diventato un pò rincoglionitello...
- Ma è solo che ho ottantatre anni! Non è per forza Alzheimer!
- Dicono tutti così.
- Ma non è possibile, io sto bene.
- Dicono anche questo.
- Chi?
- Tutti.
- Ma hanno tutti l’Alzheimer?
- Sì. Oppure sono tossicodipendenti, o autistici, o schizofrenici, o carcerati. A volte sono bambini. Però coi bambini funziona poco perché poi non muoiono.
- Mi scusi ma lei non era venuto qui a cercare di vendermi una poltrona massaggiatrice?
- Beh, in effetti sono entrato a casa sua con quest’intenzione. Però la mia vocazione per l’Outsider Art mi ha fatto subito notare i suoi capolavori nella sala di là.
- La sala di là sarebbe la cucina?
- Può chiamarla così, se preferisce.
- Ma è una cucina! Come la chiama lei di solito una cucina?
- Laboratorio, officina, studio, pensatoio.
- Mi perdoni, ma lei mi confonde. Io pensavo di poter fare quattro chiacchiere con un giovanotto qualunque, approfittare del suo tempo per raccontare di quella volta che da militare sono stato a Nuoro e abbiamo bucato una ruota proprio fuori città e Parisi aveva portato la fiaschetta di malvasia. E poi lei mi dice che ho i dei capolavori in cucina. E che ho l’Alzheimer e che diventiamo qualcuni.
- E che muore.
- Giusto, che muoio. Ma le pare? Ma poi com'è che funziona esattamente?
- La ringrazio per la domanda, le spiego. Io che sono un curatore e storico di arte contemporanea adesso prendo i suoi lavori e preparo una mostra. Poi quando lei sarà in ospedale in rianimazione mandiamo gli inviti.
- Chiaro. Ma esattamente a che lavori si riferisce?
- Alle sue magnifiche reinterpretazioni! Ai sui schizzi sulle evidenze postindustriali. Alle sue riflessioni, direi quasi situazioniste, sui linguaggi della società dei consumi.
- Non credo di avere la più pallida idea di quello che sta dicendo.
- Ed è esattamente questo il senso! Non si preoccupi, lei meno ci capisce più noi diventiamo qualcuni. Guardi qui, ho preso alcuni esempi dal suo atelier.
- Sempre la cucina, immagino.
- Sempre. Cerchi e righe, a volte dei quadrilateri irregolari. Forme primitive di inchiostro che graffiano ed esaltano il nostro rapporto con la vita postmoderna.
- Ma quelli sono i volantini del supermercato...
- No no, questi sono i supporti delle sue visioni.
- Io in verità segno solo le offerte.
- E come?
- Con la penna. Tra l’altro sono pure volantini vecchi quelli, le offerte sono scadute.
- La caducità del desiderio! Che meraviglia, maestro, che meraviglia!
- Guardi giovanotto, io capisco che sono tempi difficili, ma se lei è venuto qui a farmi perdere tempo cade male. Ho ottantatre anni ma ancora non sono del tutto rimbambito.
- Ma no, che dice, che rimbambito. Alzheimer, si ricordi… Alzheimer.
- Ancora con questa storia? Ma la vuole smettere! Dov’è la mia poltrona massaggiatrice? Dov’è la mia solitudine? Dove sono i miei ricordi inventati? Dov’è Agnese che se n’è andata l'anno scorso d'estate? Dove sono tutte le lettere di quando eravamo giovani? E i buoni postali? Dove sono le cose cadute sul pavimento e lasciate lì? Dov’è l’inconsapevolezza di tutto questo? La vuole sentire la storia di quando ero militare a Nuoro, oppure no?


1 commento:

giornisenza ha detto...

ah, la caducità del desiderio.