6 novembre 2007

ce l'hai una sigaretta?

pensavo peggio. è quello che mi è venuto in mente uscito da lì dentro. ma è un'idea che è durata dieci passi. quello che ho visto, ascoltato, vissuto ha costruito in me un pensiero ruminante. pensi di averlo digerito ma poi ti ritorna in bocca costringendoti a rimasticarlo. e difficilmente lo mandi giù. in un modo o nell'altro non te ne sbarazzi come avevi pensato. te lo ritrovi davanti alla faccia e non ci fai niente. pensi e basta.
non credevo che sarebbe stata un'esperienza così forte. non l'ho creduto nemmeno quando c'ero dentro. l'ho capito soltanto quando me ne sono andato.
l'ospedale psichiatrico giudiziario di reggio emilia non doveva essere un ospedale psichiatrico giudiziario. è stato adibito a tale scopo a causa delle necessità nel 1991 mi sembra.
arrivato da poco ho la prima delusione (in realtà l'unica): l'autorizzazione del ministero della giustizia mi da la possibilità di effettuare fotografie nell'istituto, ad eccezione dei locali di degenza (e questo lo sapevo), ma obbligandomi inoltre a garantire l'irriconoscibilità dei soggetti fotografati. questo mi smonta. pensavo di fare altre foto. cammino avanti e indietro. nell'ora di attesa successiva mi ritrovo a ricrearmi in testa mille altre possibilità per fare foto significative senza gli occhi degli internati. senza i loro volti il reportage è declassato, e nonostante le mie insistenze le disposizioni di roma rimangono le disposizioni di roma.
nella struttura si trovano oltre 220 persone, a fronte delle 190 circa che ne potrebbe contenere. le guardie sono 84 e dovrebbero essere tipo 140. insomma i problemi sono quelli comuni a tutte le carceri italiane. nonostante questo l'o.p.g. mi sorprende cancellando i miei pregiudizi. visito l'area ricreativa e riabilitativa dell'ospedale: è un asilo per adulti. niente camere buie, niente ruggine, niente vuoto. non dico che assomigli al club med, però ci sono laboratori creativi, una mini fattoria per la pet therapy, un'officina per riparare bici, una palestra, una biblioteca e spazi all'aperto per godersi un po' la nebbia.
durante il primo giro mi imbatto in pochi internati, ma dopo pranzo ne incontro molti di più. la maggior parte sono fuori oppure in uno spazio comune al chiuso, una sorta di spaccio dove acquistano bibite, patatine e snack. denaro naturalmente non ne circola, vanno a credito in base ai soldi che hanno precedentemente depositato in amministrazione (spesso sono i parenti oppure padre daniele a versare qualcosa per loro). pare che questo spaccio sia stato istituito come diversivo, come svago, inquadrando ancora una volta il commercio come strumento di sfogo e di controllo. sono tutti incuriositi dalla mia presenza. come ti chiami? dove vanno queste foto? quanti anni hai? di che segno sei? nessuno di loro mi inquieta. la guardia che mi accompagna spiega loro che farò delle foto e chi non vuole basta che lo dica e non sarà ripreso. in realtà non riprendo quasi nessuno in volto anche se molti acconsentono. mi concentro più sulle immagini che potrò utilizzare, quelle senza occhi. un ragazzo tra gli internati (molti sono giovani, si va dai 25 ai 45 anni) si chiama roberto e gli si illuminano gli occhi quando sa il mio nome. ha un rosario al collo e mi da un foglietto dove è scritta una sorta di preghiera e a la data di oggi. un foglietto strappato da qualcosa che segue i giorni, tipo un'agenda o un calendario di preghiere. così ti ricorderai di noi, mi dice. tu sei tutto, o eterno, ricordati di me. le prime parole di quel pezzo di carta. quando me lo da non faccio tanto caso a quello che è scritto e lo ringrazio stringendogli la mano.
un altro di loro ha letto 500 libri in dieci anni. era un medico chirurgo. la maggior parte degli internati è reclusa per violenze verso terzi, spesso omicidi. spesso in famiglia. a volte plurimi. la loro non è una condanna vera e propria, si trovano lì perchè hanno commesso un crimine e sono stati valutati socialmente pericolosi. perciò sono destinati ad una cella.
io le celle le ho viste. quella è la parte che è carcere punto e basta. niente di più lontano da un asilo. prima di andare nel reparto mi hanno sequestrato la macchinetta fotografica. credo di non aver visto mai un posto così fotogenico in vita mia. tutto andava fotografato, anche il vuoto, se ce ne fosse stato. le sbarre, il pranzo, le urla, i nomi sulla cella, la macchinetta del caffè, ce l'hai una sigaretta, le facce incredibili, gli occhi spenti accesi su di te, comandante voglio cambiare cella, tanta pasta tanta che ho fame, ce l'hai una sigaretta, gli spioncini, le mani fuori, il tizio che sta da solo e parla solo francese, ce l'hai una sigaretta?
chiedere una sigaretta, mi spiegava la direttrice, è una richiesta continua, la ricerca di un contatto, l'attirare l'attenzione, una necessità piccola e costante, un desiderio esaudito.
non so come finirlo questo racconto. ho girato ancora un po'. fatto altre foto sparse. penso di essere soddisfatto anche se ho portato a casa foto più anonime di quello che speravo. per quello che mi è stato concesso va bene.
mezz'ora dopo aver lasciato la struttura, in mezzo all'atrio della stazione di reggio emilia, un foglietto bianco in mano con su scritto sei novembre duemilasette. ho avuto voglia di ricordare e di tenere quel pezzo di carta finchè il mio cervello da babbuino me lo permetterà.

adesso mi pesa tutto. credevo che avrei raccontato questa esperienza con la solita ironia e invece no. ho provato a dare un'occhiata alle foto, ma per oggi basta. c'ho il magone e mi sento stupido.

4 commenti :

mattia ha detto...

allucinante.
cos'è quel libro di elettronica?

miriam ha detto...

allucinogeno.
cos'è quel libro su funghi?

pizzo ha detto...

Ti applaudo.

Luigi ha detto...

bravo, bravo roberti'...
le foto poi spero me le farai vedere, ma intanto anche come narratore non sei niente male. è strano... non sarà carcere ma è sempre una prigione... non saranno detenuti ma sempre sono reclusi.
io non fumo ma se fossi stato al posto tuo, per la prima volta, mi sarei sentito davvero mortificato per non poterne offrire