16 maggio 2012

Cercavo Caterina.


era gennaio e cadevano le bombe, ma nessuno le sentiva veramente. non facevano rumore. ogni tanto vedevi da lontano le luci, i bagliori, però quasi non ci facevi caso.

anni dopo l’hanno chiamata rivoluzione, ironicamente, come quella che fa la terra intorno al sole. un giro lungo e lontano che poi torna sempre. adesso le strade sono vuote, la gente lavora, e appena torna a casa inizia a desiderare.
oggi votano tutti in massa, l’astensionismo è quasi a zero, il sistema si alimenta con la sua stessa necessità di essere legittimato. la gente non vuole vivere al margine, e mentre una volta la forza centripeta erano i consumi, oggi lo è la partecipazione. le persone scelgono di partecipare, prendere parte a idee e movimenti che nessuno ha mai veramente creato, sceglie la convinzione, ad ogni costo, di essere artefice del proprio destino.
all'inizio del secolo i social network, internet, quelle reti che si sono dimostrate sempre più tali senza mai diventare vere comunità, ci hanno resi tutti partecipanti. la consapevolezza e il nuovo senso civico, le petizioni online, le occupazioni su twitter, tutto è diventato sempre più necessario, sempre più richiesto. e così sono riusciti a toglierci il vero diritto a partecipare alla vita pubblica, che poi vuol dire crearla, nel modo più mancino, trasformandolo silenziosamente in un bisogno da soddisfare. un altro.

scendo dalla vespa e mi fanno male le gambe come se fossi arrivato di corsa. sono giorni che fa il freddo di metà febbraio, quello dei telegiornali e degli innamorati. in strada non c’è nessuno, e anche se ci fosse non saprebbe che fare. sono tutti in casa a non guardare la televisione e a non fare l’amore, aspettando soltanto che l’inverno passi. ogni anno è la stessa storia, tutti aspettano la fine dell’inverno come fosse la fine di un coprifuoco, o di una quarantena, di una cosa che ti costringe in casa e che quando è finito ti senti finalmente libero di ritornare normale, di recuperare tutto quello che hai lasciato quando a settembre.
il palazzo è uno di quelli costruiti molto prima che inventassero il mio quartiere. diceva mio padre che non si può inventare un intero quartiere, così dal nulla. un quartiere non si decide. perchè è come se decidi di inventarti una barzelletta. poi finisce che fa pena, non viene una cosa bella. mio padre non aveva un gran senso dell’umorismo e credo non ne capiva molto di come si fa una città. però era custode al cimitero monumentale, quindi ho sempre pensato che di pena e di bellezza qualcosa ne sapeva.

arrivo al portone con una nuvola di fiato bianco tutta attorno alla faccia. faccio un respiro di quelli grossi e lo trattengo fino a che non mi risponde qualcuno.
- sì, salve. cercavo caterina.
mi avvicino con la faccia alla voce che non esce dal citofono e sbatto il casco al muro. ce l’ho ancora in testa e nemmeno lo so.
- chi la cerca?
- hmm, sono... alessandro... un amico dell’università...
non è vero niente. non mi sono iscritto all’università che non ci credo. non mi chiamo nemmeno alessandro. e io e caterina non siamo mai stati amici.
- dice che ora scende… alessandro…
- grazie! buonase… buongiorno!
- buongiorno...

mi allontano dal portone e penso che sto aspettando una ragazza con la quale farò l’amore. mi chiedo cosa dovrei provare in quel momento perchè onestamente non lo so. non è una cosa che si sceglie e nemmeno si decide. ma noi l’abbiamo fatto, ci siamo scelti e abbiamo deciso che avremmo fatto l’amore. e questo atto di forza si è trasformato in una cosa delicata che non starà mai in equilibrio su niente. è come tenere una saponetta mai usata tra le mani bagnate, come ti muovi la sciupi. cerco di guardare da un’altra parte e butto gli occhi sul palazzo di fronte, sulle bandiere tricolore, sui portoni chiusi e i manifesti mezzi strappati ai muri, sulle strisce pedonali di una strada dove non passano più macchine da anni. mi affaccio al bar lì affianco per vedere se hanno le sigarette. dicono che non ce le hanno. mentre esco vedo uno in ciabatte che ordina un tramezzino da cinquemila lire e un succo di pomodoro. senza limone per piacere. certe volte fanno pena pure le barzellette originali, penso.

- ma che sei scemo che dici a mia madre che ti chiami alessandro?
sorride che quasi chiude gli occhi mentre si caccia in testa un cappello di lana e io finalmente mi ricordo la sua faccia perchè la vedo.
diceva mio padre che pure i ricordi si consumano a usarli, come fossero cartoline, e se ti concentri troppo su un’immagine poi perdi tutti dettagli, e quel ricordo diventa sempre più semplice e opaco, con i bordi tutti smangiucchiati. e così pure per le facce delle persone, che se ci pensi sempre poi non lo sai più come sono fatte veramente. è per questo, diceva mio padre, che sulle tombe c’hanno messo le fotografie.
- ehi.
- guarda che mia madre sa tutto, gliel’ho detto…
- sa tutto? che le hai detto?
- che andavamo a fare l’amore. e che non ti chiami alessandro…
- uh.
- è tutto ok, tranquillo.

e così da quel posto tutto ad ovest ce ne saliamo su a nord e caterina non dice niente e io nemmeno. più mi allontano da casa sua più si moltiplicano i minuti in silenzio. febbraio è un mese di periferia, il mese più dimesso di tutti. a febbraio sembra che non succeda mai niente, e invece è solo che non si vede. tutto succede al chiuso. caterina non ha paura della vespa ma si tiene stretta a me lo stesso, con una guancia appoggiata sulle spalle come a dire siamo già tutto questo. a pensarci bene caterina non ha paura di niente.
mentre costeggiamo il parco rallento un pò e tutto si fa meno rumoroso così che possiamo ascoltare dirci cose piccole, ma alla fine non diciamo niente e c'è un semaforo rosso.
io mi giro con la testa di lato, come se la volessi guardare, ma non così tanto da guardarla davvero. lei scioglie le braccia attorno alla mia pancia, scende dalla vespa e mi si mette di fianco, in piedi.
io la guardo e sorrido. sta per scattare il verde e mi bacia. tutti zitti.

vivo in un appartamento di due stanze con l’impianto elettrico da rifare. in una ci vive antonino. siamo venuti a milano insieme dopo il liceo. lui voleva fare medicina, poi si è iscritto ad economia, e dopo due esami mai passati si è messo a scrivere. adesso collabora con una rivista e scrive di libri che non ha mai letto. e comunque, da che è iniziata la rivoluzione, a casa non c’è mai.
la rivoluzione ce l’hanno fatta in casa, così che oggi scegliamo tutti i giorni di accoglierla, di farla nostra, di farla crescere e di proteggerla. va bene qualunque cosa, non importa cosa, purché continuiamo ad avere la possibilità di votare, di lavorare, di esercitare la nostra volontà in una forma qualunque. la possibilità di dire sì, questo l’ho scelto io. eccomi, sono io il re.
non ci siamo mai accorti della necessità, della costrizione a dire quel sì. della possibilità di parlare che s’impone sul diritto a negare.

la cucina c’ha pure un divano e abbastanza spazio per viverci. però ci ho vissuto troppo negli ultimi giorni e adesso è tutto un casino. mentre mi tolgo la sciarpa faccio un po' finta di niente e dico che è meglio se andiamo di là. caterina non si guarda intorno e mi segue.
in camera mia c’è lo stereo acceso da quando sono uscito quella mattina, su una radio di musica qualunque, e quando entriamo penso ok, questa canzone me la ricorderò per il resto della vita. magari la odierò per il resto della vita, però insomma, in un modo o nell’altro, me la ritroverò tatuata nella parte del cervello dove si fanno gli incubi e i sogni. e quando a cinquantanni avrò una crisi di mezza età sarà questo ciò che rimpiangerò.
- pensi davvero di arrivare a cinquantanni?
- cosa?
caterina è alla finestra. la apre e si affaccia giù. poi si gira e mi guarda negli occhi.
- stavo pensando, tu davvero ci vuoi arrivare a cinquantanni?
- beh, non mi sembra una pessima idea...
- scemo, dico seriamente... non ti spaventa che poi a cinquantanni si ferma tutto? certo a quell'età non si è davvero vecchi però si è fermato tutto di sicuro. non si cambia più. rimani quello che sei arrivato ad essere in quel momento...
- mmm. allora bisogna fare in modo di diventare qualcosa di bello entro i quarantanove. anzi proprio ai quarantanove, che tanto prima non serve a niente, possiamo sempre ancora cambiare, e ci possiamo divertire ad essere tutto il resto…
caterina sorride veramente e poi mi bacia di nuovo. lo sa che ho capito e mentre mi bacia un po' piange, con gli occhi chiusi.
restiamo così abbracciati per un sacco di tempo, davanti alla finestra aperta, e io guardo la strada giù e penso che la neve di quel gennaio se n’è andata ma le impronte sono rimaste tutte.
diceva mio padre che la neve è una cosa misteriosa e non ci si deve mai fidare, perché non ti fa riconoscere più niente, nasconde la verità e poi ti fa cadere. ma alla fine lui ci sperava sempre nella neve, perché in fondo, diceva, è l’unica cosa che fa cambiare il mondo in una notte.

6 commenti :

Anonimo ha detto...

l'ho letto solo venticinque volte.

boccaccino ha detto...

la devo prendere male?

Anonimo ha detto...

scegli il tuo punto di vista.
E' probabile che venticinque volte non siano ancora abbastanza.

boccaccino ha detto...

evvabbè.

Eleonora Bove ha detto...

Quanto è bello. Continualo...

Mattia ha detto...

spettacolo