17 giugno 2013

appunti per luciano.


“Ciao Peppe, ascolta, sono in studio da alcuni amici ma ce ne stiamo andando. Forse al massimo ci fermiamo a prendere una birra per via, comunque niente di lungo. Quando sono sotto casa tua ti faccio uno squillo così mi apri.”

Subito dopo sono in macchina con Piero e Sara sulla Prenestina e piove. Pensiamo di chiamare Luciano, che dopotutto si è laureato quella mattina insieme a tutta una serie di amici suoi e dovrebbe essere da qualche parte a festeggiare il suo accesso al mondo della disoccupazione. Gli chiedo se è ubriaco, dopotutto è quasi mezzanotte, e lui mi risponde con una lucidità davvero poco convincente che non lo è affatto e che è appena uscito da una pizzeria a Trastevere. Manda i saluti a Carlo - un amico comune che vive a Berlino e che secondo lui dovrebbe trovarsi per qualche oscuro motivo in macchina con me in quel momento - e soprattutto ci tiene a sottolineare che lì dov’è lui non piove ancora. Piero giustamente mi suggerisce di chiedergli in quale fuso orario si trova questa pizzeria a Trastevere, così per orientarci.
Lo raggiungiamo che ha smesso di piovere e mi domando se gli ubriachi non abbiano poi alla fine più ragione di chi li deride. 
L’assenza di barcollo e la compostezza che bene o male lo ha sempre contraddistinto ingannano un osservatore esterno. Lo vedi lì, a conversare amabilmente, e sembra quasi che va tutto bene, e che sarà una serata come tante altre, poi ti avvicini, ci interagisci, e ti rendi conto che sei entrato in un circo. I mangiatori di fuoco, i trapezisti, gli elefanti volanti e in sottofondo Moira Orfei che canta I migliori anni della nostra vita. Perché dopotutto ci si è appena laureati e un minimo di nostalgia e malinconia ci stanno. Insomma una serata che vale la pena ricordarsela caro Luciano, e visto che lo so che di quella notte hai accumulato più postumi che ricordi, ecco qualcosa di vago e superficiale, ma che almeno così c’è e non si perde. Giusto per il gusto di contribuire ad una reminiscenza, per restituire dignità ad una serata che rischierebbe di venire sottovalutata. E durante la quale, soprattutto, la dignità non è stata proprio presa in considerazione.

La pizzeria sta chiudendo e subito fuori c’è questa ventina di persone vicine tra loro, che da lontano sembra tutto un insieme unico e da vicino invece sono tanti piccoli gruppi. Una massa che in qualche modo sta festeggiando e al tempo stesso sta cercando di dimenticarsene la ragione. Appena ci avviciniamo Luciano inizia a presentarmi gente. Sembra che lo faccia quasi in maniera mirata, selezionando le persone, ne chiama uno alla volta e un po' a voce bassa mi introduce dicendo il mio nome e cognome. Due chiacchiere e poi ne chiama un altro, tipo ad un ricevimento della corte della Regina Elisabetta. Dopo un po' mi accorgo che non c’è una vera selezione della gente visto che, uno ad uno, li chiama praticamente tutti e bisbiglia il mio nome. E cognome. Come se fossi una celebrità o più probabilmente un latitante.

- Luciano, abbi pazienza.
- Ma perché?
- Se quando mi vuoi far conoscere una persona ammicchi la gente si fa strane idee.
- Ma perché?
- Ma non lo so, mi sento in imbarazzo.
- Ma perché?
- Mi hai presentato pure al tipo che vende le rose, dicendo nome e cognome. Ammiccando. il minimo è che la gente pensa che siamo fidanzati.
- Perdono.
- No ma tranquillo, che perdono. stai sereno!
- Scusa.
- Ancora? Ma vai facile, non ti scusare, veramente! È solo che non me ne voglio tornare a casa con una rosa stasera.
- Rosa.
- Lucià, ma stai cantando Tiziano ferro?
- Posa.
- Cazzo.

Dalla pizzeria ci spostiamo, ormai gruppo ristretto, in un bar poco distante, di quelli che c’hanno le luci al neon dentro e forse pure fuori e che le buttano fuori, su Trastevere infrasettimanale e insonne, come fossero secchiate d’acqua, a creare macchie enormi e fredde su un pavimento che altrimenti è ovattato, morbido e forse pure giallo.
Beviamo delle cose appoggiati ad una macchina nella piazzetta di fronte al bar, con l’unico apparente scopo di mettere alla prova la cena. Mi viene in mente quasi subito che io e Piero abbiamo cenato poche ore prima, incoscientemente, con diverse birre e una busta di patatine.
Siamo meno di dieci, ma sembra che siamo tutta l’Italia nata negli anni ottanta, quando non si aveva paura di niente e di nessuno, nemmeno di creare una generazione come la nostra. Mi piace immaginare gli anni ottanta come il decennio della plastica. Non è vero però ecco, negli anni ottanta si inventano la plastica e tutto diventa più bello e più ricco e più possibile. Il decennio dell’onnipotenza, delle infinite destinazioni commerciali, del petrolio come base naturale. Dove il progresso afferma l’obsolescenza del legno e del vetro e del metallo. Il decennio durante il quale si inventano pure noi, nati insieme alla plastica, e che trentanni dopo ci siamo dovuti inventare il riciclo e la raccolta differenziata.
La maggior parte di noi dieci si sono laureati quella mattina, qualcuno per la seconda volta. Un paio lo sono da tempo, tipo il sottoscritto. Tutti, tranne una, sono in cerca di un lavoro vero. E nessuno sa davvero che cosa farà da grande.
L’unica con un lavoro più lavoro di tutti gli altri sembra essere Lucia, una ragazza molto carina e appariscente scritto tutto in corsivo con le virgolette. Ad un certo punto imprecisato della serata qualcuno sembra accorgersene, o semplicemente ricordarsene, iniziando a voler entrare a tutti i costi tra quelle virgolette. Allo stesso tempo Luciano comincia ad eliminare pian piano tutta una serie di filtri e codici relazionali nei confronti di tutti, concentrandosi su un solo ed unico elemento di conversazione per ciascuno dei presenti, indipendentemente da cosa si parla. Situazione che diventerà praticamente ingestibile a fine serata, quando ripeterà a nastro ad ognuno di noi, a turno e con un frequenza imbarazzante, cose del tipo:

Io: Venire a trovarmi a l’aquila giovedì. Partire insieme anche se lui sta impegnato. Poi comunque ci sentiamo.
Valeria: Andare a prenderlo a casa l’indomani mattina alle undici meno cinque per accompagnarlo ad un improbabile appuntamento su skype.
Lucia: Opportunità o meno di essere biondi.
Fabrizio (l’enorme pazientissimo coinquilino): Riportarlo a casa. Ogni cinque minuti.

Il bar chiude, la macchia di neon scompare, e qualcuno dice di andare a San Lorenzo per proseguire. Ci infiliamo in un paio di macchine dandoci appuntamento da qualche parte che poi finisce sempre per essere Celestino.
L’annoso problema di dove far sedere in macchina il tipo messo peggio si presenta anche quella notte. Lo butti sul sedile posteriore in preda alla scomodità e al mal di macchina ma dove almeno si sta fermo, oppure ti accolli il rischio di farlo sedere davanti dandogli la possibilità di interagire col mondo e soprattutto con l’autoradio? Rischiamo. Facciamo malissimo.
Durante l’interminabile viaggio verso San Lorenzo ascoltiamo penso una quindicina di volte tutto l’intera gamma delle medie frequenze, con piccoli e brevi indugi provocatori su Radiomaria.
Siamo praticamente arrivati a destinazione (e sta per venirci a tutti un ictus collettivo) quando vediamo un tipo al centro della strada con le braccia alzate. Non si capisce bene chi sia ne che cosa voglia, fatto sta che sta in mezzo e Valeria si ferma. Luciano abbassa il finestrino e il tipo vuole un passaggio a Termini. È un tipo un po' singolare, e in effetti pure un po' plurale, visto che continua ad alternare schizofrenicamente facce minacciosissime a facce piacione e amichevoli. Siamo lì che lui cerca di convincerci, si presenta a tutti e io quasi temo che Luciano mi introduca con il solito sguardo complice. Però non lo fa, si limita solo a dargli la mano, lasciandogliela per ore, e intavolando una bella e cortese conversazione sull’eleganza e l’opportunità di parcheggiare lì nei pressi. Il tipo fuori, che si chiama Federico, pare dubbioso sulla mancanza di disponibilità da parte di Luciano e di noi altri e prosegue l’interessantissima discussione con una retorica non certo priva di una qualche efficacia. Luciano ascolta con trasporto e coinvolgimento le sue speculazioni, sempre mano nella mano, alimentando nel sottoscritto derive epistemologiche su quello che sta accadendo. Il fascino di stare in mezzo alla strada fermi in macchina, con un tipo che tiene per mano il tuo amico seduto davanti (autoelettosi tra l’altro miglior interlocutore per una situazione del genere) è sicuramente altissimo. Inizio ad accarezzare l’idea di addormentarmi in macchina, in mezzo a quell’incrocio di San Lorenzo, cullato da una parte dalle filosofie di Federico sulla fenomenologia di andare alla stazione tutti insieme, sulla canna che ci vuole offrire, sulla necessità di un nuovo paradigma dell’autostop, e dall’altra dalle minute risposte di Luciano, che fondamentalmente dice sempre la stessa cosa, guadagnandosi l’eterno appellativo di Luciano Meraviglia.
Poi Valeria, vivaddio, decide di ripartire e approdiamo due minuti dopo in una strada che è evidentemente troppo tardi e troppo lunedì per trovare sveglia come sempre.

Quello che sicuramente non puoi sapere, caro Luciano, perché non c’eri, è ciò che è successo quando ci siamo salutati. Quando, dopo l’ultima birra presa insieme in cerchio su un marciapiede sorprendentemente deserto, tu te ne sei tornato a casa in preda a legittime preoccupazioni inutili, scortato da Fabrizio e accompagnato da Valeria, noi ci siamo resi conto che una notte così lunga non poteva finire su un marciapiede.
Così sulla strada del ritorno Piero mi fa:

- Tu l’hai mai visto il Cuppolone nella serratura?
- Ma quello dei film?
- Esatto! Al giardino degli Aranci.
- No.

E così andiamo io lui e Sara, che quasi stavamo tornando a casa, verso questo fantomatico Giardino degli Aranci, all’esterno del quale ci sono dei palazzi e tu ti guardi un po' intorno e poi infili l’occhio nel buco della serratura di quello che sembra un portone enorme qualsiasi e dall’altro lato vedi, perfettamente allineato, il Cuppolone di San Pietro. La prospettiva è talmente precisa che sembra finto. Già comincio a pensare che dall’altro lato c’hanno appiccicato una cartolina, quando Sara dice che c’è un cancello più in là, e che se magari è aperto si entra nel giardino e poi in fondo c’è una terrazza proprio sopra il Tevere e si vede mezza Roma dall’alto che è l’alba ed è tutto in silenzio e c’è il sole che viene su pianissimo a destra e poi è il Giardino degli Aranci, dai.
Io gli dico molto chiaramente che va bene, fico, andiamo a vedere. Però aggiungo anche che se per caso dovesse mai essere aperto quel cancello alle cinque di mattina e noi riuscissimo ad entrare nel Giardino Segreto delle Favole di Roma, io su uno di quegli aranci - con enorme rispetto per il giardino ma ancor più per le occasioni della mia vita - ci piscerei sopra.

Luciano, che te lo dico a fare.

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